18/10/2011

Islamshia - Intervista a Nuccio Franco, a cura di Hamza Biondo


http://www.islamshia.org/

nevè.JPGParlare di Islam è innanzitutto discutere di spiritualità, fede, etica. L’essenza della religione musulmana si fonda sul principio dell’unità (tawhid), sulla profezia, il messaggio divino contenuto nel Corano, libro sacro per tutti i credenti. Attraverso l’unicità e la costanza  di questi principi fondamentali e pur nella diversità di contesti, usi e interpretazioni tipici dei vari spazi culturali e geografici, i musulmani nei secoli hanno prodotto importanti frutti nei campi del sapere, dell’arte e della scienza. Sono stati protagonisti della Storia, hanno costruito imperi e splendide civiltà.                                                                                          
Parlare di Islam, comunque, non è soltanto questo. E’ anche raccontare storie di uomini e donne, che abitano nei paesi musulmani o che li hanno abbandonati per vivere in Europa, a causa di un esilio economico o politico. E’ narrare le storie delle generazioni di musulmani nati in occidente, divisi tra la cultura dei padri e l’integrazione nel contesto occidentale in cui studiano e lavorano.

E’ raccontare  dei convertiti all’Islam, sempre più numerosi e visti con diffidenza da un occidente secolarizzato e smarrito, poco attento alle scelte religiose.
Parlare di Islam significa quindi conoscere una religione presente nell’identità europea, alla luce non solo della Storia e delle cifre ma anche di un fenomeno culturale e sociale inconfutabile.

Significa osservare la genesi di un Islam dalle caratteristiche europee, sempre meno dipendenteminareto.JPG dal fenomeno migratorio. Un Islam dinamico e creativo che, come nella sua tradizione, resta fedele ai principi fondamentali ed integra gli aspetti positivi delle culture occidentali con le quali viene in contatto.

Questa processo in Italia è agli inizi e non è indolore. Parlare di Islam significa denunciare la diffidenza verso la religione musulmana, l’ostilità aperta dei media, gli episodi di islamofobia. Essere in Europa un musulmano visibile non è facile: parlare di Islam è anche dare voce a chi supera prove quotidiane per condurre la propria vita spirituale, rispettare l’etica e gli obblighi religiosi, senza rinunciare ad integrarsi, evitando la tentazione di rifugiarsi in una esistenza parallela e nascosta. Documentare la vita dei musulmani e delle comunità religiose in Italia è perciò un compito impegnativo e complesso. Chi si occupa di informazione deve indagare un ambito estraneo alla propria cultura, talvolta poco accessibile. Necessita di curiosità e onestà intellettuale e deve distinguere tra realtà e stereotipi, senza cedere ai condizionamenti ideologici.

Queste qualità le abbiamo riscontrate nel lavoro svolto dal giornalista Franco Nuccio, nel suo impegno per documentare le vicende dell’Islam italiano, dei migranti, delle vicende politiche dei paesi del Maghreb e del vicino oriente. Nuccio con i suoi articoli dà voce ai musulmani residenti in Italia, intervistandoli in modo obiettivo e senza pregiudizi, pone attenzione ai loro problemi e alle dinamiche dell’immigrazione con professionalità e sensibilità. Abbiamo deciso, in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo, di ribaltare, per una volta, i ruoli e porgli alcune domande.

Dott. Franco, nei suoi articoli Lei spesso si occupa delle vicende dei paesi musulmani, inoltre è un attento osservatore dell’ Islam nostrano, dà voce ai musulmani italiani, documenta le loro problematiche. Come nasce questo suo interesse per il mondo islamico ?

Il mio interesse per il mondo islamico è nato casualmente leggendo un libro di Karen Armstrong, tra le principali studiose a livello mondiale di storia delle religioni. Mi ha subito colpito la “complessità” storica del mondo islamico, a partire dai quattro Califfi ben guidati sino ai nostri giorni, l’ortoprassia molto più accentuata rispetto ad altre religioni ed il trasporto spirituale nel vivere il proprio cammino di fede. E così ho continuato ad approfondire lo studio dell’Islam e col tempo ad aumentare la mia conoscenza in materia che oggi reputo di buon livello, spinto dalla volontà di conoscere il mondo islamico non tanto per quanto concerne le implicazioni religiose, assolutamente rilevanti, quanto sociali e sociologiche.

Successivamente ho viaggiato parecchio in Medio Oriente, conosciuto persone, modi diversi di intendere la vita o la semplice architettura di una moschea ed ho avuto così occasione di confrontarmi con un mondo sino ad allora a me estraneo ma affascinante,felice di incontrare persone disponibili,accoglienti e con una profondità d’animo che mi ha arricchito non poco.

Di fronte a tutto questo, lo ammetto, ho dovuto rivedere il mio stesso modo di pensare e l’approccio verso certe realtà, condizionato com’ero seppur inconsapevolmente da luoghi comuni e disinformazione. Inoltre, attraverso l’indagine che ho condotto mediante una serie di interviste ad italiani ritornati all’Islam, ho avuto modo di analizzare da vicino l’esperienza dell’avvicinamento ad un’altra fede rispetto a quella d’origine, le motivazioni, i risvolti che hanno caratterizzato un cammino spirituale intimo, spesso difficile.

In linea generale, per cultura e indole parto dall’assunto che bisognerebbe conoscere per comprendere e che la “diversità” potrebbe rappresentare un arricchimento sociale e culturale; in virtù di ciò, reputo ormai inevitabile procedere sulla strada di una radicale inversione di tendenza che veda “l’altro” come una risorsa e non come un pericolo.

Ciò, soprattutto attraverso un’analisi scevra da pregiudizi di quella che è la vera essenza dell’Islam molto spesso travisata anche dagli organi di informazione che indulgono molto spesso al sensazionalismo, senza andare oltre ed approfondire le vere cause e le ragioni alla base di certi comportamenti. Esiste, in sostanza, una terribile strumentalizzazione di tutto ciò che riguarda l’Islam e i musulmani, dove la razionalità lascia sovente il posto alla radicalizzazione delle posizioni che diventano estremistiche ed inconciliabili.

Per questo ho deciso di dedicare la mia attività e di contribuire nel mio piccolo all’approfondimento delle problematiche che oggi, quotidianamente, migliaia di musulmani che vivono e lavorano nel nostro paese sono costretti ad affrontare pur contribuendo con il loro lavoro, le loro idee e voglia di fare al miglioramento della società.

Costoro andrebbero valorizzati ed apprezzati e non ghettizzati in virtù di un concetto assolutamente sbagliato che si ha dell’Islam, dei musulmani definiti spesso come maschilisti, retrogradi e terroristi. La realtà che io ho conosciuto, la mia esperienza va in un senso diametralmente opposto e reputo mio dovere testimoniarlo.

L’Islam italiano è ormai una minoranza religiosa numericamente importante nel paese. Un mondoseconda.jpg variegato composto non solo da immigrati recenti ma anche da musulmani di seconda generazione e da convertiti. Sono persone che lavorano, cercano di integrarsi e di vivere la loro religione e cultura nel rispetto delle leggi italiane. Avendo raccolto le loro storie, quali differenze, problemi, aspettative ha riscontrato ?

Aver raccolto le testimonianze di alcuni rappresentanti della comunità islamica è stata per me un’esperienza assolutamente costruttiva, utile a capire. Ho scoperto un mondo fatto di disponibilità, di percorsi complessi alla ricerca di una spiritualità autentica.
Per indole sono portato ad ascoltare le minoranze che rappresentano in un certo senso lo specchio critico di ciò che diamo per scontato sia giusto.

Certo, l’eterogeneità dell’Islam in Italia comporta problematiche differenti;tuttavia, sono due quelle sulle quali insisterei particolarmente: la discriminazione ancora persistente in particolar modo sul lavoro e la cittadinanza. Sono questi i problemi principali oltre al fatto di dover subire quotidianamente l’effetto psicotico post 11 settembre.

Con riferimento alla prima, constatare che possa essere formulata ancora una valutazione (non dovremmo mai dare giudizi a mio avviso) su una persona per il suo abbigliamento che poi rappresenta la propria identità, mi sembra poco degno di una società che voglia e possa definirsi democratica, tollerante ed aperta al confronto con l’altro.

Quanto alla cittadinanza, è un problema che va affrontato seriamente a livello politico senza più esitazioni, soprattutto con riferimento alle seconde generazioni che rappresentano un interlocutore attento e critico e lo dimostra la voglia di associazionismo, sintomatico della necessità di confronto e condivisione.

Si tratta di una difficoltà che riguarda circa un milione di ragazzi e ragazze e rappresenta il nocciolo della questione ponendosi come ostacolo ad una compiuta integrazione per i tanti figli di immigrati nati in Italia e per i quali fino al compimento dei 18 anni di età essa è solo una chimera. Più in generale reputo necessario l’avvio di politiche di inclusione e la fine della discriminazione istituzionale che, soprattutto a livello locale, rende difficile l’accesso agli stranieri ai servizi del welfare.
Le ambizioni? I sogni? Quelli di tutti i ragazzi. Un buon lavoro, il successo, la realizzazione personale nel tentativo di conciliare compiutamente ed in maniera equilibrata principi religiosi e sociali, tradizione e modernità.

I convertiti, invece, meritano un discorso a parte, in quanto attraversano trasversalmente la comunità, sia dal punto di vista dell’estrazione sociale che culturale. Essi sono fondamentali nella costruzione di un cammino di dialogo quale ponte tra due culture in virtù della loro capacità di attualizzare il testo sacro al contesto e di porsi come interlocutori che conoscono bene la realtà.

Incontrare realtà socio-culturali diverse, comprendere “l’altro“, fornire un contributo per il dialogo, per Lei sono esperienze fondamentali e da condividere con tutti.  Il suo romanzo “Nevè Shalom-Wahat al-Salam”, recentemente pubblicato dalle edizioni GDS, si pone in questa direzione?

Assolutamente si. Condividere un cammino comune di reciproca conoscenza ed accrescimento nellanevè1.jpg “diversità” credo sia un passo fondamentale per la realizzazione di una società multietnica e multiculturale. Con il mio romanzo ho inteso fornire il mio modesto contributo al dialogo interconfessionale alla ricerca dei punti di contatto tra le tre religioni monoteistiche piuttosto che soffermarmi, semplicemente e comodamente, ad evidenziarne le differenze che certamente esistono ma che sono sicuramente inferiori.
Bisogna andare oltre e diffondere un messaggio positivo come quello degli abitanti di Nevè Shalom che dimostrano, quotidianamente, come un dialogo che vada oltre i pregiudizi sia possibile e vada incoraggiato nell’auspicio che esperienze del genere possano essere replicate.
Ciò, va detto, sempre nel tentativo di chiarire definitivamente le responsabilità storiche dell’uno e dell’altro attraverso, però, un confronto scevro da pregiudiziali politiche. E’ un cammino irto di ostacoli, certamente ma io ci credo ed a mio avviso tutti avremmo il dovere di crederci.

Nevè Shalom-Wahat al Salam, il villaggio della pace narrato nel suo romanzo, dove convivono cristiani, musulmani ed ebrei, può essere considerato una metafora della stessa Gerusalemme - Al Quds, città santa e simbolo condiviso dalle nostre tradizioni religiose?

Nevè Shalom è certamente molto più che una metafora ma l’esempio concreto che si può sperare in un avvenire migliore dove ognuno possa esprimersi liberamente al di là di differenze ma mediante l’espressione delle reciproche identità, sociali e religiose.
Sicuramente esso rappresenta la trasposizione di una realtà unica com’è Gerusalemme, città santa per le tre religioni abramitiche, patrimonio assolutamente comune ma troppo spesso contesa in virtù di rivendicazioni esclusivamente politiche.

Personalmente, da laico quale mi definisco, credo che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca siano diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni. Come scrivo anche nel libro, ricordo ancora esattamente le emozioni provate quando per la prima volta mi recai a Gerusalemme.
gerusalemme.JPGOsservando la città, passeggiando nei suoi vicoli percepii di essere arrivato ad un epilogo del mio personale percorso fatto di interrogativi cui stentavo a dare una risposta. Nessuna domanda, niente più dubbi ma solo risposte sintetizzate a poca distanza come in un fotogramma. Un forte spirito di attrazione mi pervase mentre continuavo a fissare ciò che i miei occhi vedevano ma, soprattutto, guardavano con assoluta curiosità ossia quel caleidoscopio di diverse identità l’una accanto all’altra. Un’emozione mai provata.
Osservavo la “diversità” e mi convincevo che essa potesse rappresentare un plus, non di certo fonte di contrapposizioni strumentali, spesso costruite ad arte al fine di soddisfare opposti interessi. Da questo punto di vista, Nevè Shalom è la perfetta rappresentazione di ciò che è la città ed è un fine cui tendere, un punto di partenza e non certo di arrivo.

Per superare i conflitti e progredire nel dialogo, forse sarebbe necessario individuare un luogo fisico, geografico dove incontrarsi e costruire una coabitazione di civiltà e religioni. Non crede che il Mediterraneo, teatro di scambi, migrazioni, influssi culturali tra Europa meridionale e il Vicino Oriente, sia il terreno ideale per una mediazione e un incontro tra l’Italia e i  paesi musulmani, anche nella prospettiva, per il nostro paese, di realizzare i propri interessi nazionali in ambito politico-economico, senza i veti e le ingerenze imposti da certe politiche neocoloniali, miopi  ed aggressive ? 

Il bacino del Mediterraneo rappresenta un ambito nel quale, storicamente, si sono intrecciate culture diverse e da cui sono scaturiti stretti rapporti che hanno dato vita a reciproche influenze. Reputo che tale positivo “condizionamento” rappresenti un’ottima base per proseguire nel cammino di scambio anche economico.
Di conseguenza, quale luogo migliore se non il “Mare Nostrum” per creare aree di libero scambio, lo voglio ribadire, non solo economico ma più in generale culturale e sociale scevro, appunto, da politiche neocolonialistiche che hanno fatto la storia e che, si spera, non si debbano ripetere. E’ necessario quindi saper leggere la storia e tenere conto del fatto che sotto questo aspetto è nel Mediterraneo che si gioca oggi il futuro dell’Europa.

Esso costituisce una fondamentale opportunità di crescita per tutto il Vecchio Continente e, di conseguenza, è necessario rilanciare tutte quelle iniziative di partenariato euro-mediterraneo soprattutto con i Paesi dell’area del Maghreb e del vicino Oriente che enfatizzi le risorse e le potenzialità dell’intero bacino, quali la ricchezza di materie prime ed un Pil non eccessivo ma interessante rispetto agli altri Paesi africani.

Certamente, l’ondata di protesta e di instabilità politica registratasi negli ultimi mesi non può essere taciuta; nonostante ciò è necessario superare tale stato di cose per garantire quell’integrazione non solo necessaria ma voluta.

Il Partenariato EuroMediterraneo (PEM) lanciato a Barcellona nel Novembre 1995 dai capi di stato e di governo dei 15 paesi dell'Unione Europea e di 12 paesi del bacino del Mediterraneo ha avviato un processo di cooperazione regionale che si basa su una collaborazione non solo economico-finanziaria ma anche sociale, culturale e umana e che riguarda anche ambiti come quello relativo alla sicurezza. È in questi casi che l'Europa dovrebbe trovare velocemente un’intesa per effettuare una serie di interventi capaci di “riportare” un clima di pace e serenità nell'area mediterranea. Non solo, dunque, azioni di emergenza ma anche di supporto alla ripresa economica, settore in cui i principi e gli strumenti della finanza etica possono fare molto. Per le piccole e medie imprese italiane è importante ma, soprattutto è urgente, specie per quelle del centro Sud e per un rilancio economico del meridione d’Italia, proseguire nell’azione di internazionalizzazione nell’area mediterranea, che registra e registrerà nei prossimi decenni tassi di sviluppo molto più forti di quelli dei paesi industrializzati.

Per far questo, sarà necessario insistere sulla creazione di una rete di infrastrutture all’altezza della sfida, in grado davvero di agevolare l’import-export italiano e tutta una serie di proficui scambi con l’area il cui effetto, a mio avviso, sarebbe duplice.
Da un lato si contribuirebbe a stabilizzare la situazione politica di alcuni Paesi mentre dall’altro ciò sarebbe utile a rilanciare l’economia del Sud quale fattore imprescindibile per ridare vigore all’intera economia italiana.

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Pasquale (Nuccio) Franco è un giornalista iscritto all’Ordine nazionale. Collabora attualmente con Agenzia Radicale, supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali e con l’Associazione Arabi Democratici Liberali, per le quali si occupa delle problematiche legate all’immigrazione/integrazione sia dal punto di vista sociale che sotto l’aspetto politico e culturale, con particolare riferimento all’Islam. Negli anni ha infatti sviluppato uno specifico interesse per le tematiche concernenti il variegato mondo mediorientale, che ha provveduto ad approfondire in tutte le sue sfaccettature , sotto forma di articoli di commento,cronaca ed interviste. Collabora, inoltre, con Medarabnews, Il Mediterraneo.it, Giornalettismo e con testate locali (Sannio Week, Sannio Press, Campania Press, Realtà Sannita), riviste letterarie (Libero Libro, Quartopotere), Organismi di cooperazione e turismo responsabile (OsservatorioBalcani.org, Viaggiare i Balcani.net).

09/07/2011

Bosnia.Quale futuro ricordando Srebrenica?

Srebrenica, 11 luglio 1995. La cittadina orientale della Bosnia Erzegovina viene conosciuta dal mondo come teatro del più efferato massacro dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Nelbalcani cuore dell’Europa, sotto gli occhi della comunità internazionale.
8.372 i civili musulmani, dai 12 ai 77 anni, passati per le armi dalle truppe serbo-bosniache del carnefice Ratko Mladic.

A 16 anni da quel giorno, il ricordo dell’assurdo è ancora vivo e la sensazione che a Srebrenica siano morti anche i vivi è evidente di fronte alla distesa di lapidi verdi.
Le colpe??Forse quella di non essersi opposti alla carneficina perpetrata dai nazisti a danno dei serbi nel corso del conflitto mondiale.
Il sospetto che quanto successo fosse solo una vendetta rinviata si insinua legittimo dando adito ad un ragionevole dubbio nella consapevolezza della storia che si ripete.

Nel 2010 il Parlamento serbo ha votato una mozione con la quale si è assunto la responsabilità dell’eccidio, probabilmente più per ambizioni europeistiche che per un rigurgito di coscienza postuma.
Ratko Mladic, il boia,69 anni dei quali molti trascorsi da latitante, è stato arrestato con l’accusabalcani di crimini contro l’umanità ed altri capi d’imputazione.
Non ha perso però l’arroganza ed il piglio deciso del generale.
Lo dimostra in aula, quando schernisce le madri delle vittime assumendo un atteggiamento di violenta sfida verso la Corte che lo processa.

L’esecutore materiale - che nega risolutamente - non è tuttavia solo; spetterà a chi di dovere accertare altre colpe e connivenze, politiche e militari. In particolare quelle di Radovan Karadzic, la mente, unitamente al defunto Milosevic.

Un primo passo è stato compiuto da un Tribunale dell’Aja che ha accolto la richiesta di risarcimento presentata dai familiari di Rizo Mustafic e quella dell’ex interprete dei caschi blu, Hasan Nuhanovic,riconoscendo lo stato olandese “responsabile” per il massacro.
balcaniI Caschi blu olandesi – circa 600 - erano infatti incaricati di difendere l’enclave di Srebrenica, dichiarata “zona di sicurezza” dalle Nazioni Unite insieme a Sarajevo, Zepa, Gorazde, Tuzla e Bihac.

La base olandese di Potocari ospitava 20.000 rifugiati, soprattutto donne, bambini e malati.
Nonostante ciò,l’assedio della città risultò particolarmente facile e quando iniziarono i bombardamenti, la richiesta dei musulmani alle Nazioni Unite di imporre la consegna delle armi leggere confiscate alle truppe serbe fu disattesa.
Il governo olandese, che negli ultimi anni si è dovuto difendere spesso dalle numerose accuse in merito al massacro, ha sempre insistito sul fatto che le sue forze sarebbero state abbandonate dalla missione delle Nazioni Unite, che non fornì adeguato supporto aereo.
Fatto sta che l’11 luglio Mladic potè affermare testualmente : “È giunto il momento di vendicarsi dei turchi”.

La ricorrenza dell’eccidio è anche l’occasione per fare il punto sulla situazione bosniaca.
Al di la delle dispute giudiziarie, ciò che sembra evidente è che a Srebrenica, così come nell’intera Bosnia il quadro non sia cambiato. I nazionalismi e le dispute etniche si rincorrono ed il quadro politico appare caratterizzato da una sostanziale paralisi, dovuta alle difficoltà tra le diverse comunità a trovare una comune linea di azione.
Attualmente non esiste un censimento attendibile della popolazione; l’ultimo risale infatti al 1991, ultimo anno prima degli eventi bellici ma la recente tornata elettorale per la Presidenza, ha fatto registrare la vittoria del musulmano Bakir Itzbegovic (35%).
balcaniPersonaggio discusso in virtù di una presunta appartenenza ad una rete affaristica poco raccomandabile, Bakir si è affermato di misura  su Fahrudin Radoncic (31%),proprietario del principale gruppo editoriale del paese.
A ciò si aggiunge la circostanza che il presidente dell’entità serbo-bosnica (Republika Srpska) Milorad Dodik non perde occasione per affermare il diritto dei serbi di Bosnia ad “affrancarsi” dalla convivenza forzata con i musulmani e i croati.

Un certo ottimismo, invece, è rappresentato dalla svolta (speriamo) moderata della componente croata.

Ciò che invece desta maggior preoccupazione, è la diffusione del movimento wahabbita e di gruppi radicali islamici finanziati dall’Arabia Saudita e dall’Iran allo scopo di causare diffidenza e paura.
Il fine ultimo sarebbe quello di allontanare il Paese dalla integrazione con l’Europa.

All’origine di questo revanscismo estremistico il fatto che dopo la guerra, molti di coloro i quali erano accorsi per combattere a fianco delle truppe musulmane sono rimasti, hanno sposato donne locali e si sono stabiliti nei villaggi della Bosnia centrale
Di fronte a tale situazione, i media denunciano una sorta di immobilismo nel prendere le distanze da parte della comunità islamica che ribatte invitando le forze politiche ad adottare misure concrete di riforma.

Si può, dunque, affermare che oggi la Bosnia è lo stato balcanico che offre minor garanzia di stabilità politica e sicurezza nonostante le forti spinte europeiste che si stanno facendo strada soprattutto tra la componente islamica moderata.
La crisi economica, poi, rende la situazione ancor più critica ponendo un forte ostacolo verso l’integrazione europea anche in considerazione del fatto che le riforme stentano a decollare proprio a causa della divisione tra comunità che, talvolta, sembra essere insanabile.
In conclusione, riteniamo che sarà difficile superare divisioni storiche radicate ed anni di sangue e morti ma non per questo si dovrà rinunciare ad esperire tutti i tentativi per una Bosnia unita e pacificata.
Restando così le cose, l’Europa è e sarà solo una chimera.

26/05/2011

Marocco.Un’ eccezione tra sfide e progresso

marocco1.jpgIl malcontento popolare che ha infuocato il Nord Africa ha solo lambito il Marocco nonostante per molti analisti fosse solo una questione di tempo.
Ora, anche le agenzie di rating hanno dovuto ricredersi. Standard & Poor’s e Fitch, infatti, da qualche settimana considerano il paese maghrebino tra quelli con meno possibilità di contagio eversivo.
Con ciò non si vuole negare che vi siano state manifestazioni di piazza, tutt’altro ma semplicemente che il popolo è sceso in strada non per reclamare la fine della monarchia o per delegittimare il re, ma una riforma costituzionale. Pacificamente.

La ricetta messa a punto dal giovane Mohammed VI, fatta di concessioni e moderate riforme, si è dunque rivelata l’unica in grado di reggere l’urto di sommosse e rivolte, nonostante le forti spinte integraliste all’interno della società marocchina.
Ciò in virtù di una serie di elementi abilmente coniugati che hanno consentito al paesere marocco.jpg dell’Atlante di mantenere un sostanziale equilibrio interno e di accreditarsi verso l’Occidente quale fattore di stabilità nell’area.

Chi conosce il Marocco, sa bene che esso non può prescindere dalla sua monarchia, da oltre tre secoli garanzia di quella unione storica tra le diverse etnie,collante tra popolo e sovrano, e che rappresenta anche il vero scudo di quest’ultimo.
Legittimazione sociale, dunque, ma non solo.
Il re è anche il Commendatore dei Fedeli e, di conseguenza,gode di una legittimità religiosa e popolare molto forte che consente un’unità di fondo spesso sconosciuta ad altri paesi musulmani.

Nel corso degli anni, il sovrano ha introdotto progressivamente una serie di riforme, rese possibili non solo da una spiccata leadership ma anche dal confronto e dalla collaborazione delle opposizioni e di tutte le forze democratiche del paese.

donna.jpgLa più importante è probabilmente quella concernente il codice di famiglia approvato nel 2004 che ha garantito maggiori diritti alle donne, equilibrando così la tradizione islamica con idee più liberali. Islam si, islamismo no verrebbe da dire.

La rivisitazione del codice ha dunque consentito un confronto serrato sul piano del diritto tra il re e le spinte più radicali ed intransigenti con un conseguente maggiore sostegno alle correnti più moderate dell’Islam in un alternarsi di concessioni e rigido controllo .
imam.jpgInfatti, nonostante il recente attentato di Marrakech, il monitoraggio costante delle moschee ed una forte azione di repressione nei confronti delle cellule qaediste e di imam radicali, rappresenta una costante.
Di contro, a metà aprile sono stati graziati molti prigionieri politici, compresi gli islamisti, in un gesto di pacificazione altamente simbolico avvenuto il giorno successivo al discorso in cui il sovrano ha chiesto ufficialmente scusa per i 40 anni di abusi dei diritti umani compiuti nel suo Paese.
Dal 2003 sono già 47.988 i detenuti rilasciati, il che ha in parte contribuito a risolvere una delle più gravi emergenze: il sovraffollamento dei penitenziari.

Altro passo importante è stata la costituzione di una “commissione per la riconciliazione” incaricata di riconoscere le violazione dei diritti umani commesse dagli apparati di sicurezza e risarcire i cittadini.
Ciò ha indotto Thomas Riley,ambasciatore Usa a Rabat ad affermare che il Marocco è un “modello” di riforme politiche nel Medio Oriente e nel Maghreb.

Senza dimenticare il grande progetto avviato nel 2005 per la lotta contro la povertà e le disparità sociali ossia l’Iniziativa Nazionale per lo Sviluppo Umano (INDH).

“L’INDH ha individuato le 360 comunità rurali più povere e i 267 quartieri periferici delle cittàindh.jpg che soffrono di esclusione sociale” ha affermato Nouzha Skalli, Ministro dello Sviluppo Sociale, della Famiglia e della Solidarietà.
“Durante questo periodo, a dire il vero, l’INDH ha realizzato 22mila progetti di cui hanno beneficiato 5 milioni di persone attraverso l’accesso alle infrastrutture di base, le attrezzature collettive, l’animazione dei quartieri, la formazione professionale e attività che generano reddito e lavoro” ha aggiunto il Ministro.
Tuttavia, nonostante le dichiarazioni degli esponenti governativi, la riforma sociale rappresenta ancora un’incompiuta, complice anche la crisi economica a livello mondiale che ha impedito la realizzazione di quanto previsto.

Infine, una stampa sufficientemente svincolata dalla censura ed elezioni politiche libere dove le segnalazioni di irregolarità o brogli è infinitesimale rispetto a quelle degli altri paesi arabi, rappresentano ulteriori elementi di un mosaico che fanno del Marocco una sorta di “isola felice”.

manifestazioni.jpgNelle intenzioni dei governanti, il futuro è rappresentato da un sistema politico sulla scorta della Turchia di Erdogan, ipotesi ben vista dalle principali potenze politiche ed economiche a livello mondiale.
In questo senso stanno lavorando i principali apparati politici ed istituzionali, monarchia in primis, consapevoli della necessità di una riforma costituzionale ormai indifferibile che allargherebbe la base del consenso.

Se il Marocco riuscirà davvero a diventare un punto di riferimento per tutti gli altri paesi dell’area è difficile prevederlo con certezza ma i presupposti ci sono, nonostante le difficoltà.
Di fronte a tale situazione, sarebbe auspicabile che l’Occidente assecondasse l’eccezione marocchina riconoscendone l’innegabile singolarità e gli sforzi sul cammino verso una democrazia vera, foriera di sviluppo e stabilità sociale.

12/05/2011

Bin Laden – Lo scetticismo dei media arabi

titoli.jpgSe in Italia le reazioni dei rappresentanti istituzionali all’uccisione di Bin Laden sono state diplomatiche e low profile, non altrettanto si può dire dei commenti degli organi di informazione arabi che hanno più volte sottolineato le ambiguità più o meno palesi dell’intera operazione.
Infatti,a poco più di una settimana dall’annuncio i media così come molti opinionisti  continuano a mettere in dubbio la versione dei fatti fornita dalla Casa Bianca sul blitz di Abbottabad.

Ne abbiamo discusso con il collega Hamza Boccolini, giornalista di Aki – Adnkronos, esperto di comunicazione e Medio Oriente ed autore insieme ad Andrea Morigi del saggio “Media e Oriente”, panorama approfondito sull’informazione araba. La sua è senza dubbio una visuale “privilegiata” sui sentimenti di una certa parte del mondo e dell’informazione in questo momento di assoluta criticità per la società mediorientale.

“Non è un caso che l’edizione del 10 maggio del quotidiano ‘al-Quds al-Arabi’, diretto da Abdel Bari Atwan, apriva con il titolo: “Iran: Bin Laden morto per malattia, non è stato ucciso dalle forze americane. Il Pakistan sta pensando di demolire il nascondiglio del leader di al-Qaeda” ci dice.

redazione.jpg“Così come non lo è nemmeno la circostanza che, nonostante la conferma della morte del terrorista saudita da parte di Al-Qaeda attraverso un comunicato ufficiale, gli utenti dei forum jihadisti diffondano video e messaggi nei quali invitano i loro compagni a non credere nelle immagini mostrate dagli americani dove Bin Laden appare ormai vecchio e stanco” aggiunge.

Hamza, ci descriveresti il clima che si respira all’interno dell’informazione araba??A cosa è dovuto lo scetticismo che aleggia?

“Sin dalle prime ore dopo il blitz, osservando i resoconti trasmessi dalle tv arabe, emergeva un forte scetticismo sulle modalità con le quali sarebbe stato ucciso il terrorista saudita. Se tutti gli osservatori e gli specialisti arabi interpellati hanno dato per scontato che Bin Laden fosse effettivamente morto, in pochi hanno creduto alla ricostruzione fornita dal presidente americano Barack Obama e dal Pentagono sulle modalità dell’uccisione. In particolare l’inviato della tv satellitare ‘al-Arabiya’ ad Abbottabad, in Pakistan, ha infatti intervistato più volte gli abitanti della zona che si sono detti “increduli” del fatto che il leader di al-Qaeda potesse vivere in quella zona. La tv di Dubai, dal canto suo, ha più volte sottolineato con dei flash apparsi sullo schermo che “la casa obiettivo del blitz è vicina ad un’accademia militare e in quel quartiere vivono molti militari. Inoltre quella casa era circondata dal del filo spinato e sotto il controllo della sicurezza pakistana”.

In Italia, eccezion fatta per i social network, si sono registrate tiepide reazioni. Quali sono stati invece i commenti dei principali organi di informazione mediorientale?

In una trasmissione di ‘al-Jazeera’ uno degli ospiti, Hani al-Sebai, direttore del Centro ‘al-Maqreezi’ di Londraal jazeera.jpg ed ex compagno di cella di Ayman al-Zawahiri, nell’esaltare la figura del terrorista saudita nel corso di un collegamento in diretta ha spiegato che “pur aspettando il comunicato ufficiale di al-Qaeda per esprimere una posizione in merito alla sua morte, sono convito che lo sceicco Osama sia effettivamente morto. Ma non credo che sia stato ucciso in quel blitz dagli americani.

Nel tuo libro dedichi particolare attenzione ai siti di Al Qaeda che veicolano i filmati di ‘al-Sahab’.Come hanno commentato l’accaduto?

Sin dalla prima ora è stata assunta una posizione attendista. Gli internauti dei forum hanno cercato di smentire la notizia della morte di Bin Laden, scoprendo subito che la foto mostrata dalla pakistana ‘Geo tv’ non era altro che un falso. Col passare del tempo pero’, come hanno rilevato anche le tv satellitari arabe, gli utenti dei forum jihadisti si sono convinti dell’effettiva morte di Bin Laden, pur ribadendo che “il jihad continuerà fino al giorno del giudizio”.

05/05/2011

Bin Laden: le reazioni dell’Islam italiano

titoli.jpgLa notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, è stata accolta dall’Islam italiano, organizzato e non, in maniera differente. Perlopiù,salvo eccezioni, le dichiarazioni rilasciate sono state ispirate alla massima cautela nell’attesa che sulla vicenda sia fatta maggior chiarezza.

Per Abdel Hamid Shari, Presidente del Centro islamico di viale Jenner a Milano, Bin Laden è “meglio morto che in prigione” ed aggiunge che, comunque, “Osama è stato il simbolo di un’epoca insanguinata”. “Per noi” aggiunge “era storicamente morto già nel 2001”.

“Mi aspettavo che Bin Laden venisse catturato e giudicato di fronte a un tribunale per ciò che ha commesso.elzir.jpg Credo che con questo ci siamo messi alle spalle una situazione difficile ed ora spero si apra un pagina nuova fatta di pace e di speranza” è l’opinione, invece, di Izzedin Elzir, Presidente dell’Ucoii.

Secondo lo Sheikh Abdul Hadi Palazzi, Presidente dell’Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana ed acuto osservatore dei fatti mediorientali “si tratta senza dubbio di una vittoria rilevante nella lotta contro il terrorismo, e non solo perché si è colpito un personaggio simbolo del terrore ma, soprattutto, perché ora le cellule di Al-Qaeda non potranno più essere finanziate tramite le ingenti risorse della famiglia Bin Laden e del regime saudita che la protegge”.

palazzi.jpgTuttavia, mette in guardia da facili entusiasmi ed avverte: “Vincere una battaglia - pur se importante - non significa aver vinto la guerra, ed è possibile che le cellule integraliste ormai allo sbando e prive di risorse tentino colpi di coda dettati dalla disperazione”.
Circa il futuro dei rapporti tra Occidente ed Islam e le prospettive del dialogo, Palazzi è pessimista.
“Ritengo che l’amministrazione Obama stia seriamente contribuendo a peggiorare la situazione. Invece di sostenere i musulmani liberali amici dell’Occidente, di fatto incoraggia gli sciiti estremisti filo-iraniani e i Fratelli Musulmani. Pensiamo al caso di Gheddafi: era senz’altro un dittatore brutale, ma laico e nemico dell’integralismo.  Perché prendersela con lui, ma non con quanti sono peggiori di lui? I suoi avversari rischiano di essere altrettanto dittatoriali” afferma.

gmi.jpgAhmed Abdel Aziz, responsabile Relazioni Esterne dei Giovani Musulmani d’Italia non nega il timore che quanto accaduto “possa rappresentare il pretesto per una escalation di violenza da parte di determinate frange estremiste che potrebbero compiere alcune operazioni di ritorsione, ovviamente da condannare” e sottolinea come sussistano ancora dubbi sulla figura di Bin Laden.
“Solo la storia potrà chiarire definitivamente chi è stato ed i suoi rapporti con l’Occidente ” prosegue.

Circa gli scenari futuri che l’uccisione del leader di Al Qaeda potrebbe determinare, Aziz sostiene che l’uscita di scena di Bin Laden “porta a termine un ciclo che in qualche modo giustificava l’attacco della coalizione in Afghanistan.Il Presidente Obama potrebbe fare una operazione politica assolutamente intelligente, ossia lasciare alcune aree di crisi che sono costate agli Stati Uniti tantissimo in termini economici e di vite umane”.
“L’auspicio” conclude Aziz “è che quanto sta accadendo in Nord Africa e Medio Oriente comporti una revisione di strategia nei confronti di paesi che possono rappresentare il supporto fondamentale alla comprensione di una certa parte del mondo che vive di dinamiche completamente diverse dalle nostre”.

Tuttavia,al di là delle dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali, a fungere da autentica cartina di tornasole degli opposti sentimenti sono i social network ed i blog sparsi per la rete dove si alternano commenti all’insegnablog.jpg dello scetticismo,del dubbio e dell’imbarazzo ma anche della rabbia.

Alle tesi complottiste, secondo le quali Bin Laden avrebbe ottenuto un lasciapassare per abbandonare definitivamente la scena fanno da contraltare le reazioni di coloro i quali criticano l’Occidente per aver utilizzato metodi che, a torto (ndr), si rimproverano proprio ai musulmani.
C’è chi avanza ancora la convinzione che il “Principe del male” avesse un trascorso da agente della CIA; altri fanno riferimento agli Usa come un Satana vestito da santo, convinti che a Bin Laden succederà qualcun altro e che le scene di giubilo di questi giorni rappresentino solo un’ ipocrisia strisciante.

osama.jpgIndubbiamente, la circostanza che l’uccisione del terrorista più ricercato al mondo sia avvenuta a ridosso dell’ormai imminente inizio della campagna elettorale a stelle e strisce e le rivolte in atto in gran parte dei paesi arabi non lascia indifferenti e suscita più di un dubbio. Maliziosamente (?) in molti sono disposti a scommettere che non si tratti affatto di un caso.
E poi c’è chi sostiene che il terrorismo esiste e che coinvolge qualsiasi credo, nessuno escluso nonostante la convinzione che l’11 settembre sia andata diversamente da come è stato raccontato. Dubbio assolutamente condiviso dalla maggioranza del popolo della rete, a prescindere da nazionalità, razza e credo.

Un caleidoscopio di opinioni, dunque, il cui leitmotiv è rappresentato sostanzialmente da una sorta di sfiducia circa la possibilità che l’eliminazione fisica del “grande capo” possa drenare energie al network di Al Qaeda e modificare sostanzialmente lo scenario del fondamentalismo internazionale.
Su tutto, però, una domanda ricorrente: possibile che l’intelligence americana non sia riuscita a catturarlo ?? A chi faceva paura Bin Laden vivo?

Certamente, il pericolo che i legami politici ed economici poco chiari che hanno sempre alimentato quell’aura di leggenda venutasi a creare attorno al miliardario saudita potessero trasformare una vittoria in un boomerang, è stato probabilmente un fattore.

28/04/2011

Telese.La Sinistra Unita esprime preoccupazione per i lavoratori delle Terme

Le criticità relative alle Terme di Telese, rappresentano probabilmente una priorità per la cittadina sannita sia sotto l’aspetto economico che di un qualificato sviluppo sociale ed ambientale.
sinistra.jpgNe è convinto anche il coordinamento locale della Sinistra Unita (Fabbrica di Nicki) che in una nota ed alla vigilia della riapertura del parco, esprime preoccupazione relativamente alla riassunzione dei lavoratori dell’Impresa Minieri “condannati ad una precarietà a vita e senza alcuna garanzia”.
Come se non bastasse, a ciò si aggiunge “il mancato pagamento di alcune mensilità relative alassemblea.jpg 2010” con conseguente aggravamento della situazione.

Nel sottolineare come l’Amministrazione si stia adoperando “per affrontare la situazione alla radice”, si auspica una vicinanza ai lavoratori “se necessario attraverso una solidarietà concreta”ed una maggior informazione alla cittadinanza.

I lavoratori stagionali, dunque, al centro dell’attenzione ma non solo.

Anche lo stato di criticità in cui versano i locali dell’imbottigliamento e la rivisitazione giuridica del Consorzio Idrotermale che dovrebbe comportare modifiche statutarie tali da “rendere l’organismo un serio strumento di sviluppo per l’intero territorio” sono oggetto di riflessione.

E’ bene ricordare, infatti, che il Consorzio costituito tra i Comuni di Telese e di San Salvatore Telesino proprioD168CADMJ5BLCADP51A2CAO58QAJCA9PWL8KCAXRJDZ0CAVH8XNQCAD00D8XCA3B6255CAL0VZI4CA40S6O3CAT7U5P7CA9O72CZCAO12L0VCAPMSDIRCA0ZK1UACAZ4C6D8CA1VF2BTCATOTNGU.jpg per gestire le Terme, è senza statuto da oltre un quinquennio e che ogni ulteriore ritardo potrebbe rappresentare un colpo all’attività ed alla credibilità dello stesso.

Stando così le cose, il pericolo maggiore è rappresentato dal fatto che nelle more dell’approvazione del nuovo statuto, possa risultare più difficile pretendere il rispetto delle regole contrattuali da parte di chi di competenza.
Tutto questo tralasciando i problemi “strutturali” e gestionali di cui soffre il complesso ormai da anni.

Siamo certi che l’Amministrazione comunale metterà in campo tutta la propria autorità al fine di risolvere un problema che ha nelle connotazioni sociali la sua manifestazione più evidente.

piazza minieri.jpgCosì come confidiamo nella sensibilità dei piani alti di Piazza Minieri (ai vertici anche di Federterme, ndr) nell’andare incontro alle esigenze dei lavoratori ed agevolare l’ingresso a pieno titolo del complesso termale sannita nel più generale sviluppo registrato dal termalismo italiano.

 

26/04/2011

“Media e oriente”: una finestra sull’informazione nel mondo arabo

La protesta in Nord Africa ha reso nuovamente di stretta attualità il dibattito circa la condizione dei media in quei paesi governati da sistemi che, spesso, si sono occupati di controllare la circolazione delle informazioni (all’interno e all’esterno) per garantire consenso.
Ora,dopo anni di oscurantismo e di sottomissione strumentale ai vari poteri, il panorama mediatico sembra vivere una nuova primavera rappresentata da una trasformazione senza precedenti.

untitled1.jpgIl tema è efficacemente approfondito nel saggio “Media e Oriente”, di Hamza Boccolini, giornalista dell’agenzia di stampa Aki – Adnkronos International, presentato al Festival del giornalismo di Perugia.

Sono oltre 700, infatti, i canali satellitari che ogni giorno diffondono trasmissioni in lingua araba proponendo alle nuove generazioni (e non) del mondo arabo un’offerta eterogenea che va dai notiziari ai talk show,dalle fiction ai reality. Senza dimenticare il costante aumento dei social media e l’incremento costante dei lettori dei quotidiani stimato con una crescita del 2,3% fino al 2013.

L’autore, che è anche docente di “Media nel mondo arabo” presso l’Università di Napoli l’“ Orientale” traccia una mappatura a 360° del sistema della comunicazione nel mondo arabo, analizzandone criticità e potenzialità.
antenne1.jpgUn esempio:131 canali generalisti, 119 dedicati a musica e varietà, 58 per cinema e fiction, 51 sportivi, 25 economici, commerciali e di shopping, 26 di news, 21 per bambini, 23 culturali, 12 di documentari, 11 interattivi, 13 religiosi e 4 turistici.

Al di là dei numeri, ciò che più colpisce è la puntuale descrizione dell’evoluzione e della sempre maggiore influenza dei principali mezzi di comunicazione sulla vita sociale e politica. Ciò, soprattutto attraverso un lento ma continuo processo di educazione al pluralismo .
“Tuttavia,da questo ad arrivare alla democrazia c’è ancora molta strada da percorrere, in particolare lo strumento del voto e l’accettazione dell’alternanza tramite le urne elettorali. E’ questa la prossima sfida” sostiene.

Boccolini prende le mosse dall’analisi del fenomeno Al – Jazeera, novità assoluta nel panorama televisivo costituito all’epoca della sua nascita solo da emittenti governative,che ha consentito di“dare voce ai gruppi di opposizione insegnando agli arabi che era possibile tenere un dibattito aperto con due punti di vista contrapposti”.
In sostanza, le recenti rivolte arabe sarebbero solo una tappa di un più generale processo di avvicinamento culturale al pluralismo e alla democrazia.

La tv qatariota, dunque, come testa di ponte verso un’informazione slegata dalla censura e senza filtri, così come sta a dimostrare la circostanza che essa è stata la prima (forse l’unica) a trasmettere filmati dei gruppi della guerriglia sunnita irachena attingendo direttamente dai siti di propaganda jihadisti presenti in internet.
“Per questo, e per aver dato spazio ai capi delle formazioni jihadiste, è stata accusata di essere collusa con ilal jazeera1.jpg terrorismo. Certamente copriva in quel modo un vuoto rappresentato dalla diffusione di video dei gruppi armati islamici che nessun’altra emittente avrebbe passato, ma lo sviluppo della concorrente ‘al-Arabiya’ ha dimostrato che si poteva affrontare il tema del terrorismo islamico anche usando un altro metro e metodo. Non a caso la tv di Dubai, come raccontiamo nel libro, è famosa per la trasmissione che manda in onda il venerdi’ sera dal titolo ‘La fabbrica della morte’, dedicata completamente ad al-Qaeda e alla galassia di gruppo che vi girano intorno” ci dice Boccolini.

Più in generale e con riferimento alla libertà di stampa in Medio Oriente e Nord Africa quale strumento di liberazione da una sorta di oscurantismo e come sfida del pluralismo, l’autore pone l’accento sul pericolo che in molti paesi arabi, come l’Egitto, dove buona parte degli intellettuali e dei giornalisti è schierato con i Fratelli Musulmani, si possa passare da un eccesso all’altro.
“Credo che la libertà di stampa vada di pari passo con la nascita di una società civile liberale e riformista che al momento è ancora minoritaria”sostiene.

Ma quali sono (se esistono) i margini futuri di tale orientamento?
Boccolini sottolinea come esso sia ancora debole e minoritario seppur si registrino costanti segnali di crescita dovuti innanzitutto alla diffusione di internet e dei social network.
“Ciò sta permettendo ai giovani arabi”, aggiunge, “di capire che esiste un’alternativa all’islamismo culturale, anche se solo pochi intellettuali riescono a vederla”.

Circa il rapporto tra media e terrorismo ed il rischio concreto che frange estremiste finiscano per condizionare strumentalmente anche la comunicazione, Boccolini non ha dubbi.
“Credo che sia possibile informare correttamente, basta stare attenti a non cadere nella propaganda che è quello che vogliono i terroristi. E’ giusto informare sull’esistenza di gruppi jihadisti, seppur molto piccoli, ma dalle testimonianze fornite da molti terroristi pentiti è emerso che buona parte dei giovani che decidevano di andare in Iraq per combattere al fianco di al-Qaeda lo facevano dopo aver visto i tg di ‘al-Jazeera’ e i discorsi di Osama Bin Laden trasmessi dalla stessa emittente. Solo negli ultimi anni la linea editoriale di questa tv è cambiata. Ora i discorsi del terrorista saudita vengono trasmessi solo in piccoli estratti e questo ha mandato su tutte le furie i simpatizzanti del gruppo jihadista che hanno deciso di fare da soli usando internet”.
 
Nuccio Franco

20/04/2011

Izzedin Elzir, Presidente Ucoii: “Gli atti efferati non devono intimidirci”

Izzedin Elzir, Imam di Firenze e Presidente dell’Unione delle Comunità ed organizzazioni islamiche in Italia, è nativo di Hebron, in Palestina e vive in Italia da 18 anni.
elzir.jpgDa più parti viene definito un uomo deciso ma dai modi pacati, convinto fautore del confronto interreligioso.
Alcune sue recenti prese di posizione – dal dialogo con la Lega Nord sulla questione della moschea di Firenze, all’invito rivolto agli immigrati in occasione del 17 marzo a festeggiare l’unità d’Italia come “patria di tutti” – stanno a dimostrarlo.
Libertà e dignità dei popoli sono il concetto al quale si ispira e sul quale insiste nel ruolo di giuda dell’associazione maggiormente rappresentativa dell’Islam organizzato in Italia.
Esprime indignazione e condanna, Elzir, a proposito dei recenti fatti di cronaca e, in particolare, per l’assassinio del volontario italiano Vittorio Arrigoni.
“Si è trattato di un atto criminale contro la vittima, il popolo palestinese e tutta l’umanità, da chiunque sia stato commesso”afferma.
“Tuttavia” aggiunge nel manifestare a nome dell’Ucoii la più sentita solidarietà e vicinanza alla famiglia “esso nonarrigoni1.jpg deve intimidirci nel proseguimento della ricerca della libertà e del dialogo reciproco”.

Presidente,il vento della protesta ha coinvolto tutta l’area del Nord Africa ed il Medioriente. Quali sono le ragioni comuni ai vari paesi che hanno determinato la situazione attuale e quali le prospettive future?

Le cause sono diverse. Una di queste è la mancanza di libertà oltre a ragioni di carattere sociale ed economico che hanno determinato tale situazione sull’altra sponda del Mediterraneo. Ritengo che le aspettative siano assolutamente positive nel tentativo di ricercare (e trovare) maggiori spazi di libertà per i popoli. Credo nell’instaurazione di governi con i quali poter dialogare e collaborare per migliorare la situazione non solo in Medioriente ma a livello mondiale.

Esistono poi delle differenze….

Certamente, e risiedono principalmente nelle forme di governo. Tunisia ed Egitto hanno un sistema repubblicano, non così il Marocco e la Giordania.Certamente esistono delle linee comuni ma ogni popolo ha sue usanze, costumi, dialetti. Realmente tutti vogliono libertà, democrazia e dignità dell’essere umano.

A Suo avviso esiste la possibilità che gruppi estremisti possano condizionare la protesta?

L’estremismo esiste dappertutto ma, fortunatamente, è una minoranza. Tocca a noi vigilare ed isolare certeimagesCA2V66SF.jpg frange ed aiutare le forze democratiche e progressiste che si battono per la libertà. Si tratta di gruppi non organizzati, una minoranza della minoranza. Non ho quindi il timore che la protesta popolare possa cadere nelle loro mani ma, anzi sono certo che i popoli di queste aree avranno la capacità di vigilare e seguire la strada della dignità dell’essere umano senza condizionamenti di sorta.

La definizione di Islam moderato ha senso o è una “invenzione” dei media ?

L’Islam è unico. Poi ci sono interpretazioni differenti. Credo che la definizione di Islam moderato sia una creazione esclusivamente giornalistica. Purtroppo ci sono dei fratelli che non danno un’immagine concreta dell’Islam e, dunque, è nostro dovere lavorare al fine di essere pienamente italiani, europei di fede islamica. Nostro compito è agire affinchè vengano trasmessi i veri valori della fede, del riformismo che purtroppo si scontra con coloro i quali vogliono rimanere indietro di 1.400 anni.

velo1.jpgIn Francia l’entrata in vigore della legge sul niqab ha già fatto le prime vittime. In Italia una disciplina analoga è invocata da più parti così come l’istituzione di un Albo degli Imam. La Sua idea in merito?

Ritengo che si tratti di una legge sbagliata. Non si può imporre alla donna un certo abbigliamento. Se si parla di libertà bisogna anche riconoscerla. Certamente se c’è una legge questa va rispettata ma credo che non si possa imporre alcunché. Si tratta di una questione religiosa, culturale e sociale ed in questo modo non si fa altro che creare dei ghetti che non servono a nessuno. Dobbiamo cercare e trovare il dialogo. La realtà italiana è diversa da quella francese, laica non laicista e non credo che una proposta del genere possa avere futuro. Se poi un Parlamento si preoccupa di realizzare una legge per una stretta minoranza tralasciando altri problemi ben più importanti e prioritari è un’altra cosa. Ci sono altre questioni, come la stabilità economica e politica, la scuola, la disoccupazione che toccano la totalità degli italiani e non, ripeto, una minoranza. Quanto all’albo degli Imam credo si tratti di una fuga in avanti in assenza di un’Intesa con lo Stato. Chi può decidere chi è o non è Imam. Lo Stato laico??Diventa una questione di pura propaganda che non risolve il problema.

 

18/04/2011

I nuovi falchi contro il pericolo Islam. Il caso De Mattei

Il recente terremoto che ha devastato il Giappone altro non sarebbe che “la voce terribile ma paterna della bontà di Dio” mentre la colpa della caduta dell’Impero romano sarebbe da imputare esclusivamente agli omosessuali. L’Islam?? Una falsa religione fondata su un falso profeta, salutare castigo di Dio.
torquemada.jpgAffermazioni degne di Tomás de Torquemada che danno fondo a tutta la retorica intransigente e conservatrice di alcuni ambienti ultracattolici.

A pronunciarle,il prof.Roberto De Mattei, Vice Presidente del CNR che con le sue parole ha sollevato più di una protesta in seno al mondo accademico e politico.
Infatti, si è allargato il fronte di coloro i quali, dopo l’ennesima esternazione discutibile, ne reclamano le dimissioni o, in alternativa, la rimozione dall’incarico che, lo ricordiamo, è appannaggio esclusivamente politico.

Sulla vicenda, il Pd ha presentato un’interrogazione al Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e intanto aumentano le firme raccolte in una petizione online per chiedere, appunto, le dimissioni dello scienziato. Secondo i promotori avrebbero raggiunto quota diecimila.

Unanimi le critiche anche se il Presidente del CNR, Prof. Luciano Maiani è intervenuto in merito precisando che le esternazioni di De Mattei “ non sono state rese nella sua veste di vicepresidente dell’Ente e che il contesto è estraneo alle attività ed alle finalità del CNR”.

de mattei.jpgMa chi è Roberto De Mattei?
Scorrendo il suo curriculum ci si accorge che le affermazioni di questi giorni non sono estemporanee ma frutto di una visione consolidata nel tempo .
Oltre all’incarico in seno al Cnr, De Mattei insegna Storia del Cristianesimo e della Chiesa presso l’Università Europea di Roma (l’Università dei Legionari di Cristo, ndr) ed è Presidente della Fondazione Lepanto fondata a Washington nel 2001 che ha come mission “la difesa dei principi e delle istituzioni della Civiltà Cristiana” e molto vicina ai neocon statunitensi.

De Mattei è anche direttore di Corrispondenza Romana, agenzia di stampa cattolica settimanale nonchè del mensile Radici Cristiane, noto per ospitare spesso e volentieri posizioni antistoriche e quanto meno discutibili. Scrive per Destra.it le sue singolari posizioni sui diritti umani e cura una rubrica su Radio Maria.

Omosessualità,integrazione ed Islam, dunque, i principali obiettivi del professore che si è distinto negli anni per aver assunto posizioni al limite, con buona pace di Darwin e della storia.

Sull’omosessualità,il pensiero di De Mattei è alquanto singolare.
Sarebbero stati gli “invertiti” che infestavano Cartagine la principale (se non esclusiva) causa della cadutaomosessuali.jpg dell’Impero romano. La Provvidenza, infatti, si sarebbe servita dei barbari, esenti dal vizio, per liberare l’impero dagli omosessuali.
Tesi, questa, che riprende e rilancia nel tentativo di attualizzarla quella di uno storico cristiano del V secolo, Salviano di Marsiglia, contenuta nell’opera “De Gubernatione Dei” di cui se ne ribadisce l’attualità nonostante i sedici secoli di differenza.
Cartagine, secondo Salviano, era afflitta più che da “un vizio”, da una “peste”, anche se i travestiti non erano moltissimi”.
“Succedeva però che l’effeminatezza di pochi, contagiava la maggioranza”, sostiene De Mattei. “Si sa che per quanti pochi siano ad assumere atteggiamenti svergognati, sono molti a contagiarsi con le oscenità di quella minoranza” aggiungendo che “gli uomini effeminati e gli omosessuali non avranno parte al Regno di Dio”.

Date le premesse,non ci meraviglia anche la critica ai principi di Yogyakarta per l’applicazione delle leggi internazionali sui diritti umani in relazione all’orientamento sessuale e identità di genere “reale pericolo di trasformare la battaglia contro le discriminazioni, nell’imposizione di un inammissibile divieto di critica morale del comportamento sessuale”.

islam.jpgMa è all’Islam “religione basata sulla violenza e sulla sopraffazione,che si fonda sulla idea di espansione e della conversione degli infedeli” che il professore riserva le “attenzioni” maggiori.
“Che tale espansione avvenga in maniera violenta o vellutata, non cambia la sostanza, anzi” afferma il docente ritenendo “molto più pericoloso l’ Islam detto moderato rispetto a quello fondamentalista. La storia ci ha insegnato che il metodo di Gramsci era più sottile ed efficace di quello irruento e violento di Lenin”.

“L’Islam non é credibile, come Maometto ed avanza grazie ad una Europa che ha voltato le spalle a Dio” lamaometto.jpg convinzione del professore che a chi gli fa notare che l’immigrazione potrebbe compensare le mancate nascite, ribatte deciso: “Non c’è da illudersi. La pacifica integrazione di decine di milioni di musulmani in una futura Europa multiculturale, è un’utopia non diversa da quella da quella della globalizzazione”.

“La prospettiva di un’Europa in cui, come è successo in Kosovo, gli immigrati musulmani rovesceranno i rapporti di forza demografica, senza peraltro rinunciare alla loro identità religiosa, è la prospettiva di un regime di libertà vigilata, di sottomissione all’Islam, senza la possibilità di poter difendere e diffondere il cristianesimo” rincara.
C’è da dire che nonostante la discutibilità di tali affermazioni, il pensiero di De Mattei sull’argomento era già stato ampiamente anticipato in un saggio “Guerra santa guerra giusta. Islam e Cristianesimo in guerra”.
In esso si affermava la legittimità di una (possibile) guerra santa e di una nuova crociata del cristianesimo come unico baluardo contro “il medioevo della Shari’a”.“Nessuno potrà negarci il diritto alla legittima difesa”, spiega De Mattei, “e quindi ad una guerra difensiva contro l’ aggressore”.

agostino.jpgCita Agostino, Tommaso, Pio XII e vari padri della chiesa a sostegno del suo cristianesimo armato, senza escludere addirittura la possibilità di una qualche nuova crociata purché sia stata proclamata dal Papa per motivi attinenti la fede.
“ Non ci si accusi di mancanza di carità nei confronti dell’Islam. Il rispetto per la dignità di ogni uomo, compresi i musulmani, non ci deve far dimenticare che uno solo è il vero Dio, quello che si è rivelato come uno e trino e che è morto sulla Croce per redimere i nostri peccati” sostiene in un editoriale del 2010 di Radici Cristiane.

Senza voler entrare nel merito del pensiero di De Mattei, si resta tuttavia perplessi di fronte a tali affermazioni, connotate da acredine intellettuale,aggressività verbale e terminologica e fondate sugli stessi meccanismi che, spesso, si rimproverano alla controparte.
Ci limitiamo a ribadire che la libertà di espressione e di pensiero sono principi garantiti dalla nostra Costituzione ed in quanto tali dovrebbero essere maggiormente rispettati senza essere utilizzati in maniera strumentale per dar adito ad una visione della società anacronistica e poco rispettosa delle diversità.
In un periodo nel quale, a fatica, si sta tentando di percorrere la strada del dialogo e del rispetto reciproci, simili affermazioni sembrano quantomeno avventate con il risultato di esasperare ulteriormente gli animi e di ostacolare quel dialogo interconfessionale da più parti auspicato.

08/11/2010

Donne e media, esperienze a confronto

donne%20e.jpgComunicazione e new media sono stati i temi al centro del dibattito nel corso del convegno “Donne e Media. Giornaliste italiane e del mondo arabo a confronto”, appuntamento “in rosa” svoltosi presso il Ministero degli Affari Esteri ed organizzato da Agi e Arab Italian Women Association.

Due giorni incentrati sulla comunicazione al femminile attraverso il confronto di esperienze di donne che fanno informazione in due realtà soltanto apparentemente distanti: quella italiana e quella araba.

Tra i partecipanti: Emma Bonino, Vice Presidente del Senato; Najwa Kassab Hassan, Ministro della Cultura siriano; Pia Luisa Bianco; Isabella Rauti; Andrea Purgatori; Ritanna Armeni; Lucia Annunziata; Donatella Della Ratta; Tiziana Ferrario; Daniela Viglione, Presidente e Ad di AGI; Randa Eid, Segretario Generale dell’ AIWA; Marialina Marcucci, Presidente onoraria AIWA.

Molti i temi affrontati da altrettanti volti noti al grande pubblico.
Dal web alla televisione passando per la carta stampata ed i social network come strumenti utili a ridurre ledonne.jpg distanze, geografiche e culturali, ed abbattere le durevoli barriere che ancora ostacolano l’informazione al femminile,troppo spesso piegata da stereotipi che stentano a essere superati.

Di preconcetti e di quella che è ancora una visione misogina della figura delle donne ha parlato Hanane Harrath, giornalista di origini marocchine specializzata in politiche del mondo arabo e in sociologia delle religioni.
imagesCAWAH373.jpg“Il mio lavoro” ha spiegato “mira a mettere in dubbio le convinzioni attraverso le quali osserviamo il mondo arabo-musulmano e ad analizzare la visione riduttiva che normalmente adoperiamo quando pensiamo alle relazioni tra il cosiddetto ‘mondo occidentale’ e il ‘mondo musulmano’. Cerco di portare alla luce una storia analitica dell’Islam perché sono convinta che abbiamo solo avuto in eredità la storia ortodossa mentre siamo invece rimasti all’oscuro delle ricerche sul processo che ha trasformato l’Islam”.

Interamente dedicata ad internet, la seconda giornata del convegno è stata caratterizzata dalla riflessione sulle opportunità che corrono on line, in Italia come in Giordania, Siria, Marocco e Behrein.
A moderare l’incontro e la successiva tavola rotonda è stata Lucia Annunziata, che ha subito inquadrato uno dei nodi principali della questione: “Il rapporto donne-new media in Italia forse è molto più in affanno di quanto uno si aspetti”.

A tale proposito,Donatella Della Ratta, ricercatrice e esperta di mass media che dal 1998 vive tra Italia e Siria, ha sottolineato come il web “è un’infrastruttura comunicativa che permette il dialogo non mediato fra pari e le cui potenzialità sono ancora sottoutilizzate”.

Sul ruolo della rete si è soffermata anche Nadine Toukan, secondo la quale essa “ ha il potere di democratizzare la conversazione ma richiede lavoro e bisogna fare non pochi sforzi”.
La tesi è stata avvalorata da Amira Al Husseini, giornalista originaria del Bahrain e tra le prime donne ahusseini.jpg ricoprire la carica di caporedattrice di una rivista, che ha insistito sull’importanza fondamentale della rete nel giornalismo moderno, esprimendo perplessità verso l’assenza di questa consapevolezza in Italia. “Ne è dimostrazione il fatto” ha concluso “che questa è la prima conferenza alla quale vado negli ultimi 10 anni dove non c’è connessione internet che permette di mandare immediatamente le informazioni online attraverso twitter e i blog”.

Per le giornaliste italiane Mimosa Martini e Tiziana Ferrario, “televisivamente parlando siamo in piena regressione”. 
ferrario.jpg“Il grande pubblico” ha affermato la Martini, giornalista del TG5 “sta abbandonando l’informazione televisiva e le giovani generazioni credono di dover raggiungere i modelli proposti” mentre per la Ferrario la televisione sta diventando uno “strumento di distrazione di massa”.

I lavori del convegno sono stati chiusi dal sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, che, dopo aver portato il saluto del governo italiano ed essersi congratulata con gli organizzatori, ha insistito molto sulla necessità di un maggiore e più incisivo dialogo euro-mediterraneo e sul ruolo strategico di ponte che l’Italia svolge tra l’Europa e i Paesi del Maghreb.
“Un’Italia”, ha concluso il Sottosegretario“che si sente profondamente europea ma che è naturalmente proiettata verso i popoli che vivono al di là del bacino del Mediterraneo, cui guarda come ad una opportunità di sviluppo politico, economico e culturale”

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 6 novembre 2010)

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