11/11/2011

Israele/palestina - Giro di vite sulla libertà di stampa

La crescente tensione tra Israele e l’Iran sul nucleare da un lato ed il persistere del conflittoisraele israelo – palestinese dall’altro potrebbero mietere la prima vittima: la libertà di stampa.

Infatti, sembra aumentare ogni giorno il nervosismo dello Stato ebraico con la conseguente difficoltà di fare informazione per tutti quei cronisti chiamati a raccontare, in particolare, quanto sta accadendo in Palestina.

Stando ad un recente rapporto del Sindacato palestinese dei giornalisti e degli operatori dei media, sarebbero ben 18 i casi di aggressione contro reporter nello svolgimento delle loro funzioni soltanto nel mese di luglio.
Tuttavia, è bene specificarlo, le violenze sarebbero da imputare non solo alle forze militari e di polizia israeliane ma anche alla fazione Fatah, che governa ‘de facto’ la Cisgiordania.

Abusi da parte delle forze israeliane nei confronti dei reporter si starebbero verificando settimanalmente in occasione delle marce contro il “Muro” che divide materialmente i due territori e le colonie israeliane di occupazione.
A questi episodi si andrebbero ad aggiungere arresti e detenzioni, divieti imposti alla libertà di movimento ed espulsioni dal territorio israeliano di giornalisti accusati di essere entrati illegalmente.

La circostanza è confermata da Mada, il Centro palestinese per lo sviluppo e la libertà d’informazione, secondo il quale i soldati israeliani starebbero facendo di tutto per impedire materialmente il lavoro dei cronisti sul campo, a testimonianza delle violenze sui manifestanti inermi.
“Israele ha intensificato drasticamente i comportamenti violenti contro i reporter palestinesi, prendendoli deliberatamente di mira per evitare che possano diffondere foto e immagini della brutale repressione attuata in Cisgiordania”, ha denunciato Omar Nazzal, rappresentante del Sindacato che ha comunque ribadito che “nonostante aggressioni e minacce, da qualunque parte vengano, i reporter e giornalisti palestinesi continueranno nella loro missione, trasmettendo ovunque le immagini e le testimonianze della brutalità israeliana”.

israeleA tale proposito, il direttore generale del MADA, Moussa Rimawi, ha fatto appello alla comunità internazionale affinché protegga i manifestanti e i giornalisti nella regione, confermando a sua volta quanto anticipato da un rapporto pubblicato a inizio settembre dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, che affermava che l’esercito israeliano nega sistematicamente il diritto alla protesta.

Ultimo episodio in ordine di tempo è quello del 4 novembre scorso quando le forze militari israeliane hanno intercettato in acque internazionali due navi dirette verso la Striscia di Gaza nel tentativo di rompere l’assedio, procedendo all’arresto di 27 attivisti, tra cui cinque giornalisti.

Tre di essi, sono stati espulsi da Israele il giorno successivo mentre gli altri due sono ancora detenuti.

Le autorità israeliane – ha denunciato uno dei reporter rilasciati - hanno chiesto ai giornalisti di firmare un documento in ebraico in cui riconoscevano di essere entrati in Israele illegalmente e veniva proibito loro di ritornare per i prossimi dieci anni.

Circostanza, questa, testimoniata anche da Reporter Senza Frontiere che, da parte sua, ha condannato con fermezza l’accaduto.

Medarabnews, del 10.11.2011


 

07/09/2011

Expo Islam di Bologna. La Lega “E’ una provocazione”

Terminato da poco il mese sacro di Ramadan, una nuova disputa investe la comunità musulmana in Italia, nonostante i vari tentativi di integrazione e pacifica convivenza.

islamQuesta volta, a scatenare le polemiche, è stato l’annuncio da parte dei Giovani Musulmani d’Italia di voler procedere all’organizzazione di un festival islamico che potrebbe tenersi a Bologna, nel mese di dicembre.
Nemmeno il tempo di dare l’annuncio che la Lega, per voce del capogruppo a Palazzo D’Accursio, Bernardini, tuona e bolla l’Expo come una provocazione.
“Non se ne parla soprattutto perché cade a ridosso del Natale” afferma l’esponente leghista che invita il Comune a negare l’autorizzazione.

Ciò, proprio in un frangente in cui sembrava si stessero facendo passi in avanti verso una vicendevole comprensione.
La partecipazione del Sindaco Alemanno a Roma alla festa dell’Eid al Fitr e quella del Vice Sindaco di Milano, Maria Grazia Guida presentatasi velata in Via Padova non erano infatti passate inosservate.
La posizione del Carroccio, tuttavia non ci meraviglia se solo si pensa alla querelle con l’ex Sindaco Cofferati per la costruzione della moschea che vide gli esponenti leghisti attestarsi su una linea di intransigente opposizione.

“La decisione di tenere il raduno bolognese durante le feste”, spiega Yassine Lafram, referenteislam per Bologna dei GMI “non è una provocazione ma solo l’auspicio che la gente abbia più tempo a disposizione per intervenire”.
“Ci auguriamo che al Festival” ha aggiunto “possa partecipare tutta la cittadinanza perché non è un evento solo per musulmani ma sarà ravvivato dalla presenza di molti giovani che vengono da tutta Italia e vogliono lasciare la loro impronta in un percorso di integrazione”.

Il tutto, attraverso l’organizzazione di feste, spettacoli e dibattiti.
Questi ultimi, vedranno protagonisti ospiti che daranno una mano a capire qual è la situazione dei musulmani, come dovrebbero comportarsi ed integrarsi in questa società e quale potrebbe essere il loro valore aggiunto.

“Al momento è tutto ancora in via di definizione e non possiamo sbilanciarci troppo” ha affermato Abdel Aziz, Vice Presidente dei GMI “ma l’ idea è quella di dare vita a un evento analogo a quelli che organizzano i musulmani in Francia”.

islamSemaforo verde invece dalla Curia bolognese,per voce del numero due, Don Giovanni Silvagni che guarda all’iniziativa con molto interesse come ad una esigenza legittima di integrazione “per vedere come una realtà interagisce con la comunità di cui fa parte”.

“Come chiesa cattolica” aggiunge all’Agenzia Dire “siamo esperti di situazioni in cui siamo minoranza, e per questo perseguitati, ma anche di situazioni in cui siamo maggioranza e, per fortuna, si guarda con benevolenza alle manifestazioni delle altre religioni".

Bernardini tuttavia non recede è torna nuovamente sull’argomento sostenendo che “I musulmani bolognesi stanno presentando la cambiale a Merola (Il Sindaco, ndr) dopo aver sostenuto la sua campagna elettorale. Ora chiedono il disco verde per invadere culturalmente la città di Bologna”.
“E se qualcuno poi ci chiedesse di togliere l'albero di Natale da piazza Nettuno per non offendere la sensibilità dei partecipanti?” conclude sarcastico l’esponente leghista.

Fortunatamente all’interno del PDL le opinioni sono invece contrastanti, il che lascia benislam sperare.

Fabio Garagnani, in un’interpellanza urgente presentata al Governo sostiene che “Bologna non può assistere passivamente a manifestazioni che, se non controllate attentamente, rischiano di assumere aspetti eversivi” sottolineando “il clima particolare che ha caratterizzato la città negli ultimi anni quale crocevia di un certo integralismo islamico con punte di vera e propria violenza”.

Giuliano Cazzola,di contro, ha sostenuto invece che “l’amministrazione dovrebbe concedere il permesso di svolgere la manifestazione e la città essere all’altezza di accettare questa sfida, aprendosi al confronto, senza manifestare nè subire intolleranze da qualunque parte provengano”.


 

28/06/2011

Primavera araba: rivoluzione fallita o battuta d’arresto?

islamLa cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini” sembrava essere un processo inarrestabile alimentato dal definitivo risveglio della dignità del popolo arabo.
Il mondo aveva guardato ai giovani maghrebini con entusiasmo ed il rispetto dovuto a chi dopo decenni di assolutismo era riuscito a deporre feroci dittature.

All’improvviso, però,qualcosa è cambiato e l’attenzione dei media sembra essersi ridotta ad unaislam mera registrazione notarile; deposte telecamere e taccuini, tutto sembra essere scemato in una sorta di limbo.
Viene da chiedersi cosa resta di quel movimento spontaneo ed eterogeneo sceso in piazza per reclamare diritti e libertà e prontamente ribattezzato “Primavera”.
Rivoluzione fallita o fisiologica battuta d’arresto?

Procedere ad un’analisi omogenea risulta impossibile, soprattutto in considerazione delle peculiarità che caratterizzano ciascun paese. L’unica cosa certa sembra essere il fatto che le rivolte, in alcuni casi sedate nel sangue, stanno prendendo strade differenti.
A ciò si aggiunge – a detta di molti analisti - la storica carenza di una classe dirigente in grado di trasformare gli auspici in reali conquiste e di incanalare le forze vive in una dimensione squisitamente politica.

Formalmente, l’attenzione dei potenti della terra non sembra essere scemata vista la promessaislam dei leader del G8 di destinare incentivi economici a due importanti nazioni arabe come la Tunisia e l’Egitto.
Il pacchetto di aiuti nel periodo 2011-2013 si aggira attorno ai 40 miliardi di dollari, di cui 10 miliardi saranno stanziati dai paesi membri del G8, altri 20 da istituzioni multilaterali. Gli ultimi 10 miliardi saranno stanziati da alcuni paesi del Golfo come il Kuwait, il Qatar e l’Arabia Saudita.
Ciò indurrebbe ad essere ottimisti contrariamente al contesto nei singoli paesi che presenta, come già detto, diverse criticità.

In Libia la situazione non sembra sbloccarsi. Il rischio è che lo scenario si trasformi in un pantano politico e militare che ricorda all’Occidente tristi trascorsi. Il pericolo di commettere gli stessi errori è assolutamente verosimile.
Tra un’apparizione e l’altra, il leader libico non sembra essere alle corde come da più parti sostenuto, nonostante il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale anche nei confronti del figlio Saif al-Islam e del capo dei servizi segreti, Abdullah al-Senussi. L’accusa:crimini contro l’umanità
Inutile negare che, probabilmente,i ribelli non hanno la forza necessaria per avere la meglio sull’esercito governativo e, ad oggi, nulla fa presagire un mutamento dei rapporti sul campo.
Gli stessi attacchi della Nato non sembrano al momento sortire i risultati auspicati.

islamDiversa ma egualmente preoccupante la situazione in Tunisia, il paese che ha dato inizio alle rivolte, soprattutto per un certo rigurgito di estremismo coranico e la conseguente contrapposizione tra islamisti e correnti laiche.

E’ di pochi giorni fa la notizia che un gruppo armato presumibilmente legato ad al Qaeda -  l’Aqim - ha aperto il fuoco su una postazione dell’esercito e della guardia nazionale a 200 chilometri a nord della capitale Tunisi.
Il bilancio è di quattro militari uccisi.
Il timore della comunità internazionale è che si possa sfruttare il conflitto libico per un traffico di armi e munizioni destinate ad alimentare ancor più lo scontro soprattutto in assenza di una vera leadership.
Infatti,lo “spontaneismo” e la frammentazione di forze politiche, sembrano essere in Tunisia più che altrove, l’ostacolo principale verso una transizione pacifica. Tra le varie formazioni,particolare apprensione è destata dal partito islamico Ennahdha, vietato dal 1991 ma recentemente riconosciuto.

L’ostinazione di Ali Abdullah Saleh,rischia di trasformare lo Yemen – paese dove è più probabile la possibilità di una guerra civile in virtù della forte connotazione tribale della società – in una polveriera dopo i massacri degli ultimi mesi.
La particolarità della situazione yemenita sta nello scontro acceso tra lo stesso Saleh e Sadiq al-Ahmar, tra i più influenti leader tribali, schieratosi contro il presidente nel tentativo di accreditarsi come l’uomo nuovo capace di guidare il paese verso un sistema democratico.

Situazione analoga in Siria, dove il presidente Bashar al Assad è artefice da mesi di una repressione sanguinaria che ha causato oltre un migliaio di morti ed un flusso sempre crescente di rifugiati.
La strategia di Assad sembra però essere quella del bastone e della carota. Feroci repressioni da un lato e concessioni dall’altro come sta a dimostrare l’amnistia riconosciuta ad oltre 450 prigionieri politici tra cui appartenenti ad organizzazioni islamiche e curde.

islamE veniamo all’Egitto, la cui situazione seppur apparentemente normalizzata, desta particolare apprensione non solo perché si tratta del più grande paese arabo ma anche (se non soprattutto) per la contiguità geografica con lo Stato d’Israele.

E’ indubbio che gli umori egiziani potrebbero influenzare l’intera area e determinare conseguenze geo politiche la cui evoluzione è difficile da ipotizzare.
Il recente referendum, seppur abbia registrato un’enorme affluenza alle urne (il 77% della popolazione), non sembra aver modificato più di tanto la Carta costituzionale, strumento che ha consentito al deposto Rais di “regnare” ininterrottamente per oltre trent’anni
Il crescente potere dei Fratelli Musulmani, forti della conferma referendaria dell’art.2 della Costituzione che sancisce la supremazia della legge islamica e la posizione più rigida dell’esercito completano il quadro.

Cresce, dunque, l’attesa per la prossima tornata elettorale di settembre che sembra ridursi ad una partita a due tra ciò che resta del partito guidato da Mubarak, il National Democratic Party ed il Partito di Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani.

Non va meglio in Arabia Saudita dove la fobia di una sempre maggiore influenza dell’Iran nell’area, arriva a giustificare la repressione di qualsivoglia forma di contraddittorio. Alle richieste di approvare una Carta costituzionale, si obietta che non ce n’è bisogno, c’è già:il islamCorano. Di fronte a tale stato di cose, temiamo che a poco servirà la protesta delle donne che si sono messe al volante sfidando il divieto.

Infine, in Barhein permane lo stato di emergenza decretato il 15 marzo scorso mentre in Giordania è sempre aperta la questione dei milioni di palestinesi cui Israele nega il “diritto al ritorno” mentre il ministro dell’Informazione Tahar Adwan, si dimette dall’incarico in nome della libertà di opinione.

Molti dubbi e poche certezze, dunque, che sembrano smorzare le speranze per una profonda trasformazione del Medio Oriente dopo gli iniziali (ed a volte facili) entusiasmi in assenza di una coesione che dovrà essere in primis politica oltre che sociale.
Siamo certi che la vitalità delle giovani forze arabe riuscirà a completare quel processo di democratizzazione tanto auspicato che sarà possibile, tuttavia, solo con l’aiuto dell’Occidente.
Ad esso infatti spetta l’arduo compito di non vanificare gli sforzi compiuti sino ad ora in una prospettiva di stabilizzazione dell’intera area.
Sarà un processo lungo e doloroso ma la dignità e l’intelligenza araba, se adeguatamente sostenute, potranno davvero dar vita ad una nuova primavera.

11/05/2011

Milano. L’Imam di Segrate “Non votate Vendola, è gay”

Aumenta la temperatura del confronto politico in vista dell’ormai prossima tornata elettorale milanese.
Alla vigilia del voto, ci ha pensato Ali Abu Shwaima, Imam di Segrate ad alimentare le polemiche di una campagna elettorale già a tratti sopra le righe.

abdul.jpgLa guida spirituale della seconda moschea d’Italia, ha infatti invitato i fedeli musulmani a non votare per coloro la cui condotta non rispecchia i valori dell’Islam.
Chiaro il riferimento a Sinistra Ecologia e Libertà ed al suo leader, Nichi Vendola.

Abu Shwaima aggiunge inoltre di non chiedere ai fedeli di essere contro gli omosessuali, “ma nemmeno di dare lorovendola.jpg la propria preferenza nella cabina elettorale. Vendola vive in una società che non è musulmana, quindi può fare quello che vuole, ma io mi trovo in difficoltà a votare una persona cosi. Per questo ho chiesto ai musulmani milanesi di non votare i candidati di Sel”.
A questo, se la memoria non ci inganna nemmeno il Vaticano, a microfoni spenti e senza fare nomi, era mai arrivato.

Per fortuna la posizione dell’Imam risulta essere assolutamente isolata, eccezion fatta per un editoriale dell’ ultracattolico Pontifex (lo stesso che ha denunciato Nanni Moretti per il film Habemus Papam, ndr).
Dalle pagine del sito si esprime “la più assoluta condivisione per le teorie di un islamico. Diciamo no a questo signor Masaniello, eticamente improponibile. Giusto chiedere di non votare per lui o il suo partito e a Milano la scelta migliore sarebbe Letizia Moratti”.
Miracoli della politica.

Immediate le polemiche seguite alla sortita, non solo per la connotazione (sessista) delle dichiarazioni ma anche perché la componente musulmana rappresenta una parte dell’elettorato in grado di svolgere un ruolo probabilmente decisivo nella competizione.
musulmani.jpgSi calcola, infatti, che siano circa 100mila i musulmani aventi diritto al voto e nelle liste di Sel, tra le più schierate a favore dell’integrazione, vi sono candidati musulmani.

Numerosi gli interventi di esponenti delle comunità islamiche, primo fra tutti il coordinamento delle donne musulmane in Italia, al cui congresso è avvenuta la poco piacevole esternazione.

Fouad Selim, componente il direttivo dell’Ucoii e direttore del centro islamico di Monza, ha espresso “disagio” per le parole di Shwaima, e ne ha ribadito “l’isolamento” mentre Bakr Geddouda, presidente del centro islamico di Sesto San Giovanni e segretario della moschea milanese di Cascina Gobba ha sostenuto di ritenere sbagliata la posizione dell’Imam.
“Non possiamo giudicare i candidati per la loro vita privata ma valutiamo i loro programmi, perché abbiamo tante cose che ci interessano e dobbiamo far capire a tutti che noi immigrati di seconda generazione siamo cittadini italiani a tutti gli effetti” ha aggiunto.

sinistra.jpgLa replica della formazione politica che fa capo al Governatore della Puglia non si è fatta attendere ed è stata affidata ad una nota dell’ufficio stampa del partito.
“E’ evidente che questa posizione è l’altra faccia dell’arretratezza culturale sui temi dei diritti civili e del rapporto tra religioni” si legge testualmente nel documento.
“Da una parte Giovanardi e Borghezio, dall’altra l’imam di Segrate non fanno fare un passo in più al rispetto reciproco, alla civiltà nei rapporti tra mondi troppo spesso divisi da pregiudizi e da ottusità. Siamo comunque ottimisti e confidiamo nell'intelligenza degli elettori italiani, al di là dei loro orientamenti culturali, religiosi, sessuali. Verrà da loro una risposta matura a queste ennesime sciocchezze”.

E’ opportuno ricordare che quello dell’Imam non è stato l’unico attacco subito da Vendola negli ultimi giorni.
A Bologna, il comico Beppe Grillo al termine di un comizio lo aveva salutato con un eloquente “At salut buson” che nel dialetto bolognese sta per “ti saluto frocio”, scatenando l’indignazione della comunità omosessuale.

grillo.jpgIn definitiva, in questo momento delicato a livello sociale e politico, sia le parole dell’Imam che del comico genovese suonano assolutamente stonate oltre che fuori luogo e potrebbero rappresentare un’arma a doppio taglio.
L’auspicio è che entrambi possano presto chiarire la propria posizione ed il senso di quanto affermato onde evitare polemiche e strumentalizzazioni che non giovano a nessuno.
Infatti, l’importante è assicurare alla città di Milano una guida politica credibile sulla base del confronto politico e programmatico, solo questo. Tutto il resto si riduce a mera boutade.

 

18/04/2011

Arabia Saudita. Ecco perché la rivolta preoccupa l’Occidente

Ci sono almeno quattro buoni motivi per temere un precipitare della situazione in Arabia Saudita .
zio tom.jpgNe è perfettamente consapevole l’Occidente, Stati Uniti in testa, che guarda alla penisola arabica con evidente preoccupazione ben conscio che di tutte le rivolte esplose dall’inizio del 2011 nel mondo arabo,quella che potrebbe coinvolgere il regime wahabita di Riyad è probabilmente la più delicata.
Innanzitutto perché si tratta di un paese “amico”, roccaforte della politica americana nell’area e odiato bersaglio dei fondamentalisti islamici,strategicamente prioritario così come dimostrato dai rapporti di collaborazione sempre ottimi sin dai tempi della Guerra del Golfo e dall’attenzione a non urtare la suscettibilità dei Saud.

Tuttavia, il maggior timore dell’Occidente era e resta di carattere economico.
L’Arabia Saudita vanta, ad oggi, una produzione petrolifera di 9 milioni di barili al giorno, a fronte di unapetrolio.jpg capacità massima di 10,5 con costi di estrazione bassissimi, pari a un dollaro per barile. Tutto questo anche in seguito ad un aumento di 700.000 unità decisa lo scorso 25 febbraio.
Intuire le ricadute economiche di tali stime per l’intera economia mondiale non è cosa appannaggio esclusivo degli economisti.

“L’Arabia Saudita è al lavoro per tutelare i propri interessi”  ha affermato in un’intervista alla Cnn Benjamin Netanyahu “ma vi è un interesse molto grande a livello mondiale nel garantire i pozzi di petrolio del mondo, soprattutto che le maggiori riserve di petrolio non cadano nelle mani dell’Iran o di filo-iraniani”.

L’aggravarsi dell’instabilità politica avrebbe, dunque, come effetto immediato un aumento del prezzo del petrolio con diverse conseguenze negative, prima fra tutte un vertiginoso aumento dei prezzi proprio a scapito di quei Paesi mediorientali già duramente provati dai rincari dei beni di prima necessità registrati nei mesi scorsi. L’allargamento della protesta sarebbe una naturale conseguenza a tale stato di cose.
Basti pensare che nel 2003, nei mesi successivi all’invasione in Iraq, la Commissione Europea calcolò che un aumento improvviso di 10 dollari per un anno di tempo avrebbe comportato una decrescita pari a -0,5% del PIL dell’Unione. Immaginiamo per un istante se il prezzo del greggio, da un giorno all’altro, dovesse raddoppiare o triplicare. Le conseguenze per le economie dell’Occidente sarebbero inimmaginabili.

Secondo Jeremy Warner, vicedirettore del quotidiano Daily Telegraph “ qualora l’Arabia Saudita fosse colpita dal contagio (delle rivoluzioni) e non riuscisse a compensare la mancata produzione libica con un aumento della propria produzione, potremmo dire addio alla ripresa economica mondiale”.

Il secondo buon motivo di preoccupazione, è rappresentato dalla crescente influenza dell’Iran nell’area.

Stando a quanto sostenuto dai servizi segreti sauditi, uomini del regime iraniano appartenenti alle Guardie della Rivoluzione, sarebbero da giorni in Arabia per fomentare la rivolta degli sciiti arabi sotto la copertura di oppositori al regime.

re.jpgRiyad avrebbe già inviato un dossier dettagliato alle Nazioni Unite, alla Lega Araba e all’amministrazione americana per denunciare l’ interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi del Golfo.
In particolare, la documentazione proverebbe un coinvolgimento di Teheran nel finanziare la ribellione non solo in Arabia Saudita ma anche negli Emirati Arabi Uniti così come in Barhein e in Yemen, fermo restando il sospetto di un’ ingerenza della Repubblica Islamica d’Iran anche nella rivolta egiziana.
Ricordiamo che già nel 1979, all’indomani della vittoria della rivoluzione dell’ayatollah Khomeini, una “rivolta sciita” fu già tentata in tutti questi paesi. Le conseguenze furono drammatiche e fu sedata solo grazie alla ferocia della repressione sunnita.
E’facile comprendere come un’affermazione della componente sciita in Arabia, unitamente alla forte influenza esercitata in Siria rappresenterebbe uno scossone notevole alla già fragile stabilità geopolitica dell’area, provocando effetti a catena.
Il sostegno agli sciiti delle province orientali, infatti, oltre ad agevolare il piano espansionistico nell’area potrebbe consentire di mettere le mani su ricchi giacimenti petroliferi, con buona pace dell’indifferenza occidentale.

Ulteriore ragione di apprensione, è rappresentata dalla circostanza che l’Arabia Saudita si differenzia nel mondo arabo – islamico per il fatto di essere custode dell’ortodossia sunnita nella versione wahabita, tra le visioni più restrittive (quasi reazionarie) dell’Islam. Circostanza, questa, acuita dalla sostanziale arretratezza della struttura sociale della penisola, mitigata solo in parte dall’utilizzo massiccio di nuove tecnologie introdotto negli ultimi anni.
Con l’appoggio del regime saudita, tale corrente di pensiero una volta decisamente circoscritta alla penisola araba, si sta diffondendo in tutto il mondo islamico, Occidente compreso, facendo sempre più proseliti. Da ciò potrebbe derivarne un ostacolo al già difficile dialogo interconfessionale.

Dicevamo della peculiarità della situazione in Arabia Saudita rispetto agli altri focolai di rivolta. Ma in cosa si sostanzia tale diversità dal resto del mondo arabo?
Anzitutto nel fatto che in Egitto e Tunisia la rivolta è stata assolutamente trasversale ed ha interessato un’intera popolazione, a prescindere da classi sociali, età,professione e religione.
In Arabia, di contro, tali diversità sono ancora parecchio sentite e fungono da deterrente alla nascita di un’opposizione coesa.

Inoltre, le forti capacità economiche del regime potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel dissuadere la rivolta della piazza.

Infine, dettaglio non trascurabile, un ruolo chiave è svolto forze di sicurezza reso ancora più determinantemilizie saudite.jpg rispetto ad altre situazioni analoghe in virtù dell’appartenenza religiosa.
Infatti, mentre in altri scenari si è registrata una certa ritrosia a mettere in atto azioni contro la popolazione, la maggioranza sunnita della Guardia Nazionale fa si che le milizie saudite siano considerate estranee in gran parte del Paese. Di conseguenza è facile ipotizzare l’insussistenza di alcuna remora nel porre in essere azioni anche contro la popolazione civile.

Tutti questi elementi fanno dell’Arabia una polveriera, un ordigno a tempo pronto ad esplodere da un momento all’altro. All’occidente l’arduo compito di evitare il peggio.

 

19/03/2010

Marco Biagi, eroe borghese – Cronaca di ipocrisia e noncuranza

(sanniowwek.it - 22 marzo 2010)

 

BIAGI1.jpg

Il 19 marzo 2002, la follia neo brigatista colpiva il Prof. Marco Biagi, tra i massimi esperti italiani di Diritto del Lavoro, vittima sacrificale della noncuranza e della superficialità collettiva, non solo politica.

Assisteremo alla consueta recita di circostanza, pregna di retorica ed ipocrisia, nelle parole, nei gesti. Si renderà omaggio alla memoria dell’ennesimo, indifeso caduto sotto il fuoco omicida delleBIAGI2.jpg nuove Brigate Rosse, la cui mano è stata armata dalla nostra indifferenza.

 

Marco Biagi era una personalità stimata; personaggio della vita sociale, economica e politica nazionale, padre di famiglia oltremodo esposto in un periodo di rigurgito della conflittualità sindacale. Eroe del nostro tempo. Solo!

 

Professionista, con alti incarichi di consulenza, si era occupato di provvedimenti importanti, destinati a suscitare alterne opinioni e contrasti: la riforma del mercato del lavoro e della Legge 300, del 1970!!Cose serie, delicate….

 

Indifeso, dunque, senza alcuna tutela da parte di quello Stato cui aveva deciso di offrire il proprio contributo di passione ed onestà intellettuale, pagando con la vita il proprio impegno e la passione di una vita.

 

Biagi fu offeso pubblicamente da un Ministro della Repubblica (Scajola, n.d.r); il “rompicoglioni”, così fuscajola.jpg etichettato un servitore dello Stato che aveva la sola colpa di aver sollecitato il ripristino della propria scorta a fronte di inconfutabili esigenze ed oggettive evidenze.

"Non vorrei che foste costretti ad intitolarmi una sala, come a Massimo D'Antona...". Con questa "battuta" premonitoria Marco Biagi, 52 anni, si rivolgeva al Ministro del Welfare Roberto Maroni e al Sottosegretario Maurizio Sacconi.

 

BIAGI3.jpgPochi giorni dopo viene ucciso dalle Brigate Rosse a Bologna. Lo freddano sotto casa,di ritorno dall'Università. Si apprestava ad aprire il portone ed a raggiungere la moglie e i due figli inconsapevoli. Nessuna possibilità di reazione davanti alla fine dei suoi giorni ed alle presunte colpe che dei criminali gli imputavano.

Solo!Di blu aveva (forse….) la bicicletta.

 

La scorta gli fu revocata dai Comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica di Roma, Milano, Bologna e Modena avendo questi "ritenuto cessate le esigenze di tutela" anche in seguito alla direttiva del ministro dell'Interno Scajola del 15 settembre, che disponeva una riduzione delle scorte pari al 30% stante le nuove esigenze di forze, causa gli attentati terroristici avvenuti l'11 settembre negli U.S.A”.

Da notare che tale riduzione ha interessato sostanzialmente una categoria indispensabile in uno stato di diritto ma che taluni considerano ormai fastidiosa se non pericolosa:i magistrati.

 

logozero.gifIl 28 giugno "Repubblica" pubblica 5 lettere (e-mail) risalenti al luglio-settembre 2001, arrivate in un floppy alla rivista bolognese "Zero in condotta", con cui Biagi chiede a varie personalità del mondo politico ed economico il ripristino della sua scorta. Ha paura ed è fondata.

Questi sono i fatti, tutto il resto è fantasia.

 

L’arresto di presunti brigatisti, l’“attenzione” che questi avevano riservato illo tempore a stimati personaggi del mondo accademico – Ichino, sopra tutti – credo ci debbano indurre a riflettere attentamente ancora oggi ed a concentrare gli sforzi su quelli che potrebbero essere, davvero, gli obiettivi sensibili e maggiormente esposti.

 

auto blu.jpgConsiderazioni doverose, attuali,soprattutto in virtù del fatto che in questa nostra italietta, scorte ed auto di rappresentanza costituiscono ormai uno status symbol, più che una concreta, reale esigenza di tutela.

A fronte di concrete e documentate emergenze, si continua invece a dispensare privilegi agli amici, degli amici, degli amici.

 

La ricorrenza della morte di Biagi, le circostanze che l’hanno determinata, impongono alcune riflessioni sull’attribuzione (o meno) di alcuni vantaggi che dimostrano quanta incoerenza ci sia in questo nostro Paese!!

 

Non è forse giunto il momento di destinare - non solo a parole - risorse ed uomini anche alla nostra sicurezza di cittadini, ormai impossibilitati, in alcune realtà, anche ad uscire di casa oltre una certa ora??

 

Non ci dimentichiamo anche di coloro i quali,anonimi, ogni giorno e nell’indifferenza più totale sono vittime dell’estorsione, del pizzo, dell’usura, della criminalità in tutte le sue forme, organizzate e non, della prostituzione e che lottano purtroppo ad armi impari. Senza alcun sostegno, morale o di protezione.

 

periferia.jpgColoro che nelle città come nelle periferie hanno paura perché lo Stato non c’è e forse non c’è mai stato e che di loro serba memoria solo quando c’è da “fare cassa”! D’altronde, pecunia non olet, diceva Vespasiano.

Offriamo garanzie anche gli addetti alla sicurezza, con stipendi da fame, costretti a volteimagesCA05QVW7.jpg anche a scambiarsi i giubbotti antiproiettile o a fare la colletta per la benzina dell’auto di servizio. Tuteliamoli. Ma d’altronde, si sa, siamo italiani, la patria del Gattopardo.

 

Già vedo le facce di molti….Nella società dell’apparire più che dell’essere, c’è ancora chi rivendica principi di coerenza e solidarietà sociale, con la solita dietrologia, il consueto romanticismo proletario, la desolante idolatria del martire di turno.

BIAGI4.jpgNo, niente di tutto questo ma solo l’auspicio che i casi D’Antona, Biagi,Bachelet, Siani, Impastato, Grasso,Tarantelli, Tobagi, Pecorelli (e l’elenco sarebbe fin troppo lungo….) non si ripetano mai più. Li abbiamo ammazzati noi, non lo dimentichiamo, con la nostra ignavia e superficialità. Che si assicuri protezione a chi è realmente esposto ma anche ai deboli senza nome oltre che all’imprenditore o al politico di turno il cui abuso di talune concessioni è sovente ignobile!!

Lascio a voi le riflessioni del caso……Personalmente, in questo triste giorno, mi resta solo il ricordo del Prof.Biagi, che ho avuto modo di conoscere personalmente e di apprezzare per la sua umanità, un rigurgito di indignazione e tanta, tanta amarezza! Ciao Professore, ciao Marco.toga.jpg

 

Nuccio Franco

16/03/2010

Aldo Moro e la sua scorta - In ricordo di tutte le vittime del terrorismo

 

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ll 16 marzo del 1978 in via Fani, a Roma, le Brigate Rosse sequestrarono l'allora presidente della Democrazia Cristiana uccidendo i cinque agenti della sua scorta. Quel giorno, sparando con armi automatiche, i terroristi uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti sull'auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

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Parto dall'assunto che la memoria rappresenti qualcosa di imprescindibile che ci consente, giorno dopo giorno, di essere migliori ma anche di indignarci in una prospettiva volta alla comprensione di ciò che è stato e non dovrà più essere. Il ricordo è tutto, fine e fondamento delle nostre vite.

Quel giorno attraversavo mano nella mano con mia nonna il vialetto che da casa mia portava alla sua. Nella mente di un bambino rimasero impresse delle immagini, dei suoni, degli sguardi. napolitano.jpgIo, ragazzino di provincia, capii a modo mio ciò che era successo...Marzo, 1978, avevo nove anni. I giorni successivi percepii preoccupazione nello sguardo altrui, alterne emozioni attraverso le quali un bambino interpreta il presente ed allora, quell'uomo dai candidi capelli, divenne per me Qualcuno.

Due anni dopo, chiesi a mia zia di portarmi in Via Fani. Non dimenticherò mai il suo sguardo. Solo una lapide a futura memoria dei caduti sotto l'umana follia, di chi si illudeva che un simile gesto potesse cambiare le sorti del nostro Paese. via fani.jpg

Mi sembra opportuno ricordarlo soprattutto a pochi giorni dall'ottavo anniversario della morte di Marco Biagi.

La Ragion di Stato ed i suoi martiri.


Nuccio

 


04/03/2010

In memoria di Nicola Calipari

4 marzo 2010. Cinque anni fa in Iraq moriva un funzionario di Polizia in servizio al Sismi, Nicola Calipari, ucciso da “fuoco amico” americano durante la rischiosissima operazione di liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, rapita un mese prima. Oggi in pochi l'hanno ricordato....

Vogliamo ricordarlo riportando l'articolo che la Sgrena scrisse l'anno scorso.


In memoria di Nicola Calipari
di Giuliana Sgrena
“Il manifesto”, marzo 2009


Ca.jpgMarzo 2005. Quattro anni fa, sembra ieri. Quanto clamore aveva suscitato la morte di Nicola Calipari. Un eroe, si diceva, tutti dicevano, quando è tornato da Baghdad chiuso in una bara. Io non credo agli eroi, proprio io, che sono qui grazie a lui. E non solo io.
Marzo 2009. Un silenzio assordante. Chi si ricorda ancora di Nicola Calipari? Medaglia d’oro al valor militare consegnata a Rosa dal presidente della Repubblica, scuole, strade intitolate a lui, tanti riconoscimenti. E oggi? Dove sono finite le personalità, i politici di ogni tendenza che allora lo avevano celebrato?Callipari.jpg
Quei militanti di sinistra che, come me, noi, avevano scoperto che essere un servitore dello stato non vuol dire essere solo al servizio del potere ma può voler dire anche intervenire in soccorso dei suoi cittadini? Tutti.
Come dimenticare che un processo - che forse non avrebbe fatto conoscere la verità su quanto successo il 4 marzo 2005 a Baghdad ma almeno avrebbe potuto provarci - è finito nel nulla senza che nessuno protestasse? Eppure, ancora una volta, l’Italia ha rinunciato alla sua giurisdizione, anche di fronte all’assassinio di un suo cittadino celebrato come un eroe. Una sovranità sacrificata in nome dei rapporti con gli Usa di Bush. Con Obama sarebbe stato diverso? Forse, ma è troppo tardi per saperlo. Da noi i governi sono cambiati ma nessuno ha fatto un gesto per avere il processo, per chiedere a Mario Lozano perché nelle varie interviste a giornalisti poco reattivi ha parlato di quella di Calipari come «una missione suicida», per chiedergli perché «in Italia era minacciato», da chi? Negli Usa, un gruppo di avvocati di Los Angeles ha promosso un’azione giudiziaria per chiedere le regole di ingaggio in vigore in tre azioni militari degli americani in Iraq, una è quella che ha visto l’uccisione di Calipari. Il giudice ha riconosciuto la validità della richiesta, il Pentagono non ha ancora risposto, ma forse lo farà. Forse in questo caso il nuovo corso di Obama avrà qualche effetto.
Ma l’Italia, come gli Usa, ha archiviato il caso Calipari. L’Italia è diventato un paese senza memoria. Un paese che ogni giorno si arrende di fronte alla demolizione delle fondamenta delle nostre istituzioni nate dalla Resistenza contro il fascismo, come può ricordarsi di un servitore proprio di quello stato democratico.
Eppure non tutti hanno dimenticato Nicola Calipari e non siamo solo noi a ricordarlo. Spesso, girando per l’Italia, in vari incontri mi viene sollecitato il ricordo di Nicola, un ricordo doloroso, da condividere con gli altri, per non permettere l’oblio. Tante persone comuni, quelle che non dimenticano, si ricorderanno i momenti drammatici di quattro anni fa. Non per celebrare un eroe - per gli eroi ci sono le medaglie - ma per un uomo perbene, uno che come noi difendeva gli stessi valori.

01/03/2010

Anni di Piombo: riaperte le indagini su Verbano e Di Nella – Volontà seria o scrupolo di coscienza postumo???

La decisione della procura di Roma di riprendere le indagini sull’omicidio di Valerio Verbano lascia un’esile apertura alla speranza: quella di riavviare un dialogo di pacificazione su un periodo oscuro della nostra storia recente, quello degli anni di piombo, sempre auspicato, mai concretamente attuato.verbano.jpg
Da quanto si è appreso, su sollecitazione del Guardasigilli e su iniziativa del Sindaco di Roma, Alemanno, la Procura avrebbe, inoltre, nuovi elementi per riprendere le indagini anche su un altro delitto politico di quegli anni, quello di Paolo Di Nella, che potrebbe portare all’apertura di un nuovo fascicolo istruttorio.
di nella.jpgDi Nella, lo ricordiamo, membro del Fronte della Gioventù, fu tra gli ultimi a cadere sotto i colpi della follia degli opposti estremismi che connotarono un decennio (dal 1968 al 1979), seminando morte e dolore, a destra come a sinistra. Fu ucciso nell’83, a sprangate, mentre affiggeva manifesti. Le storie umane e processuali di Valerio e di Paolo, non sono tuttavia le sole ad essere ancora avvolte nel mistero.

Appresa la notizia, la madre di Valerio ha detto: “Siamo tutti, di destra e di sinistra, vittime della violenza. Qui non c’è colore, la morte non ha colore”.Come biasimarla con il dolore che ancora si porterà dentro sino alla fine dei suoi giorni, nell’attesa di giustizia.
Tuttavia, i fatti processuali sono altra cosa e la differenza di colore, che in quegli anni fu più che un orientamento, sarà processualmente rilevante nello stabilire responsabilità e pene, sempre che si arrivi (e lo si voglia) ad avere un quadro probatorio più chiaro, ad oltre trent’anni dai fatti.
lotte.jpgIl mio vuole essere un semplice contributo per consentire alle nuove generazioni, poco edotti di storia, soprattutto quella recente, di capire appieno le dinamiche dei fatti che si susseguirono e delle contrapposizioni di quegli anni, ripercorrendo e ricordando fatti penalmente rilevanti attraverso gli occhi e la memoria di giovani studenti uccisi o feriti, cui non fu data scelta: o da una parte o dall’altra, senza scampo.
Nel decennio tra i settanta e gli ottanta, infatti, fu questo lo scenario ed il modo di fare politica, attraverso quella bieca quanto aberrante logica dell’occhio per occhio; chi si asteneva dalla lotta di classe, era comunque segnato. A mio avviso, ripercorrere la storia moderna del Paese è necessario, tanto più importante in questo delicato momento politico e culturale, dove l’edonismo sembra farla da padrone, relegando a mero dettaglio, tra i giovani, principi che essi, ormai, non sanno più riconoscere. Non quelli della lotta armata, ci mancherebbe, esperienza che il tempo ha dimostrato essere fallimentare ma del senso civico e della lotta per un’idea che sembra essere ormai arte ed esercizio in disuso.

staltarelli.jpgSaverio Saltarelli fu ucciso il 12 dicembre 1970 durante gli scontri in Via Larga a Milano dove stavano confluendo quattro cortei di matrice studentesca organizzati dal cosiddetto Movimento dal quale, anni dopo, si staccò il Collettivo Politico Metropolitano - CPM nel quale confluirono Renato Curcio ed Alberto Franceschini. Aveva 23 anni, fu raggiunto al petto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo.

lo russo.jpgL’11 marzo ‘77 fu la volta di Pierfrancesco Lorusso, simpatizzante di Lotta Continua, che cadde colpito a morte da un proiettile a seguito degli scontri davanti all’Istituto di Anatomia a Bologna; per tutta risposta, l’allora Ministro degli Interni, Francesco (K)Cossiga mandò i cingolati e presto gli scontri si estesero a macchia d’olio in tutta la zona universitaria. Da via Mascarella a via Zamboni, da via del Guasto a piazza Verdi fu tutto un susseguirsi di scontri accesi con il conseguente intervento delle forze dell’ordine. Funerali negati e proscioglimento del carabiniere Tramontani, sospettato dell’uccisione.
Il 12 maggio 1977 a Roma, in Piazza Navona, nel corso di una manifestazione organizzata dai Radicali, in occasione del terzo anniversario del referendum sul divorzio e caratterizzata da duri contrasti, fisici e verbali, venne uccisa la studentessa Giorgiana Masi, 19 anni. Cadde all’altezza di Ponte Garibaldi mentre cercava di scappare. Nell’occasione furono feriti Elena Ascione ed il carabiniere Francesco Ruggiero.240px-Giorgiana_Masi.jpg

walter rossi2.jpgIn ogni caso e senza tema di smentite, l’episodio più eclatante di quegli anni fu l’assassinio a Roma, il 30 settembre 1977, dello studente Walter Rossi, 20 anni, militante della sinistra extraparlamentare. Nel quartiere della Balduina un gruppo di giovani di sinistra stava distribuendo volantini per protestare contro il ferimento, avvenuto la sera prima a Piazza Igea, di una compagna, Elena Pacinelli 19 anni, colpita da tre proiettili.walter rossi.jpg

Si sospettò che il gesto fosse opera dei neofascisti.
Bastò questo, un mero sospetto non avallato da alcuna prova reale, a far si che il 3 ottobre 1977, nel corso di una manifestazione di protesta per l’uccisione di Walter Rossi, 10 o 20 individui mascherati fecero irruzione nel bar “Angelo Azzurro” di Via Po, a Torino, lanciando molotov.
crescenzio.jpgDalle fiamme che si levarono non riuscì a salvarsi Roberto Crescenzio, 22 anni, all’interno del bar per caso, in compagnia di un amico. Non aveva particolari simpatie politiche, non era apertamente schierato come molti suoi coetanei che della lotta armata avevano fatto un principio, fine ultimo delle loro giovani esistenze senza ritorno.
Non aveva simpatie politiche,non era apertamente schierato a sinistra o a destra come molti suoi coetanei, eppure…..

Fin qui le storie di alcuni giovani morti di sinistra, ma anche la destra militante, oltre a Di Nella, ha avuto i suoi martiri ed ha pagato un forte tributo di sangue all’ideologia, a cominciare dall'assassinio di Sergio Ramelli, 19 anni.ramelli.jpgLa sua colpa?? In un tema, in una semplice traccia, aveva osato dichiararsi a favore dell'ordine contro l'odio e la violenza instaurati nella sua scuola dai gruppi extraparlamentari della sinistra estrema. “Sogno una società in cui non prevalga l'odio”aveva avuto il torto di scrivere. Ed allora i compagni, che avevano “preso” il tema al professore, lo affissero nella bacheca. Da quel giorno Sergio Ramelli non ebbe più pace, esposto al pubblico ludibrio: il 13 marzo del 1975 lo avvistarono, lo inseguirono e lo braccarono fino a sprangarlo senza pietà, con pesanti chiavi inglesi. Restò a terra con perdita di sostanza celebrale. Visse ancora, con sprazzi di lucidità, per altri quarantasette giorni di agonia.

stefano e virgilio mattei.jpgCome dimenticare, poi, il rogo di Primavalle. Nella notte del 16 aprile 1973, militanti di Potere Operaio, versarono benzina sotto la porta dell’appartamento di Mario Mattei, onesto netturbino, reo di essere il Segretario della sezione del MSI di Primavalle. Rimasero uccisi, bruciati vivi, i fratelli Virgilio (22 anni) e Stefano (8 anni).

Il 28 febbraio 1975 fu freddato a Roma lo studente greco, iscritto al Fuan, Mikis Mantakas.mantakas.jpg

ciavatta1.jpgSenza dimenticare la strage di Acca Larentia, a Roma, tra le più eclatanti. Era una fredda giornata d’inverno (il 7gennaio del 1978) ,ore 18.20. Alcuni ragazzi stavano uscendo dalla sede del Movimento Sociale al civico 28, quartiere Tuscolano di Roma, quando una raffica di mitra Skorpion alzò il livello dello scontro uccidendo Francesco Ciavatta, di 18 anni e Franco Bigonzetti di 19. Alcuni mesi dopo, disperato, il padre di Ciavatta si uccise gettandosi dalla finestra della sua abitazione.
Il 10 gennaio 1978, tre giorni dopo la strage, morì Alberto Giaquinto, il più giovane di questa gioventù bruciata, 17 anni, aderente al FUAN.

falvella.jpgIl 7 luglio 1978, scoccò l’ora di Carlo Falvella, salernitano, Dirigente del Fuan, studente di Filosofia e Vice presidente degli studenti di destra di Salerno. Una domenica mattina stava portando una rosa rossa alla madre per il suo compleanno. Ad aspettarlo sotto casa, in via Velia, c’erano Marini ed altri due militanti dell'ultra sinistra: Gennaro Scariati e Francesco Mastrogiovanni. Fu pugnalato al cuore... rimase a terra con la rosa intrisa di sangue! Aveva 22 anni.

 

Nel 1979, il 16 giugno, lo studente Francesco Cecchin venne assaltato da un gruppo dell’ultrasinistra; cercò di fuggire, di mettersi in salvo ma cadde nel vuoto cecchin.jpgda un alto muraglione. Poco dopo, due killer rossi uccisero a revolverate il fattorino de “Il Secolo d'Italia” nonché segretario della Sezione Talenti dell’MSI, Angelo Mancia.
L’indomani, sui muri della sua abitazione comparve la scritta “…il resto Mancia”, fulgida testimonianza della follia.
Chiuse questa lunga teoria di croci Paolo Di Nella, appunto, figlio di un ufficiale dell'Esercito: il ragazzo venne aggredito e sprangato mentre affiggeva manifesti per una manifestazione politico-culturale del MSI.

Questa, per sommi capi, la sintesi dei fatti, di ciò che accadde quando il freddo della politica militante annebbiò la mente di tanti giovani di belle speranze, di quella meglio gioventù che invece, spinta dal sacro fuoco dell’intolleranza e della giustizia di parte, non resero onore alle proprie come alle altrui vite, seminando sangue e dolore in una ritorsione senza fine. Vorrei che le nuove generazioni, tuttavia, capissero che al di la del reato, forti seppur esecrabili erano le motivazioni, i principi per cui una vita era degna di essere vissuta e per cui si era disposti anche a morire.movimento.jpg

movimento2.jpgIl ricordo di tali accadimenti vi/ci aiuterà a capire ed a evitare gli errori di una generazione che, per quanto violenta, tanto ci ha insegnato sulla necessità del confronto, dialettico e democratico e di quanto sia importante nella vita di ognuno avere un principio guida, non masochista ma capace di costruire il futuro di questo nostro Paese, ormai in balia di nani e ballerine che, a proprio piacimento, indirizzano le nostre scelte. A scuola di questi eventi non se ne parla, non s’insegna per pudore o, peggio, per far passare sotto silenzio ciò che fu, ossia una stagione  politica disperata, al limite del futuro.

Nuccio Franco

24/02/2010

NON LASCIAMOCI INGANNARE

(vivitelese - 16 febbraio 2010)

 

Sono trascorsi appena pochi mesi dall’ultima tornata elettorale e….ci risiamo. Dopo lo tsunami politico – giudiziario che in un sol colpo ha spazzato via quasi azzerando il tessuto imprenditoriale ed i vertici di governo della nostra cittadina, ricominciano le voci di corridoio, supportate da argomentazioni a volte inconsistenti,talvolta fantasiose, spesso tendenziose. Le prime veline indicano quali candidati alla carica di Sindaco personaggi (a mio avviso) improbabili o, addirittura, la formazione di schieramenti civici, personalmente altrettanto inconsistenti politicamente parlando in quanto dettati dalla necessità di far numero e non da programmi ben definiti e di lungo respiro, autentici. capasso.jpg

Così come si susseguono i soliti abboccamenti tra i vertici delle liste che nell’ultima tornata sono uscite sconfitte dalle urne. Si pensa a consessi in grado di superare le recenti vicissitudini attraverso intese trasversali che, storicamente, hanno sortito poco o nulla con il solo risultato di mettere insieme vicende, persone e storie politiche che ben poco hanno a che vedere tra loro nell’effimera illusione che sia il numero a contare, non le idee. Da cittadino avverto ci si avvii, nuovamente, verso la più semplice delle strade percorribili ossia quella del compromesso a tutti i costi.

liverini.jpgNulla di nuovo sotto il sole, solito gioco delle parti quando ci sarebbe invece bisogno, oggi come non mai, di un profilo nuovo, di un personaggio in grado di catalizzare consensi sulla base di un preciso e dettagliato programma elettorale, capace di restituire alla gente quel minimo di fiducia persa a seguito delle ben note vicende. Meglio sarebbe se proveniente dalla società civile che tanto ha pagato nel corso degli ultimi lustri e coadiuvato da giovani di spessore, politico soprattutto. Già, i giovani..Non basta mettere in lista il giovane virgulto di turno quasi a voler rispettare una quota imposta ed accreditarsi come moderni politici per far si che questi possa offrire il proprio, consapevole contributo alla causa. In politica come in altri campi, c’è bisogno di esperienza e senza di questa ci si brucia al fuoco di personaggi navigati! Spiacente ma non ne vedo all’orizzonte e questo determinerà la mia personale decisione di astenermi dall’agone, pur da semplice cittadino e di osservare con distacco l’evolversi della situazione. Sarà la prima volta da quando godo dell’elettorato attivo a non “commettere” (perché di quello si tratta….) il mio dovere civico, talmente è la disillusione verso la politica locale e di chi l’ha rappresenta (non tutti, ovvio) e che ora si pone come il nuovo che avanza quando invece non è altro che l’eredità di un passato difficile da metabolizzare, almeno per me.

Mancano ancora due mesi, tutto può succedere ma la fiducia è ai minimi storici pur essendo legato ad un paesecarofano.jpg che suscita ancora in me tanti ricordi ed alterne emozioni e per il quale auspicherei il meglio ma non con questi presupposti di facciata, in cui ci si muove come pedine manovrate dall’alto. Vorrei sbagliarmi perché il mio errore di valutazione starebbe a significare una rinascita,una nuova vita sociale, politica ed economica per il mio paese che osservo con nostalgia da lontano e che, nonostante tutto, amo ancora. Ne sarei ben lieto. Ma se questi sono i presupposti, rassegniamoci ancora una volta alle tenebre della politica politicante. Il mio personale e più sincero augurio all’amata Telese e che le si possa restituire la dignità perduta in anni di malgoverno e quel ruolo che fisiologicamente gli si addice ossia di traino per l’economia dell’intera Valle, come in passato, come dovrà essere in futuro se solo qualcuno si facesse carico di ripristinare quell’ordine, quel senso civico, quell’azione di governo per troppo tempo assente ,nascosta dietro facili soprusi e scorciatoie. Tuttavia, ho l’ottimismo del cuore ed il pessimismo della ragione (Gramsci docet…) in quanto convinto che solo andando oltre gli interessi di parte per il bene supremo della comunità, della polis si riuscirà a superare una situazione che ha visto Telese troppe volte deturpata, violentata nelle sua essenza più intima, strumentalizzata per fini che con la politica hanno poco a che fare. Telese merita ben altro, i suoi cittadini meritano il meglio, le sue migliori intelligenze (e sono tante) devono essere coinvolte ed assumere ruoli di primo piano non marginali ed offuscate dal politico di turno.

Provaci Telese, provaci e non lasciarti ingannare e se una rinascita non si dovesse concretizzare, non ti crucciare, non è stata colpa tua, ci sarà tempo e modo in un futuro più o meno prossimo di ricominciare tu che sei sopravvissuta a guerre e terremoti, Fenice del Sannio!telese.jpg

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