13/07/2010
Roma - Attimi e secoli, lacrime e brividi. L’Olimpico esplode alla prima del Tour 2010 di Ligabue
Attimi e secoli, lacrime e brividi. Olimpico esploso. Si potrebbe riassumere così la splendida serata d’estate che Luciano Ligabue ha regalato a Roma ed ai romani segnando l’inizio del tour 2010.
Partenza con i fuochi d’artificio, dunque, quando l’artista di Correggio, alle 21.15 in punto, si è concesso agli oltre 60.000 fans che già dalle prime ore del pomeriggio avevano cominciato a
riempire lo stadio, sfidando l’afa capitolina.
Attesa ripagata per la prima data sold out, in un crescendo di emozioni ed uno spettacolo davvero irripetibile quanto ad impatto emotivo, senza tregua, in un trionfo di sonorità ed arrangiamenti perfetti mentre dietro al palco scorrono immagini montate alla perfezione.
L’Olimpico è in fermento, un insieme di luci e colori, di flash che illuminano la notte quasi ad abbracciare il “poeta” che regala versi da pelle d’oca, non semplici canzoni.
Oltre due ore di spettacolo per un “sogno di rock and roll” che Luciano, cinquant’anni compiuti a marzo, interpreta a modo suo accompagnato da una band che interagisce con lui in un’osmosi perfetta.
Federico Poggipollini (chitarra), Niccolò Bossini (chitarra), José Fiorilli (tastiere), Luciano Luisi (tastiere e
programmazioni), Michael Urbano (batteria), Kaveh Rastegar (basso) lo accompagnano senza sbavature dando l’anima, tra sudore ed suggestione. Ligabue aggredisce la scena da assoluto protagonista lasciano spazio tuttavia ad i suoi compagni di viaggio che non sono da meno distribuendo assoli di chitarra e percussioni deliranti per il pubblico che si lascia portare per mano.
“Arrivederci, Mostro!” (al vertice delle classifiche dei dischi con oltre 120 mila copie vendute) è l’album attorno al quale ruota l’intera serata e che rappresenta probabilmente l’apice di una carriera ultraventennale, intrisa di impegno sociale e che segna la definitiva maturità di chi non si è mai tirato indietro. Di chi, sempre presente a se stesso, non l’ha mai mandata a dire cercando sempre di “tenere botta”.
“C’è una linea sottile tra star fermi e subire, cosa pensi di fare, da che parte vuoi stare?” (La linea sottile) facendo capire da subito il leit motiv della serata, rincarando la dose dell’impegno politico con un tuffo nel
passato quando ricorda di esserci stato nel ’77, “quando c’erano Berlinguer e Moro lì, Falcone e Borsellino” (Nel Tempo).
Già, il tempo, che sembra essersi fermato quando ti guardi attorno e ti accorgi che ragazzi, in quegli anni nemmeno nati, cantano a squarciagola. No, quello che ti scorre sulla schiena non è sudore ma un brivido quando Luciano inneggia alla vita (Atto di fede) quando “in sala parto si vede la potenza delle cose”, invitando a viverla, a vedere ciò che si deve, senza riserve perché vivere è, appunto, fede .
“Balliamo sul mondo” “Bambolina e barracuda”, i suoi cavalli di battaglia che ci riportano solo per un attimo agli inizi, evocando sonorità e storie fugaci mai dimenticate e che, con gli anni, acquistano un nuovo senso, una nuova e rinnovata forza come un’araba fenice.
Stupisce Ligabue quando accenna “Libera nos a malo”, un pezzo di vent’anni fa, lucida premonizione di ciò che sarebbe stato, toccando le corde del cuore e scuotendo le coscienze con temi ancora oggi attuali quanto discussi.
Omosessualità, integrazione, religione. Non dimentica nulla mentre scorrono immagini forti alle sue spalle. Un messaggio per tutte le generazioni, cariche di quella forza che, da sola, dovrebbe bastare a tendere la mano ad ogni positiva diversità.
Ringrazia il pubblico Luciano quando imbraccia la chitarra, cammina con passo lento sulla passerella che lo porta fin dentro al prato quando accenna di “aver perso le parole”, evidente riferimento all’accoglienza che, forse, nemmeno lui si aspettava. “Credici un po’ metti insieme un cuore prova a sentire e dopo credimi” e l’emozione gliela si legge negli occhi quando per un istante sembrano perdersi nel vuoto e velarsi di tristezza. Le dita vanno da sole sulle corde della chitarra spinte solo da un animo profondo. E’ un professionista ma, prima di tutto, un uomo!
“Piccola stella senza cielo” e “Marlon Brando è sempre lui” segnano il giro di boa dello spettacolo rievocando atmosfere padane cariche di quella schiettezza di cui solo chi è cresciuto “a lambrusco e pop corn” è capace.
Molti aspettano di sentire i pezzi che lo hanno reso famoso; alcuni arrivano, altri no, com’è giusto che sia. La delusione è forte ma non c’è nemmeno il tempo di riflettere che si riparte con “Certe notti”, quelle notti “un po’ mamme ed un po’ porche” che tutti noi abbiamo vissuto, sentendoci almeno per una volta nella vita “più allegri, più ingordi, più ingenui e coglioni”.
Ci avviamo alla fine, sembra stanco, provato da questa prima, meravigliosa notte quando accenna quello che è
ormai è diventato un pezzo cult del suo repertorio “Buonanotte all’Italia”, omaggio a questo Paese che ha tanto da dire, altrettanto da dare, con la sua gente, le intelligenze di cui è capace ma purtroppo violentato da personaggi senza scrupoli.
Si congeda con un messaggio di speranza quando intona “Il meglio deve anc
ora venire” tra il tripudio della gente che ha bisogno di una speranza, di un segno per continuare a crederci e considerare la vita una cosa meravigliosa, degna di essere vissuta quando accoglie la band con un applauso che
sembra essere interminabile. E’ il giusto tributo,un grazie infinito per aver regalato un’emozione. Cala il sipario, la band saluta tra la gente dando sfogo a tutta l’ ansia del debutto. Quei visi tesi ma felici riassumono alla perfezione più di mille parole ciò che è stato e continuerà ad essere in giro per l’Italia. E’ stata una serata unica, grazie Luciano.
Nuccio Franco
(Fonte: www.rockshock.it, 10 luglio 2010 - www.quartopotere.com )
10:16
Scritto da: brujita1969
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05/03/2010
John Frusciante ed il mio karma: dovevo fare il chitarrista.
Di Nuccio Franco
(Quarto Potere - tutto su cultura e spettacolo, 5 marzo 2010)
(Ellenews - 5 marzo 2010) (Sannioweek - 8 marzo 2010)
(Nautilus - words in motion - 5 marzo 2010)
5 marzo 1970. A Queens, quartiere di New York, nasce John Frusciante, chitarrista, in fuga dal mondo e da se stesso.
A lui va l’augurio più sincero insieme all’auspicio che continui a dilettarci con il suo sound che prende vita da dentro come per incanto, moderna poesia come se a suonare fossero l’uomo e la chitarra, un unicum indistinguibile che scorre nelle vene con il suo carico di emozioni. Verve alternativa, personalità tormentata ma un grande talento. I suoi polpastrelli toccano le corde della chitarra vintage dolcemente, come una magia che si ripete, sferzandola quando serve.
La chitarra come karma, alchimia e redenzione da un mondo che non gli appartiene, quello della vita, paradossalmente. Allergico al jet set ed al music business; Frusciante è un’artista e prima del denaro e della celebrità esige il meglio da se.
Insieme a Kurt Cobain è diventato un’icona entrando prepotentemente con la forza della sua musica nell’immaginario collettivo nel gotha dei chitarristi. The only one. Inutile paragonarlo a mostri sacri quali Jimi Hendrix, John Mayer e Derek Trucks. John è John, con tutto ciò che ne consegue, una stella comunque luminosa nel buio dell’umano recondito quando ci diletta con il suo funk.
Le sue melodie, gli assoli di chitarra lo rendono assoluto protagonista della scena, moderno istrione, lasciano senza fiato in un susseguirsi di flash, forti, psichedelici che sembrano riportare in un mondo irreale.
Devoto seguace dell’arte sonora, John ha fatto di essa una ragione di vita, quella stessa per lungo tempo tormentata che lo ha portato, quasi fosse un’alchimia, a mescolare droga e depressione, spingendosi in avventure al limite, moderno Syd Barret. Frequenti nei suoi testi elogi alla morte fino ad affermare che il desiderio di essa è ciò che lo tiene in vita. Apparentemente paradossale, non per John le cui azioni, artistiche e personali hanno sempre, in fondo, un senso di razionale follia che coglie nel segno e ti spiazza.
Il suo nome è tuttavia legato alla celeberrima band dei Red Hot Chili Peppers, di cui era fan (vide il loro primo concerto nel 1985) e la cui evoluzione va di pari passo con quella di John, fino alla completa trasformazione.
La collaborazione con il gruppo californiano inizia nel 1989, ad appena 19 anni e prosegue fino al 1992,quando abbandona il gruppo per motivi di droga che già precedentemente aveva sconvolto la band,a cominciare dalla morte di Hillel Slovak, cui era molto legato. I contrasti con il leader, Anthony Kiedis, fanno il resto.
In realtà, John era già stanco della ribalta, di tutte le sue pressioni e della immensa ipocrisia e futilità che da essa scaturiva. Accomiatandosi disse “dite a tutti che sono impazzito…”.
Si chiude in se stesso condizionato anche dalla sua misantropia e dalla depressione, causata dalla morte del suo grande amico, l’attore River Phoenix che gli impediscono di sorridere alla vita. Trascorre le sue giornate nella più completa solitudine, a scrivere pezzi circondato dai suoi eroi, in primis Leonardo da Vinci e David Bowie continuando, tuttavia, a fare un uso sempre maggiore di droghe, l’unica via che riesce a concepire per isolarsi dal resto del mondo. Le sue braccia sono la cartina di tornasole di ciò che sta vivendo e provando in quegli attimi che sembrano non avere mai fine. Sono otto le overdose che lo colpiscono in questo che, senza tema di smentite, può essere considerato il periodo più critico della sua giovane esistenza. Riesce sempre a rialzarsi. A testa alta.
Finalmente, nel gennaio del 1998, si convince a seguire un programma di disintossicazione. Due mesi dopo fu invitato a tornare nella band. Accetta prontamente e, una settimana dopo, si riunisce ai Red Hot in un garage. Analogamente a quando vi era entrato, quasi per caso, notato durante una jam session da Michael "Flea" Balzary, bassista del gruppo che rimase esterrefatto dalle sue capacità .
Questo è John Frusciante,eroe noir del nostro tempo, non c’è che dire. La sua forte personalità, il carisma che emana, inducono lo scrittore bolognese, Enrico Brizzi ad intitolare il suo libro Jack (in realtà John) Frusciante è uscito dal gruppo, al fine di sottolineare un concetto chiave : uscire dagli schemi sociali,dalla consuetudine e fare un salto oltre il cerchio metaforico della quotidianità. Rientrò in gruppo nel 1998, offrendo il suo immenso contributo all’album Californication (1999), tra i più raffinati della band di Los Angeles, By the Way (2002) e Stadium Arcadium (2006).
Nel 2009 la definitiva quanto irreversibile uscita per dedicarsi a lavori da solista, perseguire la sua strada, “per fare ciò che doveva.”
Artista ed uomo poliedrico, insomma, dai mille difetti, come tutti del resto, ha comunque lasciato e continuerà a lasciare una traccia assolutamente personale nel panorama musicale, unica come poche, come la sua personalità ed i contrasti con il suo io più intimo da cui ha tratto la forza di reagire e di regalarci ancora fantastiche emozioni in note.
La vita non è stata certamente clemente con lui, non la sentiva sua, non voleva viverla e ad essa si è ribellato masochisticamente. Ha pagato il prezzo del successo forse, pur avendolo sempre aberrato. I segni della tossicodipendenza ancora evidenti sulla pelle, a futura memoria di ciò che è stato e da cui è riuscito a venir fuori restituendosi all’esistenza e riconsegnando a tutti i suoi fan la sua parte migliore, la musica. Essa, infatti, ha rappresentato per John un’ancora,un punto fermo da cui ripartire, unitamente alla forza di volontà. Fulgida dimostrazione che ogni nemico, anche il più subdolo e mendace come l’eroina, può essere combattuto e tornare alla vita più forti di prima. Senza mai abiurare ciò che si è stati, specchio e bagaglio della propria vita da non dimenticare mai per chiunque e niente al mondo.
AUGURI JOHN.
“Se la gente cerca di buttarvi giù, non adattatevi alle loro stronzate. Reagite, con coraggio. Che vi minaccino di morte, prima di pensare ad arrendervi. Siate come volete essere. Mandateli affanculo. Quando riuscirete a sviluppare il vostro io interiore, allora sosterrete sempre quelli che hanno il coraggio di mostrarsi al mondo come sono, perché sarete nella stessa squadra.” 
John Frusciante
07:30
Scritto da: brujita1969
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