07/12/2010

Cisgiordania. Blogger arrestato per ateismo

images.jpgNon si placano le polemiche seguite all’arresto del giovane palestinese Waleed Hasayin, barbiere di 26 anni, da parte dei servizi di sicurezza palestinesi dopo due mesi di indagine. I reati contestati: ateismo, diffusione del libero pensiero ed apostasia. Quanto basta per rischiare il carcere a vita.

Lo hanno riferito due agenzie di stampa locali, Maan e Pnn, secondo le quali l’arresto è avvenuto in un internetblogger.jpg point di Qalqiliya, in Cisgiordania, dove il giovane era solito recarsi dopo il lavoro, aggiungendo che si tratta del primo caso di un palestinese trattenuto per le sue opinioni religiose.
Secondo l’accusa il giovane con lo pseudonimo di Waleed al-Husseini, non avrebbe risparmiato forti critiche alle religioni monoteistiche, tra cui l’Islam, attraverso il suo blog “La luce della Ragione”, prontamente oscurato.

Immediata la reazione dei suoi concittadini i quali, seppur sorpresi in quanto il ragazzo era considerato “tranquillo”, hanno manifestato la propria indignazione e chiesto “una condanna esemplare”.
Poche le voci a difesa di Waleed. Tra queste la Arabic Speaking Irreligious Coalition, organizzazione di atei ed agnostici di lingua araba che promuove la laicità ed il diritto di critica che si è subito attivata.
Oltre a chiedere la liberazione del giovane blogger, l’associazione ha avviato una petizione su internet, in maniera tale da attirare sul caso l’attenzione delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani.
Al contrario,c’è chi si è spinto addirittura a reclamare la pena di morte con pubblica esecuzione.

maometto.jpgSecondo quanto riportato dalle agenzie di stampa locali, il ragazzo si sarebbe lasciato andare ad affermazioni gravemente offensive delle religioni quali “aprite i vostri Corani ma intanto fatevi una canna” oppure “solo l’ateismo salverà il popolo” non risparmiando illazioni sulle abitudini sessuali del Profeta dalle pagine del proprio profilo Facebook, che aveva già raggiunto la ragguardevole cifra di 7.000 contatti.

Evidentemente troppo anche per l’Autorità Nazionale Palestinese,uno dei governi arabi più liberali della regione che, spesso, ha adottato severi provvedimenti contro estremisti musulmani e attivisti legati ad Hamas.
Ma la rilevanza assunta dall’attività di Waleed al-Husseini era ormai troppo forte perché potesse essere ancora tollerata .

Recentemente, infatti, il Ministero degli Interni, a dimostrazione di una accresciuta attenzione del governo nei confronti dell’attività degli estremisti (Hamas ma anche sauditi e turchi), aveva diramato una circolare che imponeva ai proprietari degli internet cafè una maggiore vigilanza sui clienti.
E proprio su segnalazione del proprietario è stato possibile l’arresto. “Stava al computer anche 7 ore di seguito” dice Ahmed Abu Asal, l’ uomo che lo ha denunciato “mi sono insospettito”.
La madre, interrogata dalla polizia, ha dichiarato di aver notato qualcosa di strano e, proprio per questo, di aver scollegato tutti i computer di casa.
Terrorizzata, la famiglia ha ora preso le distanze dal giovane e chiesto che “rimanga in prigione tutta la vita, perché ci ha disonorati”.
Al di là della mera cronaca, la circostanza riapre l’infinito dibattito sull’estremismo religioso dei governi di ispirazione musulmana e sui limiti alle libertà individuali imposti dai dettami dell’Islam.

untitled.jpgA tale proposito, particolarmente interessante risulta l’analisi svolta dal principale quotidiano israeliano, Ha’aretz che centra la propria valutazione su quanto il controllo e la repressione nella rete stia diventando una pratica sempre più diffusa nei paesi mussulmani.

Dopo aver riportato la vicenda del giornalista palestinese simpatizzante di Hamas, arrestato e detenuto per più di un mese per essere stato taggato in una foto considerata offensiva nei confronti del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, il quotidiano critica la pratica diffusa di monitoraggio dei (e sui) social network, ormai una costante nei paesi arabi.
Il giornale evidenzia, inoltre, come i leader di Hamas a Gaza siano da tempo impegnati nel monitorare Facebook alla ricerca di sospetti dissidenti ed i proprietari degli internet cafè costretti a controllare l’attività online dei loro clienti ed a segnalare comportamenti “anomali” che possano andare in qualche modo contro Hamas e la sua interpretazione dell’Islam.

A settembre, un giovane di Gaza è stato arrestato dopo avere pubblicato un articolo critico nei confronti dell’organizzazione proprio su Facebook. In Libano, quattro persone sono state arrestate la scorsa estate con l’accusa di avere diffamato il presidente Michel Suleiman. In Siria ed Arabia Saudita, il social network è stato totalmente bandito mentre in Egitto un blogger è stato condannato a quattro anni di carcere nel 2007 per avere insultato l’Islam e il presidente egiziano Mubarak, conclude il giornale.

untitled.jpgA prescindere da qualsivoglia considerazione, ciò che sembra evidente è che le esigenze di sicurezza e di lotta al terrorismo, per quanto essenziali, sembrano essere davvero difficilmente conciliabili con la libertà individuale di espressione.
Il rischio vero,invece, è quello di prestare il fianco a strumentalizzazioni volte a giustificare azioni repressive spesso motivate solo ed esclusivamente dalla volontà di imporre una visione della società che non tollera contraddittorio. Di questo passo, ci sembra davvero molto difficile avviare quel processo di democratizzazione in grado di conciliare dettami religiosi e libertà in una visione pluralista e laica della società.
L’auspicio è che il mondo democratico, unitamente alle associazioni per la difesa dei diritti umani, possa mobilitarsi immediatamente e far sentire la propria voce a favore del giovane palestinese e non restare indifferente a quanto accaduto.

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