06/11/2009

Roulette

di Nuccio Franco

 

La pioggia continuava a picchiettare incessante sui vetri opachi in un incontenibile, piacevole tintinnio, culla delle emozioni sopite nella solitudine della mia casa, una piccola chambres de bonnes in stile parigino.

Era lì che mi rifugiavo quando avevo bisogno della solitudine dei miei pensieri, di uno sfogo intimo e silenzioso, lontano dagli sguardi, in compagnia del mio solo respiro.

L’odore acre della terra bagnata dalla pioggia di fine estate pervadeva l’aria che traspirava dalle finestre spalancate, intenso, mentre dai tetti, dove per ore me ne stavo seduto ad inseguire i voli pindarici dei miei pensieri, si poteva ammirare la città assopirsi dolcemente. Trascorse la notte senza che me ne accorgessi. L’alba dai colori intensi e quella piacevole frescura lasciavano spazio ad un nuovo giorno. La città si risvegliava dal torpore notturno specchiandosi nella sua bellezza, compiaciuta del suo essere nella luce del mattino, fiera come una matrona.

Squilla il telefono. Una, due, tre volte mentre mi avvicino stancamente all’apparecchio, quasi trascinandomi.“Luca non c’è più”, fece una voce singhiozzante dall’altro capo. Era Sara, la sorella. Riattaccai meccanicamente.

Immobile, incredulo,indugiai con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di mettere in fila due pensieri che potessero dare un senso all’assurdo. Non riuscivo a camminare, a muovermi quasi una forza inibitoria mi avesse posseduto.

Vertigini,confusione, rabbia, sgomento.

In quell’istante un turbinio di sensazioni mi condannavano a pensare che l’orologio si era fermato anche per me.

Te lo senti addosso l’odore acre della morte nel suo sconcerto ed il suo vuoto.

Vuoto degli altri, dell’essere. Non te lo togli di dosso e pensi con angoscia a tutte le precise diapositive della tua esistenza, la vita ti scorre davanti. Hai la bocca impastata come argilla, la saliva è colla.

In quegli attimi vorresti che tutto si eclissasse nel nulla del non pensiero. Della memoria, solo quello. Di chi era stato ed avrebbe continuato ancora ad essere con il privilegio di aver lasciato un segno nel suo breve passaggio mondano, nella propria e nell’altrui esistenza. Sindrome da sopravvissuto.

La morte, le jeux son fait, rien ne va plus……Ti sorprende inerme, spariglia le carte del destino come in un assurdo rituale. Credi di essere pronto. Ti sbagli, non lo si è mai.

Aveva ricominciato con l’eroina come prima, più di prima. Il richiamo del branco era stato troppo forte per lui estremamente fragile.

Lo avevano trovato all’alba in una campagna isolata, in macchina, l’ago ancora in vena, il laccio stretto al braccio, livido. transpotting.jpg

Un cocktail mortale di eroina e cocaina gli aveva spappolato il cuore. Questa volta la roulette gli aveva voltato le spalle. La macchina chiusa da fuori, non era da solo!Qualcuno lo aveva abbandonato al suo destino. Forse in preda al panico, forse scientemente. Dolo o colpa non fanno differenza. Come si fa??

Nessuna risposta, solo una data: 28 settembre.

In chiesa,tra la gente, una percettibile commozione mentre il celebrante durante l’omelia citava Sant’Agostino“Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine,e in questa luce che tutto investe e penetra,tu non piangeresti se mi ami. Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio”. Parole che non mi rincuoravano né mi aiutavano a farmene una ragione. Avevo perso un amico, l’amico.

Tra quella stessa folla, probabilmente anche il compagno di quella notte. Li fissai uno ad uno, dritto negli occhi, senza versare una lacrima mentre osservavo quella madre affranta. Chi l’avrebbe risarcita di quel dolore struggente che ti prosciuga di ogni energia nel vano tentativo di dare una spiegazione all’incredibile??

Ciò che sentivo dentro lo tenevo custodito gelosamente con il pudore della memoria.

Uscii senza voltarmi.

Mi diressi verso la spiaggia per dar sfogo alla mia rabbia repressa troppo a lungo, lasciando scorrere tra le mani la sabbia che scendeva come in una clessidra. C’era un solo modo per dar sfogo alle mie emozioni di quel momento:infilare la muta e cavalcare le onde di quel mare rabbioso lasciandomi trasportare.

La bandiera rossa segnalava pericolo ma la tavola da surf era lì e con essa la tentazione e tanti ricordi. Nuotando, assaporai la salsedine,amara più del solito quasi rappresentasse lo sdegno del mare che come un pugile scagliava colpi,il piacere del silenzio ed il solo pensiero dell’onda che arrivava, crescendo minacciosa prima di infrangersi.

Sfidavo il mare che, come la vita,a volte sa essere infame.

Mi alzai sulla tavola e gridai con tutto il fiato la mia rabbia in quel vortice simile al mio animo. Avevo perso Dio!

Scivolai a lungo come trasportato da una forza oscura, l’adrenalina al massimo e con essa una sensazione di potenza.

L’acqua mi trascinò giù, la percezione rallentata e per un attimo tutto si fermò mentre fluttuavo come in un liquido amniotico senza avvertire nulla;riemersi respirando forte, osservando a pelo d’acqua tutto ciò che mi circondava.

Era stata una roulette, metafora di quella stessa vita dalla quale volevo forse accomiatarmi. Non c’erano logiche che potessero giustificarmi ma solo la certezza che rischiare, talvolta, è necessario seppur con l’idea che tutto sia già scritto e non tolleri deviazioni nella falsa convinzione che si può essere predestinati ma non per questo rinunciare a mettersi in gioco.

 

Mi ritrovai seduto su una roccia a scrutare il mare, ascoltandone il rumore,guardando l’orizzonte che sembrava infinito come la mia collera, mentre nubi minacciose si addensavano nel cielo. Avrei desiderato che quello stesso mare mi rendesse parte di se, annullandomi nel suo scorrere senza tempo. Le prime gocce di pioggia si confusero con le mie lacrime mentre continuavo a stringere meccanicamente tra le mani una vecchia foto sbiadita, ricordo del nostro viaggio in India. L’ultimo.

 

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