14/06/2010

Dare voce all'Islam democratico

New York, 11 settembre 2001,ore 8 e 45. Una data emblematica. Le lancette dell’orologio si fermano quando un Boeing 767 della United Airlines si schianta su una delle Torri Gemelle; poco dopo un secondo aereo colpisce la Torre Sud. In quel momento, il mondo si arresta basito, quasi persuaso che ogni sforzo di dialogo con la componente islamica sia irrimediabilmente destinato a fallire, di fronte alla follia terroristica. Nell’immaginario collettivo, lo sgomento per l’eclatante attentato ad uno dei simboli dell’Occidente ha rappresentato il culmine di una contrapposizione spesso nutrita dal pregiudizio, dall’ignoranza alimentando ulteriormente quel rigurgito islamofobico da sempre latente.

images.jpgDopo l’11 settembre, quando il mondo attonito ed incredulo si è fermato a riflettere sul gesto della componente jihadista radicale e sovversiva, la domanda se la democrazia e l’Islam fossero o meno compatibili è divenuta d’attualità. A nostro avviso, la risposta non può che essere positiva in quanto solo così s’intravede la possibilità, condivisa da qualificati personaggi ed autori, per evitare la deriva fondamentalista di una cultura che, molto spesso e quasi scientemente, è ancora relegata ai margini.

 

images2.jpgNon esiste solo l’Islam di Abu Imad, della moschea della discordia di Viale Jenner, di Adel Smith, di Mohamed Atta cui, sovente, alcuni organi di informazione hanno prestato il fianco quasi compiaciuti mostrandone il lato più reazionario. Esiste anche un Islam maggioritario democratico, liberale e moderato, pronto a mettersi in discussione, ad interagire e ad integrarsi con il tessuto sociale fornendo il proprio contributo in termini di idee ed ipotesi progettuali, assumendosi la responsabilità di una civile quanto pacifica convivenza. Il tutto partendo dalla reciproca accettazione e dal superamento di dispute di carattere religioso che connotano il fenomeno in una visione quantomeno parziale.

 

Questo è rappresentato non solo dalle elite di intellettuali ed imprenditori illuminati ma anche da tutti coloro iimages3.jpg quali, con umiltà, svolgono quotidianamente il proprio lavoro fornendo un contributo partecipato alla collettività, persuasi della necessità di un dialogo che porti ad una sintesi tra esigenze, sociali e religiose, mossi dalla volontà di essere protagonisti consapevoli di un percorso condiviso, finalizzato al riconoscimento delle rispettive individualità, non solo dogmatiche.

Che sia in Italia o all’estero, poco importa; ciò che conta è l’idea che si possa e si debba andare oltre quella visione unilaterale dell’Islam che porta a concludere che lo conosciamo ben poco e che spinge, irrimediabilmente, verso una sterile logica da opposti estremismi.

 

Questa interpretazione parziale dell’Islam, che concepisce il fenomeno esclusivamente da un punto di vista religioso, non contempla le sue dimensioni sociologiche e storiche. Il risultato è che si valuta l’esperienza musulmana in maniera alquanto superficiale come se non appartenesse alla storia, alla realtà concreta.

E’ questa la tesi sostenuta da Adel Jabbar, sociologo arabo musulmano, che invita a concepire il fenomenoimages4.jpg partendo dall’assunto che bisogna comprendere il mondo islamico al di là dell’aspetto meramente dogmatico, estremamente riduttivo e fuorviante. “La variegata e storica esperienza musulmana non può essere ricondotta a banali sintesi” afferma Jabar” ma è necessario decostruire il proprio immaginario per espandere il proprio campo visivo rispetto a sé e agli altri. L’idea del musulmano unidimensionale, che ci hanno trasmesso e vive nel nostro immaginario” conclude “in realtà non esiste..”.

Di conseguenza, è necessario rivedere l'approccio al mondo islamico moderato attraverso un forte senso critico partendo da una visuale multiculturale scevra da preconcetti e che pone il musulmano al centro del dibattito politico e sociale nel nostro Paese;ciò mediante il riconoscimento dell'altro quale risorsa, come soggetto dotato di pari diritti e dignità.Una collettività che si possa definire aperta deve accettare le diversità come manifestazioni della libertà degli individui.images1.jpg

Il multiculturalismo è un arricchimento, non una minaccia; è una strada inevitabile verso una società che voglia davvero definirsi civile senza arrogarsi tale status, in virtù di parziali quanto opinabili argomentazioni di facciata.

images5.jpgSotto quest’aspetto a nulla servono affermazioni bizzarre, quanto (assolutamente) discutibili, secondo cui ci sarebbe bisogno di un nuovo Pio V ed una nuova Lepanto, come sostenuto in tempi non sospetti da un partito di governo (la Lega Nord, ndr).

Dichiarazioni strumentali il cui unico risultato possibile è quello di accentuare l’emarginazione e con essa il radicalismo, di esasperare gli animi ponendo un serio ostacolo sul cammino del dialogo interetnico quanto mai necessario in questa delicata fase storica, che vede nei Paesi Mediorientali interlocutori imprescindibili.

Ciò è sintomatico di una cecità che impedisce di considerare l'Islam per quello che è ossia una realtà in grado di essere al passo con i principi di democrazia e libertà, individuale e collettiva.

 

Infatti, il fenomeno che negli ultimi anni vede, in molti paesi arabi, non pochi individui in grado di esprimere le loro opinioni, quand’anche diverse da quelle ufficiali, sta a dimostrarlo.

 

In virtù di ciò, è possibile invece auspicare che la componente prevalentemente laica e moderata, che ha già fatto vigorosamente il suo ingresso in Turchia, germogli compiutamente anche negli altri Paesi del Medio Oriente favorendo la costituzione di democrazie liberali ed il pieno riconoscimento dei diritti dell’uomo.

Bisogna andare oltre, quindi, quella concezione (pre)islamica del mondo musulmano che vede ancora la donna come oggetto e che considera ancora impossibile il cosiddetto ijtihad, ossia la tradizione del libero pensiero che alcuni, come Irshad Manji, scrittrice di origini pakistane, arrivano a definire un diritto acquisito.images6.jpg

 

A tale proposito, giova ricordare che in Tunisia l’abolizione della poligamia è del 1957, è vietata in Turchia (così come il ripudio unilaterale); questi stessi Paesi hanno vietato il velo ed anche il Marocco si avvia a farlo. Si riconoscono sempre maggiori diritti alle donne, le donne musulmane con incarichi politici di comando sono molte di più rispetto al recente passato.

In questa prospettiva, è illuminante il pensiero della stessa Manji che parte dall’assunto che “pur essendo liberi, la maggior parte dei musulmani è lieta di accettare la cultura occidentale,iscrivono i figli a scuole europee o americane. A contatto diretto con le idee dell’Occidente” prosegue, “ le generazioni potranno aprirsi alle esigenze dei diritti dell’uomo e superare ancestrali pregiudizi, a patto che si consenta loro un’effettiva integrazione in paesi che spesso li emarginano”.

 

images.jpgDi conseguenza, bisogna confidare fortemente nella possibilità chele minoranze islamiche che vivono in occidente possano formarsi in un clima di libertà e democrazia ed in tal modo modificare gli orientamenti fondamentalisti, sottrarre al radicalismo sovversivo le basi per continuare ad autoalimentarsi facendo leva sulla scarsa istruzione e la mancanza di serie, valide alternative al non ritorno.

La possibilità, dunque, di un compiuto superamento di anacronistiche barriere ideologiche,di un rinascimento democratico che attraversa tutto il mondo Arabo, della possibilità di trovare la sintesi fra Islam e democrazia, che assicurerebbe stabilità al bacino del Mediterraneo e non, c’è ed è evidente. Molti ne sono gli esempi.

 

E’ di questi giorni la notizia del lancio nel Regno Unito di una campagna - dal titolo non casuale “Inspired by7.jpg Muhammad” – ad opera della Exploring Islam Foundation, un'organizzazione che si pone come obiettivo quello di abbattere i pregiudizi sulla religione islamica presenti nella società britannica."Credo nei diritti delle donne. Anche Maometto ci credeva", afferma una donna, avvocato, con un morbido velo sul capo. "Credo nella giustizia sociale. Anche Maometto ci credeva", sostiene un attivista volontario. Così recitano alcuni dei poster che da oggi si possono incontrare per le strade di Londra, sui taxi, sui bus, alle stazioni della metropolitana. Assoluto messaggio di civiltà e tolleranza che anche noi in Italia dovremmo mutuare attraverso l’adozione di simili iniziative.

Come non tener conto dell’esperienza di Neve Shalom – Wahat al Salam dove ebrei ed arabi, musulmani e cattolici, hanno intrapreso un cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni o come l’emittente radiofonica londinese Shalom – Salam, nata nel 2007, prima radio fondata eimages8.jpg diretta da ebrei e musulmani. Come non considerare Webislam, progetto del Consiglio islamico. Un'organizzazione senza scopo di lucro, in cui collaborano insieme musulmani, e persone di altre fedi e credenze, dando così una testimonianza pratica del dialogo interreligioso e interculturale.

 

In Italia non può essere taciuto l’enorme contributo al dialogo fornito dal Movimento dei Giovani Musulmani che rappresenta un interlocutore attento alle dinamiche di integrazione in una società che, spesso, li ha emarginati ma che, nonostante tutto, continuano a considerare parte della propria storia. La loro speranza, alimentata da tempo, è di potere dire “La mia patria è la costituzione”, cosi come afferma Yassine Lafram, originario di Casablanca, componente il Direttivo nazionale del Movimento. 9.jpg

Cos’è tutto questo se non il sintomo di un atteggiamento maturo, pronto ad accogliere e fare propri principi generali e non di certo individualistici ed oscurantisti.

 

L’auspicio è che possano essere proprio questi giovani, uomini e donne, che attraverso internet e l’istruzione hanno imparato a conoscere e ad apprezzare quegli inestimabili valori democratici, a creare i presupposti per un nuovo dialogo, un nuovo patto sociale.

La loro spinta vitale, la voglia di vivere senza condizionamenti di sorta, civili o religiosi, potrebbe rappresentare la giusta leva per la rinascita di una cultura democratica che permetta di scongiurare una rischiosa quanto disastrosa deriva.

Risulta indispensabile, in sostanza, una politica di dialogo e collaborazione comune e condivisa, finalizzata allo sviluppo esponenziale di quelle sinergie tra mondo politico, associazionismo e mondo della scuola, con l’apporto di competenze e professionalità e nel rispetto dei ruoli reciproci, in grado di realizzare quell’integrazione tanto auspicata e necessaria che possa davvero rappresentare una svolta nei rapporti fra ideologie.

 

Un ruolo determinante spetterà ai governi locali, regionali e nazionali, cui si chiede di assicurare con la dovuta attenzione e con altrettanta coerenza il proprio contributo finalizzato a valorizzare gli enormi sforzi che in questi ultimi anni l’associazionismo privato ha sostenuto, al fine di rendere sempre più energico quel dialogo volto alla comprensione di culture all’apparenza così distanti ma, in realtà, molto più vicine di quanto si possa credere.

 

Non è più tempo di dispute ma di riflessione, di una pacata discussione su un fenomeno del quale bisogna prendere atto nella consapevolezza della sua valenza etica e sociologica. Bisogna comprendere, interagire. Solo i moderni crociati si ostinano a non voler considerare l’enorme patrimonio sociale e culturale che l’Islam rappresenta nel nostro Paese.

imagesCAO8OLTV.jpgLe crociate non servirono illo tempore e non servono adesso. Gli estremisti, i radicali ci sono sempre stati, in ogni luogo, di ogni fede o credo politico. Sempre una minoranza. Non si tratta di vincere o perdere ma di porsi sullo stesso piano, con pari dignità. Ora c’è solo bisogno di buon senso e di un animo aperto alla tolleranza ed al confronto con le ragioni altrui, unica via che possa consentire un cammino di accrescimento reciproco seppur nel rispetto delle rispettive peculiarità.

 

Nuccio Franco

 

Fonte: Agenzia Radicale - 13 giugno 2010

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