18/04/2011
Pakistan.Undici anni ed un’infanzia negata
Undici anni ed un solo, ossessivo sogno nel cassetto, diventare uno shaid, martire suicida per guadagnarsi il paradiso e la riconoscenza ultraterrena di Allah, principio e guida di ogni azione di un buon credente.
La storia raccontata alla BBC da Abdus Salam, giovane ragazzo pachistano oggi quattordicenne, sembra la trama di un romanzo frutto della fantasia di un abile scrittore piuttosto che la cruda testimonianza di uno spaccato di vita quotidiana disarmante.
E’invece un viaggio a tinte fosche nell’universo dei bambini cui in molte parti del mondo, troppo spesso viene negato un diritto fondamentale, quello all’infanzia e dove ubbidienza, terrore del peccato e sacrificio trascendentale nel nome di un credo si mescolano in un’ alchimia pericolosa di cui, probabilmente, non se ne comprende appieno il senso assoluto.
Passata inosservata all’attenzione della stampa, essa rappresenta solo un esempio di una consuetudine molto più diffusa, dove miseria ed ignoranza lasciano spazio alla disperazione, solo in parte attenuata dalla ricerca di una speranza in atti senza ritorno, sulla spinta della suggestione provocata dalle parole di uomini senza scrupoli.
Pakistan, periferia di Karachi, una famiglia di cinque figli con scarse possibilità, povertà diffusa. E’ qui che
cresce Abdus, all’epoca undicenne, che frequenta spesso il negozio di Zahir. Con lui si sofferma spesso a parlare di jihad fino a quando questi non gli rivela di essere pronto a compiere l’estremo sacrificio, un attentato suicida.
L’ingenuità del ragazzo lo induce a chiedere il perché di quella decisione.
Zahir gli risponde che in questo modo guadagnerà il paradiso.“Se, quando verrà il giorno del giudizio, mi verrà chiesto ‘Cosa hai fatto per Allah?’ e io risponderò che non ho fatto nulla, verrò spedito all’inferno. Ma, se avrò fatto qualcosa, se avrò portato a termine un attacco suicida, allora sarò in grado di dire che avevo un corpo e che l’ho sacrificato”.
La scelta di Zahir non lascia indifferente il giovane che, impressionato da quanto ascoltato, mesi dopo decide di emulare il compagno. E’pronto a fare altrettanto e lo vuole fare in Afghanistan.
Sher Rahman, l’uomo che Abdus conosce in seguito, gli dice di non avere contatti con l’Afghanistan ma con il Waziristan, regione montuosa di confine appartenente al Pakistan ma per il giovane ragazzo non è la stessa cosa.
Vuole andare in Afghanistan e lì compiere il suo gesto. Si sente rispondere che non è possibile perché ancora imberbe.
Già, non ha ancora quella barba simbolo di maturità ergo di saggezza. Che paradosso.
“Dovresti compiere un attentato in Pakistan, a Karachi. Che tu attacchi in Afghanistan o in Pakistan, poco importa. Riceverai comunque la ricompensa celeste” gli dice Rahman .
Abdus annuisce e tanto per essere più sicuro, l’uomo minaccia di tagliargli la testa qualora riveli a qualcuno ciò che si erano detti. Spaventato a morte, il ragazzino si dice disposto a portare l’attacco ovunque gli avesse chiesto di farlo.
Alcuni giorni dopo, Sher Rahman lo presenta a Zainullah, che gli domanda se sia davvero convinto. Gli risponde che sì, l’avrebbe fatto, avrebbe eseguito gli ordini consapevole di diventare un fidayee, unico modo per meritarsi l’accesso al paradiso.
Questi gli replica che è troppo giovane, che avrebbe dovuto preparare le giacche per gli attentatori, che il solo confezionarle gli avrebbe comunque garantito la ricompensa eterna ma nonostante ciò Abdus non recede, vuole il martirio.
Poche settimane dopo Sher Rahman e Zainullah sono stati arrestati senza aver mai rivelato il luogo dell’attentato, intimandogli semplicemente di tenersi pronto.
Quando il padre, già diabetico, è venuto a conoscenza dei fatti, la sua salute ha cominciato a peggiorare e ora non riesce a dormire la notte. Abdus racconta che ora Allah ora gli ha dato una seconda opportunità e che vuole continuare a studiare, lavorare sodo e che un giorno vorrebbe entrare nell’esercito pakistano.
C’è il lieto fine, come in ogni storia che si rispetti ma questa, purtroppo, non è una favola ma la triste realtà di
quella fanciullezza negata, manipolata in ragione di un credo che non giustifica affatto l’abuso dell’innocenza.
19:37
Scritto da: brujita1969
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