30/05/2011

Islam. Silvia Layla Olivetti: “Garantire i diritti alle minoranze”

Il variegato panorama della rappresentanza e della tutela dei diritti dei musulmani in Italia registra la nascita di un nuovo soggetto.
islamSi tratta del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani, che ha come finalità principale quella di garantire che i diritti sanciti e garantiti dalla Costituzione vengano effettivamente rispettati e applicati anche nei confronti della minoranza musulmana.
Sorto dal desiderio di conciliare islamicità e italianità nel rispetto dei diritti civili, la circostanza che ai vertici ci siano donne rappresenta una novità assoluta per una organizzazione di matrice islamica.

Tra le tante attività del neonato Movimento, spicca per attualità il progetto denominatoislam significativamente “Giù le mani dal mio velo” ossia una serie di iniziative di varia natura aventi per oggetto il velo islamico.
Si va dalle convenzioni con le aziende per incentivare l’assunzione di donne velate per mansioni a contatto col pubblico alla pacifica manifestazione di piazza a sostegno della scelta delle donne che vogliono indossare il velo.
Ciò, unitamente ad una campagna di informazione per far conoscere loro i diritti/doveri rispetto al velo secondo la legge italiana.

“Le nostre madri hanno lottato per ottenere diritti e libertà: oggi noi intendiamo beneficiare del loro sforzo, manifestandolo nella scelta di indossare il velo. La libertà di chi vuole portare la minigonna è la stessa di chi vuole portare il velo. E’ questa la chiave: le donne velate non vanno “emancipate” obbligandole a toglierlo, vanno rispettate nella loro scelta”.
islamParole chiare è decise che non danno adito a dubbi quelle di Silvia Layla Olivetti, operatrice multiculturale, fondatrice del Movimento e da anni impegnata in prima linea a tutela dei diritti delle donne.

Dottoressa,quali sono gli scopi e le peculiarità del Movimento?

“Il Movimento, pur essendo islamico, ha nel direttivo anche persone di fede cattolica oltre che molte donne: questo è possibile perchè ci proponiamo il dialogo reciproco, il rispetto della legge italiana e il raggiungimento della pacifica convivenza. Noi non ci proponiamo la supremazia islamica in Italia, ma il rispetto dei diritti civili e della democratica condivisione, per questo mettiamo d’accordo tutti, persino gli atei.

Si tratta di un’idea significativa soprattutto in un momento in cui il dibattito sul velo islamico in Italia è decisamente acceso soprattutto sulla scorta delle leggi adottate in altri paesi, Francia e Belgio in primis.Com’è nata?

“Vogliamo sottolineare il fatto che il diritto di scelta deve essere inteso a 360°. Vanno rispettate anche le scelte che non si condividono, come quella di coprirsi in una società in cui la nudità è la regola. Nel ‘68 le donne gridavano in piazza “l’utero è mio e me lo gestisco io”, reclamando l’inviolabile diritto di disporre del proprio corpo (e per estensione anche del proprio abbigliamento), senza alcuna limitazione o imposizione maschile. Oggi noi grideremo “il velo è mio e me lo gestisco io”, perchè la liberazione della donna e la rivoluzione del ‘68 non sono servite a nulla e a nessuno se oggi le donne sono libere solo di girare per strada seminude. L’odierna mercificazione  è solo un’altra forma si sottomissione, solo più subdola e mascherata da “moda”.  Rigettiamo la schiavitù del doversi conformare a un codice di abbigliamento che non ci appartiene, così come condanniamo l’imposizione maschile del velo. La donna deve essere libera di scegliere , in un senso o nell’altro, nella consapevolezza che il velo è un precetto coranico: nessuno può obbligarla a indossarlo, ma altrettanto nessuno può obbligarla a toglierlo sotto il ricatto dell’esclusione dalla società. Indossare o meno il velo è, e deve essere, una questione tra Allah e la donna: aderire o meno a quest’obbligo sta alla donna, che in questa vita e nell’altra dovrà rendere conto solo a Dio del suo operato, non agli esseri umani.

Il progetto contempla una serie di iniziative tra le quali spicca la previsione di convenzioni con le aziende per l’assunzione di donne che hanno deciso di operare la scelta di indossare il velo. Cosa vi proponete in tal modo?

“Riteniamo necessario “abituare” la clientela alla vista del velo e avviare un processo volto a rendere normale la presenza del velo nei luoghi pubblici. L’ignoranza è la peggiore nemica della pace e della condivisione: vogliamo combatterla mostrando che la donna velata partecipa alla vita lavorativa esattamente come una donna non velata e che dal punto di vista produttivo l’abbigliamento non influisce. Siamo convinti che se la gente potesse “toccare con mano” nella quotidianità che il velo non ha nulla a che fare col terrorismo, allora comincerebbe a temerlo meno. E siamo anche convinti che il modo migliore per ottenere questo risultato sia di rendere estremamente visibili le donne velate, che al momento sono invece spesso ripiegate su sé stesse, invisibili non di rado per precisa volontà o per timore di essere giudicate, discriminate o aggredite oltre che per la palese emarginazione della quale sono vittime specialmente in ambito lavorativo. Se oggi esse, a prescindere dalla loro preparazione e dal loro curriculum, sono destinate ai soli lavori “nascosti”, domani dovranno uscire alla luce del sole, avendo così l’occasione di partecipare pienamente alla vita sociale e lavorativa. Sarebbe fantastico se un giorno, che ci auguriamo non lontano, fosse assolutamente normale vedere alla cassa del supermercato una ragazza velata o alla biglietteria dei treni o, perchè no, alla guida di un autobus urbano.

Il Suo impegno a tutela dei diritti delle donne è stato molto apprezzato; tuttavia, non tutti sono dello stesso avviso. Ha ricevuto minacce di morte, è così?

“Si, è vero. Le sto ricevendo da un gruppo di razzisti che sono arrivati anche all’hackeraggio in due occasioni, attaccando la pagina del Movimento. In una delle intimidazioni mi si dice che finirò sciolta nell’acido, in un’altra che farò una fine tremenda. Alcune sono state pubblicate sulle bacheche di alcune pagine Facebook insieme a una serie di ingiurie irripetibili, a volte rivolte anche ai miei familiari, bambini compresi. Attualmente la cosa è all’attenzione delle forze dell’ordine, anche perchè il mese scorso è stata pubblicata una sorta di circolare di confezione mafiosa (sul sito “fronteindipendentistaduesicilie” , ndr) nella quale io e il Movimento veniamo descritti come nemici da combattere con tutti i mezzi.

A suo avviso, quali sono le ragioni alla base di tanto accanimento?

Riteniamo che il motivo di queste minacce sia la potenziale pericolosità sociale e politica di un movimento islamico che si propone di far valere alcuni diritti costituzionalmente garantiti. Il musulmano straniero è malvoluto, ma non pericoloso, secondo queste persone. Il musulmano italiano invece, ha diritto di voto, conosce la legge, si muove bene nei canali istituzionali, può interloquire a livello politico e perciò ha un innegabile “potere d’acquisto” che viene vissuto come una minaccia.

05/05/2011

Bin Laden: le reazioni dell’Islam italiano

titoli.jpgLa notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, è stata accolta dall’Islam italiano, organizzato e non, in maniera differente. Perlopiù,salvo eccezioni, le dichiarazioni rilasciate sono state ispirate alla massima cautela nell’attesa che sulla vicenda sia fatta maggior chiarezza.

Per Abdel Hamid Shari, Presidente del Centro islamico di viale Jenner a Milano, Bin Laden è “meglio morto che in prigione” ed aggiunge che, comunque, “Osama è stato il simbolo di un’epoca insanguinata”. “Per noi” aggiunge “era storicamente morto già nel 2001”.

“Mi aspettavo che Bin Laden venisse catturato e giudicato di fronte a un tribunale per ciò che ha commesso.elzir.jpg Credo che con questo ci siamo messi alle spalle una situazione difficile ed ora spero si apra un pagina nuova fatta di pace e di speranza” è l’opinione, invece, di Izzedin Elzir, Presidente dell’Ucoii.

Secondo lo Sheikh Abdul Hadi Palazzi, Presidente dell’Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana ed acuto osservatore dei fatti mediorientali “si tratta senza dubbio di una vittoria rilevante nella lotta contro il terrorismo, e non solo perché si è colpito un personaggio simbolo del terrore ma, soprattutto, perché ora le cellule di Al-Qaeda non potranno più essere finanziate tramite le ingenti risorse della famiglia Bin Laden e del regime saudita che la protegge”.

palazzi.jpgTuttavia, mette in guardia da facili entusiasmi ed avverte: “Vincere una battaglia - pur se importante - non significa aver vinto la guerra, ed è possibile che le cellule integraliste ormai allo sbando e prive di risorse tentino colpi di coda dettati dalla disperazione”.
Circa il futuro dei rapporti tra Occidente ed Islam e le prospettive del dialogo, Palazzi è pessimista.
“Ritengo che l’amministrazione Obama stia seriamente contribuendo a peggiorare la situazione. Invece di sostenere i musulmani liberali amici dell’Occidente, di fatto incoraggia gli sciiti estremisti filo-iraniani e i Fratelli Musulmani. Pensiamo al caso di Gheddafi: era senz’altro un dittatore brutale, ma laico e nemico dell’integralismo.  Perché prendersela con lui, ma non con quanti sono peggiori di lui? I suoi avversari rischiano di essere altrettanto dittatoriali” afferma.

gmi.jpgAhmed Abdel Aziz, responsabile Relazioni Esterne dei Giovani Musulmani d’Italia non nega il timore che quanto accaduto “possa rappresentare il pretesto per una escalation di violenza da parte di determinate frange estremiste che potrebbero compiere alcune operazioni di ritorsione, ovviamente da condannare” e sottolinea come sussistano ancora dubbi sulla figura di Bin Laden.
“Solo la storia potrà chiarire definitivamente chi è stato ed i suoi rapporti con l’Occidente ” prosegue.

Circa gli scenari futuri che l’uccisione del leader di Al Qaeda potrebbe determinare, Aziz sostiene che l’uscita di scena di Bin Laden “porta a termine un ciclo che in qualche modo giustificava l’attacco della coalizione in Afghanistan.Il Presidente Obama potrebbe fare una operazione politica assolutamente intelligente, ossia lasciare alcune aree di crisi che sono costate agli Stati Uniti tantissimo in termini economici e di vite umane”.
“L’auspicio” conclude Aziz “è che quanto sta accadendo in Nord Africa e Medio Oriente comporti una revisione di strategia nei confronti di paesi che possono rappresentare il supporto fondamentale alla comprensione di una certa parte del mondo che vive di dinamiche completamente diverse dalle nostre”.

Tuttavia,al di là delle dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali, a fungere da autentica cartina di tornasole degli opposti sentimenti sono i social network ed i blog sparsi per la rete dove si alternano commenti all’insegnablog.jpg dello scetticismo,del dubbio e dell’imbarazzo ma anche della rabbia.

Alle tesi complottiste, secondo le quali Bin Laden avrebbe ottenuto un lasciapassare per abbandonare definitivamente la scena fanno da contraltare le reazioni di coloro i quali criticano l’Occidente per aver utilizzato metodi che, a torto (ndr), si rimproverano proprio ai musulmani.
C’è chi avanza ancora la convinzione che il “Principe del male” avesse un trascorso da agente della CIA; altri fanno riferimento agli Usa come un Satana vestito da santo, convinti che a Bin Laden succederà qualcun altro e che le scene di giubilo di questi giorni rappresentino solo un’ ipocrisia strisciante.

osama.jpgIndubbiamente, la circostanza che l’uccisione del terrorista più ricercato al mondo sia avvenuta a ridosso dell’ormai imminente inizio della campagna elettorale a stelle e strisce e le rivolte in atto in gran parte dei paesi arabi non lascia indifferenti e suscita più di un dubbio. Maliziosamente (?) in molti sono disposti a scommettere che non si tratti affatto di un caso.
E poi c’è chi sostiene che il terrorismo esiste e che coinvolge qualsiasi credo, nessuno escluso nonostante la convinzione che l’11 settembre sia andata diversamente da come è stato raccontato. Dubbio assolutamente condiviso dalla maggioranza del popolo della rete, a prescindere da nazionalità, razza e credo.

Un caleidoscopio di opinioni, dunque, il cui leitmotiv è rappresentato sostanzialmente da una sorta di sfiducia circa la possibilità che l’eliminazione fisica del “grande capo” possa drenare energie al network di Al Qaeda e modificare sostanzialmente lo scenario del fondamentalismo internazionale.
Su tutto, però, una domanda ricorrente: possibile che l’intelligence americana non sia riuscita a catturarlo ?? A chi faceva paura Bin Laden vivo?

Certamente, il pericolo che i legami politici ed economici poco chiari che hanno sempre alimentato quell’aura di leggenda venutasi a creare attorno al miliardario saudita potessero trasformare una vittoria in un boomerang, è stato probabilmente un fattore.

20/04/2011

Izzedin Elzir, Presidente Ucoii: “Gli atti efferati non devono intimidirci”

Izzedin Elzir, Imam di Firenze e Presidente dell’Unione delle Comunità ed organizzazioni islamiche in Italia, è nativo di Hebron, in Palestina e vive in Italia da 18 anni.
elzir.jpgDa più parti viene definito un uomo deciso ma dai modi pacati, convinto fautore del confronto interreligioso.
Alcune sue recenti prese di posizione – dal dialogo con la Lega Nord sulla questione della moschea di Firenze, all’invito rivolto agli immigrati in occasione del 17 marzo a festeggiare l’unità d’Italia come “patria di tutti” – stanno a dimostrarlo.
Libertà e dignità dei popoli sono il concetto al quale si ispira e sul quale insiste nel ruolo di giuda dell’associazione maggiormente rappresentativa dell’Islam organizzato in Italia.
Esprime indignazione e condanna, Elzir, a proposito dei recenti fatti di cronaca e, in particolare, per l’assassinio del volontario italiano Vittorio Arrigoni.
“Si è trattato di un atto criminale contro la vittima, il popolo palestinese e tutta l’umanità, da chiunque sia stato commesso”afferma.
“Tuttavia” aggiunge nel manifestare a nome dell’Ucoii la più sentita solidarietà e vicinanza alla famiglia “esso nonarrigoni1.jpg deve intimidirci nel proseguimento della ricerca della libertà e del dialogo reciproco”.

Presidente,il vento della protesta ha coinvolto tutta l’area del Nord Africa ed il Medioriente. Quali sono le ragioni comuni ai vari paesi che hanno determinato la situazione attuale e quali le prospettive future?

Le cause sono diverse. Una di queste è la mancanza di libertà oltre a ragioni di carattere sociale ed economico che hanno determinato tale situazione sull’altra sponda del Mediterraneo. Ritengo che le aspettative siano assolutamente positive nel tentativo di ricercare (e trovare) maggiori spazi di libertà per i popoli. Credo nell’instaurazione di governi con i quali poter dialogare e collaborare per migliorare la situazione non solo in Medioriente ma a livello mondiale.

Esistono poi delle differenze….

Certamente, e risiedono principalmente nelle forme di governo. Tunisia ed Egitto hanno un sistema repubblicano, non così il Marocco e la Giordania.Certamente esistono delle linee comuni ma ogni popolo ha sue usanze, costumi, dialetti. Realmente tutti vogliono libertà, democrazia e dignità dell’essere umano.

A Suo avviso esiste la possibilità che gruppi estremisti possano condizionare la protesta?

L’estremismo esiste dappertutto ma, fortunatamente, è una minoranza. Tocca a noi vigilare ed isolare certeimagesCA2V66SF.jpg frange ed aiutare le forze democratiche e progressiste che si battono per la libertà. Si tratta di gruppi non organizzati, una minoranza della minoranza. Non ho quindi il timore che la protesta popolare possa cadere nelle loro mani ma, anzi sono certo che i popoli di queste aree avranno la capacità di vigilare e seguire la strada della dignità dell’essere umano senza condizionamenti di sorta.

La definizione di Islam moderato ha senso o è una “invenzione” dei media ?

L’Islam è unico. Poi ci sono interpretazioni differenti. Credo che la definizione di Islam moderato sia una creazione esclusivamente giornalistica. Purtroppo ci sono dei fratelli che non danno un’immagine concreta dell’Islam e, dunque, è nostro dovere lavorare al fine di essere pienamente italiani, europei di fede islamica. Nostro compito è agire affinchè vengano trasmessi i veri valori della fede, del riformismo che purtroppo si scontra con coloro i quali vogliono rimanere indietro di 1.400 anni.

velo1.jpgIn Francia l’entrata in vigore della legge sul niqab ha già fatto le prime vittime. In Italia una disciplina analoga è invocata da più parti così come l’istituzione di un Albo degli Imam. La Sua idea in merito?

Ritengo che si tratti di una legge sbagliata. Non si può imporre alla donna un certo abbigliamento. Se si parla di libertà bisogna anche riconoscerla. Certamente se c’è una legge questa va rispettata ma credo che non si possa imporre alcunché. Si tratta di una questione religiosa, culturale e sociale ed in questo modo non si fa altro che creare dei ghetti che non servono a nessuno. Dobbiamo cercare e trovare il dialogo. La realtà italiana è diversa da quella francese, laica non laicista e non credo che una proposta del genere possa avere futuro. Se poi un Parlamento si preoccupa di realizzare una legge per una stretta minoranza tralasciando altri problemi ben più importanti e prioritari è un’altra cosa. Ci sono altre questioni, come la stabilità economica e politica, la scuola, la disoccupazione che toccano la totalità degli italiani e non, ripeto, una minoranza. Quanto all’albo degli Imam credo si tratti di una fuga in avanti in assenza di un’Intesa con lo Stato. Chi può decidere chi è o non è Imam. Lo Stato laico??Diventa una questione di pura propaganda che non risolve il problema.

 

18/04/2011

Pakistan.Undici anni ed un’infanzia negata

Undici anni ed un solo, ossessivo sogno nel cassetto, diventare uno shaid, martire suicida per guadagnarsi il paradiso e la riconoscenza ultraterrena di Allah, principio e guida di ogni azione di un buon credente.
La storia raccontata alla BBC da Abdus Salam, giovane ragazzo pachistano oggi quattordicenne, sembra la trama di un romanzo frutto della fantasia di un abile scrittore piuttosto che la cruda testimonianza di uno spaccato di vita quotidiana disarmante.

bambino.jpgE’invece un viaggio a tinte fosche nell’universo dei bambini cui in molte parti del mondo, troppo spesso viene negato un diritto fondamentale, quello all’infanzia e dove ubbidienza, terrore del peccato e sacrificio trascendentale nel nome di un credo si mescolano in un’ alchimia pericolosa di cui, probabilmente, non se ne comprende appieno il senso assoluto.
Passata inosservata all’attenzione della stampa, essa rappresenta solo un esempio di una consuetudine molto più diffusa, dove miseria ed ignoranza lasciano spazio alla disperazione, solo in parte attenuata dalla ricerca di una speranza in atti senza ritorno, sulla spinta della suggestione provocata dalle parole di uomini senza scrupoli.

Pakistan, periferia di Karachi, una famiglia di cinque figli con scarse possibilità, povertà diffusa. E’ qui chedonna1.jpg cresce Abdus, all’epoca undicenne, che frequenta spesso il negozio di Zahir. Con lui si sofferma spesso a parlare di jihad fino a quando questi non gli rivela di essere pronto a compiere l’estremo sacrificio, un attentato suicida.

L’ingenuità del ragazzo lo induce a chiedere il perché di quella decisione.
Zahir gli risponde che in questo modo guadagnerà il paradiso.“Se, quando verrà il giorno del giudizio, mi verrà chiesto ‘Cosa hai fatto per Allah?’ e io risponderò che non ho fatto nulla, verrò spedito all’inferno. Ma, se avrò fatto qualcosa, se avrò portato a termine un attacco suicida, allora sarò in grado di dire che avevo un corpo e che l’ho sacrificato”.

La scelta di Zahir non lascia indifferente il giovane che, impressionato da quanto ascoltato, mesi dopo decide di emulare il compagno. E’pronto a fare altrettanto e lo vuole fare in Afghanistan.
Sher Rahman, l’uomo che Abdus conosce in seguito, gli dice di non avere contatti con l’Afghanistan ma con il Waziristan, regione montuosa di confine appartenente al Pakistan ma per il giovane ragazzo non è la stessa cosa.
Vuole andare in Afghanistan e lì compiere il suo gesto. Si sente rispondere che non è possibile perché ancora imberbe.
untitled1.jpgGià, non ha ancora quella barba simbolo di maturità ergo di saggezza. Che paradosso.

“Dovresti compiere un attentato in Pakistan, a Karachi. Che tu attacchi in Afghanistan o in Pakistan, poco importa. Riceverai comunque la ricompensa celeste” gli dice Rahman .
Abdus annuisce e tanto per essere più sicuro, l’uomo minaccia di tagliargli la testa qualora riveli a qualcuno ciò che si erano detti. Spaventato a morte, il ragazzino si dice disposto a portare l’attacco ovunque gli avesse chiesto di farlo.

Alcuni giorni dopo, Sher Rahman lo presenta a Zainullah, che gli domanda se sia davvero convinto. Gli risponde che sì, l’avrebbe fatto, avrebbe eseguito gli ordini consapevole di diventare un fidayee, unico modo per meritarsi l’accesso al paradiso.
Questi gli replica che è troppo giovane, che avrebbe dovuto preparare le giacche per gli attentatori, che il solo confezionarle gli avrebbe comunque garantito la ricompensa eterna ma nonostante ciò Abdus non recede, vuole il martirio.
Poche settimane dopo Sher Rahman e Zainullah sono stati arrestati senza aver mai rivelato il luogo dell’attentato, intimandogli semplicemente di tenersi pronto.

Quando il padre, già diabetico, è venuto a conoscenza dei fatti, la sua salute ha cominciato a peggiorare e ora non riesce a dormire la notte. Abdus racconta che ora Allah ora gli ha dato una seconda opportunità e che vuole continuare a studiare, lavorare sodo e che un giorno vorrebbe entrare nell’esercito pakistano.

C’è il lieto fine, come in ogni storia che si rispetti ma questa, purtroppo, non è una favola ma la triste realtà dibambini.jpg quella fanciullezza negata, manipolata in ragione di un credo che non giustifica affatto l’abuso dell’innocenza.

 

La “Rivoluzione” che lambisce gli emirati

Si estende a macchia d’olio la “Rivoluzione dei gelsomini”,protesta popolare che sta interessando il Medio (e vicino) Oriente .
bambino.jpgTuttavia,a differenza di quanto potrebbe risultare da una superficiale analisi, bisogna procedere ad un esame approfondito delle diverse situazioni che presentano specificità differenti.

Dietro al malcontento di chi reclama libertà, dignità e lavoro si celano,infatti, anche dispute di carattere etnico e religioso che coinvolgono tutta una serie di interessi e che potrebbero determinare nuovi assetti geopolitici nell’area.

E’ il caso del Bahrein dove si assiste alla contrapposizione tra sunniti (al governo) e la maggioranza sciita, con ilimages.jpg conseguente coinvolgimento dell’Iran o della Giordania.

Non si arresta, infatti, la protesta nel piccolo regno del Golfo nonostante i maggiori partiti di opposizione avessero dato segnali di apertura al dialogo con la monarchia trasmettendo le richieste per porre fine alla rivolta.
E’ di ieri la notizia confermata da fonti di intelligence, secondo cui circa mille militari sauditi, sotto la bandiera del Consiglio di cooperazione del Golfo (che riunisce Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti), sarebbero entrati nel paese con mezzi blindati.

Come accennato, l’intervento rischia di assumere connotazioni religiose e politiche internazionali, perché se da un lato c’è il sostegno saudita al governo (sunnita), dall’altro c’è da registrare l’appoggio iraniano all’opposizione (sciita).
Quest’ultima, considera l’arrivo di soldati sul territorio “una palese occupazione ed una cospirazione contro il popolo inerme”,definendo quanto sta accadendo un vero e proprio “atto di guerra”.
Il governo di Teheran, tramite il Ministro degli esteri Ali Akbar Salehi ha subito preso posizione chiedendo di non usare “violenza contro la popolazione, di rispondere alle richieste dei manifestanti e di rispettare i loro diritti”.
Di contro,un gruppo di deputati sunniti ha chiesto al sovrano di imporre la legge marziale per tre mesi, per fermare la protesta di “movimenti estremisti” accusati di spingere il Paese verso scontri settari.

Ma cosa chiede la piazza??
Innanzitutto le dimissioni del Primo Ministro Salman al-Khalifa, in carica da circa 40 anni ed una vera monarchiagelsomini.jpg costituzionale.
Facile parlare di piena democrazia, più difficile da tramutare il realtà concreta. In Bahrein ciò significherebbe trasferire il potere al 70% della popolazione sciita e mandare la minoranza sunnita dal governo all’opposizione dopo due secoli.

Anche nel regno hascemita di Giordania, non accennano a placarsi le proteste dopo che inizialmente diverse migliaia di persone erano scese per le strade di Amman nel mese di gennaio, per protestare contro la povertà, la disoccupazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.
La Giordania gode indubbiamente della maggior stabilità nella regione, sia dal punto di vista politico che economico, ma il sistema sociale e il dialogo democratico sono fortemente compromessi.
Se anche lì ci fosse democrazia vera, non governerebbero le tribù transgiordane fedeli al re ma i palestinesi, che sono il 70% della popolazione giordana.
Il culmine della protesta è stato raggiunto il 25 febbraio, quando diecimila persone sono scese in piazza per chiedere la riforma del sistema e lo scioglimento del parlamento.
Singolare quanto successo nel corso della manifestazione quando i due principali movimenti dell’opposizione giordana, quello islamico e quello comunista, si sono uniti per chiedere un sistema monarchico di respiro più democratico, la riforma della legge elettorale, nuove elezioni per il governo, la revisione della Costituzione e l’abbattimento della corruzione, oltre ad esprimere la più totale solidarietà ai fratelli libici.
Tale connubio, potrebbe certamente portare ad ulteriori, critiche evoluzioni della situazione.

In Yemen, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, il bilancio totale dall’inizio degli scontri è di 42 manifestanti e sei agenti delle forze di sicurezza uccisi, oltre a centinaia di feriti.
Si tratta probabilmente del caso più critico nel panorama della protesta, non solo per ragioni politiche ma, soprattutto,a causa di un sistema sociale ancora decisamente arcaico.

Il presidente Saleh, ha prima definito i manifestanti “solo pochi anarchici” salvo poi addossare le responsabilità a non meglio specificati paesi stranieri accusandoli di complotto,scatenando una feroce repressione.
Successivamente, si è impegnato a sottoporre a referendum  una nuova Costituzione che preveda un “sistema parlamentare” ed ha annunciato la formazione di un nuovo governo di unità nazionale.
Netto il rifiuto dell’opposizione secondo la quale si tratta di misure tardive e insufficienti.

Si tratterebbe, tuttavia, di aperture di facciata in quanto, stando ad alcune fonti attendibili, il governo avrebbe già cominciato a rilasciare quasi 200 detenuti legati ad Al Qaeda, per aumentare il disordine e, di conseguenza, giustificare la repressione .

Infine, anche in Kuwait la situazione non è affatto confortante nonostante non si registrino proteste paragonabiligelsomini1.jpg a quelle che stanno interessando altri paesi.
Tuttavia,la settimana scorsa nella capitale la polizia in tenuta antisommossa ha usato gas lacrimogeni per disperdere una piccola quanto pacifica manifestazione di arabi apolidi, poco più di 200, che chiedevano il riconoscimento di alcuni diritti.
Atteggiamento, questo, che non denota certamente tranquillità. Tre giorni fa,inoltre, un migliaio di manifestanti sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del governo ed una serie di riforme.