12/10/2011
Nevè Shalom - Wahat al Salam, un'oasi di pace
Il libro, edito dalla GDS Edizioni - presto nelle librerie e disponibile anche in e book all'indirizzo www.colibrigds.com - è un omaggio all’omonimo villaggio situato in territorio israeliano creato negli anni ’60 grazie all’iniziativa del padre domenicano Bruno Hussar e che oggi rappresenta un modello di cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre i conflitti per promuovere la pace e la comprensione consentendo la completa espressione dell’identità di arabi ed ebrei.
Credo si tratti di un esempio di come sia possibile un percorso che vada oltre ancestrali pregiudizi e che consenta un dialogo reale, necessario soprattutto in un momento in cui si acuiscono conflitti e tensioni.
Spero di aver contribuito, nel mio piccolo, a diffondere un messaggio positivo nel quale credo fermamente e l’insegnamento di quanti lavorano quotidianamente ad un progetto unico che a mio avviso va incoraggiato nella speranza che esperienze del genere possano essere replicate.
Gran parte degli eventuali introiti della vendita – pochi o (speriamo) tanti che siano – saranno devoluti al villaggio ed in particolare al sostegno del sistema educativo binazionale dove bambini arabi ed ebrei, da 0 a 12 anni, sono educati insieme alla tolleranza.
Titolo: Nevè Shalom – Wahat Al – Salam
Autore: Nuccio Franco
Editore: GDS Edizioni
Prezzo: € 9
Genere: Narrativa
Codice ISBN : 978-88-97587-16-3
Data di pubblicazione: Settembre 2011
Pagine: 70
http://www.ibs.it/code/9788897587163/franco-nuccio/neve-s...
L'italiano Jan e la musulmana Safiyya sono due amici inseparabili ed il reciproco vissuto è legato da un sottile quanto forte filo conduttore. Insieme,riescono a coronare il sogno più grande ossia contribuire al dialogo nel villaggio di Nevè Shalom – Wahat al-Salam, in Israele, attraverso il volontariato con una Ong.
In questa suggestiva realtà,ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, avevano intrapreso un cammino comune nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni.
Superare le vicendevoli diffidenze in virtù di un progetto comune, condiviso, frutto della mutua accettazione era la base di un sogno. Due popoli, una sola volontà: la pace.
Raggiungono Yoshua, uno dei volontari e compagno di Safiyya, ebreo con alle spalle un passato turbolento che li aiuterà ad inserirsi nella nuova realtà. Il vissuto di questi non aveva però impedito il nascere di un amore puro e sincero. Presto,le vite dei tre cominceranno ad intrecciarsi ed il rapporto a consolidarsi attraverso le esperienze quotidiane. La visita di Beer Sheba, di Hebron, la nuova Berlino, l’incontro con l’anziano signore che aprirà loro il proprio cuore raccontando ad essi della nipote che aveva intrapreso la strada senza ritorno del martirio, la visita di Gerusalemme che guardano attraverso gli occhi e la fede dell’altro e l’esperienza al villaggio saranno tutti elementi che trasformeranno il loro rapporto in un’amicizia senza eguali, scevra da pregiudizi.
Il tormento dell’uno è quello dell’altro così come la gioia o le difficoltà li renderanno coscienti del proprio ruolo, consapevoli della necessità di un processo che vada oltre il rispettivo vissuto e credo e li trasformerà in un unicum indivisibile.
Il darsi incondizionatamente agli altri farà maturare in essi una nuova consapevolezza e li porterà a guardare al futuro in maniera diversa, con rinnovato ottimismo nelle capacità degli uomini.
Recensioni:
13:38
Scritto da: brujita1969
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27/08/2011
“Afghanistan, camera oscura”. Il libro verità di Gabriele Torsello
12 ottobre 2006. Il fotoreporter italiano Gabriele Kash Torsello, viene rapito nel tragitto che da Lashkargah conduce a Kabul in Afghanistan.
Uomini armati fermano l’autobus (…credevo si trattasse dell’ennesimo controllo di routine…) su cui viaggia, lo prelevano “a colpo sicuro” e lo conducono in una prigione con l’accusa di spionaggio.
Inizialmente incredulo, Torsello cerca di mantenere la calma continuando però a porsi domande sul perché del rapimento. L’esperienza vissuta e le modalità del sequestro lo inducono tuttavia ad escludere responsabilità ascrivibili ai Talebani. Nel governatorato di Helmand si sospetta, infatti, il coinvolgimento di ambienti di polizia deviati.
Viene rilasciato tre settimane dopo.
Nel suo nuovo libro “Afghanistan,Camera oscura” (320pp, Kash GT Edizioni) a distanza di quasi 5 anni dalla vicenda ripercorre con lucidità i momenti salienti di quella esperienza, raccontando in maniera puntuale e coinvolgente – anche attraverso immagini suggestive - fatti ed emozioni utili a far luce definitivamente su alcuni aspetti ancora controversi.
Ricorda il lungo periodo di prigionia, regalando ai lettori uno spaccato davvero emozionante e conducendoli in un viaggio nella cultura, nell’essenza e nelle contraddizioni di un paese dove, spesso, un limite sottile divide legalità e crimine. E lo fa con doti di abile scrittore.
“La vera liberazione è accaduta realmente pochi giorni fa, quando per la prima volta ho avuto modo di iniziare a raccontare esattamente ciò che è avvenuto in quel periodo, e dar voce a tutti i momenti che hanno caratterizzato quell’esperienza”ci dice lasciando trasparire una certa emozione nel rivivere quei giorni.
Aggiunge, inoltre, di averlo fatto per “chiarire e descrivere tanti fatti che permettono di capire cosa è accaduto realmente, smontando quell’informazione che a volte i media sono costretti a seguire consapevolmente e inconsapevolmente”.
Dottor Torsello,nel libro dedica una parte importante al rapimento che colpì molto l’opinione pubblica. A Suo avviso chi furono i responsabili?
“Non sono stato sequestrato dai Taliban, l’ho detto più volte e non è servito a far correggere
l’onda mediatica che continua ancora oggi a ritenerli responsabili. Ora nella pubblicazione “Afghanistan CameraOscura” fornisco molti dettagli che provano l’evidenza: i Taliban non sono responsabili del mio sequestro, anzi pare che loro abbiano collaborate al mio rilascio. Con ciò non voglio difendere il movimento “Taliban” ma solo far chiarezza. I Taliban sono responsabili per molte atrocità, come altri, in Afghanistan ma non per questo devono essere “utilizzati” come capro espiatorio, come la giustificazione ad ogni problema. In Occidente si tende ad identificare il nome di un “nemico” ed incollargli tutte le colpe. Ciò può agevolare qualcuno, ma certamente non aiuta ad analizzare una problematica e risolverla. I problemi esistono per esseri risolti e non per essere camuffati e ignorati, altrimenti gli stessi problemi continuano a crescere e a ripresentarsi in maniera più difficile e complicata da risolvere.
Lei è un ritornato all’Islam. Cosa è cambiato?
“In realtà nulla è realmente cambiato. Quell’esperienza ha rafforzato in me il pensiero che la religione continua ad essere sfruttata e strumentalizzata dall’essere umano. E nel caso specifico ribadisco che il musulmano non rappresenta necessariamente l’Islam. Ancora una volta riscontriamo un onda mediatica finalizzata a obbiettivi politici più che informativi. Ciò è evidente quando un qualsiasi fatto di brutta cronaca accade: se un reato viene commesso da un cittadino qualunque, il fatto viene riportato identificando il cittadino con le generalità di nascita e/o di residenza non menzionando se è cristiano, hindu o ebreo. Se lo stesso crimine viene commesso da un cittadino qualunque ma di fede Islamica, la notizia viene riportata evidenziando principalmente la religione ‘un musulmano ha commesso…..’
Il Suo libro offre anche spunti ulteriori circa la situazione in Medio Oriente,spazzato da un vento di rivolta senza precedenti. Quali sono le cause della situazione attuale e quali le prospettive future?
Le cause attuali sono le stesse che ci hanno portato ad una situazione in cui sia la società che la natura sono molto inquinate: il soldo, l’economia. Viviamo in un mondo in cui si è innalzato in cima alla vetta l’economia e a seguire tutto il resto. Un mondo in cui ‘il fine giustifica i mezzi’ indipendentemente dal mezzo che si utilizza. Tutto è lecito purché si raggiunga quel fine economico immediato e che a distanza di tempo inizia a crepare perché cresciuto e alimentato da mezzi spesso ingiusti ed erosivi.
Il cambiamento è semplice ma occorre una forte volontà priva di compromessi: sulla vetta del nostro mondo occorre scalare l’economia al secondo posto e lasciare la cima, la testa, all’essere umano. Se tutte le decisioni fossero prese partendo dai valori umani comuni sarebbe il “mezzo” a giustificare il fine e non il contrario, e dovremmo ottenere l’utile ma un medio-massimo sforzo, tale da non compromettere e da non danneggiare il mondo che dobbiamo custodire, tutelare e consegnare per la prossima generazione, e per i figli dei figli dei nostri figli”.
A Suo avviso, quali potrebbero essere le possibili influenze di gruppi estremisti nel cavalcare e condizionare la protesta?
Riguardo ai gruppi estremisti (di ogni genere) questi sono liberi di agire quando in un Pese c’e’
caos e guerra e sicuramente ne potrebbero trarne vantaggio se la condizione libica continua a rimane molto instabile. A proposito di questo, sono stato colpito dalle dichiarazioni di alcuni politici italiani rilasciate ai media durante i primi giorni di attacco in Libia. Dicevano “E’ un fatto molto positivo che in queste rivolte non abbiamo visto bruciare la bandiera americana o simile…, significa che tra i ribelli non ci sono estremisti…’
E cosa pensano, mi chiedo, che gli eventuali estremisti si ‘pubblicizzano’ proprio nel momento in cui qualcuno gli sta creando i presupposti per poi agire?
13:37
Scritto da: brujita1969
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13/09/2010
“Il bambino che leggeva il Corano” - Recensione
“Il bambino che leggeva il Corano” è un viaggio a tinte forti nella parabola umana e spirituale di un giovane pakistano, attraverso il fascino e le ombre dell’Islam, alla ricerca della propria libertà.
Halal (lecito) ed haram (illecito) lasciano spazio anche ad una terza dimensione, il makruh, il riprovevole, ed alla lucida analisi di una religione che nei primi anni di vita del ragazzo funge da alveo sicuro nella convinzione di una missione da compiere. Essa scaturisce da una lontana
promessa del padre nel luogo santo per eccellenza: la Ka’ba.
Mai scontato e mai banale, il racconto di Ali Eteraz scorre via veloce, senza pause, catturando l’attenzione del lettore attraverso i continui richiami alla odierna realtà, ponendosi a metà strada tra il romanzo ed il saggio.
L’11 settembre, Osama Bin Laden, Salman Rushdie, l’intifada ma anche la filosofia dell’ottocento ed il post modernismo rappresentano richiami utili ad ancorare la narrazione al presente rendendola oltremodo pragmatica.
Il protagonista, Abir ul Islam (letteralmente Profumo dell’Islam), viene investito del compito di diffondere il credo come una meravigliosa fragranza, persuaso dalla bontà di un destino che altri avevano deciso per lui.
Sacrifici, ubbidienza, terrore del peccato, ore trascorse nella madrasa sono i tratti caratterizzanti di un’esistenza finalizzata all’affermazione di ciò che tutto giustifica e trascende, anche l’innocenza della
fanciullezza: l’Islam.
Anni dopo, la famiglia è costretta a lasciare il Pakistan ed a trasferirsi in America.
La nuova realtà, l’America degli attentati terroristici (“Due spade aeree mozzarono teste a Manhattan. Mio Dio, fa che non siano musulmani”) costringono il giovane a confrontarsi con se stesso e la sua cultura, retaggio di un passato ancora recente (“Assistevo alla lenta ma inesorabile affermazione della cultura laica, insidiosa perché si ammantava di sesso”).
La sua esperienza si trasforma così in un continuo “dibattito” tra la tradizione, il cuore ed il consapevole richiamo della modernità, delle passioni e delle terrene ipocrisie che cerca di rifiutare (“Essere musulmano non è solo una condizione dell’anima ma una modalità dell’esistenza”).
Ha così inizio un percorso individuale che lo porterà a mettere in discussione le ragioni di una vita (“Mi diedi come scopo di minare dalla base tutto ciò che i musulmani ritenevano sacro”).
Dopo essere tornato in Pakistan, additato come infedele solo perché ormai americano ed a seguito della disillusione scaturita dalla circostanza di aver scoperto che la (presunta) discendenza dal califfo Abu Bakr era frutto solo di un inganno, la reazione del giovane è la ricerca ossessiva di valide argomentazioni atte a mettere in discussione le stesse basi del proprio credo.
Successivamente ad adoperarsi per dimostrare che l’Islam è una religione di pace ed amore (“Quella scelta non mi procurò la soddisfazione desiderata. Sentivo di aver tradito la mia gente”); inorridito dal fanatismo e dall’assassinio, decide di tornare in Medioriente, determinato ad avviare un processo riformista.
Con uno stile essenziale, l’autore riesce a descrivere lucidamente l’abisso che intercorre tra la cultura
occidentale e quella orientale in un momento storico nel quale risulta utile soffermarsi su cosa significhi essere musulmani in terra straniera.
Non c’è spazio per voli pindarici ma tutto si svolge esclusivamente in coerenza con il mondo reale laddove, a causa di pochi, è un intero sistema di principi ad essere messo in discussione.
Eteraz, reporter per diversi quotidiani e riviste internazionali, è impegnato da tempo nella diffusione di principi libertari tra musulmani e lo si avverte attraverso il personaggio di Zaid, probabilmente autobiografico ed apparentemente indifferente, che conduce per mano Abir verso la comprensione dell’idea di un“Noi” necessario ad affermare l’esistenza di Dio.
Tale concetto va anteposto all’idolatria dell’Islam che esiste a patto di ragionare in termini generali ex ante. E’ questa la Prima testimonianza che Amir si ostina a considerare residuale ma che, giocoforza, accetterà come principio e guida della sua giovane esistenza.
10:33
Scritto da: brujita1969
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04/03/2010
Varanasi, l'altra faccia della nostra anima
di Nuccio Franco
“L'India brucia come l'Inferno, ma le sue anime sono belle e preziose perché il sangue di Cristo le ha irrorate”, le parole di Madre Teresa di Calcutta risuonarono nella mia testa mentre l’aereo planava sulla pista dell’aeroporto di Nuova Delhi. Io e mia moglie eravamo diretti a Varanasi. Finalmente il sogno di una vita si stava realizzando: l’India ed i suoi mille volti!
Varanasi è un mondo a sé. Punto d’arrivo di ogni indù, legata al culto del Gange, il fiume sacro alla divinità Shiva, immergendosi nel quale ci si libera delle impurità spirituali. Città santa, meta di un quotidiano, ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, paragonabile a Gerusalemme, alla Mecca. Tra risciò e vacche sacre, in un vortice frenetico di umanità e rumori avvertimmo subito una spiritualità contagiosa, senza uguali a livello emotivo.
La percepimmo per le strade, nei volti, nei segni della lebbra, girando per i vicoli fetidi dove uomini e donne dormivano a terra, tra rigoli di liquami nauseabondi.
L’alba sul Gange fu un’esperienza unica, in un vortice di colori, canti e profumo d’incenso; abluzioni e faccende quotidiane come fare il bucato, in un misto di sacro e profano. Uomini in abiti succinti e donne si immergevano nell’acqua per eseguire l’antico saluto del Sole portando con sé fiori e ghirlande quali offerte alla divinità. Santoni, mendicanti e donne con uno sciame di bambini attaccati ai vestiti si confondevano sulle scalinate dei ghat, insensibili alle acri esalazioni provenienti dalle pire funerarie poco distanti che non smettevano mai di ardere. L’ascesa dell’anima al cielo, purificata dal fuoco per accedere allo stadio supremo, il Nirvana.
Fede e misticismo si mescolavano nell’attesa di una vita migliore nell’al di là che ripagasse l’immensa povertà quotidiana.
Alle spalle dei ghat, che portano al sacro Gange e che si estendono per cinque chilometri, osservammo imponenti costruzioni coloniali dall’antico fascino perduto e templi, testimonianza di un passato lontano.
Il popolo indiano esprimeva gratitudine con gli occhi, senza niente da offrire tranne un’immensa umanità frutto del dolore, unico sentimento capace di restituire la speranza a dispetto di un destino malvagio. Nulla fu più gratificante quanto vedere quei bambini sguazzare sorridenti nelle acque maleodoranti del sacro Fiume, la grande Mamma, fonte di vita, e correrti incontro con quegli occhi nero pece avvolti in sdruciti indumenti. Ci saltarono al collo in cerca di un abbraccio desiderosi di un po’ di conforto, sussurrandoti all’orecchio namastè, mi inchino a te, sotto l’occhio vigile delle madri avvolte in splendidi sari multicolori. Eravamo noi a doverci inchinare a loro, così ingenui ma già provati, per lo splendido dono di lusingarci con la loro fiducia incondizionata!
L’emarginazione contrastava con la condizione della middle class, con l’immagine di quei ragazzini compiti nei loro grembiulini stirati di fresco, ben pettinati, educatamente seduti sullo scuolabus, cartelle in spalla, pronti per la scuola. Due mondi, altrettante storie e paradossi.
Lo scenario si fece più tetro al calar del sole quando il caldo soffocante e l’anima ribolliva alla vista del crematorio dove alte pire bruciavano corpi sotto lo sguardo quasi indifferente di amici e parenti. Niente pianti o urla ma solo una magica, strana armonia tra la vita e la morte.
Un volontario ci disse che lasciare Varanasi sarebbe stato facile, lei però non ti avrebbe mai abbandonato. Infatti, l’immagine di un fagotto alla deriva sul fiume sarebbe stato difficile da dimenticare. Non era una bambola ma un bimbo appena nato. Ad essi, come alle donne incinte non era concesso il “privilegio” della cremazione: sono puri. Arduo da accettare ma ancor di più da comprendere.
La sera sentimmo le nostre anime leggere come piume che volteggiavano nel cielo della vita, libere da ogni paura, e ci addormentammo felici nell’attesa di un nuovo giorno.
10:55
Scritto da: brujita1969
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19/02/2010
Il libro, questo sconosciuto
Il libro, questo sconosciuto. Almeno in Italia. I lettori, infatti, sono solo il 38 % sul totale della popolazione di età superiore ai 14 anni, ma solo il 10 % si possono definire "abituali". Lo strano è che, invece, il mercato dei libri nel Belpaese si presenta, tutto sommato, solido, con un fatturato complessivo di oltre 5 miliardi di euro, anche se in flessione rispetto agli anni precedenti. Del resto l'Italia, tra i 25 paesi dell'Unione Europea, si collocava nel 2006 solo al diciannovesimo posto, superando di poco la Spagna, la Romania, la Grecia e la Bulgaria. Oggi, con quel 38 % scarso, potrebbe anche essere stata scavalcata da tutti i paesi tranne il Portogallo.
I dati sono forniti dall'AIE, l'Associazione Italiana Editori e sono impietosi. Elaborando i dati Istat del 2009, infatti, l'associazione rileva che, nel 2009 il 45,1 % degli italiani di età superiore ai 6 anni ha letto almeno un libro non scolastico (25 milioni e mezzo). Ma la fascia dei lettori saltuari (da 1 a 11 libri l'anno) è consistente: quasi 22 milioni di persone sopra i sei anni d'età. Chi legge più di 12 libri l'anno, infine, rappresenta solo il 6,9 % (3 milioni e 900 mila).
Anche l'area geografica è importante al fine delle statistiche di lettura: il nord Italia vede una prevalenza di lettori sulla popolazione (52,2 %), seguita dal Centro (47,4 %) e, ben distaccata, il Sud e le Isole (31,6 %). Le prime cinque regioni italiane che leggono di più, naturalmente, si collocano al nord (Trentino Altro Adige col 57,5 %, Friuli Venezia Giulia col 56,5 %, Valle d'Aosta col 53,8 %, Lombardia col 53,5 %, Liguria, col 51,3 % e Piemonte col 50,6 %). Fanalino di coda è la Sicilia, invece (29,1 %), superata dalla Campania (29,4 %), dalla Puglia (29,9 %), dalla Calabria (31,4 %) e dalla Basilicata (34,3 %). Un altro dato significativo è la spesa media mensile per abitante in libri: appena 4,90 Euro che scende per i bambini da 0 a 14 anni ad 1,48 euro.
Eppure, piccoli segnali positivi si stanno delineando: rispetto al 2007 e al 2008 c'è stata una crescita, sia pur minima (1%) dei lettori, arrivati a 25 milioni complessivi. Indubbiamente, a rendere ancora più difficile la propensione alla lettura c'è il fatto che la spesa per acquisto di libri da parte delle bibilioteche pubbliche è scesa dai 65,5 milioni di euro del 2005 ai 48 milioni di euro del 2008 e che ci sono ancora 691 comuni con più di 10 mila abitanti totalmente privi di emeroteche aperte alla popolazione, lasciando senza questo strumento il 21,3 % della popolazione italiana (quasi 13 milioni di persone).
Ci sono però biblioteche d'eccellenza che hanno a disposizione oltre 10 mila volumi (3902), mentre le librerie private aperte al pubblico sono 2774.
A snobbare il libro sono soprattutto i giovani: il 45 % di loro in età dai 6 ai 19 anni non ne legge neanche uno al di fuori di quelli scolastici. Se si "sgranano" questi dati per età, poi, si evidenzia un fattore ancora più preoccupante: a formare la fascia più consistente di "non lettori" sono i ragazzi tra i 6 e i 17 anni (29 milioni e 400 mila).
Ed è per questi motivi che è nato il "Centro per il Libro e la Lettura", su iniziativa dell'AIE e del governo. L'obiettivo del Centro è quello di far riavvicinare o avvicinare per la prima volta al libro un numero sempre crescente di italiani, con il proposito di incrementare i lettori del 50 % nei prossimi dieci anni. Sette i programmi annunciati dall'Associazione: dal giorno in cui tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene, alla donazione di testi di buona qualità che gli editori eliminano per arrivare a un appuntamento annuale di studio e confronto sul futuro del libro.
Il primo programma prevede di costruire un modello di promozione della lettura su scala provinciale applicabile successivamente a tutto il territorio nazionale. Il secondo mira a dare al libro un valore socialmente apprezzabile e prevede di donare gratuitamente libri di buona qualità, che gli editori eliminano, alle situazioni più svantaggiate. Il terzo programma prevede una campagna di comunicazione, concentrata in una settimana che, in collaborazione con Aie (Associazione Italiana Editori), culminerà nella giornata di domenica 23 maggio, dove tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene.
I programmi 4 e 5 sono stati delineati per promuovere la cultura del libro puntando a dare agli autori e alle opere italiane la presenza internazionale che oggi non hanno e di fare dell'Italia la sede internazionalmente riconosciuta di riflessione approfondita e di elaborazione sulla cultura del libro. In questo senso si organizzerà un appuntamento annuale di studio sui temi di frontiera, sull'evoluzione e sul futuro del libro. L'ipotesi della sede è Torino, in futuro alla Reggia di Moncalieri, nel mese di ottobre.
Infine, gli ultimi due programmi: rilevazione Nielsen per poter costituire un'unica autorevole fonte di dati sul mondo dei libri e far diventare il Centro un punto di riferimento per rappresentare gli interessi del mondo dei libri nelle sedi istituzionali.
Fonte Associazione Italiana Editori
11:07
Scritto da: brujita1969
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12/11/2009
Intervista con Rosella Postorino e Chiara Gamberale -Rapporto AIE 2009 sullo stato dell’editoria
di Nuccio Franco
Timidi ma incoraggianti segnali di crescita per l’editoria italiana che quanto a fatturato e pubblicazione di titoli occupa nel 2009 il settimo posto a livello mondiale, il quinto in Europa. E’ quanto emerso dal rapporto dell’Associazione Italiana Editori (AIE) 2009 sullo stato del comparto, che con 420 soci ricopre circa il 90% del mercato librario italiano, presentato in occasione della Fiera del libro di Francoforte.
Sotto alcuni aspetti, è ancora il segno meno a connotare il comparto con 3,5 miliardi di giro d’affari (-3,1) rispetto al 2008, 59.000 titoli pubblicati (2.000 in meno rispetto allo scorso anno) per 235 milioni di copie, pari ad un saldo negativo del 12%.
Tuttavia, non mancano gli elementi positivi in quanto la lettura in Italia è tornata a crescere; lo si desume dal fatto che circa il 45% (+ 0,9) di italiani ha dichiarato di leggere almeno un libro non scolastico nell’anno precedente, a dimostrazione che il comparto dell’editoria è stato tra quelli che meno hanno subito il rallentamento globale dell’economia, dovuto alle attuali congiunture.
Basti pensare che il “solo” 14% degli italiani che costituiscono lo zoccolo duro rappresentano il 41% delle vendite proteggendo in tal modo il settore dagli effetti critici. Confermata la maggior propensione alla lettura nel Nord Est, seguito dal Centro mentre ancora una volta si confermano fanalino di coda le regioni del Sud, Basilicata, Calabria e Sicilia su tutte.
Per un segno positivo rappresentato dalla vendita di libri per ragazzi da 0 ai 14 anni (+ 9,1), segna un calo di circa il 6% il mercato del libro scolastico, frutto innanzitutto di una maggior propensione delle famiglie italiane ad attingere al mercato dell’usato o ad altri canali d’acquisto,internet in primis.
Tale situazione, in prospettiva, è destinata a peggiorare per effetto della riforma voluta dal Ministro Gelmini che prevede il blocco dell’adozione dei testi scolastici per cinque anni nella scuola primaria e per sei in quella secondaria con l’obbligo, dal 2012, di adozione dei soli testi disponibili e scaricabili da internet.
Quanto ai canali distributivi, tengono le librerie che, sempre di più, si stanno adeguando alle esigenze del mercato attraverso la sperimentazione di nuovi format e da logiche di network e di franchising. Il risultato è un netto aumento quasi triplo dei punti vendita passati dai 317 del 2007 ai quasi 1.900 sull’intero territorio nazionale.
Sempre con riferimento ai canali d’acquisto, cresce l’on line e registrano un sostanziale segno positivo le edicole mentre diminuisce la Grande Distribuzione (Gdo) per effetto del calo generalizzato degli acquisti delle famiglie.
Crescono le pubblicazioni legate all’attualità che in sette anni sono aumentati del 28,1% per quanto concerne i titoli con un +3,8 % di copie.
Ne abbiamo discusso con Rosella Postorino e Chiara Gamberale, scrittrici emergenti ma, soprattutto, due care amiche.

Rosella, 31 anni, calabrese, autrice di “La stanza di sopra” con il quale ha vinto il Premio Rapallo Opera Prima e “L’estate che perdemmo Dio”. Collabora, inoltre, con le pagine romane del quotidiano “La Repubblica” e con “Rolling Stone”.
Chiara, 32 anni, scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva. Ottiene la ribalta in campo letterario quando, poco più che maggiorenne, pubblica il romanzo “Una vita sottile” (Marsilio 1999), ispirato a una vicenda autobiografica e da cui viene presto tratta una fortunata versione televisiva. Seguono “Color lucciola” (Marsilio
2001) e “Arrivano i pagliacci” (Bompiani 2003).A partire dal 2002, ha cominciato a lavorare come autrice e conduttrice televisiva. Su Rai Tre ha condotto Parola mia, su Rai Uno Gap e, di nuovo sulla terza rete, Quarto Piano Scala a Destra, programma di cui era anche ideatrice. Dal 2005 al 2008 è stata autrice e conduttrice su Radio 24, della trasmissione Trovati un bravo ragazzo. Del 2008 è il libro “La zona cieca” (Bompiani, 2008), Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati. Del 2009 "Una passione sinistra" (Bompiani). Collabora attualmente con La Stampa e Vanity Fair.
D- Allora Rosella, Chiara, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità. Oggettivamente dal rapporto si evincono timidi ma incoraggianti segnali di crescita per l'editoria italiana;il 45% (+0,9) di italiani ha dichiarato di leggere almeno un libro non scolastico nell'anno precedente, a dimostrazione che il comparto dell'editoria è stato tra quelli che meno hanno subito il rallentamento globale dell'economia, dovuto alle attuali congiunture. Come interpretate questo dato?
R (Postorino) - Non è un segnale che mi incoraggia realmente. In Italia è considerato un lettore forte chi legge dodici libri all’anno, cioè un libro al mese; nel nostro paese si leggono pochi quotidiani, e in Europa siamo in coda all’uso della banda larga per la connessione Internet, per esempio: che è comunque un segnale di avanzamento culturale di uno stato. Bisogna anche capire di che tipologia di libri si tratta. Nelle statistiche rientrano spesso anche volumi di cucina, giardinaggio, fai-da-te ecc. E in ogni caso si nota, anche solo osservando le classifiche pubblicate settimanalmente dagli inserti letterari, che esiste un divario molto grande tra i bestseller e gli altri libri (il secondo in classifica vende spesso molto meno della metà del primo, il terzo la metà del secondo, tutti gli altri stanno vicinissimi, ma vendono quasi dieci volte meno del primo; pensiamo poi ai libri che nelle classifiche non entrano...). Con molta probabilità, il libro che tutti hanno letto durante l’anno è un bestseller. Ma in Italia si pubblicano circa 65.000 titoli all’anno: chi li legge? La tendenza che vedo negli ultimi tempi è la vittoria dei libri per lettori occasionali. Se alcuni li difendono, sostenendo che possano educare alla lettura i non-lettori o i lettori deboli, io non ne sono affatto convinta. Credo ci sia invece un rischio diseducativo, pari alle trasmissioni di Maria de Filippi. Se questi libri favoriscono gli editori nel breve termine, non lo fanno nel lungo periodo, perché non educano il gusto, non lo affinano.
R (Gamberale) - Naturalmente lo valuto positivamente: anche se non mi sfugge che, essendo quello dell'editoria un mercato in crisi di per sè, si tratti di un movimento (o di un mancato movimento verso il basso) apparente...
D - Al Nord si legge molto di più rispetto al Centro - Sud, ulteriore dimostrazione di un Paese "diviso", senza alcuna allusione politica. Come valutate la situazione e quali le ragioni: sociali, culturali, economiche o cosa??
R (Postorino) – È un discorso molto complesso, che si inserisce nella “questione meridionale” di cui parliamo da sempre. Ci sono purtroppo molti aspetti disfunzionali nelle società del Sud, che conosciamo e che sono difficili da risolvere, e che naturalmente vanno a intaccare anche i consumi culturali. È un dato del tutto previsto in territori in cui il tasso di scolarizzazione è più basso, il tenore di vita anche, dove esiste una sorprendente percentuale di analfabeti (nel 2005, secondo l’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo, erano sei milioni in Italia, con un picchio in regioni come Basilicata, Sicilia e Calabria, che però, paradossalmente, avevano in percentuale più laureati di Piemonte e Lombardia), e dove probabilmente le persone che studiano o che conducono determinati stili di vita non vivono più, perché sono emigrate al Nord per frequentare l’Università o realizzare le proprie aspettative professionali. È una cosa che mi addolora, non in quanto scrittrice: in quanto cittadina italiana. Questo dato è solo l’ennesimo sintomo di un problema antico: le differenze sociali ed economiche che esistono all’interno di una stessa nazione.
R (Gamberale) - Io scrivo: non m'intendo di queste cose...Certo è che ho la sensazione che al sud la distribuzione dei libri sia molto meno capillare: ma le ragioni, a parte evidenti dinamiche note a tutti, mi sfuggono
D - Scrivere in Italia oggi: quanto contano nella vostra scala di valori il mercato, l'editoria, il lettore medio (lo insegui o lo desideri)? Quali sono i Paesi nel mondo in cui vorreste venissero distribuiti i vostri libri?
R (Postorino)- Credo che qualunque scrittore desideri essere pubblicato in qualunque paese del mondo! Per quanto riguarda il lettore medio: chi è? Credo sia un’illusione degli editori poterlo individuare. È come parlare dell’uomo medio: è una categoria in cui non credo e che trovo anche un po’ discriminatoria. Potenzialmente, ogni scrittore vorrebbe arrivare a più persone possibili. Questo però, per quel che mi riguarda, non significa farsi condizionare nel proprio lavoro. Probabilmente è un errore, ma io ho profonda fiducia nei confronti dei lettori, credo derivi dalla mia fede nella letteratura. Non dico che sia ragionevole, d’altronde nessuna fede lo è. Il mercato è una cosa che non riguarda lo scrittore, riguarda gli editori. Assecondare volontariamente il mercato, oltre a essere illusorio come dicevo prima, è anche snaturante: io perderei il gusto di scrivere. La scrittura è lo spazio della libertà. Il mercato – può sembrare un paradosso – è ingabbiante.
R (Gamberale) - Scriviamo tutti per venire letti: e chi lo nega cerca un alibi per i suoi possibili fallimenti in questo senso. Per me il lettore conta, senza dubbio: ma non mi sintonizzo su di lui, ci mancherebbe. Diceva Pasolini che un libro può risultare necessario a chi lo legge se è stato necessario a chi l'ha scritto: ci credo. E poi come si fa a sintonizzarsi sul "lettore medio"? Chi è? Che vuole? Che pensa? Per fortuna siamo tanti, e tutti diversi. L'importante per uno scrittore credo sia intercettare il SUO, pubblico. Più è vasto, più è meglio, certo: anche perchè è testimonianza di una condivisione del sentire di chi ha scritto un lbro e dei temi che gli stava a cuore trattare.
D - Infine, quali potrebbero essere, a vostro avviso, le migliori strategie per invertire definitivamente la tendenza??La scuola, i media potrebbero esercitare un ruolo positivo e propositivo in tal senso?
R (Postorino) - Io non sono convinta che leggere sia necessariamente una cosa indispensabile per tutti. Per me è sempre stata una forma di salvezza. Ancora oggi che leggere è diventato parte del mio lavoro, il piacere che provo quando mi immergo in un libro che ho scelto per me, prima di addormentarmi, è incomparabile. È la sensazione che potrò ancora salvarmi. Riempio la casa di libri e penso: se perdessi ogni cosa, comunque avrei i miei libri. Ma non è per tutti così. Ci sono persone il cui benessere è legato ad altre cose, non per forza culturali, e io credo che queste abbiano pari dignità. D’altra parte, poiché sono convinta che i libri salvino le persone e le società, mi piacerebbe che tutti potessero vivere appieno l’intensa esperienza della lettura. Credo che la scuola possa fare un grande lavoro in questo senso, attraverso iniziative coinvolgenti: invitare gli autori in classe, portare i ragazzi alle fiere, creare dibattiti tematici trasversali in aula, rendere i libri vivi. Molte scuole lo fanno regolarmente, d’altra parte. È che spesso dipende dall’entusiasmo di singoli insegnanti, piuttosto che da direttive generali. Ricordo che alle elementari la maestra ci faceva leggere in classe ad alta voce, poi ci faceva mettere in scena il brano che avevamo letto. Tutti, a turno, lo recitavamo, vicino alla lavagna. Non c’era un voto, non era un compito, non dovevi essere bravo. Era un gioco. E ci piaceva. A tutti. Mi sono spesso domandata se un reality letterario funzionerebbe. Un reality di scrittori, dove lo scopo è inventare una storia, vince la storia più bella o quella raccontata meglio... Non credo però sia un format appetibile! La televisione dedica pochissimo spazio ai libri, i giornali molto di più, ma vanno spesso incontro al mercato, che vince sempre. Nella società contemporanea la lettura non è considerata una cosa gustosa. Una cosa divertente, un’esperienza sballante o trasgressiva. E invece lo è. Insieme al cinema, o alla musica, è una forma di dissociazione che tutti sperimentiamo da sempre, non ha effetti collaterali nocivi e, se crea dipendenza, non intossica.
R (Gamberale) - I media, certo: ma bisognerebbe sforzarsi di trovare un modo non pedante per parlare di libri, restituendo tutto il piacere che possono portare. E lo stesso piacere dovrebbe essere trasmesso a scuola. Facile a dirsi, lo so.
17:24
Scritto da: brujita1969
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06/11/2009
I martiri di Hebron
di Nuccio Franco
Terzo Classificato - Sezione D Racconto edito, inedito o libro di narrativa alla 12° edizione 2010 del "Premio Internazionale "Val di Vara - Alessandra Marziale"
Semifinalista della 16° edizione del Premio Letterario Internazionale - Trofeo Penna d'autore 2010 - Menzione d'onore
(Pubblicato da il denaro.it)
Aeroporto di Eilat/Ovda, estremo sud del Paese,non lontano dal Golfo di Aqaba. L’aereo iniziò la discesa,perdendo lentamente quota dopo l’annuncio di rito del comandante;le immagini che si scorgevano dagli oblò lasciavano senza fiato. Un’immensa distesa desertica, un roccioso paesaggio lunare, il Negev si stagliava all’orizzonte in tutta la sua sconfinata possenza. Per chilometri non una casa, un villaggio,quasi un mondo senza vita ma, nonostante tutto, affascinante. 
Planammo sulla pista,atterraggio senza sussulti, tranquillo come il viaggio trascorso ad ascoltare i nostri pensieri, ad inseguire le nostre fantasie. Forse anche i nostri timori. Eravamo diretti a Neve Shalom,un villaggio situato in territorio israeliano, la cui peculiarità era rappresentata dal fatto che ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, avevano intrapreso un cammino comune,interculturale,nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni. Situato su una collina,circondato da ulivi secolari traeva il suo nome da uno dei libri di Isaia “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace….”
Il portellone si aprì ed una folata di caldo torrido ci avvolse, quasi tememmo di perdere i sensi. Respiravamo a fatica.
Ci avviammo verso il settore arrivi del piccolo aeroporto e solo lì cominciammo a comprendere,senza mediazioni,cosa significasse convivere con la paura.
La si percepiva nei volti delle persone, dei soldati a presidio di un potenziale obiettivo, negli occhi dei responsabili della sicurezza il cui sguardo sembrava ostile. Già, giovani soldati, uomini e donne, privati della levità della loro età, pronti a sparare se necessario ma tormentati,vittime del loro stesso conflitto interiore. Nessun altro Paese ha le cicatrici di Israele e la consapevolezza che altre guerre potrebbero essere combattute, che altri amici potrebbero essere chiamati a sacrificarsi per un’idea. Un’angoscia quotidiana ti guida nella consapevolezza di essere impotente.
Per stemperare la tensione li osservai conversare in uno dei loro rari momenti di apparente tranquillità, fucile sulle ginocchia, dito sul grilletto e sorrisi appena accennati. Immaginai ciò che poteva passargli per la testa in quegli istanti. Probabilmente contavano i giorni mancanti alla licenza per tornare a casa, riabbracciare le famiglie,amici e fidanzati tornando per un istante alla normalità bevendo una birra in Ben Yheuda Street, cuore moderno e pulsante di Gerusalemme.
Intorno a noi,la gente si affrettava veloce, quasi correndo, mentre agenti circondavano un bagaglio incustodito, visibilmente tesi. Gli artificieri si avvicinarono con fare circospetto, facendosi largo tra la gente,creando il vuoto attorno; sfiorarono l’oggetto muovendo le mani con una dovizia degna di un incisore, attenti ad evitare movimenti bruschi che potevano risultare fatali. I cani annusavano nervosamente la valigia.
La scena rapì la mia attenzione ma non era un cortometraggio bensì la sconsolante realtà nella sua crudezza. Falso allarme, si trattava solo di un bagaglio smarrito. Ancora una volta, il trapezista era riuscito a stare in equilibrio.
Raggiungemmo la dogana per espletare le formalità di rito.
In qualsiasi aeroporto del mondo tali procedure vengono esercitate con attenzione ma normalmente. In Israele no,non c’è spazio per la consuetudine,la vita è cadenzata dalla paura, da un burattinaio che muove i fili con il ricatto del terrore. Uno sguardo, un oggetto, una distrazione rischiano di rappresentare il peggio. Ogni cosa è scrupolosamente calcolata, scrutata con ossessiva pignoleria, nulla lasciato al caso. Un attimo e può essere la fine che ingoia il proprio essere e ,con esso, il pensiero di amici e parenti, tutto.
Mostrammo i passaporti ad una soldatessa dall’aspetto di bambina che ci scrutò, qualcosa non la convinceva. Credevo di sapere cosa la preoccupasse; Saffiyya era araba, seppur con passaporto italiano mentre il mio documento era tempestato di visti d’ingresso in numerosi paesi mediorientali.
Bastò questo per insospettirla e trattenerci per ulteriori accertamenti. Difficile lavorare con il timore, soprattutto quando si è giovani e si ha tutta la vita davanti, nel tentativo di conciliare amor di patria e voglia di vivere, di normalità, che in certe realtà rappresentano, talvolta, improbabili chimere. Comprensibile, soprattutto se la tua esistenza può dissolversi in un istante, spazzata via da una cintura di tritolo quale prezzo da pagare per l’espiazione di chissà quali colpe. Come se non avessero già offerto il loro tributo sacrificale sull’altare della storia che si ripete.
Sopraggiunse il capo della sicurezza, che ci intimò di seguirlo. Fummo separati e sottoposti ad una moltitudine di domande affinché le rispettive risposte potessero essere confrontate. Ci chiesero il perché del nostro viaggio,dove eravamo diretti,se conoscevamo qualcuno, perché tutti quei soggiorni in Giordania, Libano, Marocco.
Cercammo di mantenere la calma,di spiegare,nel tentativo di risultare convincenti. Difficile, anche se non hai nulla da nascondere. In quegli attimi capisci che sei in loro balia e che da essi dipende qualsivoglia decisione,compresa quella di imbarcarti sul primo volo in partenza. Dopo un’ora ci lasciarono andare. Saffiyya aveva le lacrime agli occhi, in preda ad una crisi di nervi dovuta alla pressione psicologica cui era stata sottoposta. Le avevano strappato dal collo la catenina con la mano di Fatima senza ragione,solo per un gratuito sopruso.
Cercai di rassicurarla che il peggio era passato ma di fronte alla paura, a nulla valgono gli abbracci.
Recuperammo le nostre cose e ci precipitammo fuori dall’aeroporto,madidi di sudore con le maglie zuppe appiccicate ai corpi come una seconda pelle.
Ad attenderci trovammo Yoel,il compagno di Saffiyya, israeliano. Non appena lo ebbe scorto, gli si lanciò al collo stringendolo forte, mossa da una naturale ricerca di sollievo. Il loro era stato un amore sin dall’inizio puro e sincero, seppur nella consapevolezza delle enormi difficoltà che avrebbero dovuto affrontare ma che si dissolvevano d’incanto come neve al sole sull’onda del trasporto e della reciproca accettazione. L’amore era per loro complicità, condivisione al di là delle rispettive religioni,dei luoghi comuni. Caricammo la jeep e partimmo alla volta della Galilea attraversando il deserto. Dietro di noi una nuvola di polvere ci impregnava i polmoni.
Un panorama indescrivibile si parò davanti ai nostri occhi con un’infinità di collinette che si susseguivano come
onde di un mare burrascoso, dai colori giallo, ocra, rosa. Il senso dell’immenso, dell’infinita grandezza di Dio,invitava alla contemplazione ed all’incontro con esso.
Sentimento,questo,che strideva alla vista delle tende da campo e dei carri armati dell’esercito ai lati della strada, impegnati in esercitazioni militari. La sicurezza e la difesa dei civili, l’unico scopo. Mostravano i muscoli in quella zona ad alto rischio ed elevata valenza strategica, soprattutto dopo le minacce farneticanti di alcuni Capi di Stato.
Ciò riassumeva meglio di tante parole tutte le contraddizioni di un Paese in guerra, dove si ha bisogno di credere in qualcosa che vada oltre il contingente affinchè la propria vita sia degna di essere vissuta. Salutammo con un gesto appena accennato; ci guardarono sorpresi ricambiando perplessi.
Lungo la strada, ammaliati da quel panorama, chiedemmo a Yoel di fare una sosta nel deserto di Giuda; acconsentì entusiasta e con la potente jeep si arrampicò su per una stradina ripida e dissestata dalla cui cima era possibile ammirare un paesaggio mozzafiato.
Ci sedemmo su una roccia in raccoglimento ad ascoltare il silenzio ed il vento che sibilava discreto intorno a noi ed a quel luogo che sembrava senza tempo. Trassi dalla tasca un salmo che recitava “trascorriamo i nostri giorni nel rimpianto del passato, nelle preoccupazioni del domani: eppure, il primo è già sepolto, l’altro deve ancora nascere. Entrambi, sfuggono al nostro controllo. Possiamo vivere felici solo nel provvidente presente di Dio”.
Quelle parole ci fecero riflettere ancor di più sull’immensità del Supremo; non era importante il proprio credo ma la comunione di spirito e la forza che scaturiva da quel messaggio che con Saffiyya e Yoel condividemmo intensamente con un semplice sguardo. Li osservai perdersi dietro quell’orizzonte così unico, così mistico percependo come anche loro,in quell’istante,fossero alla ricerca del proprio io ma, soprattutto, di quel Dio, Onnipotente e Misericordioso. Nello stesso tempo,ci stavamo avvicinando l’un l’altro nella consapevolezza di non essere tanto diversi, anche nella professione del nostro credo. Respiravamo il nostro essere.
Quei pochi minuti bastarono per tornare all’essenza delle nostre vite, per capire se ciò che eravamo era realmente ciò che avremmo voluto. Avevamo ardentemente desiderato quella sosta per fare ordine intorno alle nostre stesse vite. E’ proprio vero,a volte bisogna semplicemente fermarsi ad ascoltare.
Raggiungemmo la città di Beersheba nel primo pomeriggio,colorato mosaico pieno di vita ed orgogliosa di sé, sebbene negli anni frequente bersaglio dei missili kassam lanciati dalle retrovie palestinesi e di attentati da parte delle Brigate Ezzedin Al Qassam. La gente, tuttavia, non aveva perso la tradizionale giovialità ed il valore di un sorriso da regalare all’ospite.
L’indomani ripartimmo alla volta di Hebron,West Bank, città di Abramo,una delle più sacre dell’Islam, ma anche tristemente nota per l’insediamento dei coloni.
La nuova Berlino, come fu ribattezzata a causa della costruzione di un muro grigio deputato alla sicurezza, in realtà confine di un nuovo ghetto per un popolo privato della propria terra, della casa, emarginato. 
Il chek point situato proprio al centro della cittadina.
Una famiglia che cercava di oltrepassarlo portando con se un otre pieno di olio,regalo di parenti, venne perquisita dai soldati. Uno di essi rigirò un bastone nel contenitore e intimò loro di svuotarlo. Irritato per non aver trovato quanto immaginasse,inveendo lo distrusse in mille pezzi con il calcio del fucile. Dalle case sopra le botteghe alcuni coloni lanciavano oggetti contro i palestinesi che si proteggevano stendendo lunghe reti e rispondendo come potevano alle gratuite provocazioni. Gli arabi ostaggi a casa loro di 400 coloni, tacciati di terrorismo per il solo fatto di aver abitato da sempre quelle terre, senza però poterle lavorare, costretti a dipendere continuamente dall’altrui elemosina. 
Il suk, una volta rinomato, ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali guardare la vita. Strade quasi sempre deserte con pochi bambini ciondolanti ad osservare i soldati maturando già in tenera età odio e spirito di rivalsa. Senza nemmeno la possibilità di frequentare la scuola,tra loro probabilmente sarebbero stati reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza. Intravidi la bancarella di un anziano signore,la kefiah sulla testa, fissata dall’immancabile cordoncino nero. Mi avvicinai ad osservare la sua mercanzia ed i miei occhi caddero su un ciondolo,simile a quello sottratto a Saffiyya. Lo acquistai senza esitazione pagandolo dieci dollari,uno sproposito,tra lo stupore del venditore che pensò mi fossi sbagliato. Lo rassicurai dicendogli che il resto poteva tenerlo e ci attardammo a scambiare due chiacchiere.
Feci per andarmene ma mi trattenne per un braccio invitandoci a casa sua per il pranzo. Uno sguardo complice e veloce ed accettammo volentieri. Recuperò velocemente tutti i suoi averi, li raccolse in un fagotto e ci incamminammo. Lo seguimmo rispettosamente affinché ci facesse strada, facendo attenzione a non metterlo in imbarazzo agli occhi dei pochi passanti che ci scrutavano curiosi. Arrivati davanti la sua casa, ci fece accomodare mentre la moglie, alla nostra vista restò per un attimo sorpresa,sciogliendosi successivamente in saluti sinceri, dolce e solare. Il giardino un cumulo di sporcizia, le pareti scrostate con crepe divaricanti, un odore sgradevole proveniente dagli scoli fognari.”Ecco” ci disse “questa è la nostra condizione. A volte non usciamo di casa per giorni fino a quando non ci resta nulla da mangiare ed allora siamo costretti a mettere a repentaglio la nostra incolumità. Entrano in casa, mettono a soqquadro tutto alla ricerca di non so cosa solo per umiliarci. Ormai, io e mia moglie siamo anziani, la vita ci ha provati e non desideriamo più nulla. Abbiamo ricevuto in dono dall’Altissimo una vita felice seppur nel quotidiano disagio, figli e nipoti che si sono presi cura di noi. Il nostro pensiero va alle nuove generazioni, senza lavoro, senza futuro. Cosa ne sarà di loro?Prima dell’occupazione vivevamo decentemente, ora non abbiamo più nulla, nemmeno i sogni” concluse. Una famiglia mutilata dell’identità ma con la fierezza e l’orgoglio che solo gente umile riesce a trasmettere. Gli raccontammo del nostro viaggio,delle motivazioni umanitarie che ci avevano spinti fin laggiù ma pur comprendendo il nostro nobile intento stentò a convincersi che qualcosa potesse cambiare. “Se non ci si accetta reciprocamente, la pacifica convivenza è e resterà un’illusione. Nessuno può arrogarsi il diritto di essere depositario della verità”. Si alzò di scatto e si avvicinò ad un cassetto dal quale estrasse uno scritto di sua nipote. Me lo porse invitandomi a leggere.“Nel nome di Allah, l’Onnipotente, il Misericordioso. Il mio nome è Nor, luce. Che paradosso in una terra lancinata dall’ingiustizia, dove non appena vieni al mondo quella luce è già spenta e brancoli nel buio delle umane miserie cercando di dare un senso ad una vita che ti umilia. Il disprezzo è qualcosa che ti violenta, ti addolora dal profondo quando pensi che la tua vita possa valere meno di nulla, quando si arrogano il diritto di decidere al tuo posto Ho deciso di combattere e sacrificarmi per rendere giustizia e restituire dignità al mio popolo, alle sue lacrime, ai suoi sacrifici nella consapevolezza che il mio martirio possa essere un ulteriore passo verso la liberazione della mia terra, dei miei fratelli, della mia gente. E’ l’unica cosa possa fare per contribuire alla causa ed alla salvezza degli umiliati e degli offesi. Possa il mio sangue rendere giustizia. Allah è il nostro Capo. Il Corano è la nostra Costituzione. Il Jihad è la nostra via. La morte sul cammino di Allah è il nostro desiderio supremo”.
Mentre ascoltava quelle parole Yoel, imbarazzato e pallido come un cencio, aveva gli occhi lucidi ed un groppo in gola ma nello sguardo del vecchio non c’era rancore,solo un’infinita tristezza.
Con le lacrime agli occhi ci confessò che da quando gli aveva consegnato quella lettera, come un testamento, non l’aveva più rivista. Era entrata in clandestinità decisa ad intraprendere la lotta armata, assetata di quel sangue che avrebbe potuto placare la sua rabbia. Ci raccontò struggendosi di quanto fosse brava a scuola, la prima della classe,tra le poche donne ad aver goduto di questo privilegio. Studiare non era stato sufficiente ad affrancarsi da una realtà che non concedeva alternative. Aveva prevalso il suo io più celato e nulla avrebbe impedito l’irreparabile di una vita alla deriva. Studiare Averroe o Avicenna e, tramite essi, conoscere Aristotele non era bastato. Lo sdegno per la propria identità mortificata aveva sortito l’effetto; il richiamo del sangue determinato le conseguenze. Avevo sempre creduto che la cultura potesse aiutare ad emanciparsi ma adesso le mie convinzioni cominciavano a vacillare, ero smarrito.
“Avrei voluto fosse felice, non che diventasse una shaid, una martire, seppur per il bene del suo popolo”. Con il dorso della mano si asciugò le gocce di pianto che scendevano copiose sul viso,insinuandosi come rivoli tra le profonde rughe del volto mentre l’anziana moglie lo guardava in disparte, discreta.
Arrivò il momento del commiato,ci salutammo con affetto ma prima di congedarci,lo pregammo di accettare la nostra riconoscenza. Gli aprii la mano e vi porsi del denaro. Dovemmo implorarlo affinché accettasse, spinto com’era dall’orgoglio e dal desiderio di essere sufficiente a se stesso.
Solo in questi momenti riesci davvero a comprendere, osservando la povertà e la distruzione che avanzano di metro in metro ai tuoi lati, fra cumuli di macerie e manifesti politici. Uno in particolare mi colpì; rappresentava un braccio teso con le dita in segno di vittoria, sullo sfondo la bandiera palestinese, nera, verde e rossa. Le parole erano superflue,era l’esistenza che stancamente scorreva in una città fantasma a parlare più di tutto, esaustiva come nulla. Vedere la moschea che custodiva le tombe di Abramo e Sara, il figlio Isacco, Rebecca,Giacobbe e Lea, per un momento ci riconciliò, tanta era la spiritualità ed il valore simbolico che da essa scaturiva. Il luogo divenne sacro per gli ebrei e poi per i musulmani. Ma la sacralità, si sa, non basta di fronte alle umane ipocrisie anzi, giustifica prevaricazioni e vessazioni. 
Raggiungemmo la Moschea passando dall’ingresso settentrionale della città, attraversando vicoli fatiscenti e donne che accudivano stuoli di ragazzini i cui volti era difficile ignorare, talmente era la pena e il senso di impotenza.
L’interno un groviglio di alte volte dai colori più diversi, tappeti sgargianti e lampadari immensi, luminosi e quelle stupende decorazioni raffiguranti meravigliose forme geometriche alle pareti, le conferivano un’aura di misticismo.
Difficile accettare che quello stesso luogo pochi anni prima, durante il Ramadam, era stato triste teatro di un vero e proprio massacro da parte di un colono che prese a sparare all’impazzata sui fedeli in preghiera.
Memore della barbarie in nome di un credo, Saffiyya si avviò verso la parte riservata alle donne per rendere il giusto omaggio ai caduti sotto il fuoco dell’umana aberrazione,di quella follia omicida che aveva raggiunto alla schiena inconsapevoli fedeli.
Evidentemente a quel colono non bastava che la città fosse divisa in due, non era sufficiente considerare quei fedeli stranieri in Terra Santa né la possibilità di sfilare per il centro intonando canti anti arabi, fucile in spalla.
Il ricordo dell’accaduto provocò in lei una stretta al petto difficile da sopportare ben conscia che quella terra, probabilmente, non avrebbe avuto mai pace e che a subirne le conseguenze sarebbero stati unicamente coloro nelle cui vene scorreva il suo stesso sangue, armati solo di pietre e indignazione.
Le emozioni vissute l’avevano molto provata, cominciava ad avvertire il peso del ricordo e delle alterne suggestioni che si erano rincorse nel proprio animo in quella giornata passata ad osservare miseria umana e materiale.
Mesi dopo,Yoel e Saffiyya si trasferirono a Gerusalemme in un appartamento preso in affitto nel quartiere ortodosso di Mea Sharim. Piccolo ma accogliente, quanto bastava per le loro esigenze ed i pochi giorni che avrebbero dovuto soggiornarvi e non molto distante dai genitori di lui che avevano sempre osteggiato quel rapporto. Il loro unico figlio, agnello sacrificale di convenzioni distorte. 
Giunti davanti al portone,Yoel respirò profondamente. Gli occhi gli brillarono mentre alzandoli al cielo indugiò ad ammirare i tetti delle vecchie case per assaporare nuovamente quel gusto che lo riportava all’infanzia per troppo tempo dimenticato. Aveva voglia di immedesimarsi nuovamente nel luogo in cui era cresciuto, di ridare vigore ai ricordi di un’adolescenza felice ormai deboli come brace sotto la cenere. Per strada era un turbinio di gente sempre di corsa quasi il tempo fosse per loro una risorsa assolutamente vitale, impossibile da sciupare. In quell’atmosfera Saffiyya avvertiva la propria diversità stentando a trattenere l’imbarazzo quando camminava per le strade sentendosi gli occhi addosso ed un sottile ma evidente risentimento.
In un raro momento di pausa, si avvicinò al divano mentre si cominciò ad udire una forte concitazione provenire dall’esterno e lo straziante suono delle sirene delle autoambulanze.
Non ci mise molto a capire che qualcosa di grave fosse accaduto ed un’ansia insostenibile le tolse il fiato.
Accese il televisore, programmi interrotti per dar spazio al telegiornale ed ebbe la conferma del suo presagio.
“Questo pomeriggio, un kamikaze si è fatto esplodere nel centro di Gerusalemme lungo la via di Jaffa. La notizia è stata confermata dalla polizia che sta procedendo ad individuare eventuali testimoni oculari. Parecchi i feriti, alcuni molto gravi. L’attentato è stato già rivendicato” le gelide parole del commentatore, quasi si trattasse di una macabra quotidianità cui ci si abitua, mentre sullo sfondo scorrevano immagini di gente disperata, sangue e barelle.
Immediatamente pensò a Yoel. Prese il telefono e digitò tremando il numero del suo cellulare. Uno squillo, due, tre che sembrarono infiniti ed alla fine le rispose rassicurandola. La notizia la sollevò talmente che per poco non ebbe un mancamento; corse in cucina e bevve un bicchiere d’acqua e zucchero tutto di un fiato. Era vivo ed era l’unica cosa che contava.
Quella notte rimase sveglia fino a tardi ad aspettarlo e non appena udì i suoi passi nel salotto gli corse incontro ad abbracciarlo scoppiando in un pianto dai singulti ininterrotti.
“Dobbiamo andarcene Yoel, via da questa terra senza pace, senza speranza in un futuro migliore. Lo capisci questo?Basta, sono esasperata al pensiero che ogni momento, ogni tuo sorriso potrebbe essere l’ultimo. Come cresceremo un figlio, nel terrore, nel sangue sperando che torni a casa da scuola, che non resti coinvolto dall’umana follia??Non lo accetterei per nulla al mondo” continuava a ripetere con voce tremula ed in preda ad una crisi isterica.
La sera successiva preparò con cura la cena, apparecchiò la tavola come nelle occasioni particolari con trasporto e dovizia cucinando il suo piatto preferito, i falafel, innaffiati da un ottimo Pinot Noir della Galilea. Al centro del tavolo una composizione floreale ed una minuscola candela dalla luce fioca conferivano al tutto un tocco di romanticismo tanto desiderato quanto necessario a ritrovarsi.
Volsero lo sguardo verso la finestra ed indugiarono ad ammirare il sole;una possente sfera infuocata di un rosso intenso illuminava il cielo mentre si apprestava a tramontare dietro le montagne, i colori della natura cangianti mentre uno stormo di uccelli si levava verso l’alto a raffigurare uno spettacolo pindarico senza eguali quasi appartenesse ad un mondo fiabesco che restituiva speranza. La loro coscienza li indusse a rimanere in quella terra falcidiata per collaborare a quel dialogo di cui loro stessi erano l’esempio e verso il quale non potevano restare indifferenti. La speranza nel dialogo un sogno da inseguire, partecipare un dovere cui era inaccettabile sottrarsi.
19:15
Scritto da: brujita1969
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Roulette
di Nuccio Franco
La pioggia continuava a picchiettare incessante sui vetri opachi in un incontenibile, piacevole tintinnio, culla delle emozioni sopite nella solitudine della mia casa, una piccola chambres de bonnes in stile parigino.
Era lì che mi rifugiavo quando avevo bisogno della solitudine dei miei pensieri, di uno sfogo intimo e silenzioso, lontano dagli sguardi, in compagnia del mio solo respiro.
L’odore acre della terra bagnata dalla pioggia di fine estate pervadeva l’aria che traspirava dalle finestre spalancate, intenso, mentre dai tetti, dove per ore me ne stavo seduto ad inseguire i voli pindarici dei miei pensieri, si poteva ammirare la città assopirsi dolcemente. Trascorse la notte senza che me ne accorgessi. L’alba dai colori intensi e quella piacevole frescura lasciavano spazio ad un nuovo giorno. La città si risvegliava dal torpore notturno specchiandosi nella sua bellezza, compiaciuta del suo essere nella luce del mattino, fiera come una matrona.
Squilla il telefono. Una, due, tre volte mentre mi avvicino stancamente all’apparecchio, quasi trascinandomi.“Luca non c’è più”, fece una voce singhiozzante dall’altro capo. Era Sara, la sorella. Riattaccai meccanicamente.
Immobile, incredulo,indugiai con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di mettere in fila due pensieri che potessero dare un senso all’assurdo. Non riuscivo a camminare, a muovermi quasi una forza inibitoria mi avesse posseduto.
Vertigini,confusione, rabbia, sgomento.
In quell’istante un turbinio di sensazioni mi condannavano a pensare che l’orologio si era fermato anche per me.
Te lo senti addosso l’odore acre della morte nel suo sconcerto ed il suo vuoto.
Vuoto degli altri, dell’essere. Non te lo togli di dosso e pensi con angoscia a tutte le precise diapositive della tua esistenza, la vita ti scorre davanti. Hai la bocca impastata come argilla, la saliva è colla.
In quegli attimi vorresti che tutto si eclissasse nel nulla del non pensiero. Della memoria, solo quello. Di chi era stato ed avrebbe continuato ancora ad essere con il privilegio di aver lasciato un segno nel suo breve passaggio mondano, nella propria e nell’altrui esistenza. Sindrome da sopravvissuto.
La morte, le jeux son fait, rien ne va plus……Ti sorprende inerme, spariglia le carte del destino come in un assurdo rituale. Credi di essere pronto. Ti sbagli, non lo si è mai.
Aveva ricominciato con l’eroina come prima, più di prima. Il richiamo del branco era stato troppo forte per lui estremamente fragile.
Lo avevano trovato all’alba in una campagna isolata, in macchina, l’ago ancora in vena, il laccio stretto al braccio, livido. 
Un cocktail mortale di eroina e cocaina gli aveva spappolato il cuore. Questa volta la roulette gli aveva voltato le spalle. La macchina chiusa da fuori, non era da solo!Qualcuno lo aveva abbandonato al suo destino. Forse in preda al panico, forse scientemente. Dolo o colpa non fanno differenza. Come si fa??
Nessuna risposta, solo una data: 28 settembre.
In chiesa,tra la gente, una percettibile commozione mentre il celebrante durante l’omelia citava Sant’Agostino“Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine,e in questa luce che tutto investe e penetra,tu non piangeresti se mi ami. Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio”. Parole che non mi rincuoravano né mi aiutavano a farmene una ragione. Avevo perso un amico, l’amico.
Tra quella stessa folla, probabilmente anche il compagno di quella notte. Li fissai uno ad uno, dritto negli occhi, senza versare una lacrima mentre osservavo quella madre affranta. Chi l’avrebbe risarcita di quel dolore struggente che ti prosciuga di ogni energia nel vano tentativo di dare una spiegazione all’incredibile??
Ciò che sentivo dentro lo tenevo custodito gelosamente con il pudore della memoria.
Uscii senza voltarmi.
Mi diressi verso la spiaggia per dar sfogo alla mia rabbia repressa troppo a lungo, lasciando scorrere tra le mani la sabbia che scendeva come in una clessidra. C’era un solo modo per dar sfogo alle mie emozioni di quel momento:infilare la muta e cavalcare le onde di quel mare rabbioso lasciandomi trasportare.
La bandiera rossa segnalava pericolo ma la tavola da surf era lì e con essa la tentazione e tanti ricordi. Nuotando, assaporai la salsedine,amara più del solito quasi rappresentasse lo sdegno del mare che come un pugile scagliava colpi,il piacere del silenzio ed il solo pensiero dell’onda che arrivava, crescendo minacciosa prima di infrangersi.
Sfidavo il mare che, come la vita,a volte sa essere infame.
Mi alzai sulla tavola e gridai con tutto il fiato la mia rabbia in quel vortice simile al mio animo. Avevo perso Dio!
Scivolai a lungo come trasportato da una forza oscura, l’adrenalina al massimo e con essa una sensazione di potenza.
L’acqua mi trascinò giù, la percezione rallentata e per un attimo tutto si fermò mentre fluttuavo come in un liquido amniotico senza avvertire nulla;riemersi respirando forte, osservando a pelo d’acqua tutto ciò che mi circondava.
Era stata una roulette, metafora di quella stessa vita dalla quale volevo forse accomiatarmi. Non c’erano logiche che potessero giustificarmi ma solo la certezza che rischiare, talvolta, è necessario seppur con l’idea che tutto sia già scritto e non tolleri deviazioni nella falsa convinzione che si può essere predestinati ma non per questo rinunciare a mettersi in gioco.
Mi ritrovai seduto su una roccia a scrutare il mare, ascoltandone il rumore,guardando l’orizzonte che sembrava infinito come la mia collera, mentre nubi minacciose si addensavano nel cielo. Avrei desiderato che quello stesso mare mi rendesse parte di se, annullandomi nel suo scorrere senza tempo. Le prime gocce di pioggia si confusero con le mie lacrime mentre continuavo a stringere meccanicamente tra le mani una vecchia foto sbiadita, ricordo del nostro viaggio in India. L’ultimo.
19:10
Scritto da: brujita1969
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