28/06/2011
Primavera araba: rivoluzione fallita o battuta d’arresto?
La cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini” sembrava essere un processo inarrestabile alimentato dal definitivo risveglio della dignità del popolo arabo.
Il mondo aveva guardato ai giovani maghrebini con entusiasmo ed il rispetto dovuto a chi dopo decenni di assolutismo era riuscito a deporre feroci dittature.
All’improvviso, però,qualcosa è cambiato e l’attenzione dei media sembra essersi ridotta ad una
mera registrazione notarile; deposte telecamere e taccuini, tutto sembra essere scemato in una sorta di limbo.
Viene da chiedersi cosa resta di quel movimento spontaneo ed eterogeneo sceso in piazza per reclamare diritti e libertà e prontamente ribattezzato “Primavera”.
Rivoluzione fallita o fisiologica battuta d’arresto?
Procedere ad un’analisi omogenea risulta impossibile, soprattutto in considerazione delle peculiarità che caratterizzano ciascun paese. L’unica cosa certa sembra essere il fatto che le rivolte, in alcuni casi sedate nel sangue, stanno prendendo strade differenti.
A ciò si aggiunge – a detta di molti analisti - la storica carenza di una classe dirigente in grado di trasformare gli auspici in reali conquiste e di incanalare le forze vive in una dimensione squisitamente politica.
Formalmente, l’attenzione dei potenti della terra non sembra essere scemata vista la promessa
dei leader del G8 di destinare incentivi economici a due importanti nazioni arabe come la Tunisia e l’Egitto.
Il pacchetto di aiuti nel periodo 2011-2013 si aggira attorno ai 40 miliardi di dollari, di cui 10 miliardi saranno stanziati dai paesi membri del G8, altri 20 da istituzioni multilaterali. Gli ultimi 10 miliardi saranno stanziati da alcuni paesi del Golfo come il Kuwait, il Qatar e l’Arabia Saudita.
Ciò indurrebbe ad essere ottimisti contrariamente al contesto nei singoli paesi che presenta, come già detto, diverse criticità.
In Libia la situazione non sembra sbloccarsi. Il rischio è che lo scenario si trasformi in un pantano politico e militare che ricorda all’Occidente tristi trascorsi. Il pericolo di commettere gli stessi errori è assolutamente verosimile.
Tra un’apparizione e l’altra, il leader libico non sembra essere alle corde come da più parti sostenuto, nonostante il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale anche nei confronti del figlio Saif al-Islam e del capo dei servizi segreti, Abdullah al-Senussi. L’accusa:crimini contro l’umanità
Inutile negare che, probabilmente,i ribelli non hanno la forza necessaria per avere la meglio sull’esercito governativo e, ad oggi, nulla fa presagire un mutamento dei rapporti sul campo.
Gli stessi attacchi della Nato non sembrano al momento sortire i risultati auspicati.
Diversa ma egualmente preoccupante la situazione in Tunisia, il paese che ha dato inizio alle rivolte, soprattutto per un certo rigurgito di estremismo coranico e la conseguente contrapposizione tra islamisti e correnti laiche.
E’ di pochi giorni fa la notizia che un gruppo armato presumibilmente legato ad al Qaeda - l’Aqim - ha aperto il fuoco su una postazione dell’esercito e della guardia nazionale a 200 chilometri a nord della capitale Tunisi.
Il bilancio è di quattro militari uccisi.
Il timore della comunità internazionale è che si possa sfruttare il conflitto libico per un traffico di armi e munizioni destinate ad alimentare ancor più lo scontro soprattutto in assenza di una vera leadership.
Infatti,lo “spontaneismo” e la frammentazione di forze politiche, sembrano essere in Tunisia più che altrove, l’ostacolo principale verso una transizione pacifica. Tra le varie formazioni,particolare apprensione è destata dal partito islamico Ennahdha, vietato dal 1991 ma recentemente riconosciuto.
L’ostinazione di Ali Abdullah Saleh,rischia di trasformare lo Yemen – paese dove è più probabile la possibilità di una guerra civile in virtù della forte connotazione tribale della società – in una polveriera dopo i massacri degli ultimi mesi.
La particolarità della situazione yemenita sta nello scontro acceso tra lo stesso Saleh e Sadiq al-Ahmar, tra i più influenti leader tribali, schieratosi contro il presidente nel tentativo di accreditarsi come l’uomo nuovo capace di guidare il paese verso un sistema democratico.
Situazione analoga in Siria, dove il presidente Bashar al Assad è artefice da mesi di una repressione sanguinaria che ha causato oltre un migliaio di morti ed un flusso sempre crescente di rifugiati.
La strategia di Assad sembra però essere quella del bastone e della carota. Feroci repressioni da un lato e concessioni dall’altro come sta a dimostrare l’amnistia riconosciuta ad oltre 450 prigionieri politici tra cui appartenenti ad organizzazioni islamiche e curde.
E veniamo all’Egitto, la cui situazione seppur apparentemente normalizzata, desta particolare apprensione non solo perché si tratta del più grande paese arabo ma anche (se non soprattutto) per la contiguità geografica con lo Stato d’Israele.
E’ indubbio che gli umori egiziani potrebbero influenzare l’intera area e determinare conseguenze geo politiche la cui evoluzione è difficile da ipotizzare.
Il recente referendum, seppur abbia registrato un’enorme affluenza alle urne (il 77% della popolazione), non sembra aver modificato più di tanto la Carta costituzionale, strumento che ha consentito al deposto Rais di “regnare” ininterrottamente per oltre trent’anni
Il crescente potere dei Fratelli Musulmani, forti della conferma referendaria dell’art.2 della Costituzione che sancisce la supremazia della legge islamica e la posizione più rigida dell’esercito completano il quadro.
Cresce, dunque, l’attesa per la prossima tornata elettorale di settembre che sembra ridursi ad una partita a due tra ciò che resta del partito guidato da Mubarak, il National Democratic Party ed il Partito di Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani.
Non va meglio in Arabia Saudita dove la fobia di una sempre maggiore influenza dell’Iran nell’area, arriva a giustificare la repressione di qualsivoglia forma di contraddittorio. Alle richieste di approvare una Carta costituzionale, si obietta che non ce n’è bisogno, c’è già:il
Corano. Di fronte a tale stato di cose, temiamo che a poco servirà la protesta delle donne che si sono messe al volante sfidando il divieto.
Infine, in Barhein permane lo stato di emergenza decretato il 15 marzo scorso mentre in Giordania è sempre aperta la questione dei milioni di palestinesi cui Israele nega il “diritto al ritorno” mentre il ministro dell’Informazione Tahar Adwan, si dimette dall’incarico in nome della libertà di opinione.
Molti dubbi e poche certezze, dunque, che sembrano smorzare le speranze per una profonda trasformazione del Medio Oriente dopo gli iniziali (ed a volte facili) entusiasmi in assenza di una coesione che dovrà essere in primis politica oltre che sociale.
Siamo certi che la vitalità delle giovani forze arabe riuscirà a completare quel processo di democratizzazione tanto auspicato che sarà possibile, tuttavia, solo con l’aiuto dell’Occidente.
Ad esso infatti spetta l’arduo compito di non vanificare gli sforzi compiuti sino ad ora in una prospettiva di stabilizzazione dell’intera area.
Sarà un processo lungo e doloroso ma la dignità e l’intelligenza araba, se adeguatamente sostenute, potranno davvero dar vita ad una nuova primavera.
17:16
Scritto da: brujita1969
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