30/07/2010
Finanza islamica, tra prospettive ed opportunità
Il mondo islamico non rappresenta esclusivamente un interlocutore essenziale dal punto di vista sociale con il suo bagaglio di carattere religioso e culturale; negli ultimi anni, infatti, esso sta iniziando a ricoprire un ruolo sempre più preponderante anche dal punto di vista finanziario.
I musulmani nel mondo, oggi sono circa 1,5 miliardi. Gestiscono patrimoni per oltre 1.400 miliardi e con una previsione di crescita fino 1.600 miliardi nel 2012, data l’importanza del mercato petrolifero e la crisi finanziaria mondiale.
Questa ha messo in ginocchio gli Stati Uniti e l’Europa, ma ha avuto effetti meno devastanti sui paesi del Maghreb e del Medio Oriente, non assoggettati alla legge del tasso di interesse.
Secondo recenti dati, si stima che l’industria dei servizi finanziari islamici, presente in oltre 65 paesi, gestisca
fondi per circa 750 miliardi di dollari e continui a crescere al ritmo del 10% -15% all’anno.
Le banche totalmente islamiche o dotate di uno sportello islamico sarebbero quasi 350 ed oltre 250 i fondi d’investimento che seguono i principi della Shari’a.
Purtroppo, questo imponente potenziale economico del mercato finanziario globale non può essere gestito con le leggi che regolano l’attuale sistema finanziario Occidentale, in quanto i musulmani sono tenuti al rispetto del libro sacro, il Corano, che sancisce regole non solo religiose ed etiche, ma anche e soprattutto civili ed economiche.
Tra le differenze di maggior impatto rispetto alla finanza tradizionale è da annoverare senz’altro il divieto di guadagnare sugli interessi, la cosiddetta riba; molte delle peculiarità della finanza islamica, specialmente dell'attività bancaria, vertono infatti proprio intorno a questo principio. L'interesse non è legittimato come titolo di risarcimento per chi immobilizza del denaro per un certo periodo per tenerlo a disposizione del debitore ed è quindi considerato usura, indipendentemente dall'entità dell'interesse applicato.
Di conseguenza, essa si basa su principi di giustizia ed equità per cui gli utili e le perdite sono ripartiti tra finanziatori e risparmiatori, e non sono scaricate l’uno su l’altro. E’ bandita, quindi la speculazione, vige il divieto dell’incertezza ed è previsto tassativamente l’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, il che comporta una teorica esclusione del ricorso a prodotti derivati.
Altra differenza sostanziale risiede nell’enfasi che la finanza islamica riconosce al principio di responsabilità sociale. Infatti, mentre secondo la tradizione occidentale è semplicemente possibile investire in modo responsabile, per l'Islam ciò è strettamente obbligatorio.
Altre difformità da sottolineare, risiedono nella circostanza che essa è basata sulla trasparenza e sulla tracciabilità dei capitali e che sono vietate le attività economiche legate a distribuzione e produzione di alcol, tabacco, armi, carne suina, pornografia e gioco d’azzardo (haram).
In sostanza,il sistema bancario islamico soprattutto in questo periodo di crisi finanziaria globale, costituisce un’alternativa al sistema convenzionale basato sul concetto di interesse.
Con riferimento all’Italia, la possibilità di intercettare tali capitali e di attivare le conseguenti opportunità da essi derivanti è pressoché nulla in quanto manca la previsione di strumenti finanziari in grado di adeguarsi alla legge islamica, né sono attualmente al vaglio proposte di legge che vadano in questa direzione. Nel nostro paese ci si è semplicemente limitati alla sensibilizzazione sul tema senza tener conto dei tempi ormai frenetici dell’economia e della finanza a livello globale.
Ma l'eventuale adeguamento del vuoto normativo non è una questione che riguarda semplicemente soltanto il milione e 200mila fedeli mussulmani che ormai vivono stabilmente nel nostro paese e che vorrebbero investire e finanziarsi con strumenti halal, religiosamente leciti, e non haram, proibiti.
“Il problema” sottolinea Antonio Ortolani, Presidente della Commissione banche e intermediari finanziari
dell'Ordine dei Commercialisti di Milano “ va ben oltre questo aspetto, che pure è importante: in mancanza di un adeguamento normativo è praticamente impossibile intercettare capitali provenienti dai paesi arabi che sarebbero di vitale importanza per il nostro paese. Penso per esempio al contributo che potrebbe dare alla realizzazione delle opere infrastrutturali l'utilizzo di fondi islamici che abbiano ritorni economici compatibili con la Shari’a, ossia di compartecipazione all'utile anziché di remunerazione del solo capitale quale interesse”.
“Chi vuole usufruire di interessanti agevolazioni nei paesi arabi per insediare attività produttive con l'utilizzo di mezzi messi a disposizione da banche di finanza islamica deve necessariamente conoscere le leggi finanziarie coraniche”, aggiunge Ortolani. Il quale conclude che “a volte anche allargare le vedute mentali può favorire il business”.
In realtà, in Europa, sistemi finanziari più evoluti come quelli di Regno Unito, Francia e Germania si sono organizzati per favorire la creazione di strumenti conformi alla finanza islamica e cogliere così un'occasione importante sviluppando rispettivamente 30, 7 e 4 miliardi di sharia compliant asset.
Se da un lato non c’è da stupirsi in quanto tali nazioni sono quelle dove si registra la maggior presenza di immigrati, dall’altro la riforma della legislazione in materia finanziaria con l’adeguamento della stessa a determinate esigenze di mercato, rappresenta senza tema di dubbio un’esperienza destinata ad essere al più presto mutuata anche da altri sistemi finanziari. Solo in tal modo questi riusciranno a resistere all’impatto notevole della finanza “halal” ed a competere sul mercato globale alla stregua dei principali competitor mondiali dando così una forte spinta anche all’integrazione sociale.
Nuccio Franco
11:20
Scritto da: brujita1969
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25/06/2010
Donne e internet – Analisi del fenomeno in Medio Oriente
In base ai dati forniti da un recente sondaggio commissionato anaZahra.com, nuovo website femminile e realizzato da YouGovSiraj su un campione di 1250 donne tra i 24 ed i 35 anni in 10 paesi del Medio Oriente, sembra proprio di poter affermare che donne e internet rappresentino ormai un binomio in crescita esponenziale.
Segno dei tempi e della continua evoluzione in atto nella società verso forme di comunicazione più agili e veloci che consentono la condivisione di interessi, hobby ed opinioni ma anche di opportunità di business e di lavoro, unitamente al superamento di barriere fisiche dovute alla distanza.
Entrando nel dettaglio dei dati forniti dal sondaggio l'85% delle intervistate usa Internet da casa, oltre che sul posto di lavoro, il 71% delle utenti femminili e' iscritto ad un social network ed il 66% si connette quotidianamente per “chattare” con gli amici.
Con specifico riferimento, invece, ai paesi passati in rassegna, è il Libano ad attestarsi al primo posto con il 68% delle intervistate che naviga su internet più di sette ore a settimana, lavoro escluso. Seguono gli Emirati Arabi (55%), Kuwait (53%), Egitto (50%), Qatar (47%), Arabia Saudita e Giordania (44%), Bahrain (42%), Siria (34%) e Oman (30%)
E’ Facebook a fare la parte del leone tra le internaute della regione;il 91% delle libanesi, l'80% delle egiziane, il 78% delle emiratine, per citare i dati più significativi, hanno un account sul social network.
Lara Al Barazi, Responsabile ricerche di YouGovSiraj ha evidenziato come si sia trattato di “uno studio lungo e complicato nel quale, dal punto di vista strutturale, si è cercato di combinare approcci quantitativi e qualitativi per comprendere meglio la vita delle donne arabe on-line, ossia le modalità di accesso a Internet, la tipologia di siti web ed informazioni preferite nonchè il ruolo che il web svolge nella quotidianità”. I risultati, quindi, hanno dimostrato come esista un mercato dalle alte potenzialità ancora tutte da sfruttare, composto esclusivamente da donne.
“Indubbiamente si tratta di dati molto significativi che dimostrano come le donne arabe utilizzino internet con regolarità. Tuttavia, mancano ancora portali ad alto contenuto qualitativo che possano soddisfare le esigenze di informazione e gli interessi delle donne” afferma Zoya Sakr, Managing Director di anaZahra.com, creato dalla Abu Dhabi Media Company.
Il sito, pensato interamente al femminile e che mira ad essere un punto di riferimento per le donne arabe appassionate di moda e bellezza, a notizie sui diversi stili di vita, può contare sull’apporto di redattori, blogger, collaboratori ed il qualificato contributo di alcune delle personalità più influenti nel mondo arabo e non.
“Non c'è dubbio che il mondo stia andando sempre di più verso la ottimizzazione della tecnologia digitale e ciò comporta grandi cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane, dalla socializzazione, al divertimento, agli affari", sostiene Ricky Ghai, Direttore esecutivo di Abu Dhabi Digital Media il quale aggiunge che “la comunicazione digitale soddisfa ed offre interessanti strumenti ad un pubblico sempre più esigente ed impegnato. Con questo progetto, vogliamo fornire alle donne in Medio Oriente una piattaforma che permetta loro di coinvolgersi reciprocamente e di restare collegate”
Di particolare interesse è l’opinione di Zohara Hirji , che gestisce il popolare sito grapeshisha.com negli Emirati Arabi insieme al marito Rahim “I social network, i blog ed i forum consentono di esprimere la propria opinione e di conoscere quella degli altri; di conseguenza, possono davvero garantire quella libertà di parola e di informazione che la distanza e ragioni di origine culturale e sociale hanno impedito fino ad oggi”. 
Apprezzamento per l’analisi realizzata dalla YouGovSiraj, è stato palesato anche da Iman ben Chaibah , redattore capo e fondatrice di Sailemagazine.com , la prima rivista on-line gestita da una donna negli Emirati Arabi. “Quando mi guardo indietro, mi accorgo che ci sono sempre state molte donne che hanno usato internet ma non c’era mai stata un’indagine così particolareggiata e certamente utile a verificare nel dettaglio i molteplici interessi delle donne”.
In conclusione, ciò che viene fuori dallo studio è l’ immagine di una società in progressivo mutamento dove le donne, in particolare, esprimono una sempre crescente necessità di informazione e partecipazione.
Ciò si manifesta attraverso la richiesta sempre maggiore di portali in grado di rispondere a bisogni e culture diverse, che possano contribuire a promuovere la comprensione, fornire notizie ed un parere su quanto sta accadendo in un mondo in costante evoluzione sia dal punto di vista del costume che del modo di intendere i rapporti interpersonali.
In tal modo, auspicano di poter rappresentare una voce innovativa in una società dove il ruolo delle donne passi mediante il compiuto riconoscimento dello stesso attraverso le proprie specificità di donne e cittadine sempre più impegnate nel processo di apertura alla democrazia ed all’Occidente.
Nuccio Franco
(Fonte: agenzia radicale, 22 giugno 2010)
15:36
Scritto da: brujita1969
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Regno Unito – Campagna di informazione“Inspired by Muhammad” della Exploring Islam Foundation
"Credo nei diritti delle donne. Anche Maometto ci credeva", afferma una donna, avvocato, con un morbido velo sul capo. "Credo nella giustizia sociale. Anche Maometto ci credeva", sostiene un attivista volontario.
Così recitano alcuni dei manifesti che si possono incontrare da qualche giorno per le strade di Londra, sui taxi, sui bus, alle principali stazioni della metropolitana. La campagna, dal titolo non casuale “Inspired by Muhammad”, è stata lanciata nel Regno Unito dalla Exploring Islam Foundation, un'organizzazione che si pone come obiettivo quello di abbattere i pregiudizi sulla religione islamica presenti nella società britannica.
Messaggi che non solo rimarcano come Maometto sia una guida attuale, i cui insegnamenti si basano sulla giustizia sociale e la pace ma che enfatizzano come per i musulmani le proprie tradizioni e la società dei diritti siano compatibili.
Assoluto messaggio di civiltà e tolleranza che anche noi in Italia dovremmo mutuare attraverso l’adozione di simili iniziative.
Secondo un recente sondaggio online condotto in Gran Bretagna dal YouGov, quasi il 70% crede che l’Islam incoraggi la repressione e la sottomissione delle donne, il 58% associa l’Islam all’estremismo religioso e al fanatismo, il 50% lo ricollega direttamente al terrorismo, il 40% crede che i musulmani abbiano un impatto negativo sulla società.
Solo il 20% degli intervistati ricollega l’Islam alla pace ed alla giustizia. E mentre il 60% degli intervistati dichiara di non sapere quasi nulla della religione islamica, un 30% circa manifesta la volontà di volerne sapere di più. Sono dati, questi, certamente meritevoli di ulteriore approfondimento ma che fungono sicuramente da cartina di tornasole circa l’approccio falsato della società britannica alle tematiche dell’Islam.
“Ques
to preoccupante quadro mostra l’orientamento negativo della società britannica nei confronti dell’Islam e, parallelamente, diffonde un’immagine degli anglosassoni stessi che ne escono come anti-islamici, razzisti, ignoranti” afferma Mark Easton, Direttore della BBC.

Testimonial della campagna è stata Kristiane Backer, nota conduttrice televisiva di MTV,convertitasi all’islam, che ha dichiarato di essere “orgogliosa di aver contribuito ad un’iniziativa così importante per promuovere la comprensione e superare gli stereotipi. Questo progetto dimostra che i valori dell'Islam sono universali e quale modo migliore per sostenere tale convincimento se non lanciare la campagna da un taxi, a Londra, davanti Tower Bridge sul Tamigi?” ha aggiunto.
“In questo modo vogliamo promuovere una migliore conoscenza degli inglesi musulmani e una maggiore consapevolezza del loro contributo alla società britannica.” dice Remona Aly, Direttrice della campagna della Fondazione.
“Molti musulmani sono rimasti sbalorditi dal risultato del sondaggio e da come l’opinione pubblica percepisca la religione islamica. L’importanza di questa iniziativa” ha continuato la Direttrice “sta anche nell’aiutare i non musulmani a capire come la fede islamica guidi la vita dei propri amici o vicini di casa o colleghi musulmani, oltre che stimolare un miglioramento nelle relazioni umane fra cittadini britannici, musulmani e non”.
Un sito web (www.inspiredbymuhammad.com), assicura il supporto online alla campagna fornendo informazioni sulla cultura islamica, su Maometto, news, approfondimenti ed è stato progettato per soddisfare le necessità del sondaggio YouGov che ha evidenziato, tra le altre cose, che il 60 % delle persone dice di non sapere molto sull’ Islam, il 31% dichiara che informarsi riguardo l'Islam non è molto accessibile mentre un ragguardevole 33% vorrebbe saperne di più.
Nuccio Franco
(Fonte: Agenzia Radicale, 18 giugno 2010)
15:35
Scritto da: brujita1969
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23/02/2010
Stress da lavoro - Preoccupano i dati ISPELS
di Nuccio Franco
L’attuale congiuntura economica che ha minato alla base vecchie e nuove certezze, oltre ad aver provocato effetti economici devastanti a livello di sistema Paese, come ogni crisi ha sortito preoccupanti “effetti” collaterali. Si sono ridotti i consumi delle famiglie, il senso di precarietà è diventato sempre più diffuso ed ecco che si profila all’orizzonte prepotentemente un nuovo rischio: quello del mal da lavoro.
Infatti, secondo recenti dati diffusi dall’Ispels, Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro, aumentano esponenzialmente i disturbi psicologico-psichiatrici associabili all'attività lavorativa. Depressione, ansia e disturbi di vario tipo riguardano oltre 10 milioni di lavoratori, quattro dei quali ritengono tali fattori altamente rischiosi per il proprio stato psichico.
Ad allarmare, tuttavia, è anche un altro dato ossia quello concernente l’aumento dell’uso di psicofarmaci tra i più giovani, nella fascia d’età che va dai 35 ai 44 anni, cosa impensabile fino a qualche anno or sono. Si tratta, in sostanza, di quella grande fetta di lavoratori che più risente dell’instabilità lavorativa, del precariato e di tutti coloro i quali pur avendo un posto fisso (??), temono di perderlo da un momento all’altro. Questa la nuda realtà anche se in Europa non va meglio, ma non c’è affatto da rallegrarsi.
L'Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza nei luoghi di lavoro riferisce, infatti, che negli ultimi due anni circa il 20% dei lavoratori europei espone un carico mentale e uno stress eccessivo in relazione al proprio impiego. Ciò senza considerare le ricadute economiche di questa situazione in termini di costi sociali: lo stress infatti e' la seconda causa per assenze dal lavoro in Europa, per un costo totale di 20 miliardi annui.
E’ necessario quindi monitorare con attenzione la situazione nel tentativo di individuare le contromisure a tale stato di cose, partendo innanzitutto dall’organizzazione del lavoro e degli ambienti nei quali si svolge l’attività di ciascuno.
Personalmente, reputo che le colpe maggiori debbano essere individuate nei leader, nel capo d’azienda, in coloro i quali, quotidianamente, fanno e disfano a proprio piacimento scegliendo di guidare altri in una direzione piuttosto che nell’altra, a volte non avendo la benché minima cognizione dell’organizzazione e del metodo.
Certamente è auspicabile una reazione da parte dei soggetti passivi, dei lavoratori, nel non lasciarsi andare, nel resistere a situazioni di stress o, peggio, di abuso vigilando sulle situazioni critiche che giorno dopo giorno vengono poste in essere e che subiscono. Bisogna scegliere tra l’adeguarsi – il che non presuppone affatto una supina sottoposizione ai diktat del datore – o l’ammalarsi. Ardua scelta, decisamente.
Infine, degno di menzione risulta essere un sondaggio de “Il Sole24ore” dove sul campione esaminato, alla domanda se si ritiene che il benessere psicologico sia messo a rischio sul posto di lavoro, oltre il 75% degli intervistati ha risposto affermativamente, ossia quasi due lavoratori su due.
Cifre e dati preoccupanti, destinati a crescere se non in presenza di nuove politiche del lavoro dove l’uomo, il lavoratore, sia rispettato per ciò che è, rappresenta e riesce a dare nell’ambito di un’organizzazione del lavoro che rispetti diritti e peculiarità di ognuno.
17:47
Scritto da: brujita1969
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19/02/2010
Il libro, questo sconosciuto
Il libro, questo sconosciuto. Almeno in Italia. I lettori, infatti, sono solo il 38 % sul totale della popolazione di età superiore ai 14 anni, ma solo il 10 % si possono definire "abituali". Lo strano è che, invece, il mercato dei libri nel Belpaese si presenta, tutto sommato, solido, con un fatturato complessivo di oltre 5 miliardi di euro, anche se in flessione rispetto agli anni precedenti. Del resto l'Italia, tra i 25 paesi dell'Unione Europea, si collocava nel 2006 solo al diciannovesimo posto, superando di poco la Spagna, la Romania, la Grecia e la Bulgaria. Oggi, con quel 38 % scarso, potrebbe anche essere stata scavalcata da tutti i paesi tranne il Portogallo.
I dati sono forniti dall'AIE, l'Associazione Italiana Editori e sono impietosi. Elaborando i dati Istat del 2009, infatti, l'associazione rileva che, nel 2009 il 45,1 % degli italiani di età superiore ai 6 anni ha letto almeno un libro non scolastico (25 milioni e mezzo). Ma la fascia dei lettori saltuari (da 1 a 11 libri l'anno) è consistente: quasi 22 milioni di persone sopra i sei anni d'età. Chi legge più di 12 libri l'anno, infine, rappresenta solo il 6,9 % (3 milioni e 900 mila).
Anche l'area geografica è importante al fine delle statistiche di lettura: il nord Italia vede una prevalenza di lettori sulla popolazione (52,2 %), seguita dal Centro (47,4 %) e, ben distaccata, il Sud e le Isole (31,6 %). Le prime cinque regioni italiane che leggono di più, naturalmente, si collocano al nord (Trentino Altro Adige col 57,5 %, Friuli Venezia Giulia col 56,5 %, Valle d'Aosta col 53,8 %, Lombardia col 53,5 %, Liguria, col 51,3 % e Piemonte col 50,6 %). Fanalino di coda è la Sicilia, invece (29,1 %), superata dalla Campania (29,4 %), dalla Puglia (29,9 %), dalla Calabria (31,4 %) e dalla Basilicata (34,3 %). Un altro dato significativo è la spesa media mensile per abitante in libri: appena 4,90 Euro che scende per i bambini da 0 a 14 anni ad 1,48 euro.
Eppure, piccoli segnali positivi si stanno delineando: rispetto al 2007 e al 2008 c'è stata una crescita, sia pur minima (1%) dei lettori, arrivati a 25 milioni complessivi. Indubbiamente, a rendere ancora più difficile la propensione alla lettura c'è il fatto che la spesa per acquisto di libri da parte delle bibilioteche pubbliche è scesa dai 65,5 milioni di euro del 2005 ai 48 milioni di euro del 2008 e che ci sono ancora 691 comuni con più di 10 mila abitanti totalmente privi di emeroteche aperte alla popolazione, lasciando senza questo strumento il 21,3 % della popolazione italiana (quasi 13 milioni di persone).
Ci sono però biblioteche d'eccellenza che hanno a disposizione oltre 10 mila volumi (3902), mentre le librerie private aperte al pubblico sono 2774.
A snobbare il libro sono soprattutto i giovani: il 45 % di loro in età dai 6 ai 19 anni non ne legge neanche uno al di fuori di quelli scolastici. Se si "sgranano" questi dati per età, poi, si evidenzia un fattore ancora più preoccupante: a formare la fascia più consistente di "non lettori" sono i ragazzi tra i 6 e i 17 anni (29 milioni e 400 mila).
Ed è per questi motivi che è nato il "Centro per il Libro e la Lettura", su iniziativa dell'AIE e del governo. L'obiettivo del Centro è quello di far riavvicinare o avvicinare per la prima volta al libro un numero sempre crescente di italiani, con il proposito di incrementare i lettori del 50 % nei prossimi dieci anni. Sette i programmi annunciati dall'Associazione: dal giorno in cui tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene, alla donazione di testi di buona qualità che gli editori eliminano per arrivare a un appuntamento annuale di studio e confronto sul futuro del libro.
Il primo programma prevede di costruire un modello di promozione della lettura su scala provinciale applicabile successivamente a tutto il territorio nazionale. Il secondo mira a dare al libro un valore socialmente apprezzabile e prevede di donare gratuitamente libri di buona qualità, che gli editori eliminano, alle situazioni più svantaggiate. Il terzo programma prevede una campagna di comunicazione, concentrata in una settimana che, in collaborazione con Aie (Associazione Italiana Editori), culminerà nella giornata di domenica 23 maggio, dove tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene.
I programmi 4 e 5 sono stati delineati per promuovere la cultura del libro puntando a dare agli autori e alle opere italiane la presenza internazionale che oggi non hanno e di fare dell'Italia la sede internazionalmente riconosciuta di riflessione approfondita e di elaborazione sulla cultura del libro. In questo senso si organizzerà un appuntamento annuale di studio sui temi di frontiera, sull'evoluzione e sul futuro del libro. L'ipotesi della sede è Torino, in futuro alla Reggia di Moncalieri, nel mese di ottobre.
Infine, gli ultimi due programmi: rilevazione Nielsen per poter costituire un'unica autorevole fonte di dati sul mondo dei libri e far diventare il Centro un punto di riferimento per rappresentare gli interessi del mondo dei libri nelle sedi istituzionali.
Fonte Associazione Italiana Editori
11:07
Scritto da: brujita1969
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12/11/2009
Intervista con Rosella Postorino e Chiara Gamberale -Rapporto AIE 2009 sullo stato dell’editoria
di Nuccio Franco
Timidi ma incoraggianti segnali di crescita per l’editoria italiana che quanto a fatturato e pubblicazione di titoli occupa nel 2009 il settimo posto a livello mondiale, il quinto in Europa. E’ quanto emerso dal rapporto dell’Associazione Italiana Editori (AIE) 2009 sullo stato del comparto, che con 420 soci ricopre circa il 90% del mercato librario italiano, presentato in occasione della Fiera del libro di Francoforte.
Sotto alcuni aspetti, è ancora il segno meno a connotare il comparto con 3,5 miliardi di giro d’affari (-3,1) rispetto al 2008, 59.000 titoli pubblicati (2.000 in meno rispetto allo scorso anno) per 235 milioni di copie, pari ad un saldo negativo del 12%.
Tuttavia, non mancano gli elementi positivi in quanto la lettura in Italia è tornata a crescere; lo si desume dal fatto che circa il 45% (+ 0,9) di italiani ha dichiarato di leggere almeno un libro non scolastico nell’anno precedente, a dimostrazione che il comparto dell’editoria è stato tra quelli che meno hanno subito il rallentamento globale dell’economia, dovuto alle attuali congiunture.
Basti pensare che il “solo” 14% degli italiani che costituiscono lo zoccolo duro rappresentano il 41% delle vendite proteggendo in tal modo il settore dagli effetti critici. Confermata la maggior propensione alla lettura nel Nord Est, seguito dal Centro mentre ancora una volta si confermano fanalino di coda le regioni del Sud, Basilicata, Calabria e Sicilia su tutte.
Per un segno positivo rappresentato dalla vendita di libri per ragazzi da 0 ai 14 anni (+ 9,1), segna un calo di circa il 6% il mercato del libro scolastico, frutto innanzitutto di una maggior propensione delle famiglie italiane ad attingere al mercato dell’usato o ad altri canali d’acquisto,internet in primis.
Tale situazione, in prospettiva, è destinata a peggiorare per effetto della riforma voluta dal Ministro Gelmini che prevede il blocco dell’adozione dei testi scolastici per cinque anni nella scuola primaria e per sei in quella secondaria con l’obbligo, dal 2012, di adozione dei soli testi disponibili e scaricabili da internet.
Quanto ai canali distributivi, tengono le librerie che, sempre di più, si stanno adeguando alle esigenze del mercato attraverso la sperimentazione di nuovi format e da logiche di network e di franchising. Il risultato è un netto aumento quasi triplo dei punti vendita passati dai 317 del 2007 ai quasi 1.900 sull’intero territorio nazionale.
Sempre con riferimento ai canali d’acquisto, cresce l’on line e registrano un sostanziale segno positivo le edicole mentre diminuisce la Grande Distribuzione (Gdo) per effetto del calo generalizzato degli acquisti delle famiglie.
Crescono le pubblicazioni legate all’attualità che in sette anni sono aumentati del 28,1% per quanto concerne i titoli con un +3,8 % di copie.
Ne abbiamo discusso con Rosella Postorino e Chiara Gamberale, scrittrici emergenti ma, soprattutto, due care amiche.

Rosella, 31 anni, calabrese, autrice di “La stanza di sopra” con il quale ha vinto il Premio Rapallo Opera Prima e “L’estate che perdemmo Dio”. Collabora, inoltre, con le pagine romane del quotidiano “La Repubblica” e con “Rolling Stone”.
Chiara, 32 anni, scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva. Ottiene la ribalta in campo letterario quando, poco più che maggiorenne, pubblica il romanzo “Una vita sottile” (Marsilio 1999), ispirato a una vicenda autobiografica e da cui viene presto tratta una fortunata versione televisiva. Seguono “Color lucciola” (Marsilio
2001) e “Arrivano i pagliacci” (Bompiani 2003).A partire dal 2002, ha cominciato a lavorare come autrice e conduttrice televisiva. Su Rai Tre ha condotto Parola mia, su Rai Uno Gap e, di nuovo sulla terza rete, Quarto Piano Scala a Destra, programma di cui era anche ideatrice. Dal 2005 al 2008 è stata autrice e conduttrice su Radio 24, della trasmissione Trovati un bravo ragazzo. Del 2008 è il libro “La zona cieca” (Bompiani, 2008), Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati. Del 2009 "Una passione sinistra" (Bompiani). Collabora attualmente con La Stampa e Vanity Fair.
D- Allora Rosella, Chiara, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità. Oggettivamente dal rapporto si evincono timidi ma incoraggianti segnali di crescita per l'editoria italiana;il 45% (+0,9) di italiani ha dichiarato di leggere almeno un libro non scolastico nell'anno precedente, a dimostrazione che il comparto dell'editoria è stato tra quelli che meno hanno subito il rallentamento globale dell'economia, dovuto alle attuali congiunture. Come interpretate questo dato?
R (Postorino) - Non è un segnale che mi incoraggia realmente. In Italia è considerato un lettore forte chi legge dodici libri all’anno, cioè un libro al mese; nel nostro paese si leggono pochi quotidiani, e in Europa siamo in coda all’uso della banda larga per la connessione Internet, per esempio: che è comunque un segnale di avanzamento culturale di uno stato. Bisogna anche capire di che tipologia di libri si tratta. Nelle statistiche rientrano spesso anche volumi di cucina, giardinaggio, fai-da-te ecc. E in ogni caso si nota, anche solo osservando le classifiche pubblicate settimanalmente dagli inserti letterari, che esiste un divario molto grande tra i bestseller e gli altri libri (il secondo in classifica vende spesso molto meno della metà del primo, il terzo la metà del secondo, tutti gli altri stanno vicinissimi, ma vendono quasi dieci volte meno del primo; pensiamo poi ai libri che nelle classifiche non entrano...). Con molta probabilità, il libro che tutti hanno letto durante l’anno è un bestseller. Ma in Italia si pubblicano circa 65.000 titoli all’anno: chi li legge? La tendenza che vedo negli ultimi tempi è la vittoria dei libri per lettori occasionali. Se alcuni li difendono, sostenendo che possano educare alla lettura i non-lettori o i lettori deboli, io non ne sono affatto convinta. Credo ci sia invece un rischio diseducativo, pari alle trasmissioni di Maria de Filippi. Se questi libri favoriscono gli editori nel breve termine, non lo fanno nel lungo periodo, perché non educano il gusto, non lo affinano.
R (Gamberale) - Naturalmente lo valuto positivamente: anche se non mi sfugge che, essendo quello dell'editoria un mercato in crisi di per sè, si tratti di un movimento (o di un mancato movimento verso il basso) apparente...
D - Al Nord si legge molto di più rispetto al Centro - Sud, ulteriore dimostrazione di un Paese "diviso", senza alcuna allusione politica. Come valutate la situazione e quali le ragioni: sociali, culturali, economiche o cosa??
R (Postorino) – È un discorso molto complesso, che si inserisce nella “questione meridionale” di cui parliamo da sempre. Ci sono purtroppo molti aspetti disfunzionali nelle società del Sud, che conosciamo e che sono difficili da risolvere, e che naturalmente vanno a intaccare anche i consumi culturali. È un dato del tutto previsto in territori in cui il tasso di scolarizzazione è più basso, il tenore di vita anche, dove esiste una sorprendente percentuale di analfabeti (nel 2005, secondo l’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo, erano sei milioni in Italia, con un picchio in regioni come Basilicata, Sicilia e Calabria, che però, paradossalmente, avevano in percentuale più laureati di Piemonte e Lombardia), e dove probabilmente le persone che studiano o che conducono determinati stili di vita non vivono più, perché sono emigrate al Nord per frequentare l’Università o realizzare le proprie aspettative professionali. È una cosa che mi addolora, non in quanto scrittrice: in quanto cittadina italiana. Questo dato è solo l’ennesimo sintomo di un problema antico: le differenze sociali ed economiche che esistono all’interno di una stessa nazione.
R (Gamberale) - Io scrivo: non m'intendo di queste cose...Certo è che ho la sensazione che al sud la distribuzione dei libri sia molto meno capillare: ma le ragioni, a parte evidenti dinamiche note a tutti, mi sfuggono
D - Scrivere in Italia oggi: quanto contano nella vostra scala di valori il mercato, l'editoria, il lettore medio (lo insegui o lo desideri)? Quali sono i Paesi nel mondo in cui vorreste venissero distribuiti i vostri libri?
R (Postorino)- Credo che qualunque scrittore desideri essere pubblicato in qualunque paese del mondo! Per quanto riguarda il lettore medio: chi è? Credo sia un’illusione degli editori poterlo individuare. È come parlare dell’uomo medio: è una categoria in cui non credo e che trovo anche un po’ discriminatoria. Potenzialmente, ogni scrittore vorrebbe arrivare a più persone possibili. Questo però, per quel che mi riguarda, non significa farsi condizionare nel proprio lavoro. Probabilmente è un errore, ma io ho profonda fiducia nei confronti dei lettori, credo derivi dalla mia fede nella letteratura. Non dico che sia ragionevole, d’altronde nessuna fede lo è. Il mercato è una cosa che non riguarda lo scrittore, riguarda gli editori. Assecondare volontariamente il mercato, oltre a essere illusorio come dicevo prima, è anche snaturante: io perderei il gusto di scrivere. La scrittura è lo spazio della libertà. Il mercato – può sembrare un paradosso – è ingabbiante.
R (Gamberale) - Scriviamo tutti per venire letti: e chi lo nega cerca un alibi per i suoi possibili fallimenti in questo senso. Per me il lettore conta, senza dubbio: ma non mi sintonizzo su di lui, ci mancherebbe. Diceva Pasolini che un libro può risultare necessario a chi lo legge se è stato necessario a chi l'ha scritto: ci credo. E poi come si fa a sintonizzarsi sul "lettore medio"? Chi è? Che vuole? Che pensa? Per fortuna siamo tanti, e tutti diversi. L'importante per uno scrittore credo sia intercettare il SUO, pubblico. Più è vasto, più è meglio, certo: anche perchè è testimonianza di una condivisione del sentire di chi ha scritto un lbro e dei temi che gli stava a cuore trattare.
D - Infine, quali potrebbero essere, a vostro avviso, le migliori strategie per invertire definitivamente la tendenza??La scuola, i media potrebbero esercitare un ruolo positivo e propositivo in tal senso?
R (Postorino) - Io non sono convinta che leggere sia necessariamente una cosa indispensabile per tutti. Per me è sempre stata una forma di salvezza. Ancora oggi che leggere è diventato parte del mio lavoro, il piacere che provo quando mi immergo in un libro che ho scelto per me, prima di addormentarmi, è incomparabile. È la sensazione che potrò ancora salvarmi. Riempio la casa di libri e penso: se perdessi ogni cosa, comunque avrei i miei libri. Ma non è per tutti così. Ci sono persone il cui benessere è legato ad altre cose, non per forza culturali, e io credo che queste abbiano pari dignità. D’altra parte, poiché sono convinta che i libri salvino le persone e le società, mi piacerebbe che tutti potessero vivere appieno l’intensa esperienza della lettura. Credo che la scuola possa fare un grande lavoro in questo senso, attraverso iniziative coinvolgenti: invitare gli autori in classe, portare i ragazzi alle fiere, creare dibattiti tematici trasversali in aula, rendere i libri vivi. Molte scuole lo fanno regolarmente, d’altra parte. È che spesso dipende dall’entusiasmo di singoli insegnanti, piuttosto che da direttive generali. Ricordo che alle elementari la maestra ci faceva leggere in classe ad alta voce, poi ci faceva mettere in scena il brano che avevamo letto. Tutti, a turno, lo recitavamo, vicino alla lavagna. Non c’era un voto, non era un compito, non dovevi essere bravo. Era un gioco. E ci piaceva. A tutti. Mi sono spesso domandata se un reality letterario funzionerebbe. Un reality di scrittori, dove lo scopo è inventare una storia, vince la storia più bella o quella raccontata meglio... Non credo però sia un format appetibile! La televisione dedica pochissimo spazio ai libri, i giornali molto di più, ma vanno spesso incontro al mercato, che vince sempre. Nella società contemporanea la lettura non è considerata una cosa gustosa. Una cosa divertente, un’esperienza sballante o trasgressiva. E invece lo è. Insieme al cinema, o alla musica, è una forma di dissociazione che tutti sperimentiamo da sempre, non ha effetti collaterali nocivi e, se crea dipendenza, non intossica.
R (Gamberale) - I media, certo: ma bisognerebbe sforzarsi di trovare un modo non pedante per parlare di libri, restituendo tutto il piacere che possono portare. E lo stesso piacere dovrebbe essere trasmesso a scuola. Facile a dirsi, lo so.
17:24
Scritto da: brujita1969
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