18/04/2011

Arabia Saudita. Ecco perché la rivolta preoccupa l’Occidente

Ci sono almeno quattro buoni motivi per temere un precipitare della situazione in Arabia Saudita .
zio tom.jpgNe è perfettamente consapevole l’Occidente, Stati Uniti in testa, che guarda alla penisola arabica con evidente preoccupazione ben conscio che di tutte le rivolte esplose dall’inizio del 2011 nel mondo arabo,quella che potrebbe coinvolgere il regime wahabita di Riyad è probabilmente la più delicata.
Innanzitutto perché si tratta di un paese “amico”, roccaforte della politica americana nell’area e odiato bersaglio dei fondamentalisti islamici,strategicamente prioritario così come dimostrato dai rapporti di collaborazione sempre ottimi sin dai tempi della Guerra del Golfo e dall’attenzione a non urtare la suscettibilità dei Saud.

Tuttavia, il maggior timore dell’Occidente era e resta di carattere economico.
L’Arabia Saudita vanta, ad oggi, una produzione petrolifera di 9 milioni di barili al giorno, a fronte di unapetrolio.jpg capacità massima di 10,5 con costi di estrazione bassissimi, pari a un dollaro per barile. Tutto questo anche in seguito ad un aumento di 700.000 unità decisa lo scorso 25 febbraio.
Intuire le ricadute economiche di tali stime per l’intera economia mondiale non è cosa appannaggio esclusivo degli economisti.

“L’Arabia Saudita è al lavoro per tutelare i propri interessi”  ha affermato in un’intervista alla Cnn Benjamin Netanyahu “ma vi è un interesse molto grande a livello mondiale nel garantire i pozzi di petrolio del mondo, soprattutto che le maggiori riserve di petrolio non cadano nelle mani dell’Iran o di filo-iraniani”.

L’aggravarsi dell’instabilità politica avrebbe, dunque, come effetto immediato un aumento del prezzo del petrolio con diverse conseguenze negative, prima fra tutte un vertiginoso aumento dei prezzi proprio a scapito di quei Paesi mediorientali già duramente provati dai rincari dei beni di prima necessità registrati nei mesi scorsi. L’allargamento della protesta sarebbe una naturale conseguenza a tale stato di cose.
Basti pensare che nel 2003, nei mesi successivi all’invasione in Iraq, la Commissione Europea calcolò che un aumento improvviso di 10 dollari per un anno di tempo avrebbe comportato una decrescita pari a -0,5% del PIL dell’Unione. Immaginiamo per un istante se il prezzo del greggio, da un giorno all’altro, dovesse raddoppiare o triplicare. Le conseguenze per le economie dell’Occidente sarebbero inimmaginabili.

Secondo Jeremy Warner, vicedirettore del quotidiano Daily Telegraph “ qualora l’Arabia Saudita fosse colpita dal contagio (delle rivoluzioni) e non riuscisse a compensare la mancata produzione libica con un aumento della propria produzione, potremmo dire addio alla ripresa economica mondiale”.

Il secondo buon motivo di preoccupazione, è rappresentato dalla crescente influenza dell’Iran nell’area.

Stando a quanto sostenuto dai servizi segreti sauditi, uomini del regime iraniano appartenenti alle Guardie della Rivoluzione, sarebbero da giorni in Arabia per fomentare la rivolta degli sciiti arabi sotto la copertura di oppositori al regime.

re.jpgRiyad avrebbe già inviato un dossier dettagliato alle Nazioni Unite, alla Lega Araba e all’amministrazione americana per denunciare l’ interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi del Golfo.
In particolare, la documentazione proverebbe un coinvolgimento di Teheran nel finanziare la ribellione non solo in Arabia Saudita ma anche negli Emirati Arabi Uniti così come in Barhein e in Yemen, fermo restando il sospetto di un’ ingerenza della Repubblica Islamica d’Iran anche nella rivolta egiziana.
Ricordiamo che già nel 1979, all’indomani della vittoria della rivoluzione dell’ayatollah Khomeini, una “rivolta sciita” fu già tentata in tutti questi paesi. Le conseguenze furono drammatiche e fu sedata solo grazie alla ferocia della repressione sunnita.
E’facile comprendere come un’affermazione della componente sciita in Arabia, unitamente alla forte influenza esercitata in Siria rappresenterebbe uno scossone notevole alla già fragile stabilità geopolitica dell’area, provocando effetti a catena.
Il sostegno agli sciiti delle province orientali, infatti, oltre ad agevolare il piano espansionistico nell’area potrebbe consentire di mettere le mani su ricchi giacimenti petroliferi, con buona pace dell’indifferenza occidentale.

Ulteriore ragione di apprensione, è rappresentata dalla circostanza che l’Arabia Saudita si differenzia nel mondo arabo – islamico per il fatto di essere custode dell’ortodossia sunnita nella versione wahabita, tra le visioni più restrittive (quasi reazionarie) dell’Islam. Circostanza, questa, acuita dalla sostanziale arretratezza della struttura sociale della penisola, mitigata solo in parte dall’utilizzo massiccio di nuove tecnologie introdotto negli ultimi anni.
Con l’appoggio del regime saudita, tale corrente di pensiero una volta decisamente circoscritta alla penisola araba, si sta diffondendo in tutto il mondo islamico, Occidente compreso, facendo sempre più proseliti. Da ciò potrebbe derivarne un ostacolo al già difficile dialogo interconfessionale.

Dicevamo della peculiarità della situazione in Arabia Saudita rispetto agli altri focolai di rivolta. Ma in cosa si sostanzia tale diversità dal resto del mondo arabo?
Anzitutto nel fatto che in Egitto e Tunisia la rivolta è stata assolutamente trasversale ed ha interessato un’intera popolazione, a prescindere da classi sociali, età,professione e religione.
In Arabia, di contro, tali diversità sono ancora parecchio sentite e fungono da deterrente alla nascita di un’opposizione coesa.

Inoltre, le forti capacità economiche del regime potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel dissuadere la rivolta della piazza.

Infine, dettaglio non trascurabile, un ruolo chiave è svolto forze di sicurezza reso ancora più determinantemilizie saudite.jpg rispetto ad altre situazioni analoghe in virtù dell’appartenenza religiosa.
Infatti, mentre in altri scenari si è registrata una certa ritrosia a mettere in atto azioni contro la popolazione, la maggioranza sunnita della Guardia Nazionale fa si che le milizie saudite siano considerate estranee in gran parte del Paese. Di conseguenza è facile ipotizzare l’insussistenza di alcuna remora nel porre in essere azioni anche contro la popolazione civile.

Tutti questi elementi fanno dell’Arabia una polveriera, un ordigno a tempo pronto ad esplodere da un momento all’altro. All’occidente l’arduo compito di evitare il peggio.

 

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