06/11/2009
I martiri di Hebron
di Nuccio Franco
Terzo Classificato - Sezione D Racconto edito, inedito o libro di narrativa alla 12° edizione 2010 del "Premio Internazionale "Val di Vara - Alessandra Marziale"
Semifinalista della 16° edizione del Premio Letterario Internazionale - Trofeo Penna d'autore 2010 - Menzione d'onore
(Pubblicato da il denaro.it)
Aeroporto di Eilat/Ovda, estremo sud del Paese,non lontano dal Golfo di Aqaba. L’aereo iniziò la discesa,perdendo lentamente quota dopo l’annuncio di rito del comandante;le immagini che si scorgevano dagli oblò lasciavano senza fiato. Un’immensa distesa desertica, un roccioso paesaggio lunare, il Negev si stagliava all’orizzonte in tutta la sua sconfinata possenza. Per chilometri non una casa, un villaggio,quasi un mondo senza vita ma, nonostante tutto, affascinante. 
Planammo sulla pista,atterraggio senza sussulti, tranquillo come il viaggio trascorso ad ascoltare i nostri pensieri, ad inseguire le nostre fantasie. Forse anche i nostri timori. Eravamo diretti a Neve Shalom,un villaggio situato in territorio israeliano, la cui peculiarità era rappresentata dal fatto che ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, avevano intrapreso un cammino comune,interculturale,nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni. Situato su una collina,circondato da ulivi secolari traeva il suo nome da uno dei libri di Isaia “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace….”
Il portellone si aprì ed una folata di caldo torrido ci avvolse, quasi tememmo di perdere i sensi. Respiravamo a fatica.
Ci avviammo verso il settore arrivi del piccolo aeroporto e solo lì cominciammo a comprendere,senza mediazioni,cosa significasse convivere con la paura.
La si percepiva nei volti delle persone, dei soldati a presidio di un potenziale obiettivo, negli occhi dei responsabili della sicurezza il cui sguardo sembrava ostile. Già, giovani soldati, uomini e donne, privati della levità della loro età, pronti a sparare se necessario ma tormentati,vittime del loro stesso conflitto interiore. Nessun altro Paese ha le cicatrici di Israele e la consapevolezza che altre guerre potrebbero essere combattute, che altri amici potrebbero essere chiamati a sacrificarsi per un’idea. Un’angoscia quotidiana ti guida nella consapevolezza di essere impotente.
Per stemperare la tensione li osservai conversare in uno dei loro rari momenti di apparente tranquillità, fucile sulle ginocchia, dito sul grilletto e sorrisi appena accennati. Immaginai ciò che poteva passargli per la testa in quegli istanti. Probabilmente contavano i giorni mancanti alla licenza per tornare a casa, riabbracciare le famiglie,amici e fidanzati tornando per un istante alla normalità bevendo una birra in Ben Yheuda Street, cuore moderno e pulsante di Gerusalemme.
Intorno a noi,la gente si affrettava veloce, quasi correndo, mentre agenti circondavano un bagaglio incustodito, visibilmente tesi. Gli artificieri si avvicinarono con fare circospetto, facendosi largo tra la gente,creando il vuoto attorno; sfiorarono l’oggetto muovendo le mani con una dovizia degna di un incisore, attenti ad evitare movimenti bruschi che potevano risultare fatali. I cani annusavano nervosamente la valigia.
La scena rapì la mia attenzione ma non era un cortometraggio bensì la sconsolante realtà nella sua crudezza. Falso allarme, si trattava solo di un bagaglio smarrito. Ancora una volta, il trapezista era riuscito a stare in equilibrio.
Raggiungemmo la dogana per espletare le formalità di rito.
In qualsiasi aeroporto del mondo tali procedure vengono esercitate con attenzione ma normalmente. In Israele no,non c’è spazio per la consuetudine,la vita è cadenzata dalla paura, da un burattinaio che muove i fili con il ricatto del terrore. Uno sguardo, un oggetto, una distrazione rischiano di rappresentare il peggio. Ogni cosa è scrupolosamente calcolata, scrutata con ossessiva pignoleria, nulla lasciato al caso. Un attimo e può essere la fine che ingoia il proprio essere e ,con esso, il pensiero di amici e parenti, tutto.
Mostrammo i passaporti ad una soldatessa dall’aspetto di bambina che ci scrutò, qualcosa non la convinceva. Credevo di sapere cosa la preoccupasse; Saffiyya era araba, seppur con passaporto italiano mentre il mio documento era tempestato di visti d’ingresso in numerosi paesi mediorientali.
Bastò questo per insospettirla e trattenerci per ulteriori accertamenti. Difficile lavorare con il timore, soprattutto quando si è giovani e si ha tutta la vita davanti, nel tentativo di conciliare amor di patria e voglia di vivere, di normalità, che in certe realtà rappresentano, talvolta, improbabili chimere. Comprensibile, soprattutto se la tua esistenza può dissolversi in un istante, spazzata via da una cintura di tritolo quale prezzo da pagare per l’espiazione di chissà quali colpe. Come se non avessero già offerto il loro tributo sacrificale sull’altare della storia che si ripete.
Sopraggiunse il capo della sicurezza, che ci intimò di seguirlo. Fummo separati e sottoposti ad una moltitudine di domande affinché le rispettive risposte potessero essere confrontate. Ci chiesero il perché del nostro viaggio,dove eravamo diretti,se conoscevamo qualcuno, perché tutti quei soggiorni in Giordania, Libano, Marocco.
Cercammo di mantenere la calma,di spiegare,nel tentativo di risultare convincenti. Difficile, anche se non hai nulla da nascondere. In quegli attimi capisci che sei in loro balia e che da essi dipende qualsivoglia decisione,compresa quella di imbarcarti sul primo volo in partenza. Dopo un’ora ci lasciarono andare. Saffiyya aveva le lacrime agli occhi, in preda ad una crisi di nervi dovuta alla pressione psicologica cui era stata sottoposta. Le avevano strappato dal collo la catenina con la mano di Fatima senza ragione,solo per un gratuito sopruso.
Cercai di rassicurarla che il peggio era passato ma di fronte alla paura, a nulla valgono gli abbracci.
Recuperammo le nostre cose e ci precipitammo fuori dall’aeroporto,madidi di sudore con le maglie zuppe appiccicate ai corpi come una seconda pelle.
Ad attenderci trovammo Yoel,il compagno di Saffiyya, israeliano. Non appena lo ebbe scorto, gli si lanciò al collo stringendolo forte, mossa da una naturale ricerca di sollievo. Il loro era stato un amore sin dall’inizio puro e sincero, seppur nella consapevolezza delle enormi difficoltà che avrebbero dovuto affrontare ma che si dissolvevano d’incanto come neve al sole sull’onda del trasporto e della reciproca accettazione. L’amore era per loro complicità, condivisione al di là delle rispettive religioni,dei luoghi comuni. Caricammo la jeep e partimmo alla volta della Galilea attraversando il deserto. Dietro di noi una nuvola di polvere ci impregnava i polmoni.
Un panorama indescrivibile si parò davanti ai nostri occhi con un’infinità di collinette che si susseguivano come
onde di un mare burrascoso, dai colori giallo, ocra, rosa. Il senso dell’immenso, dell’infinita grandezza di Dio,invitava alla contemplazione ed all’incontro con esso.
Sentimento,questo,che strideva alla vista delle tende da campo e dei carri armati dell’esercito ai lati della strada, impegnati in esercitazioni militari. La sicurezza e la difesa dei civili, l’unico scopo. Mostravano i muscoli in quella zona ad alto rischio ed elevata valenza strategica, soprattutto dopo le minacce farneticanti di alcuni Capi di Stato.
Ciò riassumeva meglio di tante parole tutte le contraddizioni di un Paese in guerra, dove si ha bisogno di credere in qualcosa che vada oltre il contingente affinchè la propria vita sia degna di essere vissuta. Salutammo con un gesto appena accennato; ci guardarono sorpresi ricambiando perplessi.
Lungo la strada, ammaliati da quel panorama, chiedemmo a Yoel di fare una sosta nel deserto di Giuda; acconsentì entusiasta e con la potente jeep si arrampicò su per una stradina ripida e dissestata dalla cui cima era possibile ammirare un paesaggio mozzafiato.
Ci sedemmo su una roccia in raccoglimento ad ascoltare il silenzio ed il vento che sibilava discreto intorno a noi ed a quel luogo che sembrava senza tempo. Trassi dalla tasca un salmo che recitava “trascorriamo i nostri giorni nel rimpianto del passato, nelle preoccupazioni del domani: eppure, il primo è già sepolto, l’altro deve ancora nascere. Entrambi, sfuggono al nostro controllo. Possiamo vivere felici solo nel provvidente presente di Dio”.
Quelle parole ci fecero riflettere ancor di più sull’immensità del Supremo; non era importante il proprio credo ma la comunione di spirito e la forza che scaturiva da quel messaggio che con Saffiyya e Yoel condividemmo intensamente con un semplice sguardo. Li osservai perdersi dietro quell’orizzonte così unico, così mistico percependo come anche loro,in quell’istante,fossero alla ricerca del proprio io ma, soprattutto, di quel Dio, Onnipotente e Misericordioso. Nello stesso tempo,ci stavamo avvicinando l’un l’altro nella consapevolezza di non essere tanto diversi, anche nella professione del nostro credo. Respiravamo il nostro essere.
Quei pochi minuti bastarono per tornare all’essenza delle nostre vite, per capire se ciò che eravamo era realmente ciò che avremmo voluto. Avevamo ardentemente desiderato quella sosta per fare ordine intorno alle nostre stesse vite. E’ proprio vero,a volte bisogna semplicemente fermarsi ad ascoltare.
Raggiungemmo la città di Beersheba nel primo pomeriggio,colorato mosaico pieno di vita ed orgogliosa di sé, sebbene negli anni frequente bersaglio dei missili kassam lanciati dalle retrovie palestinesi e di attentati da parte delle Brigate Ezzedin Al Qassam. La gente, tuttavia, non aveva perso la tradizionale giovialità ed il valore di un sorriso da regalare all’ospite.
L’indomani ripartimmo alla volta di Hebron,West Bank, città di Abramo,una delle più sacre dell’Islam, ma anche tristemente nota per l’insediamento dei coloni.
La nuova Berlino, come fu ribattezzata a causa della costruzione di un muro grigio deputato alla sicurezza, in realtà confine di un nuovo ghetto per un popolo privato della propria terra, della casa, emarginato. 
Il chek point situato proprio al centro della cittadina.
Una famiglia che cercava di oltrepassarlo portando con se un otre pieno di olio,regalo di parenti, venne perquisita dai soldati. Uno di essi rigirò un bastone nel contenitore e intimò loro di svuotarlo. Irritato per non aver trovato quanto immaginasse,inveendo lo distrusse in mille pezzi con il calcio del fucile. Dalle case sopra le botteghe alcuni coloni lanciavano oggetti contro i palestinesi che si proteggevano stendendo lunghe reti e rispondendo come potevano alle gratuite provocazioni. Gli arabi ostaggi a casa loro di 400 coloni, tacciati di terrorismo per il solo fatto di aver abitato da sempre quelle terre, senza però poterle lavorare, costretti a dipendere continuamente dall’altrui elemosina. 
Il suk, una volta rinomato, ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali guardare la vita. Strade quasi sempre deserte con pochi bambini ciondolanti ad osservare i soldati maturando già in tenera età odio e spirito di rivalsa. Senza nemmeno la possibilità di frequentare la scuola,tra loro probabilmente sarebbero stati reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza. Intravidi la bancarella di un anziano signore,la kefiah sulla testa, fissata dall’immancabile cordoncino nero. Mi avvicinai ad osservare la sua mercanzia ed i miei occhi caddero su un ciondolo,simile a quello sottratto a Saffiyya. Lo acquistai senza esitazione pagandolo dieci dollari,uno sproposito,tra lo stupore del venditore che pensò mi fossi sbagliato. Lo rassicurai dicendogli che il resto poteva tenerlo e ci attardammo a scambiare due chiacchiere.
Feci per andarmene ma mi trattenne per un braccio invitandoci a casa sua per il pranzo. Uno sguardo complice e veloce ed accettammo volentieri. Recuperò velocemente tutti i suoi averi, li raccolse in un fagotto e ci incamminammo. Lo seguimmo rispettosamente affinché ci facesse strada, facendo attenzione a non metterlo in imbarazzo agli occhi dei pochi passanti che ci scrutavano curiosi. Arrivati davanti la sua casa, ci fece accomodare mentre la moglie, alla nostra vista restò per un attimo sorpresa,sciogliendosi successivamente in saluti sinceri, dolce e solare. Il giardino un cumulo di sporcizia, le pareti scrostate con crepe divaricanti, un odore sgradevole proveniente dagli scoli fognari.”Ecco” ci disse “questa è la nostra condizione. A volte non usciamo di casa per giorni fino a quando non ci resta nulla da mangiare ed allora siamo costretti a mettere a repentaglio la nostra incolumità. Entrano in casa, mettono a soqquadro tutto alla ricerca di non so cosa solo per umiliarci. Ormai, io e mia moglie siamo anziani, la vita ci ha provati e non desideriamo più nulla. Abbiamo ricevuto in dono dall’Altissimo una vita felice seppur nel quotidiano disagio, figli e nipoti che si sono presi cura di noi. Il nostro pensiero va alle nuove generazioni, senza lavoro, senza futuro. Cosa ne sarà di loro?Prima dell’occupazione vivevamo decentemente, ora non abbiamo più nulla, nemmeno i sogni” concluse. Una famiglia mutilata dell’identità ma con la fierezza e l’orgoglio che solo gente umile riesce a trasmettere. Gli raccontammo del nostro viaggio,delle motivazioni umanitarie che ci avevano spinti fin laggiù ma pur comprendendo il nostro nobile intento stentò a convincersi che qualcosa potesse cambiare. “Se non ci si accetta reciprocamente, la pacifica convivenza è e resterà un’illusione. Nessuno può arrogarsi il diritto di essere depositario della verità”. Si alzò di scatto e si avvicinò ad un cassetto dal quale estrasse uno scritto di sua nipote. Me lo porse invitandomi a leggere.“Nel nome di Allah, l’Onnipotente, il Misericordioso. Il mio nome è Nor, luce. Che paradosso in una terra lancinata dall’ingiustizia, dove non appena vieni al mondo quella luce è già spenta e brancoli nel buio delle umane miserie cercando di dare un senso ad una vita che ti umilia. Il disprezzo è qualcosa che ti violenta, ti addolora dal profondo quando pensi che la tua vita possa valere meno di nulla, quando si arrogano il diritto di decidere al tuo posto Ho deciso di combattere e sacrificarmi per rendere giustizia e restituire dignità al mio popolo, alle sue lacrime, ai suoi sacrifici nella consapevolezza che il mio martirio possa essere un ulteriore passo verso la liberazione della mia terra, dei miei fratelli, della mia gente. E’ l’unica cosa possa fare per contribuire alla causa ed alla salvezza degli umiliati e degli offesi. Possa il mio sangue rendere giustizia. Allah è il nostro Capo. Il Corano è la nostra Costituzione. Il Jihad è la nostra via. La morte sul cammino di Allah è il nostro desiderio supremo”.
Mentre ascoltava quelle parole Yoel, imbarazzato e pallido come un cencio, aveva gli occhi lucidi ed un groppo in gola ma nello sguardo del vecchio non c’era rancore,solo un’infinita tristezza.
Con le lacrime agli occhi ci confessò che da quando gli aveva consegnato quella lettera, come un testamento, non l’aveva più rivista. Era entrata in clandestinità decisa ad intraprendere la lotta armata, assetata di quel sangue che avrebbe potuto placare la sua rabbia. Ci raccontò struggendosi di quanto fosse brava a scuola, la prima della classe,tra le poche donne ad aver goduto di questo privilegio. Studiare non era stato sufficiente ad affrancarsi da una realtà che non concedeva alternative. Aveva prevalso il suo io più celato e nulla avrebbe impedito l’irreparabile di una vita alla deriva. Studiare Averroe o Avicenna e, tramite essi, conoscere Aristotele non era bastato. Lo sdegno per la propria identità mortificata aveva sortito l’effetto; il richiamo del sangue determinato le conseguenze. Avevo sempre creduto che la cultura potesse aiutare ad emanciparsi ma adesso le mie convinzioni cominciavano a vacillare, ero smarrito.
“Avrei voluto fosse felice, non che diventasse una shaid, una martire, seppur per il bene del suo popolo”. Con il dorso della mano si asciugò le gocce di pianto che scendevano copiose sul viso,insinuandosi come rivoli tra le profonde rughe del volto mentre l’anziana moglie lo guardava in disparte, discreta.
Arrivò il momento del commiato,ci salutammo con affetto ma prima di congedarci,lo pregammo di accettare la nostra riconoscenza. Gli aprii la mano e vi porsi del denaro. Dovemmo implorarlo affinché accettasse, spinto com’era dall’orgoglio e dal desiderio di essere sufficiente a se stesso.
Solo in questi momenti riesci davvero a comprendere, osservando la povertà e la distruzione che avanzano di metro in metro ai tuoi lati, fra cumuli di macerie e manifesti politici. Uno in particolare mi colpì; rappresentava un braccio teso con le dita in segno di vittoria, sullo sfondo la bandiera palestinese, nera, verde e rossa. Le parole erano superflue,era l’esistenza che stancamente scorreva in una città fantasma a parlare più di tutto, esaustiva come nulla. Vedere la moschea che custodiva le tombe di Abramo e Sara, il figlio Isacco, Rebecca,Giacobbe e Lea, per un momento ci riconciliò, tanta era la spiritualità ed il valore simbolico che da essa scaturiva. Il luogo divenne sacro per gli ebrei e poi per i musulmani. Ma la sacralità, si sa, non basta di fronte alle umane ipocrisie anzi, giustifica prevaricazioni e vessazioni. 
Raggiungemmo la Moschea passando dall’ingresso settentrionale della città, attraversando vicoli fatiscenti e donne che accudivano stuoli di ragazzini i cui volti era difficile ignorare, talmente era la pena e il senso di impotenza.
L’interno un groviglio di alte volte dai colori più diversi, tappeti sgargianti e lampadari immensi, luminosi e quelle stupende decorazioni raffiguranti meravigliose forme geometriche alle pareti, le conferivano un’aura di misticismo.
Difficile accettare che quello stesso luogo pochi anni prima, durante il Ramadam, era stato triste teatro di un vero e proprio massacro da parte di un colono che prese a sparare all’impazzata sui fedeli in preghiera.
Memore della barbarie in nome di un credo, Saffiyya si avviò verso la parte riservata alle donne per rendere il giusto omaggio ai caduti sotto il fuoco dell’umana aberrazione,di quella follia omicida che aveva raggiunto alla schiena inconsapevoli fedeli.
Evidentemente a quel colono non bastava che la città fosse divisa in due, non era sufficiente considerare quei fedeli stranieri in Terra Santa né la possibilità di sfilare per il centro intonando canti anti arabi, fucile in spalla.
Il ricordo dell’accaduto provocò in lei una stretta al petto difficile da sopportare ben conscia che quella terra, probabilmente, non avrebbe avuto mai pace e che a subirne le conseguenze sarebbero stati unicamente coloro nelle cui vene scorreva il suo stesso sangue, armati solo di pietre e indignazione.
Le emozioni vissute l’avevano molto provata, cominciava ad avvertire il peso del ricordo e delle alterne suggestioni che si erano rincorse nel proprio animo in quella giornata passata ad osservare miseria umana e materiale.
Mesi dopo,Yoel e Saffiyya si trasferirono a Gerusalemme in un appartamento preso in affitto nel quartiere ortodosso di Mea Sharim. Piccolo ma accogliente, quanto bastava per le loro esigenze ed i pochi giorni che avrebbero dovuto soggiornarvi e non molto distante dai genitori di lui che avevano sempre osteggiato quel rapporto. Il loro unico figlio, agnello sacrificale di convenzioni distorte. 
Giunti davanti al portone,Yoel respirò profondamente. Gli occhi gli brillarono mentre alzandoli al cielo indugiò ad ammirare i tetti delle vecchie case per assaporare nuovamente quel gusto che lo riportava all’infanzia per troppo tempo dimenticato. Aveva voglia di immedesimarsi nuovamente nel luogo in cui era cresciuto, di ridare vigore ai ricordi di un’adolescenza felice ormai deboli come brace sotto la cenere. Per strada era un turbinio di gente sempre di corsa quasi il tempo fosse per loro una risorsa assolutamente vitale, impossibile da sciupare. In quell’atmosfera Saffiyya avvertiva la propria diversità stentando a trattenere l’imbarazzo quando camminava per le strade sentendosi gli occhi addosso ed un sottile ma evidente risentimento.
In un raro momento di pausa, si avvicinò al divano mentre si cominciò ad udire una forte concitazione provenire dall’esterno e lo straziante suono delle sirene delle autoambulanze.
Non ci mise molto a capire che qualcosa di grave fosse accaduto ed un’ansia insostenibile le tolse il fiato.
Accese il televisore, programmi interrotti per dar spazio al telegiornale ed ebbe la conferma del suo presagio.
“Questo pomeriggio, un kamikaze si è fatto esplodere nel centro di Gerusalemme lungo la via di Jaffa. La notizia è stata confermata dalla polizia che sta procedendo ad individuare eventuali testimoni oculari. Parecchi i feriti, alcuni molto gravi. L’attentato è stato già rivendicato” le gelide parole del commentatore, quasi si trattasse di una macabra quotidianità cui ci si abitua, mentre sullo sfondo scorrevano immagini di gente disperata, sangue e barelle.
Immediatamente pensò a Yoel. Prese il telefono e digitò tremando il numero del suo cellulare. Uno squillo, due, tre che sembrarono infiniti ed alla fine le rispose rassicurandola. La notizia la sollevò talmente che per poco non ebbe un mancamento; corse in cucina e bevve un bicchiere d’acqua e zucchero tutto di un fiato. Era vivo ed era l’unica cosa che contava.
Quella notte rimase sveglia fino a tardi ad aspettarlo e non appena udì i suoi passi nel salotto gli corse incontro ad abbracciarlo scoppiando in un pianto dai singulti ininterrotti.
“Dobbiamo andarcene Yoel, via da questa terra senza pace, senza speranza in un futuro migliore. Lo capisci questo?Basta, sono esasperata al pensiero che ogni momento, ogni tuo sorriso potrebbe essere l’ultimo. Come cresceremo un figlio, nel terrore, nel sangue sperando che torni a casa da scuola, che non resti coinvolto dall’umana follia??Non lo accetterei per nulla al mondo” continuava a ripetere con voce tremula ed in preda ad una crisi isterica.
La sera successiva preparò con cura la cena, apparecchiò la tavola come nelle occasioni particolari con trasporto e dovizia cucinando il suo piatto preferito, i falafel, innaffiati da un ottimo Pinot Noir della Galilea. Al centro del tavolo una composizione floreale ed una minuscola candela dalla luce fioca conferivano al tutto un tocco di romanticismo tanto desiderato quanto necessario a ritrovarsi.
Volsero lo sguardo verso la finestra ed indugiarono ad ammirare il sole;una possente sfera infuocata di un rosso intenso illuminava il cielo mentre si apprestava a tramontare dietro le montagne, i colori della natura cangianti mentre uno stormo di uccelli si levava verso l’alto a raffigurare uno spettacolo pindarico senza eguali quasi appartenesse ad un mondo fiabesco che restituiva speranza. La loro coscienza li indusse a rimanere in quella terra falcidiata per collaborare a quel dialogo di cui loro stessi erano l’esempio e verso il quale non potevano restare indifferenti. La speranza nel dialogo un sogno da inseguire, partecipare un dovere cui era inaccettabile sottrarsi.
19:15
Scritto da: brujita1969
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Commenti
I martiri di Hebron sono gli ebrei massacrati dagli arabi nel 1929. Non potevi trovare un titolo meno adeguato a questa tua sviolinata.
Scritto da: io | 24/11/2009
Caro/a Lei.....Innanzitutto ci si firma, per educazione se non altro.Ti ringrazio per il ripasso di storia...Il titolo è stato adottato non da ragioni storiche,caro/a professore/professoressa, bensì umane, politiche e sociali.Vivere in quelle condizioni ad Hebron, dove presumo tu non sia mai stato/a, non è un martirio????!!!!!Sviolinata??E perchè??Alla prossima.
Nuccio
Scritto da: brujita1969 | 24/11/2009
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