05/12/2011
Nasce SalamWorld, il social network islamicamente corretto
I tradizionali social network Facebook e Twitter avranno presto un nuovo concorrente.
E’ tutto pronto, infatti,per il lancio di SalamWorld, i cui test partiranno all’inizio del prossimo anno.
L’ambizioso progetto, che mira a raccogliere 50 milioni di utenti in tre anni ed a coinvolgere oltre 30 paesi, si rivolge ai giovani musulmani e punta a diffondere in rete ed a promuovere una conoscenza approfondita dei precetti dell’Islam.
Esso nasce dall’iniziativa della Icyen, l’Associazione dei giovani imprenditori dei Paesi islamici, sarà tradotto in 15 lingue ed avrà la sede operativa ad Istanbul ma con la previsione di altri centri anche al Cairo, Londra, Mosca, Dubai,La Mecca, Medina, Astana, New-York, Parigi e Kuala Lumpur.
La prima versione del sito sarà disponibile in arabo, turco, inglese, francese, farsi e russo. In un secondo momento verranno aggiunti anche azero, kazako, uzbeko, malese, cinese, bengalese e curdo ed al momento, sono circa 100.000 le persone attendono di essere ammesse.
Dal punto di vista pratico la piattaforma, il cui motto è “niente politica, niente divieti, niente limiti” punta a coinvolgere anche intellettuali e non musulmani che vogliono saperne di più sull’Islam,attraverso un’approfondita consultazione su questioni rilevanti come la teologia o la famiglia. Sul lungo periodo, l’intento dei promotori è quello di dar vita ad una vera e propria versione islamica di Wikipedia.
A tal proposito, è già in atto una vasta ricerca di fonti documentali islamiche su internet al fine
di poterle mettere presto a disposizione del sito che in realtà già esiste (www.salemworld.com) ma per il momento è possibile solo lasciare la propria mail, in modo da ricevere una notifica non appena il servizio sarà attivato.
Previste anche forme di insegnamento on-line e applicazioni per trovare la moschea o il negozio hallal più vicini al posto in cui si abita. Il tutto avvalendosi di una nutrita squadra di “moderatori”, filtri ed un’auspicata autodisciplina degli utenti in maniera tale da impedire che la piattaforma possa diventare terreno fertile per gli integralisti.
Ulteriore novità, dovrebbe essere quella rappresentata da un piano per il lancio di forme di e – payment.
Non è ancora dato sapere in quali forme tale sistema potrebbe essere realizzato ma ciò che è certo è che sono già attivi rapporti con una banca indonesiana di primo piano con la quale stipulare un accordo.
Inoltre, nessuna notizia ufficiale trapela circa i costi dell’operazione che, tuttavia, secondo i ben informati si aggirerebbe tra i 16 ed i 50 milioni di dollari.
“Il nostro obiettivo è unire i giovani (musulmani) nella condivisione dei valori sani dell’Islam. Per noi il denaro non è un problema” ha affermato il vicepresidente di Icyen, Azimov davanti a circa 150 giornalisti lasciando presupporre un forte sforzo in termini di investimenti.
Nedim Kaya, coordinatore della Icyen, società che dirige il progetto, ha sottolineato che “il progetto è nato da un’iniziativa comune. Abbiamo visto che nel mercato dei social network c’era un vuoto e lo abbiamo colmato. Abbiamo scelto come nome SalamWorld perché per prima cosa il nostro sarà un social network conforme alle leggi dell’Islam”.
12:50
Scritto da: brujita1969
in tecnologia | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| Tag: islam | OKNOtizie |
Facebook
Addio a Ken Russell, artista visionario e trasgressivo
Si è spento nel sonno all’età di 84 anni, Ken Russell, regista, fotografo e sceneggiatore inglese. A darne l’annuncio al “The Telegraph” suo figlio Alex e l’amico di sempre, lo scrittore Norman Lebrecht.
Tra i registi più controversi ed acclamati della sua generazione, assoluto protagonista della cultura pop degli anni ’70, fu il primo ad introdurre temi esplicitamente onirici e visionari che gli attirarono non poche critiche per l’elevato contenuto scandalistico delle sue opere.
Eccentrico,trasgressivo e psichedelico, la sua massima era che “La vita è troppo breve per fare pellicole su gente che non piace: meglio fare opere illuminanti come le mie”.
Dopo aver prestato servizio come pilota della RAF, nel 1956 iniziò a girare cortometraggi entrando successivamente alla BBC dove si mise in mostra per le sue doti assolutamente provocatorie ed all’avanguardia, realizzando soprattutto biografie “al limite” di musicisti e personaggi dello show business.
Il successo arrivò oltre dieci anni dopo con “Donne in amore” (1969) adattato dall’omonimo romanzo di D.H.Lawrence,con Glenda Jackson e Oliver Reed, film con il quale ottenne la nomination all’Oscar per il miglior regista.
In Italia, in particolare, sarà sempre ricordato per aver dato scandalo alla Mostra del Cinema di
Venezia nel 1971, con “I Diavoli”, tratto dal romanzo di Aldous Huxley “I diavoli di Loudun”, storia di un prete, Grandier, accusato di stregoneria e condannato al rogo per i suoi peccati di carne.
Il film, che parte dalla denuncia del fanatismo religioso, si trasformò in un manifesto di condanna di ogni oppressione e tentativo di sottrarre all’uomo la dignità, di qualsiasi natura esso sia, politica, morale o fisica.
Per le scene di sesso tra suore, fu definito blasfemo ed il film sequestrato dalle sale, poi ritoccato ed infine nuovamente censurato dagli schermi americani, forse più che per l’ irriverenza, per il j’accuse nei confronti dell’orrore del potere (n.d.r).
L’affermazione definitiva, oltre alla popolarità tra gli appassionati di musica ed il conseguente successo commerciale – cui non è mai parso interessato – arrivò con ”Tommy”,del 1975,orgia (quasi) mistica ispirata all’omonima opera degli Who.
Tra le prime commedie rock nella storia della musica, vide come protagonisti oltre alla mitica band capitanata da Pete Townshend, musicisti ed attori di fama internazionale quali Jack Nicholson, Elton John, Tina Turner, Eric Clapton e Robert Powell.
Presentata fuori concorso al 28º Festival di Cannes, l’opera - che ottenne due nomination agli Oscar- esprimeva il senso di oppressione e la conseguente possibile liberazione di un adolescente come Tommy, isolato sia a livello sensoriale che sociale dal mondo che lo circondava proponendogli solo ipocrisie, violenze ed ingiustizie.
“L’altra faccia dell’amore (1971),ispirato alla vita del musicista russo Pëtr Čajkovskij ,“Stati di allucinazione” (1980), “Gothic” (1986), e “L’ultima Salomè” (1988), tratto dall’omonima opera di Oscar Wilde, sono l’ulteriore dimostrazione dell’eclettismo di un artista a tutto tondo.
Russell era genio e sregolatezza anche nella vita privata con quattro matrimoni, quattro divorzi e cinque figli. Celebre l’episodio del suo incontro con Federico Fellini a Cinecittà . Dopo aver scambiato qualche parola, si definirono reciprocamente “il Fellini inglese” e “il Ken Russell italiano”.
Tra le pellicole più recenti ricordiamo “La tana del serpente bianco” (1989), e Whore (1991).
Quest’ultimo,interpretato da Theresa Russell e incentrato sulla difficile esistenza di Liz, prostituta che racconta la sua vita agli spettatori, rappresentò sostanzialmente una risposta del regista a Pretty Woman.
Dal 1995, dopo aver realizzato “Oltre la mente”, Ken Russell si era dedicato esclusivamente a regie di film tv e cortometraggi indipendenti, inserendosi nel circuito underground inglese.
09:42
Scritto da: brujita1969
in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
21/11/2011
Nevè Shalom, romanzo d'esordio di Nuccio Franco. Intervista
Probabilmente sono ancora in pochi a conoscere il villaggio israeliano di Nevè Shalom – Wahat al Salam, situato a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv ed il cui nome deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’ Oasi di Pace”.
Creato alla fine degli anni ‘60 da Ebrei ed Arabi palestinesi grazie all’iniziativa del padre dominicano Bruno Hussar,esso rappresenta un esempio di dialogo tra popoli la cui storia è caratterizzata, da sempre, da conflitti e vicendevoli ferite.
In questa realtà s’inserisce il primo romanzo di Nuccio Franco attraverso il racconto di una delicata storia di amicizia e di amore tra persone culturalmente diverse che imparano ad osservare il mondo l’uno con gli occhi dell’altro.
Da sempre attento alle problematiche legate al mondo mediorientale, l’autore ci conduce per mano in questa realtà unica nel suo genere aprendo la porta alla speranza.
“Credo si tratti di un esempio di come sia possibile un percorso che vada oltre i pregiudizi e che consenta un dialogo reale, necessario soprattutto in un momento in cui si acuiscono conflitti e tensioni” ci dice l’autore.
“Spero di aver contribuito,nel mio piccolo, a diffondere un messaggio positivo nel quale credo fermamente e l’insegnamento di quanti lavorano quotidianamente ad un progetto unico che a mio avviso va incoraggiato nella speranza che esperienze del genere possano essere replicate.”
Da dove nasce la tua passione per l’Islam, dalla religione o dalla politica?
Nasce casualmente, dalla lettura di un libro di Karen Armstrong che mi ha incuriosito inducendomi ad approfondire una religione, un mondo per certi versi estraneo alla mia educazione, sostanzialmente laica.
Mi sono dedicato, quindi, allo studio di una realtà che ho scoperto col tempo essere assolutamente totalizzante e che presenta molti tratti in comune con la nostra cultura, più di quanto si possa immaginare.
Un aspetto che mi ha colpito è stato senz’altro l’assenza di una mediazione tra il fedele e Dio,il vivere l’esperienza spirituale in maniera assoluta nella consapevolezza delle proprie responsabilità di fronte agli uomini ed al mistero divino e l’ortoprassia, molto più accentuata rispetto ad altre religioni.
Tuttavia,ciò che attualmente più mi interessa, non è tanto l’aspetto politico o religioso della questione quanto quello sociale e sociologico, le sue ricadute in seno alla società, la possibilità di un confronto costruttivo con modi di essere e di agire talvolta completamente differenti ma che, ne sono convinto, possono e devono trovare una sintesi.
Nel tuo libro appena pubblicato parli delle cicatrici di Israele, di kippà e di hidjab, ma
anche di birra e di i pod e Pink Floyd. Come si coniugano per questi due popoli occidente e oriente e che cosa è oasi di pace per loro?
Uno dei personaggi del libro, Yoshua, è ebreo e vive appieno la propria condizione ricca di contraddizioni. E’ consapevole dell’orrore perpetrato ai danni del suo popolo da un dittatore in preda al delirio di onnipotenza. Ciononostante, non si rassegna all’idea che la storia si possa ripetere sotto mutate spoglie e che a cambiare siano soltanto i protagonisti. Non concepisce e non si rassegna al fatto che alla violenza si debba rispondere solo con altrettanta violenza ma è persuaso che esista una strada alternativa, una mediazione possibile quanto necessaria. E’ questo il suo tormento, ossia la ricerca di una ragione superiore per cui una vita sia degna di essere vissuta, al di là di atavici pregiudizi e contrapposizioni che trovano la propria ragion d’essere nella politica le cui logiche sono talvolta perverse.
In sostanza, le atroci sofferenze del popolo ebraico sono indiscutibili; meno legittima, a mio avviso, la posizione dello Stato d’Israele nei confronti della questione palestinese.
Quanto alla kippà ed allo hidjab, essi rappresentano un simbolo di identità, non di contrapposizione ma semplicemente un modus vivendi,una concezione del proprio essere al mondo.
Per il resto, soprattutto i giovani, cercano di vivere normalmente seppur nella consapevolezza del pericolo ed un bicchiere di birra con gli amici o un pezzo dei Pink Floyd è ciò che riduce le differenze, sino ad annullarle.
La coscienza di un mondo più giusto, dove i momenti di unione siano superiori alle fisiologiche differenze che comunque accrescono e ci rendono migliori, la musica, gli amici e l’amore è ciò che unisce oriente ed occidente. L’oasi di pace è il superamento di ciò che si fa passare volutamente per utopia, per un dato di fatto strumentale ad altri scopi simile ad un dogma impossibile da mettere in discussione, ossia la possibilità di una pace giusta e duratura dove ognuno possa veder riconosciuto il proprio ruolo, la propria dignità.
Ed invece per un muro che cade (Berlino, ndr), altri se ne alzano, come quello israeliano in Cisgiordania.Per molti giustificato da ragioni di sicurezza ma in realtà origine di un nuovo ghetto. Sarò un idealista ma è una logica che mi risulta difficile comprendere.
Gli scrittori sono sempre molto inquieti, hanno bisogno di scrivere e esternare, per te scrivere rappresenta oasi di pace?
L’inquietudine è la mia compagna di viaggio ma con essa ho imparato a convivere. Certamente scrivere per me è catartico e mi consente di raccontare, di condividere le mie esperienze ed emozioni, come quelle vissute al villaggio, in Israele, in Palestina, a Gerusalemme come ad Hebron.
E’ come ripercorrere più razionalmente un cammino e porlo al servizio degli altri nel tentativo di spiegare affinchè equivoci o luoghi comuni possano essere chiariti,fugati.
Questo mi da pace, si, decisamente.
Come spiegheresti l’Islam a tuo figlio?
E’ difficile riuscire a spiegare pienamente l’Islam ad un adulto, figuriamoci ad un giovane. Esso non rappresenta un monolite ma una realtà variegata. Si tratta di un qualcosa che si evolve nel tempo, attraverso un dibattito sia interno tra le varie anime che lo compongono ma anche esterno in un quotidiano confronto con la società.
Gli direi che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca sono diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni anche se le modalità di espressione possono talvolta essere diverse ma che non esiste quella giusta o sbagliata. Tutto si riduce ad una sintesi superiore che va oltre ogni cosa.
L’Islam, quello autentico è amore, tolleranza ed equilibrio che nulla ha a che fare con la malvagità dell’animo umano che trascende la religione e che, spesso, la travisa. Il radicalismo di certe fazioni non è l’Islam e guai a confondere i due piani.
Al contempo, lo inviterei a discernere, ad approfondire senza mai fermarsi alle apparenze ed a comprendere le ragioni dell’altro perché in ogni pensiero o azione ci può essere un messaggio assolutamente apprezzabile, di pace e tolleranza. Ciò sulla base di un principio fondamentale: l’uguaglianza e la pari dignità dell’essere umano.
13:05
Scritto da: brujita1969
in Popoli | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
11/11/2011
Israele/palestina - Giro di vite sulla libertà di stampa
La crescente tensione tra Israele e l’Iran sul nucleare da un lato ed il persistere del conflitto
israelo – palestinese dall’altro potrebbero mietere la prima vittima: la libertà di stampa.
Infatti, sembra aumentare ogni giorno il nervosismo dello Stato ebraico con la conseguente difficoltà di fare informazione per tutti quei cronisti chiamati a raccontare, in particolare, quanto sta accadendo in Palestina.
Stando ad un recente rapporto del Sindacato palestinese dei giornalisti e degli operatori dei media, sarebbero ben 18 i casi di aggressione contro reporter nello svolgimento delle loro funzioni soltanto nel mese di luglio.
Tuttavia, è bene specificarlo, le violenze sarebbero da imputare non solo alle forze militari e di polizia israeliane ma anche alla fazione Fatah, che governa ‘de facto’ la Cisgiordania.
Abusi da parte delle forze israeliane nei confronti dei reporter si starebbero verificando settimanalmente in occasione delle marce contro il “Muro” che divide materialmente i due territori e le colonie israeliane di occupazione.
A questi episodi si andrebbero ad aggiungere arresti e detenzioni, divieti imposti alla libertà di movimento ed espulsioni dal territorio israeliano di giornalisti accusati di essere entrati illegalmente.
La circostanza è confermata da Mada, il Centro palestinese per lo sviluppo e la libertà d’informazione, secondo il quale i soldati israeliani starebbero facendo di tutto per impedire materialmente il lavoro dei cronisti sul campo, a testimonianza delle violenze sui manifestanti inermi.
“Israele ha intensificato drasticamente i comportamenti violenti contro i reporter palestinesi, prendendoli deliberatamente di mira per evitare che possano diffondere foto e immagini della brutale repressione attuata in Cisgiordania”, ha denunciato Omar Nazzal, rappresentante del Sindacato che ha comunque ribadito che “nonostante aggressioni e minacce, da qualunque parte vengano, i reporter e giornalisti palestinesi continueranno nella loro missione, trasmettendo ovunque le immagini e le testimonianze della brutalità israeliana”.
A tale proposito, il direttore generale del MADA, Moussa Rimawi, ha fatto appello alla comunità internazionale affinché protegga i manifestanti e i giornalisti nella regione, confermando a sua volta quanto anticipato da un rapporto pubblicato a inizio settembre dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, che affermava che l’esercito israeliano nega sistematicamente il diritto alla protesta.
Ultimo episodio in ordine di tempo è quello del 4 novembre scorso quando le forze militari israeliane hanno intercettato in acque internazionali due navi dirette verso la Striscia di Gaza nel tentativo di rompere l’assedio, procedendo all’arresto di 27 attivisti, tra cui cinque giornalisti.
Tre di essi, sono stati espulsi da Israele il giorno successivo mentre gli altri due sono ancora detenuti.
Le autorità israeliane – ha denunciato uno dei reporter rilasciati - hanno chiesto ai giornalisti di firmare un documento in ebraico in cui riconoscevano di essere entrati in Israele illegalmente e veniva proibito loro di ritornare per i prossimi dieci anni.
Circostanza, questa, testimoniata anche da Reporter Senza Frontiere che, da parte sua, ha condannato con fermezza l’accaduto.
11:58
Scritto da: brujita1969
in Politica | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| Tag: israele | OKNOtizie |
Facebook
18/10/2011
Islamshia - Intervista a Nuccio Franco, a cura di Hamza Biondo
Parlare di Islam è innanzitutto discutere di spiritualità, fede, etica. L’essenza della religione musulmana si fonda sul principio dell’unità (tawhid), sulla profezia, il messaggio divino contenuto nel Corano, libro sacro per tutti i credenti. Attraverso l’unicità e la costanza di questi principi fondamentali e pur nella diversità di contesti, usi e interpretazioni tipici dei vari spazi culturali e geografici, i musulmani nei secoli hanno prodotto importanti frutti nei campi del sapere, dell’arte e della scienza. Sono stati protagonisti della Storia, hanno costruito imperi e splendide civiltà.
Parlare di Islam, comunque, non è soltanto questo. E’ anche raccontare storie di uomini e donne, che abitano nei paesi musulmani o che li hanno abbandonati per vivere in Europa, a causa di un esilio economico o politico. E’ narrare le storie delle generazioni di musulmani nati in occidente, divisi tra la cultura dei padri e l’integrazione nel contesto occidentale in cui studiano e lavorano.
E’ raccontare dei convertiti all’Islam, sempre più numerosi e visti con diffidenza da un occidente secolarizzato e smarrito, poco attento alle scelte religiose.
Parlare di Islam significa quindi conoscere una religione presente nell’identità europea, alla luce non solo della Storia e delle cifre ma anche di un fenomeno culturale e sociale inconfutabile.
Significa osservare la genesi di un Islam dalle caratteristiche europee, sempre meno dipendente dal fenomeno migratorio. Un Islam dinamico e creativo che, come nella sua tradizione, resta fedele ai principi fondamentali ed integra gli aspetti positivi delle culture occidentali con le quali viene in contatto.
Questa processo in Italia è agli inizi e non è indolore. Parlare di Islam significa denunciare la diffidenza verso la religione musulmana, l’ostilità aperta dei media, gli episodi di islamofobia. Essere in Europa un musulmano visibile non è facile: parlare di Islam è anche dare voce a chi supera prove quotidiane per condurre la propria vita spirituale, rispettare l’etica e gli obblighi religiosi, senza rinunciare ad integrarsi, evitando la tentazione di rifugiarsi in una esistenza parallela e nascosta. Documentare la vita dei musulmani e delle comunità religiose in Italia è perciò un compito impegnativo e complesso. Chi si occupa di informazione deve indagare un ambito estraneo alla propria cultura, talvolta poco accessibile. Necessita di curiosità e onestà intellettuale e deve distinguere tra realtà e stereotipi, senza cedere ai condizionamenti ideologici.
Queste qualità le abbiamo riscontrate nel lavoro svolto dal giornalista Franco Nuccio, nel suo impegno per documentare le vicende dell’Islam italiano, dei migranti, delle vicende politiche dei paesi del Maghreb e del vicino oriente. Nuccio con i suoi articoli dà voce ai musulmani residenti in Italia, intervistandoli in modo obiettivo e senza pregiudizi, pone attenzione ai loro problemi e alle dinamiche dell’immigrazione con professionalità e sensibilità. Abbiamo deciso, in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo, di ribaltare, per una volta, i ruoli e porgli alcune domande.
Dott. Franco, nei suoi articoli Lei spesso si occupa delle vicende dei paesi musulmani, inoltre è un attento osservatore dell’ Islam nostrano, dà voce ai musulmani italiani, documenta le loro problematiche. Come nasce questo suo interesse per il mondo islamico ?
Il mio interesse per il mondo islamico è nato casualmente leggendo un libro di Karen Armstrong, tra le principali studiose a livello mondiale di storia delle religioni. Mi ha subito colpito la “complessità” storica del mondo islamico, a partire dai quattro Califfi ben guidati sino ai nostri giorni, l’ortoprassia molto più accentuata rispetto ad altre religioni ed il trasporto spirituale nel vivere il proprio cammino di fede. E così ho continuato ad approfondire lo studio dell’Islam e col tempo ad aumentare la mia conoscenza in materia che oggi reputo di buon livello, spinto dalla volontà di conoscere il mondo islamico non tanto per quanto concerne le implicazioni religiose, assolutamente rilevanti, quanto sociali e sociologiche.
Successivamente ho viaggiato parecchio in Medio Oriente, conosciuto persone, modi diversi di intendere la vita o la semplice architettura di una moschea ed ho avuto così occasione di confrontarmi con un mondo sino ad allora a me estraneo ma affascinante,felice di incontrare persone disponibili,accoglienti e con una profondità d’animo che mi ha arricchito non poco.
Di fronte a tutto questo, lo ammetto, ho dovuto rivedere il mio stesso modo di pensare e l’approccio verso certe realtà, condizionato com’ero seppur inconsapevolmente da luoghi comuni e disinformazione. Inoltre, attraverso l’indagine che ho condotto mediante una serie di interviste ad italiani ritornati all’Islam, ho avuto modo di analizzare da vicino l’esperienza dell’avvicinamento ad un’altra fede rispetto a quella d’origine, le motivazioni, i risvolti che hanno caratterizzato un cammino spirituale intimo, spesso difficile.
In linea generale, per cultura e indole parto dall’assunto che bisognerebbe conoscere per comprendere e che la “diversità” potrebbe rappresentare un arricchimento sociale e culturale; in virtù di ciò, reputo ormai inevitabile procedere sulla strada di una radicale inversione di tendenza che veda “l’altro” come una risorsa e non come un pericolo.
Ciò, soprattutto attraverso un’analisi scevra da pregiudizi di quella che è la vera essenza dell’Islam molto spesso travisata anche dagli organi di informazione che indulgono molto spesso al sensazionalismo, senza andare oltre ed approfondire le vere cause e le ragioni alla base di certi comportamenti. Esiste, in sostanza, una terribile strumentalizzazione di tutto ciò che riguarda l’Islam e i musulmani, dove la razionalità lascia sovente il posto alla radicalizzazione delle posizioni che diventano estremistiche ed inconciliabili.
Per questo ho deciso di dedicare la mia attività e di contribuire nel mio piccolo all’approfondimento delle problematiche che oggi, quotidianamente, migliaia di musulmani che vivono e lavorano nel nostro paese sono costretti ad affrontare pur contribuendo con il loro lavoro, le loro idee e voglia di fare al miglioramento della società.
Costoro andrebbero valorizzati ed apprezzati e non ghettizzati in virtù di un concetto assolutamente sbagliato che si ha dell’Islam, dei musulmani definiti spesso come maschilisti, retrogradi e terroristi. La realtà che io ho conosciuto, la mia esperienza va in un senso diametralmente opposto e reputo mio dovere testimoniarlo.
L’Islam italiano è ormai una minoranza religiosa numericamente importante nel paese. Un mondo
variegato composto non solo da immigrati recenti ma anche da musulmani di seconda generazione e da convertiti. Sono persone che lavorano, cercano di integrarsi e di vivere la loro religione e cultura nel rispetto delle leggi italiane. Avendo raccolto le loro storie, quali differenze, problemi, aspettative ha riscontrato ?
Aver raccolto le testimonianze di alcuni rappresentanti della comunità islamica è stata per me un’esperienza assolutamente costruttiva, utile a capire. Ho scoperto un mondo fatto di disponibilità, di percorsi complessi alla ricerca di una spiritualità autentica.
Per indole sono portato ad ascoltare le minoranze che rappresentano in un certo senso lo specchio critico di ciò che diamo per scontato sia giusto.
Certo, l’eterogeneità dell’Islam in Italia comporta problematiche differenti;tuttavia, sono due quelle sulle quali insisterei particolarmente: la discriminazione ancora persistente in particolar modo sul lavoro e la cittadinanza. Sono questi i problemi principali oltre al fatto di dover subire quotidianamente l’effetto psicotico post 11 settembre.
Con riferimento alla prima, constatare che possa essere formulata ancora una valutazione (non dovremmo mai dare giudizi a mio avviso) su una persona per il suo abbigliamento che poi rappresenta la propria identità, mi sembra poco degno di una società che voglia e possa definirsi democratica, tollerante ed aperta al confronto con l’altro.
Quanto alla cittadinanza, è un problema che va affrontato seriamente a livello politico senza più esitazioni, soprattutto con riferimento alle seconde generazioni che rappresentano un interlocutore attento e critico e lo dimostra la voglia di associazionismo, sintomatico della necessità di confronto e condivisione.
Si tratta di una difficoltà che riguarda circa un milione di ragazzi e ragazze e rappresenta il nocciolo della questione ponendosi come ostacolo ad una compiuta integrazione per i tanti figli di immigrati nati in Italia e per i quali fino al compimento dei 18 anni di età essa è solo una chimera. Più in generale reputo necessario l’avvio di politiche di inclusione e la fine della discriminazione istituzionale che, soprattutto a livello locale, rende difficile l’accesso agli stranieri ai servizi del welfare.
Le ambizioni? I sogni? Quelli di tutti i ragazzi. Un buon lavoro, il successo, la realizzazione personale nel tentativo di conciliare compiutamente ed in maniera equilibrata principi religiosi e sociali, tradizione e modernità.
I convertiti, invece, meritano un discorso a parte, in quanto attraversano trasversalmente la comunità, sia dal punto di vista dell’estrazione sociale che culturale. Essi sono fondamentali nella costruzione di un cammino di dialogo quale ponte tra due culture in virtù della loro capacità di attualizzare il testo sacro al contesto e di porsi come interlocutori che conoscono bene la realtà.
Incontrare realtà socio-culturali diverse, comprendere “l’altro“, fornire un contributo per il dialogo, per Lei sono esperienze fondamentali e da condividere con tutti. Il suo romanzo “Nevè Shalom-Wahat al-Salam”, recentemente pubblicato dalle edizioni GDS, si pone in questa direzione?
Assolutamente si. Condividere un cammino comune di reciproca conoscenza ed accrescimento nella
“diversità” credo sia un passo fondamentale per la realizzazione di una società multietnica e multiculturale. Con il mio romanzo ho inteso fornire il mio modesto contributo al dialogo interconfessionale alla ricerca dei punti di contatto tra le tre religioni monoteistiche piuttosto che soffermarmi, semplicemente e comodamente, ad evidenziarne le differenze che certamente esistono ma che sono sicuramente inferiori.
Bisogna andare oltre e diffondere un messaggio positivo come quello degli abitanti di Nevè Shalom che dimostrano, quotidianamente, come un dialogo che vada oltre i pregiudizi sia possibile e vada incoraggiato nell’auspicio che esperienze del genere possano essere replicate.
Ciò, va detto, sempre nel tentativo di chiarire definitivamente le responsabilità storiche dell’uno e dell’altro attraverso, però, un confronto scevro da pregiudiziali politiche. E’ un cammino irto di ostacoli, certamente ma io ci credo ed a mio avviso tutti avremmo il dovere di crederci.
Nevè Shalom-Wahat al Salam, il villaggio della pace narrato nel suo romanzo, dove convivono cristiani, musulmani ed ebrei, può essere considerato una metafora della stessa Gerusalemme - Al Quds, città santa e simbolo condiviso dalle nostre tradizioni religiose?
Nevè Shalom è certamente molto più che una metafora ma l’esempio concreto che si può sperare in un avvenire migliore dove ognuno possa esprimersi liberamente al di là di differenze ma mediante l’espressione delle reciproche identità, sociali e religiose.
Sicuramente esso rappresenta la trasposizione di una realtà unica com’è Gerusalemme, città santa per le tre religioni abramitiche, patrimonio assolutamente comune ma troppo spesso contesa in virtù di rivendicazioni esclusivamente politiche.
Personalmente, da laico quale mi definisco, credo che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca siano diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni. Come scrivo anche nel libro, ricordo ancora esattamente le emozioni provate quando per la prima volta mi recai a Gerusalemme.Osservando la città, passeggiando nei suoi vicoli percepii di essere arrivato ad un epilogo del mio personale percorso fatto di interrogativi cui stentavo a dare una risposta. Nessuna domanda, niente più dubbi ma solo risposte sintetizzate a poca distanza come in un fotogramma. Un forte spirito di attrazione mi pervase mentre continuavo a fissare ciò che i miei occhi vedevano ma, soprattutto, guardavano con assoluta curiosità ossia quel caleidoscopio di diverse identità l’una accanto all’altra. Un’emozione mai provata.
Osservavo la “diversità” e mi convincevo che essa potesse rappresentare un plus, non di certo fonte di contrapposizioni strumentali, spesso costruite ad arte al fine di soddisfare opposti interessi. Da questo punto di vista, Nevè Shalom è la perfetta rappresentazione di ciò che è la città ed è un fine cui tendere, un punto di partenza e non certo di arrivo.
Per superare i conflitti e progredire nel dialogo, forse sarebbe necessario individuare un luogo fisico, geografico dove incontrarsi e costruire una coabitazione di civiltà e religioni. Non crede che il Mediterraneo, teatro di scambi, migrazioni, influssi culturali tra Europa meridionale e il Vicino Oriente, sia il terreno ideale per una mediazione e un incontro tra l’Italia e i paesi musulmani, anche nella prospettiva, per il nostro paese, di realizzare i propri interessi nazionali in ambito politico-economico, senza i veti e le ingerenze imposti da certe politiche neocoloniali, miopi ed aggressive ?
Il bacino del Mediterraneo rappresenta un ambito nel quale, storicamente, si sono intrecciate culture diverse e da cui sono scaturiti stretti rapporti che hanno dato vita a reciproche influenze. Reputo che tale positivo “condizionamento” rappresenti un’ottima base per proseguire nel cammino di scambio anche economico.
Di conseguenza, quale luogo migliore se non il “Mare Nostrum” per creare aree di libero scambio, lo voglio ribadire, non solo economico ma più in generale culturale e sociale scevro, appunto, da politiche neocolonialistiche che hanno fatto la storia e che, si spera, non si debbano ripetere. E’ necessario quindi saper leggere la storia e tenere conto del fatto che sotto questo aspetto è nel Mediterraneo che si gioca oggi il futuro dell’Europa.
Esso costituisce una fondamentale opportunità di crescita per tutto il Vecchio Continente e, di conseguenza, è necessario rilanciare tutte quelle iniziative di partenariato euro-mediterraneo soprattutto con i Paesi dell’area del Maghreb e del vicino Oriente che enfatizzi le risorse e le potenzialità dell’intero bacino, quali la ricchezza di materie prime ed un Pil non eccessivo ma interessante rispetto agli altri Paesi africani.
Certamente, l’ondata di protesta e di instabilità politica registratasi negli ultimi mesi non può essere taciuta; nonostante ciò è necessario superare tale stato di cose per garantire quell’integrazione non solo necessaria ma voluta.
Il Partenariato EuroMediterraneo (PEM) lanciato a Barcellona nel Novembre 1995 dai capi di stato e di governo dei 15 paesi dell'Unione Europea e di 12 paesi del bacino del Mediterraneo ha avviato un processo di cooperazione regionale che si basa su una collaborazione non solo economico-finanziaria ma anche sociale, culturale e umana e che riguarda anche ambiti come quello relativo alla sicurezza. È in questi casi che l'Europa dovrebbe trovare velocemente un’intesa per effettuare una serie di interventi capaci di “riportare” un clima di pace e serenità nell'area mediterranea. Non solo, dunque, azioni di emergenza ma anche di supporto alla ripresa economica, settore in cui i principi e gli strumenti della finanza etica possono fare molto. Per le piccole e medie imprese italiane è importante ma, soprattutto è urgente, specie per quelle del centro Sud e per un rilancio economico del meridione d’Italia, proseguire nell’azione di internazionalizzazione nell’area mediterranea, che registra e registrerà nei prossimi decenni tassi di sviluppo molto più forti di quelli dei paesi industrializzati.
Per far questo, sarà necessario insistere sulla creazione di una rete di infrastrutture all’altezza della sfida, in grado davvero di agevolare l’import-export italiano e tutta una serie di proficui scambi con l’area il cui effetto, a mio avviso, sarebbe duplice.
Da un lato si contribuirebbe a stabilizzare la situazione politica di alcuni Paesi mentre dall’altro ciò sarebbe utile a rilanciare l’economia del Sud quale fattore imprescindibile per ridare vigore all’intera economia italiana.
--------------------------------
Pasquale (Nuccio) Franco è un giornalista iscritto all’Ordine nazionale. Collabora attualmente con Agenzia Radicale, supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali e con l’Associazione Arabi Democratici Liberali, per le quali si occupa delle problematiche legate all’immigrazione/integrazione sia dal punto di vista sociale che sotto l’aspetto politico e culturale, con particolare riferimento all’Islam. Negli anni ha infatti sviluppato uno specifico interesse per le tematiche concernenti il variegato mondo mediorientale, che ha provveduto ad approfondire in tutte le sue sfaccettature , sotto forma di articoli di commento,cronaca ed interviste. Collabora, inoltre, con Medarabnews, Il Mediterraneo.it, Giornalettismo e con testate locali (Sannio Week, Sannio Press, Campania Press, Realtà Sannita), riviste letterarie (Libero Libro, Quartopotere), Organismi di cooperazione e turismo responsabile (OsservatorioBalcani.org, Viaggiare i Balcani.net).
11:19
Scritto da: brujita1969
in opinioni | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| Tag: islam | OKNOtizie |
Facebook

