09/07/2011

Bosnia.Quale futuro ricordando Srebrenica?

Srebrenica, 11 luglio 1995. La cittadina orientale della Bosnia Erzegovina viene conosciuta dal mondo come teatro del più efferato massacro dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Nelbalcani cuore dell’Europa, sotto gli occhi della comunità internazionale.
8.372 i civili musulmani, dai 12 ai 77 anni, passati per le armi dalle truppe serbo-bosniache del carnefice Ratko Mladic.

A 16 anni da quel giorno, il ricordo dell’assurdo è ancora vivo e la sensazione che a Srebrenica siano morti anche i vivi è evidente di fronte alla distesa di lapidi verdi.
Le colpe??Forse quella di non essersi opposti alla carneficina perpetrata dai nazisti a danno dei serbi nel corso del conflitto mondiale.
Il sospetto che quanto successo fosse solo una vendetta rinviata si insinua legittimo dando adito ad un ragionevole dubbio nella consapevolezza della storia che si ripete.

Nel 2010 il Parlamento serbo ha votato una mozione con la quale si è assunto la responsabilità dell’eccidio, probabilmente più per ambizioni europeistiche che per un rigurgito di coscienza postuma.
Ratko Mladic, il boia,69 anni dei quali molti trascorsi da latitante, è stato arrestato con l’accusabalcani di crimini contro l’umanità ed altri capi d’imputazione.
Non ha perso però l’arroganza ed il piglio deciso del generale.
Lo dimostra in aula, quando schernisce le madri delle vittime assumendo un atteggiamento di violenta sfida verso la Corte che lo processa.

L’esecutore materiale - che nega risolutamente - non è tuttavia solo; spetterà a chi di dovere accertare altre colpe e connivenze, politiche e militari. In particolare quelle di Radovan Karadzic, la mente, unitamente al defunto Milosevic.

Un primo passo è stato compiuto da un Tribunale dell’Aja che ha accolto la richiesta di risarcimento presentata dai familiari di Rizo Mustafic e quella dell’ex interprete dei caschi blu, Hasan Nuhanovic,riconoscendo lo stato olandese “responsabile” per il massacro.
balcaniI Caschi blu olandesi – circa 600 - erano infatti incaricati di difendere l’enclave di Srebrenica, dichiarata “zona di sicurezza” dalle Nazioni Unite insieme a Sarajevo, Zepa, Gorazde, Tuzla e Bihac.

La base olandese di Potocari ospitava 20.000 rifugiati, soprattutto donne, bambini e malati.
Nonostante ciò,l’assedio della città risultò particolarmente facile e quando iniziarono i bombardamenti, la richiesta dei musulmani alle Nazioni Unite di imporre la consegna delle armi leggere confiscate alle truppe serbe fu disattesa.
Il governo olandese, che negli ultimi anni si è dovuto difendere spesso dalle numerose accuse in merito al massacro, ha sempre insistito sul fatto che le sue forze sarebbero state abbandonate dalla missione delle Nazioni Unite, che non fornì adeguato supporto aereo.
Fatto sta che l’11 luglio Mladic potè affermare testualmente : “È giunto il momento di vendicarsi dei turchi”.

La ricorrenza dell’eccidio è anche l’occasione per fare il punto sulla situazione bosniaca.
Al di la delle dispute giudiziarie, ciò che sembra evidente è che a Srebrenica, così come nell’intera Bosnia il quadro non sia cambiato. I nazionalismi e le dispute etniche si rincorrono ed il quadro politico appare caratterizzato da una sostanziale paralisi, dovuta alle difficoltà tra le diverse comunità a trovare una comune linea di azione.
Attualmente non esiste un censimento attendibile della popolazione; l’ultimo risale infatti al 1991, ultimo anno prima degli eventi bellici ma la recente tornata elettorale per la Presidenza, ha fatto registrare la vittoria del musulmano Bakir Itzbegovic (35%).
balcaniPersonaggio discusso in virtù di una presunta appartenenza ad una rete affaristica poco raccomandabile, Bakir si è affermato di misura  su Fahrudin Radoncic (31%),proprietario del principale gruppo editoriale del paese.
A ciò si aggiunge la circostanza che il presidente dell’entità serbo-bosnica (Republika Srpska) Milorad Dodik non perde occasione per affermare il diritto dei serbi di Bosnia ad “affrancarsi” dalla convivenza forzata con i musulmani e i croati.

Un certo ottimismo, invece, è rappresentato dalla svolta (speriamo) moderata della componente croata.

Ciò che invece desta maggior preoccupazione, è la diffusione del movimento wahabbita e di gruppi radicali islamici finanziati dall’Arabia Saudita e dall’Iran allo scopo di causare diffidenza e paura.
Il fine ultimo sarebbe quello di allontanare il Paese dalla integrazione con l’Europa.

All’origine di questo revanscismo estremistico il fatto che dopo la guerra, molti di coloro i quali erano accorsi per combattere a fianco delle truppe musulmane sono rimasti, hanno sposato donne locali e si sono stabiliti nei villaggi della Bosnia centrale
Di fronte a tale situazione, i media denunciano una sorta di immobilismo nel prendere le distanze da parte della comunità islamica che ribatte invitando le forze politiche ad adottare misure concrete di riforma.

Si può, dunque, affermare che oggi la Bosnia è lo stato balcanico che offre minor garanzia di stabilità politica e sicurezza nonostante le forti spinte europeiste che si stanno facendo strada soprattutto tra la componente islamica moderata.
La crisi economica, poi, rende la situazione ancor più critica ponendo un forte ostacolo verso l’integrazione europea anche in considerazione del fatto che le riforme stentano a decollare proprio a causa della divisione tra comunità che, talvolta, sembra essere insanabile.
In conclusione, riteniamo che sarà difficile superare divisioni storiche radicate ed anni di sangue e morti ma non per questo si dovrà rinunciare ad esperire tutti i tentativi per una Bosnia unita e pacificata.
Restando così le cose, l’Europa è e sarà solo una chimera.

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