18/04/2011

La “Rivoluzione” che lambisce gli emirati

Si estende a macchia d’olio la “Rivoluzione dei gelsomini”,protesta popolare che sta interessando il Medio (e vicino) Oriente .
bambino.jpgTuttavia,a differenza di quanto potrebbe risultare da una superficiale analisi, bisogna procedere ad un esame approfondito delle diverse situazioni che presentano specificità differenti.

Dietro al malcontento di chi reclama libertà, dignità e lavoro si celano,infatti, anche dispute di carattere etnico e religioso che coinvolgono tutta una serie di interessi e che potrebbero determinare nuovi assetti geopolitici nell’area.

E’ il caso del Bahrein dove si assiste alla contrapposizione tra sunniti (al governo) e la maggioranza sciita, con ilimages.jpg conseguente coinvolgimento dell’Iran o della Giordania.

Non si arresta, infatti, la protesta nel piccolo regno del Golfo nonostante i maggiori partiti di opposizione avessero dato segnali di apertura al dialogo con la monarchia trasmettendo le richieste per porre fine alla rivolta.
E’ di ieri la notizia confermata da fonti di intelligence, secondo cui circa mille militari sauditi, sotto la bandiera del Consiglio di cooperazione del Golfo (che riunisce Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti), sarebbero entrati nel paese con mezzi blindati.

Come accennato, l’intervento rischia di assumere connotazioni religiose e politiche internazionali, perché se da un lato c’è il sostegno saudita al governo (sunnita), dall’altro c’è da registrare l’appoggio iraniano all’opposizione (sciita).
Quest’ultima, considera l’arrivo di soldati sul territorio “una palese occupazione ed una cospirazione contro il popolo inerme”,definendo quanto sta accadendo un vero e proprio “atto di guerra”.
Il governo di Teheran, tramite il Ministro degli esteri Ali Akbar Salehi ha subito preso posizione chiedendo di non usare “violenza contro la popolazione, di rispondere alle richieste dei manifestanti e di rispettare i loro diritti”.
Di contro,un gruppo di deputati sunniti ha chiesto al sovrano di imporre la legge marziale per tre mesi, per fermare la protesta di “movimenti estremisti” accusati di spingere il Paese verso scontri settari.

Ma cosa chiede la piazza??
Innanzitutto le dimissioni del Primo Ministro Salman al-Khalifa, in carica da circa 40 anni ed una vera monarchiagelsomini.jpg costituzionale.
Facile parlare di piena democrazia, più difficile da tramutare il realtà concreta. In Bahrein ciò significherebbe trasferire il potere al 70% della popolazione sciita e mandare la minoranza sunnita dal governo all’opposizione dopo due secoli.

Anche nel regno hascemita di Giordania, non accennano a placarsi le proteste dopo che inizialmente diverse migliaia di persone erano scese per le strade di Amman nel mese di gennaio, per protestare contro la povertà, la disoccupazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.
La Giordania gode indubbiamente della maggior stabilità nella regione, sia dal punto di vista politico che economico, ma il sistema sociale e il dialogo democratico sono fortemente compromessi.
Se anche lì ci fosse democrazia vera, non governerebbero le tribù transgiordane fedeli al re ma i palestinesi, che sono il 70% della popolazione giordana.
Il culmine della protesta è stato raggiunto il 25 febbraio, quando diecimila persone sono scese in piazza per chiedere la riforma del sistema e lo scioglimento del parlamento.
Singolare quanto successo nel corso della manifestazione quando i due principali movimenti dell’opposizione giordana, quello islamico e quello comunista, si sono uniti per chiedere un sistema monarchico di respiro più democratico, la riforma della legge elettorale, nuove elezioni per il governo, la revisione della Costituzione e l’abbattimento della corruzione, oltre ad esprimere la più totale solidarietà ai fratelli libici.
Tale connubio, potrebbe certamente portare ad ulteriori, critiche evoluzioni della situazione.

In Yemen, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, il bilancio totale dall’inizio degli scontri è di 42 manifestanti e sei agenti delle forze di sicurezza uccisi, oltre a centinaia di feriti.
Si tratta probabilmente del caso più critico nel panorama della protesta, non solo per ragioni politiche ma, soprattutto,a causa di un sistema sociale ancora decisamente arcaico.

Il presidente Saleh, ha prima definito i manifestanti “solo pochi anarchici” salvo poi addossare le responsabilità a non meglio specificati paesi stranieri accusandoli di complotto,scatenando una feroce repressione.
Successivamente, si è impegnato a sottoporre a referendum  una nuova Costituzione che preveda un “sistema parlamentare” ed ha annunciato la formazione di un nuovo governo di unità nazionale.
Netto il rifiuto dell’opposizione secondo la quale si tratta di misure tardive e insufficienti.

Si tratterebbe, tuttavia, di aperture di facciata in quanto, stando ad alcune fonti attendibili, il governo avrebbe già cominciato a rilasciare quasi 200 detenuti legati ad Al Qaeda, per aumentare il disordine e, di conseguenza, giustificare la repressione .

Infine, anche in Kuwait la situazione non è affatto confortante nonostante non si registrino proteste paragonabiligelsomini1.jpg a quelle che stanno interessando altri paesi.
Tuttavia,la settimana scorsa nella capitale la polizia in tenuta antisommossa ha usato gas lacrimogeni per disperdere una piccola quanto pacifica manifestazione di arabi apolidi, poco più di 200, che chiedevano il riconoscimento di alcuni diritti.
Atteggiamento, questo, che non denota certamente tranquillità. Tre giorni fa,inoltre, un migliaio di manifestanti sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del governo ed una serie di riforme.

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