18/05/2010

Grbavica - Sarajevo

di Nuccio Franco

4° classificato Sez. Racconto breve alla V Edizione del Premio Letterario “AmaRossella”

 

“La guerra più terribile è quella che deriva dall'egoismo, e dall'odio naturale verso gli altri, rivolto non più verso lo straniero, ma verso il concittadino, il compagno” Giacomo Leopardi

Roma, letto sfatto, cartoni di pizza a terra, lattine, cicche di sigarette....residui di una cena frugale. Dietro la spalliera del letto una gigantografia riportava a caratteri cubitali una frase tratta da un celebre, indimenticabile film: “Se siete soli, stanotte, prima di infilarvi sotto le coperte, mettetevi in piedi nella vostra stanza, in un angolo, e fissate il muro. Al di là dell'oceano io farò lo stesso. Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione".
Era una frase che mi tornava in mente spesso quando pensavo alle persone care, lontane. Non era necessario essere dietro le sbarre del braccio della morte per sentirsi soli, con l'unico desiderio chiaro nell'anima...la fuga!

20752_1330951003354_1518369671_30869926_2325016_s.jpgQuando avevo necessità di staccare davvero dal tedio della mia triste e solitaria quotidianità prendevo il primo volo per Sarajevo, che amavo profondamente. Gbravica, quartiere dormitorio alla periferia della città, tra i più martoriati durante l’assedio, era la mia seconda casa. Storicamente un quartiere a maggioranza serba, aveva rappresentato la linea del fronte durante la guerra. Successivamente era stato assegnato all'entità croato-musulmana e quindi spopolato in gran parte dai serbi.
Qualche anno prima avevo conosciuto Amina e Sasha: lei musulmana, lui serbo. Apparentemente incredibile ma, d’altronde, dove c’è amore c’è Dio.
La prima volta che mi recai nel quartiere, i segni della guerra, dell’umana follia erano ancora tangibili nelle cose, ma soprattutto nei cuori. Case anonime, alcune sventrate, crepe e giardini poco curati, gente ancora scossa da quanto accaduto. Alti palazzi grigi, atri anonimi e scrostati, i segni degli obici e dei colpi dei cecchini cetnici ancora lì, a futura memoria. Nonostante tutto, il loro affetto e la loro accoglienza mi avevano fatto sentire subito a casa, circondato da quel calore che poche volte prima di allora avevo provato. Fu subito empatia, quella stessa che permaneva ancor oggi, seppur fossero passati gli anni: d’altronde l’amicizia è qualcosa che trascende i canoni spazio – temporali, la consuetudine della frequentazione. Gli amici li si porta nel cuore e nella mente! 20752_1330950723347_1518369671_30869919_784300_s.jpg
Amina sbarcava il lunario come poteva, onestamente, il suo burek squisito, mentre Sasha suonava nei locali. La musica, la sua vita. Il calore della loro casa era capace di sciogliere la neve che scorgevi dalle finestre dei rigidi inverni balcanici.
L’esatto contrario del freddo che stringeva i loro cuori quando si recavano al cimitero Kosevo, una volta teatro dello spettacolo più seguito, il calcio. Oggi un’immensa distesa di lapidi bianche. La morte. 1992. Un fiore, il ricordo dell’umana follia.

Amavo passeggiare nelle strette viuzze della città vecchia, osservare la gioventù che si dava appuntamento davanti ai locali; quel desiderio di dimenticare e ricominciare, quell’ansia di normalità trasudavano speranza. In un futuro migliore, in una vita degna di essere vissuta nella reciproca comprensione e tolleranza. Mi sentivo uno di loro pur senza conoscerli. Bevvi alla loro felicità.
images.jpgUn giorno mi colpì molto l’insegna di un locale. Prima della guerra si chiamava “to be or not to be”. La negazione era stata cancellata con una riga decisa. Essere, sperare era l’imperativo categorico che non lasciava adito ad alcuna alternativa che non fosse la vita. Non potevano esserci misure di mezzo. Se volevi sopravvivere all’assurdo.

Amavo rilassarmi davanti ad un caffè turco, dall’odore inebriante, in uno dei tanti bar della piazza cuore pulsante della città vecchia. Negozi di argenteria, antiquariato e botteghe di artigiani intenti a lavorare. I minareti si stagliavano all’orizzonte, maestosi ed il richiamo alla preghiera, l’azhan, aveva qualcosa di mistico e rilassante insieme.
Stuoli di ragazze col viso coperto che parlavano al cellulare, ragazzi in jeans all’ultima moda, preti, imam e rabbini erano le tessere di un puzzle che, come a rispettare un disegno, trovavano il proprio senso come se fossero stati guidati dalla penna di uno scrittore.
Continuavo a chiedermi come fosse stato possibile che succedesse l’irrimediabile: più di 100.000 morti, 50.000 feriti e 1601 bambini, vittime di un conflitto a pochi chilometri dalle nostre coste.

Un giorno salimmo in macchina per una passeggiata. Sosta su un’altura dalla quale si poteva scorgere una verde vallata, colline incontaminate, un verde che affascinava.
Vedi” mi disse Amina indicando tremante un punto all’orizzonte “dietro quelle montagna c’è il confine tra noi e la repubblica serba di Bosnia. Da lì ci hanno bombardati per mesi, incessantemente. Le loro granate piovevano dappertutto, obici deflagravano le nostre case, la nostra città. Durante quei mesi fummo costretti a tagliare tutti gli alberi. Senza elettricità avevamo bisogno di legna per riscaldarci, cucinare ciò che riuscivamo a trovare con difficoltà. Al mercato nero”.

Era la prima volta che mi parlava in maniera così diretta di ciò che sembrava essere un tacito tabù tra di noi, seppur inconsapevole ed ingiustificato. E’ la vita, che lo si voglia o no, per assurda che sia! Altrimenti decidi di non viverla. Amina non avrebbe mai dimenticato ma aveva dimostrato di voler vivere dando alla luce un figlio nonostante la strenua opposizione della famiglia di lui che no
20752_1330950563343_1518369671_30869915_1449236_s.jpgn esitò a definirla una “nullità bosgnacca”.
Solo allora realizzai che quelle crepe dipinte di rosso per le strade della città, chiamate “le rose di Sarajevo” altro non erano che i segni lasciati dagli obici delle granate. In pieno centro, tra la gente. Avevo compreso tramite lei ciò che nessuna guida avrebbe potuto spiegarmi.

Sono degli stolti” proseguì. “Qui a Sarajevo, produciamo una delle migliori birre dell’intera ex Jugoslavia, una delle principali fonti di sostentamento. I serbi, pur di umiliarci e ridurci alla fame,non essendo riusciti nell’intento con le armi, preferiscono fare duecento chilometri fino a Banja Luka pur di non chiedere a noi....Meglio così , che bevano il loro dannato fiele” aggiunse.
Prima di andar via, di lasciare le loro case hanno fatto terra bruciata. E’ lì che si nascondono i peggiori criminali, protetti da Belgrado,coloro i quali avrebbero preferito vederci morti e sepolti per sempre. Eravamo solo una zavorra inutile di cui disfarsi, come mi disse la famiglia di Sasha, mio marito, quando portavo in grembo suo figlio.
Non sono degni del mio disprezzo, certamente non avranno mai il mio perdono. Prova ad immaginare per un solo attimo ciò che si prova a dover abbassare lo sguardo davanti ai tuoi carnefici
”concluse. Una lacrima le solcava il viso.

In certi momenti la sua dolcezza si trasformava in rabbia, odio per quelli che fino a pochi mesi prima erano probabilmente stati i suoi vicini di casa e che, affascinati dal progetto della Grande Serbia, non avevano lesinato sofferenze.
Si erano lasciati trascinare da agitatori di popolo, senza scrupoli, il cui unico fine era il potere, fine a se stesso, ed un forte delirio di onnipotenza. Tutto ciò celando la barbarie dietro assurde disquisizioni etniche e religiose. No, Dio non può essere un pretesto per altri scopi. La collera era legittima.

E’la nostra terra, capisci? Nel bene e nel male ne siamo la storia. Abbiamo rispettato tutti cercando, ognuno a modo suo, di seguire una ragione, un credo, un rifugio. Non dovevano farci questo. Non dovevano! Perchè?  Siamo musulmani, e allora? Siamo arrivati fin qui con un Impero, tra i più grandi della storia,con i suoi errori, certo. E’una punizione questa?? La accetteremo, come abbiamo sempre fatto” concluse non senza che il suo volto risentisse di ciò che le diceva il suo cuore.
Amina, adesso calmati, è tutto finito, appartiene al passato” le sussurrai per tranquillizzarla. “Ricominceranno”, mi disse.

Ci salutammo affettuosamente quando mi accompagnò all’aeroporto. Ci stringemmo forte promettendoci, vicendevolmente, che non ci saremmo mai persi, qualsiasi cosa fosse successa.”Insciallah, amico mio, che tu non possa mai soffrire e che si realizzi ciò che desideri e meriti, per te e la tua famiglia.” Decollai e mentre osservavo la città dall’alto, mi si strinse il cuore.

Sarei tornato, con mia moglie.
A lei raccontai ciò che ero, senza riserve. Il re a volte è nudo. La mia vita, le mie esperienze, le mie storie. Le aspettative ma in primis il mio cuore. Credo mi amasse anche per questo. Era impaziente ed entusiasta di partire.

Trascorremmo giorni bellissimi tra moschee, la sinagoga del quartiere ebraico, le chiese ortodosse e lunghe passeggiate lungo la riva del fiume Miljacka.

Ci sedemmo a bere una birra. Dietro di noi la Cattedrale cattolica. Comunicavamo con lo sguardo e fu bellissimo. Due persone, nello stesso momento, stavano provando le stesse emozioni. La biblioteca nazionale distrutta, il Ponte Latino, ma meglio sarebbe definirlo Gavrilo Princip, il tunnel sotto la pista dell’aeroporto di Butmir, il monte Igman, simbolo dell’assedio. Il mercato del pane....Innocenti in fila, ignari della fine.

Lei era molto più edotta avendo discusso una tesi sui Balcani. Riusciva a comprendere con introspezione e sensibilità certamente superiori alla mia. Fui felice di condividere con la mia donna le stesse emozioni. I nostri pensieri avevano qualcosa di chimico ed avvolgente. Riuscivamo a scorgere i reciproci reconditi. Un’ultima passeggiata, il richiamo alla preghiera e le campane. Cenammo e andammo a letto presto. Il nostro ultimo pensiero “perchè”??
Quella notte comunicammo davvero, a parole, col cuore, con il linguaggio del corpo. Avrei voluto che il tempo si fermasse in quello stesso istante. L’infinito.

Anni dopo, l’arresto di Radovan Karadzic dopo sei anni di latitanza. Lo psicologo, il teorico della pulizia etnica. Mandante morale dell’eccidio di Srebrenica: ottomila vittime di un piccolo villaggio musulmano trucidate davanti allo sguardo impotente (o indifferente) delle forze ONU. Schierate, di tutto punto, coi loro elmetti e la mimetica ben apposto. Umanamente aberrante. Donne e bambini da un lato, gli uomini dall’altro. Stupro e morte. Memoriale di Potocari, 11 luglio 1995.

Appresi la notizia alla radio prima ancora di avere il tempo di leggere i giornali. Il mio pensiero corse ad Amina e Sasha. Corsi ad informare mia moglie. Le scrivemmo una mail, contenti di quello che era accaduto ma la sua risposta fu quella di una donna che non avrebbe mai dimenticato e le cui cicatrici non si sarebbero mai cicatrizzate. Dio predica il perdono ma gli esseri umani sanno essere severi.

Si”, ci rispose, “oggi è un giorno di giubilo ma quel nome non voglio nemmeno sentirlo nominare. I suoi aguzzini sono ancora liberi, protetti da chi considera la vita umana meno di nulla. Non è finita. A Sarajevo ci sono ancora contingenti militari a ispezionare il territorio. Se vanno via tutto ricomincerà come prima, peggio di prima. Noi tutto ben;, le vita scorre lenta anche se a volte pensi di scorgere un barlume. Ci accontentiamo. Vi abbraccio forte nella speranza di rivedervi presto. Si possono comprare tutti i cammelli del mondo, mai un amico. Amina”.

Mandai giù l’ultimo sorso di rakija per tirami su ma ciò non mi impedì di intristirmi profondamente. Tra me e mia moglie scese un lungo silenzio. Avremmo voluto risponderle d’impeto. Non trovammo le parole. Non ho mai capito se la sofferenza ti rende più cinico o ti addolcisce, certamente ti tempra preparandoti alla vita in una maniera che avresti voluto evitare. Come biasimarla??

Anni dopo decidemmo di andare a Srebrenica vedere i segni del follia e dell’umana barbarie. Dopo chilometri in macchina giungemmo sul posto non senza una certa inquietudine. Comprammo dei fiori ed entrammo. 20752_1330952283386_1518369671_30869957_5925743_s.jpg

Davanti a noi anziane donne in circolo, rosario in mano e l’immancabile jallabia. Ci guardarono incuriosite. In un immenso letto di terra, lapidi a perdita d’occhio. Pregammo, per noi e le future generazioni. Le donne ci chiesero da dove provenissimo. “Italia” rispondemmo. Sembrarono sorprese che il mondo sapesse e non li avesse dimenticati. “Che Dio vi benedica”.
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Il segno tangibile del nostro passaggio fu un pensiero di Diderot scritto su un libro. “E credete di onorare il vostro Dio sacrificando i vostri fratelli”?? Mai più.

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