21/11/2011
Nevè Shalom, romanzo d'esordio di Nuccio Franco. Intervista
Probabilmente sono ancora in pochi a conoscere il villaggio israeliano di Nevè Shalom – Wahat al Salam, situato a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv ed il cui nome deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’ Oasi di Pace”.
Creato alla fine degli anni ‘60 da Ebrei ed Arabi palestinesi grazie all’iniziativa del padre dominicano Bruno Hussar,esso rappresenta un esempio di dialogo tra popoli la cui storia è caratterizzata, da sempre, da conflitti e vicendevoli ferite.
In questa realtà s’inserisce il primo romanzo di Nuccio Franco attraverso il racconto di una delicata storia di amicizia e di amore tra persone culturalmente diverse che imparano ad osservare il mondo l’uno con gli occhi dell’altro.
Da sempre attento alle problematiche legate al mondo mediorientale, l’autore ci conduce per mano in questa realtà unica nel suo genere aprendo la porta alla speranza.
“Credo si tratti di un esempio di come sia possibile un percorso che vada oltre i pregiudizi e che consenta un dialogo reale, necessario soprattutto in un momento in cui si acuiscono conflitti e tensioni” ci dice l’autore.
“Spero di aver contribuito,nel mio piccolo, a diffondere un messaggio positivo nel quale credo fermamente e l’insegnamento di quanti lavorano quotidianamente ad un progetto unico che a mio avviso va incoraggiato nella speranza che esperienze del genere possano essere replicate.”
Da dove nasce la tua passione per l’Islam, dalla religione o dalla politica?
Nasce casualmente, dalla lettura di un libro di Karen Armstrong che mi ha incuriosito inducendomi ad approfondire una religione, un mondo per certi versi estraneo alla mia educazione, sostanzialmente laica.
Mi sono dedicato, quindi, allo studio di una realtà che ho scoperto col tempo essere assolutamente totalizzante e che presenta molti tratti in comune con la nostra cultura, più di quanto si possa immaginare.
Un aspetto che mi ha colpito è stato senz’altro l’assenza di una mediazione tra il fedele e Dio,il vivere l’esperienza spirituale in maniera assoluta nella consapevolezza delle proprie responsabilità di fronte agli uomini ed al mistero divino e l’ortoprassia, molto più accentuata rispetto ad altre religioni.
Tuttavia,ciò che attualmente più mi interessa, non è tanto l’aspetto politico o religioso della questione quanto quello sociale e sociologico, le sue ricadute in seno alla società, la possibilità di un confronto costruttivo con modi di essere e di agire talvolta completamente differenti ma che, ne sono convinto, possono e devono trovare una sintesi.
Nel tuo libro appena pubblicato parli delle cicatrici di Israele, di kippà e di hidjab, ma
anche di birra e di i pod e Pink Floyd. Come si coniugano per questi due popoli occidente e oriente e che cosa è oasi di pace per loro?
Uno dei personaggi del libro, Yoshua, è ebreo e vive appieno la propria condizione ricca di contraddizioni. E’ consapevole dell’orrore perpetrato ai danni del suo popolo da un dittatore in preda al delirio di onnipotenza. Ciononostante, non si rassegna all’idea che la storia si possa ripetere sotto mutate spoglie e che a cambiare siano soltanto i protagonisti. Non concepisce e non si rassegna al fatto che alla violenza si debba rispondere solo con altrettanta violenza ma è persuaso che esista una strada alternativa, una mediazione possibile quanto necessaria. E’ questo il suo tormento, ossia la ricerca di una ragione superiore per cui una vita sia degna di essere vissuta, al di là di atavici pregiudizi e contrapposizioni che trovano la propria ragion d’essere nella politica le cui logiche sono talvolta perverse.
In sostanza, le atroci sofferenze del popolo ebraico sono indiscutibili; meno legittima, a mio avviso, la posizione dello Stato d’Israele nei confronti della questione palestinese.
Quanto alla kippà ed allo hidjab, essi rappresentano un simbolo di identità, non di contrapposizione ma semplicemente un modus vivendi,una concezione del proprio essere al mondo.
Per il resto, soprattutto i giovani, cercano di vivere normalmente seppur nella consapevolezza del pericolo ed un bicchiere di birra con gli amici o un pezzo dei Pink Floyd è ciò che riduce le differenze, sino ad annullarle.
La coscienza di un mondo più giusto, dove i momenti di unione siano superiori alle fisiologiche differenze che comunque accrescono e ci rendono migliori, la musica, gli amici e l’amore è ciò che unisce oriente ed occidente. L’oasi di pace è il superamento di ciò che si fa passare volutamente per utopia, per un dato di fatto strumentale ad altri scopi simile ad un dogma impossibile da mettere in discussione, ossia la possibilità di una pace giusta e duratura dove ognuno possa veder riconosciuto il proprio ruolo, la propria dignità.
Ed invece per un muro che cade (Berlino, ndr), altri se ne alzano, come quello israeliano in Cisgiordania.Per molti giustificato da ragioni di sicurezza ma in realtà origine di un nuovo ghetto. Sarò un idealista ma è una logica che mi risulta difficile comprendere.
Gli scrittori sono sempre molto inquieti, hanno bisogno di scrivere e esternare, per te scrivere rappresenta oasi di pace?
L’inquietudine è la mia compagna di viaggio ma con essa ho imparato a convivere. Certamente scrivere per me è catartico e mi consente di raccontare, di condividere le mie esperienze ed emozioni, come quelle vissute al villaggio, in Israele, in Palestina, a Gerusalemme come ad Hebron.
E’ come ripercorrere più razionalmente un cammino e porlo al servizio degli altri nel tentativo di spiegare affinchè equivoci o luoghi comuni possano essere chiariti,fugati.
Questo mi da pace, si, decisamente.
Come spiegheresti l’Islam a tuo figlio?
E’ difficile riuscire a spiegare pienamente l’Islam ad un adulto, figuriamoci ad un giovane. Esso non rappresenta un monolite ma una realtà variegata. Si tratta di un qualcosa che si evolve nel tempo, attraverso un dibattito sia interno tra le varie anime che lo compongono ma anche esterno in un quotidiano confronto con la società.
Gli direi che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca sono diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni anche se le modalità di espressione possono talvolta essere diverse ma che non esiste quella giusta o sbagliata. Tutto si riduce ad una sintesi superiore che va oltre ogni cosa.
L’Islam, quello autentico è amore, tolleranza ed equilibrio che nulla ha a che fare con la malvagità dell’animo umano che trascende la religione e che, spesso, la travisa. Il radicalismo di certe fazioni non è l’Islam e guai a confondere i due piani.
Al contempo, lo inviterei a discernere, ad approfondire senza mai fermarsi alle apparenze ed a comprendere le ragioni dell’altro perché in ogni pensiero o azione ci può essere un messaggio assolutamente apprezzabile, di pace e tolleranza. Ciò sulla base di un principio fondamentale: l’uguaglianza e la pari dignità dell’essere umano.
13:05
Scritto da: brujita1969
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07/06/2011
La difficile sfida delle donne musulmane tra identità e pregiudizio
“Io sono quel che sono con il mio hijab, è parte della mia identità”.
Sono state queste le prime parole di Hind Talibi, giovane studentessa universitaria di origini marocchine e figlia del responsabile della moschea di Padova,dopo l’aggressione subita mentre era alla fermata dell’autobus.
Una donna le si è avvicinata urlandole “schifosa, togliti quel coso... Che te ne fai con questo caldo?” dopodiché avrebbe tentato di strapparle il velo.
Fortunatamente la studentessa è riuscita a scappare ed a recarsi in Questura per denunciare il fatto, mentre la donna si defilava.
Quello di Hind è purtroppo solo l’ultimo caso in ordine cronologico di una serie di avvenimenti analoghi che vedono protagoniste le donne musulmane residenti in Italia, vittime di particolare accanimento.
Le testimonianze che abbiamo raccolto, infatti, rilevano come certi comportamenti connotati da
ignoranza e pregiudizio siano frequenti, sostanziandosi in derisione ed epiteti verbali fino a tradursi, talvolta, in vera e propria aggressione fisica.
Offese, insulti, discriminazioni in ambito lavorativo soprattutto quando indossano il velo sembrano essere, dunque, atteggiamenti all’ordine del giorno che denotano un approccio culturale assolutamente errato, cui è necessario far fronte.
La comunità islamica italiana ha immediatamente espresso il suo sdegno per quanto accaduto a Padova attraverso un comunicato stampa congiunto, sottoscritto tra gli altri da Ucoii e dall’ Associazione Donne Musulmane d’Italia.
“La donna musulmana” si legge nella nota “fa fatica a trovare lavoro, soprattutto quando indossa il velo, viene derisa,additata per la strada, è oggetto di continui commenti non solo da parte dei giovani, ma perfino da adulti e addirittura anziani. La ragazza musulmana viene perfino osteggiata nell’ambito scolastico da professori che le intimano di togliere il velo oppure la vorrebbero costringere a nutrirsi di cibi che non le sono consentiti”.
“Si insiste col mostrare lo straniero e, peggio, il musulmano come un pericolo e da cui difendersi. Ciò anche grazie ai media che hanno contribuito ad evidenziare figure sbagliate, dando risalto solamente al musulmano che delinque piuttosto che a quello che vive e lavora con la massima onestà”.
Parole esaustive che delineano uno scenario preoccupante circa i delicati rapporti fra comunità e che rischiano di compromettere quel dialogo sociale ed interreligioso, necessario ora più che mai per arginare la violenza di pochi fanatici. Tuttavia,per far questo è necessario partire da un presupposto fondamentale ossia il riconoscimento dell’altrui dignità e cultura.
“Purtroppo quello di Padova non è il primo caso e non sarà l’ ultimo” ci dice amareggiata Donatella Amina Salina, collega giornalista e vittima di un episodio disdicevole.
“Io e mio marito,musulmani non violenti convinti, siamo stati aggrediti verbalmente da un nazista sulla metro a Roma la sera dell’ 11 settembre di qualche anno fa” ci dice.
“Eravamo di ritorno da una manifestazione sul dialogo interreligioso in Campidoglio. Per circa venti minuti ci ha urlato in faccia qualsiasi cosa mentre nessuno si è mosso. Nessuno ci ha aiutato finchè non l’ ho minacciato di chiamare la polizia e allora è scappato. Nella mia esperienza so di molte donne aggredite verbalmente per strada o che non sono state assunte a causa dello hijab” afferma convinta di come quest’ultima circostanza sia, né più, né meno che una violenza perpetrata a danno delle donne musulmane.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Silvia Layla Olivetti, Presidente del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani che riferisce di come, spesso, gli automobilisti accelerino quando vedono attraversare una donna velata.
“A me è successo almeno un paio di volte. Tra l’altro, non solo accelerano ma ti insultano mentre ti passano accanto”aggiunge.“Tra noi donne musulmane” ci dice Layla “ormai è così “usuale” che spesso ci scherziamo sopra per sdrammatizzare.
Sara Vergeri Cupiello , è stata vittima di un episodio che ha dell’incredibile quanto a violenza.
“Ero in macchina, stavo andando al lavoro,quando un automobilista mi lampeggia deciso a passare a tutti i costi. Appena ho potuto gli ho dato strada. Lui passa, mi vede, e poco dopo si blocca all’improvviso davanti a me, impedendomi di continuare. Scende dall’auto, si avvicina, e siccome era d’estate ed i finestrini erano abbassati, allunga il braccio e mi tira un ceffone tra parolacce ed improperi. Sono rimasta basita, avevo il cuore a mille ed il sangue al cervello. Non sono riuscita a reagire, non capivo il perchè!” questo il suo racconto.
Sempre a Padova, a Irene Giovanna Ricotta è capitato invece che il conducente di un autobus le abbia sputato addosso chiudendole le porte in faccia senza farla salire.
Che dire, poi, delle liceali minacciate di pestaggio dai compagni di scuola per via del velo. La madre di una di esse riferisce che la figlia ha falsificato per mesi le giustificazioni per poter uscire da scuola in anticipo in modo da non incontrare i compagni all’uscita.
Scene di ordinaria intolleranza, dunque, che non tutte hanno la forza di denunciare per paura di
ritorsioni, limitandosi semplicemente a vivere l’assurdità di certi atteggiamenti in silenzio, incapaci di dare un senso a ciò che offende la dignità dell’essere come persona. Viene da chiedersi fino a quando ma, soprattutto, a che prezzo.
Di contro, molte di esse si stanno opportunamente organizzando per far sentire la propria voce, reclamando parità di diritti e doveri.
In ogni caso,sarebbe opportuno procedere al riconoscimento ed alla valorizzazione del ruolo e del contributo della donna musulmana nella società ed al benessere della stessa come madre, compagna e professionista in maniera scevra da pregiudizi e paure.
Infatti, non vorremmo che di fronte ai continui attacchi subiti, indegni di un paese che si arroga l’etichetta di civile, la misura si colmasse dando adito a reazioni sopra le righe, determinando una situazione di muro contro muro ed una frattura sociale insanabile.
Questo scenario rappresenterebbe una sconfitta per tutti - della ragione in primis - e perciò va evitato andando oltre i luoghi comuni, denunciando tali episodi e rifiutando la logica dell’antagonismo e della contrapposizione a tutti i costi che non giova a nessuno, sempre e comunque.
16:03
Scritto da: brujita1969
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30/05/2011
Islam. Silvia Layla Olivetti: “Garantire i diritti alle minoranze”
Il variegato panorama della rappresentanza e della tutela dei diritti dei musulmani in Italia registra la nascita di un nuovo soggetto.
Si tratta del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani, che ha come finalità principale quella di garantire che i diritti sanciti e garantiti dalla Costituzione vengano effettivamente rispettati e applicati anche nei confronti della minoranza musulmana.
Sorto dal desiderio di conciliare islamicità e italianità nel rispetto dei diritti civili, la circostanza che ai vertici ci siano donne rappresenta una novità assoluta per una organizzazione di matrice islamica.
Tra le tante attività del neonato Movimento, spicca per attualità il progetto denominato
significativamente “Giù le mani dal mio velo” ossia una serie di iniziative di varia natura aventi per oggetto il velo islamico.
Si va dalle convenzioni con le aziende per incentivare l’assunzione di donne velate per mansioni a contatto col pubblico alla pacifica manifestazione di piazza a sostegno della scelta delle donne che vogliono indossare il velo.
Ciò, unitamente ad una campagna di informazione per far conoscere loro i diritti/doveri rispetto al velo secondo la legge italiana.
“Le nostre madri hanno lottato per ottenere diritti e libertà: oggi noi intendiamo beneficiare del loro sforzo, manifestandolo nella scelta di indossare il velo. La libertà di chi vuole portare la minigonna è la stessa di chi vuole portare il velo. E’ questa la chiave: le donne velate non vanno “emancipate” obbligandole a toglierlo, vanno rispettate nella loro scelta”.
Parole chiare è decise che non danno adito a dubbi quelle di Silvia Layla Olivetti, operatrice multiculturale, fondatrice del Movimento e da anni impegnata in prima linea a tutela dei diritti delle donne.
Dottoressa,quali sono gli scopi e le peculiarità del Movimento?
“Il Movimento, pur essendo islamico, ha nel direttivo anche persone di fede cattolica oltre che molte donne: questo è possibile perchè ci proponiamo il dialogo reciproco, il rispetto della legge italiana e il raggiungimento della pacifica convivenza. Noi non ci proponiamo la supremazia islamica in Italia, ma il rispetto dei diritti civili e della democratica condivisione, per questo mettiamo d’accordo tutti, persino gli atei.
Si tratta di un’idea significativa soprattutto in un momento in cui il dibattito sul velo islamico in Italia è decisamente acceso soprattutto sulla scorta delle leggi adottate in altri paesi, Francia e Belgio in primis.Com’è nata?
“Vogliamo sottolineare il fatto che il diritto di scelta deve essere inteso a 360°. Vanno rispettate anche le scelte che non si condividono, come quella di coprirsi in una società in cui la nudità è la regola. Nel ‘68 le donne gridavano in piazza “l’utero è mio e me lo gestisco io”, reclamando l’inviolabile diritto di disporre del proprio corpo (e per estensione anche del proprio abbigliamento), senza alcuna limitazione o imposizione maschile. Oggi noi grideremo “il velo è mio e me lo gestisco io”, perchè la liberazione della donna e la rivoluzione del ‘68 non sono servite a nulla e a nessuno se oggi le donne sono libere solo di girare per strada seminude. L’odierna mercificazione è solo un’altra forma si sottomissione, solo più subdola e mascherata da “moda”. Rigettiamo la schiavitù del doversi conformare a un codice di abbigliamento che non ci appartiene, così come condanniamo l’imposizione maschile del velo. La donna deve essere libera di scegliere , in un senso o nell’altro, nella consapevolezza che il velo è un precetto coranico: nessuno può obbligarla a indossarlo, ma altrettanto nessuno può obbligarla a toglierlo sotto il ricatto dell’esclusione dalla società. Indossare o meno il velo è, e deve essere, una questione tra Allah e la donna: aderire o meno a quest’obbligo sta alla donna, che in questa vita e nell’altra dovrà rendere conto solo a Dio del suo operato, non agli esseri umani.
Il progetto contempla una serie di iniziative tra le quali spicca la previsione di convenzioni con le aziende per l’assunzione di donne che hanno deciso di operare la scelta di indossare il velo. Cosa vi proponete in tal modo?
“Riteniamo necessario “abituare” la clientela alla vista del velo e avviare un processo volto a rendere normale la presenza del velo nei luoghi pubblici. L’ignoranza è la peggiore nemica della pace e della condivisione: vogliamo combatterla mostrando che la donna velata partecipa alla vita lavorativa esattamente come una donna non velata e che dal punto di vista produttivo l’abbigliamento non influisce. Siamo convinti che se la gente potesse “toccare con mano” nella quotidianità che il velo non ha nulla a che fare col terrorismo, allora comincerebbe a temerlo meno. E siamo anche convinti che il modo migliore per ottenere questo risultato sia di rendere estremamente visibili le donne velate, che al momento sono invece spesso ripiegate su sé stesse, invisibili non di rado per precisa volontà o per timore di essere giudicate, discriminate o aggredite oltre che per la palese emarginazione della quale sono vittime specialmente in ambito lavorativo. Se oggi esse, a prescindere dalla loro preparazione e dal loro curriculum, sono destinate ai soli lavori “nascosti”, domani dovranno uscire alla luce del sole, avendo così l’occasione di partecipare pienamente alla vita sociale e lavorativa. Sarebbe fantastico se un giorno, che ci auguriamo non lontano, fosse assolutamente normale vedere alla cassa del supermercato una ragazza velata o alla biglietteria dei treni o, perchè no, alla guida di un autobus urbano.
Il Suo impegno a tutela dei diritti delle donne è stato molto apprezzato; tuttavia, non tutti sono dello stesso avviso. Ha ricevuto minacce di morte, è così?
“Si, è vero. Le sto ricevendo da un gruppo di razzisti che sono arrivati anche all’hackeraggio in due occasioni, attaccando la pagina del Movimento. In una delle intimidazioni mi si dice che finirò sciolta nell’acido, in un’altra che farò una fine tremenda. Alcune sono state pubblicate sulle bacheche di alcune pagine Facebook insieme a una serie di ingiurie irripetibili, a volte rivolte anche ai miei familiari, bambini compresi. Attualmente la cosa è all’attenzione delle forze dell’ordine, anche perchè il mese scorso è stata pubblicata una sorta di circolare di confezione mafiosa (sul sito “fronteindipendentistaduesicilie” , ndr) nella quale io e il Movimento veniamo descritti come nemici da combattere con tutti i mezzi.
A suo avviso, quali sono le ragioni alla base di tanto accanimento?
Riteniamo che il motivo di queste minacce sia la potenziale pericolosità sociale e politica di un movimento islamico che si propone di far valere alcuni diritti costituzionalmente garantiti. Il musulmano straniero è malvoluto, ma non pericoloso, secondo queste persone. Il musulmano italiano invece, ha diritto di voto, conosce la legge, si muove bene nei canali istituzionali, può interloquire a livello politico e perciò ha un innegabile “potere d’acquisto” che viene vissuto come una minaccia.
17:28
Scritto da: brujita1969
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18/04/2011
Pakistan.Undici anni ed un’infanzia negata
Undici anni ed un solo, ossessivo sogno nel cassetto, diventare uno shaid, martire suicida per guadagnarsi il paradiso e la riconoscenza ultraterrena di Allah, principio e guida di ogni azione di un buon credente.
La storia raccontata alla BBC da Abdus Salam, giovane ragazzo pachistano oggi quattordicenne, sembra la trama di un romanzo frutto della fantasia di un abile scrittore piuttosto che la cruda testimonianza di uno spaccato di vita quotidiana disarmante.
E’invece un viaggio a tinte fosche nell’universo dei bambini cui in molte parti del mondo, troppo spesso viene negato un diritto fondamentale, quello all’infanzia e dove ubbidienza, terrore del peccato e sacrificio trascendentale nel nome di un credo si mescolano in un’ alchimia pericolosa di cui, probabilmente, non se ne comprende appieno il senso assoluto.
Passata inosservata all’attenzione della stampa, essa rappresenta solo un esempio di una consuetudine molto più diffusa, dove miseria ed ignoranza lasciano spazio alla disperazione, solo in parte attenuata dalla ricerca di una speranza in atti senza ritorno, sulla spinta della suggestione provocata dalle parole di uomini senza scrupoli.
Pakistan, periferia di Karachi, una famiglia di cinque figli con scarse possibilità, povertà diffusa. E’ qui che
cresce Abdus, all’epoca undicenne, che frequenta spesso il negozio di Zahir. Con lui si sofferma spesso a parlare di jihad fino a quando questi non gli rivela di essere pronto a compiere l’estremo sacrificio, un attentato suicida.
L’ingenuità del ragazzo lo induce a chiedere il perché di quella decisione.
Zahir gli risponde che in questo modo guadagnerà il paradiso.“Se, quando verrà il giorno del giudizio, mi verrà chiesto ‘Cosa hai fatto per Allah?’ e io risponderò che non ho fatto nulla, verrò spedito all’inferno. Ma, se avrò fatto qualcosa, se avrò portato a termine un attacco suicida, allora sarò in grado di dire che avevo un corpo e che l’ho sacrificato”.
La scelta di Zahir non lascia indifferente il giovane che, impressionato da quanto ascoltato, mesi dopo decide di emulare il compagno. E’pronto a fare altrettanto e lo vuole fare in Afghanistan.
Sher Rahman, l’uomo che Abdus conosce in seguito, gli dice di non avere contatti con l’Afghanistan ma con il Waziristan, regione montuosa di confine appartenente al Pakistan ma per il giovane ragazzo non è la stessa cosa.
Vuole andare in Afghanistan e lì compiere il suo gesto. Si sente rispondere che non è possibile perché ancora imberbe.
Già, non ha ancora quella barba simbolo di maturità ergo di saggezza. Che paradosso.
“Dovresti compiere un attentato in Pakistan, a Karachi. Che tu attacchi in Afghanistan o in Pakistan, poco importa. Riceverai comunque la ricompensa celeste” gli dice Rahman .
Abdus annuisce e tanto per essere più sicuro, l’uomo minaccia di tagliargli la testa qualora riveli a qualcuno ciò che si erano detti. Spaventato a morte, il ragazzino si dice disposto a portare l’attacco ovunque gli avesse chiesto di farlo.
Alcuni giorni dopo, Sher Rahman lo presenta a Zainullah, che gli domanda se sia davvero convinto. Gli risponde che sì, l’avrebbe fatto, avrebbe eseguito gli ordini consapevole di diventare un fidayee, unico modo per meritarsi l’accesso al paradiso.
Questi gli replica che è troppo giovane, che avrebbe dovuto preparare le giacche per gli attentatori, che il solo confezionarle gli avrebbe comunque garantito la ricompensa eterna ma nonostante ciò Abdus non recede, vuole il martirio.
Poche settimane dopo Sher Rahman e Zainullah sono stati arrestati senza aver mai rivelato il luogo dell’attentato, intimandogli semplicemente di tenersi pronto.
Quando il padre, già diabetico, è venuto a conoscenza dei fatti, la sua salute ha cominciato a peggiorare e ora non riesce a dormire la notte. Abdus racconta che ora Allah ora gli ha dato una seconda opportunità e che vuole continuare a studiare, lavorare sodo e che un giorno vorrebbe entrare nell’esercito pakistano.
C’è il lieto fine, come in ogni storia che si rispetti ma questa, purtroppo, non è una favola ma la triste realtà di
quella fanciullezza negata, manipolata in ragione di un credo che non giustifica affatto l’abuso dell’innocenza.
19:37
Scritto da: brujita1969
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08/11/2010
Donne e media, esperienze a confronto
Comunicazione e new media sono stati i temi al centro del dibattito nel corso del convegno “Donne e Media. Giornaliste italiane e del mondo arabo a confronto”, appuntamento “in rosa” svoltosi presso il Ministero degli Affari Esteri ed organizzato da Agi e Arab Italian Women Association.
Due giorni incentrati sulla comunicazione al femminile attraverso il confronto di esperienze di donne che fanno informazione in due realtà soltanto apparentemente distanti: quella italiana e quella araba.
Tra i partecipanti: Emma Bonino, Vice Presidente del Senato; Najwa Kassab Hassan, Ministro della Cultura siriano; Pia Luisa Bianco; Isabella Rauti; Andrea Purgatori; Ritanna Armeni; Lucia Annunziata; Donatella Della Ratta; Tiziana Ferrario; Daniela Viglione, Presidente e Ad di AGI; Randa Eid, Segretario Generale dell’ AIWA; Marialina Marcucci, Presidente onoraria AIWA.
Molti i temi affrontati da altrettanti volti noti al grande pubblico.
Dal web alla televisione passando per la carta stampata ed i social network come strumenti utili a ridurre le
distanze, geografiche e culturali, ed abbattere le durevoli barriere che ancora ostacolano l’informazione al femminile,troppo spesso piegata da stereotipi che stentano a essere superati.
Di preconcetti e di quella che è ancora una visione misogina della figura delle donne ha parlato Hanane Harrath, giornalista di origini marocchine specializzata in politiche del mondo arabo e in sociologia delle religioni.
“Il mio lavoro” ha spiegato “mira a mettere in dubbio le convinzioni attraverso le quali osserviamo il mondo arabo-musulmano e ad analizzare la visione riduttiva che normalmente adoperiamo quando pensiamo alle relazioni tra il cosiddetto ‘mondo occidentale’ e il ‘mondo musulmano’. Cerco di portare alla luce una storia analitica dell’Islam perché sono convinta che abbiamo solo avuto in eredità la storia ortodossa mentre siamo invece rimasti all’oscuro delle ricerche sul processo che ha trasformato l’Islam”.
Interamente dedicata ad internet, la seconda giornata del convegno è stata caratterizzata dalla riflessione sulle opportunità che corrono on line, in Italia come in Giordania, Siria, Marocco e Behrein.
A moderare l’incontro e la successiva tavola rotonda è stata Lucia Annunziata, che ha subito inquadrato uno dei nodi principali della questione: “Il rapporto donne-new media in Italia forse è molto più in affanno di quanto uno si aspetti”.
A tale proposito,Donatella Della Ratta, ricercatrice e esperta di mass media che dal 1998 vive tra Italia e Siria, ha sottolineato come il web “è un’infrastruttura comunicativa che permette il dialogo non mediato fra pari e le cui potenzialità sono ancora sottoutilizzate”.
Sul ruolo della rete si è soffermata anche Nadine Toukan, secondo la quale essa “ ha il potere di democratizzare la conversazione ma richiede lavoro e bisogna fare non pochi sforzi”.
La tesi è stata avvalorata da Amira Al Husseini, giornalista originaria del Bahrain e tra le prime donne a
ricoprire la carica di caporedattrice di una rivista, che ha insistito sull’importanza fondamentale della rete nel giornalismo moderno, esprimendo perplessità verso l’assenza di questa consapevolezza in Italia. “Ne è dimostrazione il fatto” ha concluso “che questa è la prima conferenza alla quale vado negli ultimi 10 anni dove non c’è connessione internet che permette di mandare immediatamente le informazioni online attraverso twitter e i blog”.
Per le giornaliste italiane Mimosa Martini e Tiziana Ferrario, “televisivamente parlando siamo in piena regressione”.
“Il grande pubblico” ha affermato la Martini, giornalista del TG5 “sta abbandonando l’informazione televisiva e le giovani generazioni credono di dover raggiungere i modelli proposti” mentre per la Ferrario la televisione sta diventando uno “strumento di distrazione di massa”.
I lavori del convegno sono stati chiusi dal sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, che, dopo aver portato il saluto del governo italiano ed essersi congratulata con gli organizzatori, ha insistito molto sulla necessità di un maggiore e più incisivo dialogo euro-mediterraneo e sul ruolo strategico di ponte che l’Italia svolge tra l’Europa e i Paesi del Maghreb.
“Un’Italia”, ha concluso il Sottosegretario“che si sente profondamente europea ma che è naturalmente proiettata verso i popoli che vivono al di là del bacino del Mediterraneo, cui guarda come ad una opportunità di sviluppo politico, economico e culturale”
Nuccio Franco
11:05
Scritto da: brujita1969
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“United Nation Women”. L’Iran nel Consiglio di amministrazione
La Repubblica Islamica dell’Iran, potrebbe avere presto un proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione della “UN Women”, agenzia delle Nazioni Unite di promozione della parità per le donne.
Quello che sembra uno scherzo di cattivo gusto, potrebbe infatti diventare realtà l’11 novembre, data in cui saranno designati i membri della neo costituita agenzia che sarà guidata da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile.
Immediate le reazioni diplomatiche con in testa gli Stai Uniti, indignati al pensiero che ad un Paese dove una donna accusata di adulterio e condannata a morte per lapidazione, possa essere riconosciuta tale opportunità.
Alle proteste degli Usa hanno fatto eco le rimostranze di altre organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International.
Mark Kornblau, portavoce della delegazione americana al Palazzo di vetro, ha dichiarato che “la UN Women ha il
compito di sostenere la parità tra i generi e l’emancipazione delle donne in tutto il mondo. Noi e molti altri Paesi siamo preoccupati per le implicazioni negative della potenziale partecipazione iraniana, dati gli scarsi risultati in materia di diritti umani e trattamento delle donne”.
“Ci sono molti altri paesi qualificati che potrebbero apportare contributi positivi e costruttivi, come membri del consiglio”, ha concluso Kornblau.
Già lo scorso anno una risoluzione adottata dall’Assemblea Generale esprimeva “profonda preoccupazione” per un uso crescente di esecuzioni in Iran, di morte per lapidazione, torture, fustigazioni e mutilazioni nonché per la crescente discriminazione nei confronti delle minoranze religiose, etniche e sessuali.
Solo nel 2010, in Iran sono state eseguite già 160 condanne a morte. Nella prigione di Tabriz, la stessa dove è reclusa da ormai quattro anni Sakineh Ashtiani, si trovano altre donne, molte minorenni, in attesa della medesima condanna.
La notizia, dunque, è di quelle che fanno indignare ma il vero paradosso risiede nel fatto che l’Iran è a pieno titolo anche uno dei trentasei membri dell’Undp, il Programma per lo Sviluppo che si occupa anche di diritti femminili e nel 2009 ne ha avuto addirittura la presidenza.
Così come c’è un delegato iraniano anche all’Unfpa, il fondo per la Popolazione,e all’Unifem, il fondo di Sviluppo per le donne. Teheran per tutto il 2011 sarà il vicepresidente dell’Opcw, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, nonostante vi siano prove di un traffico di armi dall’Iran a Hezbollah.
“E’ sconcertante che l’Iran abbia avuto il coraggio di candidarsi per il consiglio delle Nazioni Unite sulle donne, e ancor più sconcertante è che i paesi asiatici non si siano opposti” ha tuonato Philippe Bolopion, della Human Rights Watch, secondo il quale “dovesse entrare nel consiglio anche l’Arabia Saudita,dove le donne non possono nemmeno guidare l’automobile, si aggiungerebbe il danno alla beffa”.
Bolopion, ha poi definito la circostanza come “un affronto alle donne di tutto il mondo che ripongono le loro speranze nelle Nazioni Unite”,esprimendo tuttavia l’auspicio che la composizione complessiva del consiglio possa impedire ai due paesi di minare il lavoro dell’agenzia.
Da registrare anche le dichiarazioni di Cora Weiss, presidente dell’ International Peace Bureau, secondo la quale se l’ingresso di Iran ed Arabia nel consiglio potrà significare una presa di coscienza utile ad “influenzare positivamente l’atteggiamento nei confronti delle donne allora sarà un bene per tutti,altrimenti sarà un disastro”.
Che il paventato ingresso dell’Iran - alla ricerca di una nuova dignità internazionale – nell’organizzazione sia stata probabilmente la causa alla base della sospensione della condanna di Sakineh, appare verosimile; ciò che è certo è che non si può proseguire nel tollerare l’aggressivo atteggiamento iraniano che, quotidianamente, continua a disprezzare i più elementari diritti umani.
Nuccio Franco
10:56
Scritto da: brujita1969
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30/07/2010
Musulmani Moderati Italiani “Burqa, si al divieto” – Amnesty International “E’ discriminazione”
Si accende il dibattito politico e culturale attorno al divieto (o meno) di indossare il velo integrale nei luoghi
pubblici ed interviene l’associazionismo con visioni differenti.
Ciò che rappresenta una tradizione ed un marcato strumento di identità, giustificabile o meno, sembra essere ormai al centro di un serrato dibattito che coinvolge la società civile nel suo insieme e che registra prese di posizione diametralmente opposte.
E’ di questi giorni la notizia che il Comitato per l'Islam italiano, Presieduto dal Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha predisposto un parere sulle proposte di legge pendenti, intese a confermare che l’uso in luogo pubblico di indumenti che coprono interamente il volto e rendono la persona irriconoscibile, quali il burqa ed il niqab, deve rimanere vietato per ragioni di pubblica sicurezza, ne’ presunte interpretazioni religiose costituiscono “giustificati motivi'” per eludere tali esigenze di ordine pubblico.
La notizia è stata accolta con soddisfazione dall’Associazione Musulmani Moderati Italiani che, per voce del Presidente, Gamal Bouchaib ha commentato positivamente l’eventualità esprimendo fiducia sulla circostanza che presto, analogamente ad altri Paesi europei, anche in Italia si possa approdare in tempi rapidi all’approvazione del divieto del velo integrale nei luoghi pubblici
“Ancora non ci rendiamo conto che i Paesi arabi vanno anch’essi nella direzione di un divieto. Paradossalmente in alcuni Stati europei le interminabili discussioni sull'opportunita’ di bandirlo sembrano dimostrare il contrario” ha affermato Bouchaib, aggiungendo che “nonostante certi personaggi invochino il diritto alla liberta’ religiosa, scambiando quella che è un’usanza tribale e medievale per un precetto religioso, non siamo disposti a cedere a questo ricatto”.
“Queste persone” ha proseguito, “sono rimunerate dagli estremisti che comprano a suon di denaro il silenzio e la compiacenza”, ha proseguito Bouchaib, chiarendo che “il burqa rappresenta il simbolo piu’ visibile di una strategia politica tesa a diffondere la visione integralista dell'Islam. Se l'Europa non lo comprende subito, presto sara’ troppo tardi”.
Sull’argomento,si registra una netta presa di posizione da parte di Amnesty International che va in una direzione
radicalmente opposta.
Infatti, l’Associazione che difende i diritti umani, per voce del Presidente transalpino della stessa Organizzazione, Genevieve Garrigos, reputa discriminatorio il provvedimento adottato in questi giorni in Francia ritenendolo una minaccia alla libertà religiosa dei musulmani ed a quella di espressione delle donne islamiche.
“Il divieto, a nostro avviso, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali” ha detto Garrigos, discriminatorio in quanto non esistono altre norme che disciplinino il modo di vestirsi o di pettinarsi per il resto della popolazione.
Gli fa eco Giovanni Dalhuisen, esperto di Amnesty in materia il quale ribadisce che “il divieto totale di coprirsi il viso violerebbe i diritti di quelle donne che indossano il burqa sostanzialmente come strumento di rivendicazione della propria identità ed appartenenza socio – culturale”.
“In linea generale” prosegue Dalhuisen “la libertà di espressione presuppone una libertà di scelta, cosa che non è in virtù delle nuove disposizioni” sottolineando il forte senso discriminatorio di una norma concepita solo per una minoranza.
Quanto all’argomentazione secondo la quale la necessità del divieto sarebbe imprescindibile per la sicurezza pubblica, Amnesty rileva che le esigenze di sicurezza possono essere soddisfatte con la previsione specifica e
circoscritta di restrizioni oggettivamente necessarie applicabili in determinate circostanze o luoghi quali, ad esempio, aeroporti o controlli d’identità.
Seppur preoccupata per le tante donne che sono costrette ad indossare tale indumento, Amnesty ha esortato i Governi ad intensificare tutti gli sforzi possibili per porre un freno alle discriminazioni di qualsiasi natura verso tutte le donne che in virtù del niqab, sono confinate in casa con problemi a lavorare, studiare ed accedere ai servizi pubblici.
Nuccio Franco
10:54
Scritto da: brujita1969
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Progetto “El Blanco”, quando l’integrazione non è un’utopia
Periferia e criminalità, immigrazione ed emarginazione rappresentano spesso un binomio che si fonda su comode
convenzioni difficili da rimuovere.
Non a Bologna, da sempre città all’avanguardia dal punto di vista della responsabile accoglienza ed accettazione delle diversità quale fattore di crescita socio - culturale.
Si chiama “El Blanco” il nuovo ed innovativo progetto avviato all’ombra delle Due Torri, con il patrocinio di Comune e Regione, volto alla valorizzazione delle periferie attraverso il coinvolgimento di giovani immigrati nella responsabilità gestionale dei loro spazi ed impegni.
Evoluzione di un’iniziativa per minori già in essere dal 2003, denominata Katun (Giostra) e rivolta a ragazzi tra i 14 ed i 18 anni, l’Associazione è gestita dai giovani del tristemente noto quartiere Pilastro che hanno superato la maggiore età, con l’obiettivo di dimostrare che l’integrazione non è impossibile.
Ciò attraverso attività teatrali, cinematografiche e musicali che hanno come obiettivo quello di fornire un’opportunità di emancipazione e di definitivo inserimento nella realtà cittadina a ragazzi provenienti da culture e nazionalità diverse, soprattutto dall’area balcanica, dall’Africa e dal Sud Italia che versano in situazioni di disagio. E perché no, anche quello di aiutarli a studiare.
Pionieri del progetto sono stati Denis e Besart due giovani di etnia rom, originari del Montenegro e profughi della ex Jugoslavia, arrivati in Italia con i propri genitori e costretti a diventare “grandi” in fretta tra mille difficoltà ed il quotidiano disagio di vivere in un quartiere altamente a rischio che si porta dietro da decenni una
pessima fama e dove ai problemi della periferia si sono sommati quelli dell’immigrazione.
Nel 2002 iniziano a frequentare il Poliambulatorio del Pilastro, dove conoscono gli educatori professionali del Servizio minori e famiglie del Quartiere San Donato, e due operatori sociali, Antonio Fusaro e Silvia Branca, dipendenti della Coop Attività Sociali.
Inizialmente, il gruppo registra le adesioni per lo più di minorenni; raggiunta la maggiore età, tutti i componenti, per non essere costretti ad abbandonare il progetto nel quale avevano investito tempo ed entusiasmo si sono fatti venire in mente un’altra idea.
Decidono quindi di dar vita ad El Blanco, così denominato con evidente ironia visto che “siamo tutti scuri”e che trova ospitalità nello spazio autogestito di via Paolo Fabbri, il Vag61.
Insieme hanno realizzato spettacoli teatrali e filmati, animato iniziative con i bambini, lavorato con e per gli anziani del Circolo Arci “La Fattoria”, contribuito a gestire un campeggio estivo.
Oggi Denis, vent’anni, ha una figlia e lavora in un albergo. Besart, ventuno anni, è riuscito da poco a regolarizzare la sua posizione e cerca un impiego che gli permetta di mantenere le sue due bambine.
“In questi anni” racconta l’educatrice Silvia Branca “siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento e la solidarietà da parte della comunità locale, fatta di italiani che spesso hanno guardato con diffidenza rom, africani e slavi che animano le vie del Pilastro”.
“Una delle cose più belle” aggiunge Silvia “ è leggere negli occhi dei nostri ragazzi la voglia di riscatto. Ci dicono sempre che il loro destino non dovrebbe essere per forza quello di lavorare in fabbrica o in una ditta di pulizie. Noi proviamo, attraverso il canto, la musica, il teatro e l’animazione, a trasformare le loro passioni in potenzialità da investire per il loro futuro”.
Nuccio Franco
10:39
Scritto da: brujita1969
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Immigrazione e legislazione. Il caso della “kafala”, l’affidamento islamico dei minori
Il processo volto ad una compiuta integrazione dei tanti immigrati residenti in Italia, deve passare necessariamente attraverso l’adeguamento della legislazione nazionale ad istituti giuridici che trovano pieno riconoscimento nei paesi di provenienza.
Non è più tempo di indugiare e perdersi in astruse disquisizioni ma è arrivato il momento di agire di conseguenza, nel rispetto di quei diritti che vanno riconosciuti ad ogni singolo individuo, a prescindere dal credo politico o religioso.
E’ il caso particolarmente interessante della cosiddetta “kafala”, una sorta di affidamento illimitato dato che nei paesi islamici l’adozione, quale istituto giuridico, non esiste.
L’Italia però non riconosce questo istituto anche se avrebbe dovuto farlo entro il 5 luglio scorso, attraverso la firma della Convenzione dell’Aja.
Era quella, infatti, l’ultima data utile che l’Unione Europea aveva stabilito per i paesi ritardatari. Ma l’Italia, ancora una volta, ha fatto finta di nulla arrecando ulteriori disagi ai già tanti che gli immigrati sono costretti loro malgrado ad affrontare quotidianamente.
E’ il caso, ad esempio, di Moira e il marito Masoud, egiziano, da oltre vent’anni residente nelle Marche e cittadino italiano.
Entrambi musulmani, hanno già un figlio di 11 anni e non potendone avere un secondo, hanno dato l’avvio all’unica
pratica che la loro religione gli consenta, ottenendo in kafala, una sorta di impegno a prendersi cura per sempre di un minore abbandonato,dal Ministero degli Affari sociali egiziano Munir, un bambino abbandonato dalla nascita.
Sono trascorsi nove mesi e della loro pratica sembra si siano dimenticati tutti mentre la loro richiesta giace probabilmente tra l’indifferenza generale sotto un cumulo di polvere alla Commissione Visti del Ministero degli Esteri.
“Sarebbe come se nostro figlio Munir di due anni fosse sequestrato in un paese straniero dall’Italia” dice Moira.
“Abbiamo il passaporto egiziano di Munir e paghiamo le spese all’orfanotrofio che ha accettato di continuare a ospitarlo, ma l’autorizzazione al ricongiungimento tarda ad arrivare” dice perplessa.
“La kafala” spiega Marco Griffini, Presidente e fondatore dell’Aibi, Associazione attiva in tutto il mondo per combattere l’abbandono minorile attraverso l'adozione internazionale, l'affido ed il sostegno a distanza “è una
misura di protezione dei bambini islamici abbandonati e va riconosciuta attraverso la Convenzione dell’Aja. La mia impressione è che questo istituto non sia visto di buon occhio”.
Ciò pur essendo “l’unico modo di dare una risposta alle situazioni irrisolte in cui si trovano oggi i bambini in difficoltà familiare ossia minori non accompagnati, bambini che provengono da paesi colpiti da catastrofi naturali, o eventi bellici, minori in kafala”.
“Come la famiglia del piccolo Munir ci risulta che ci siano altri 600 nuclei in queste condizioni, ma i dati sono molto controversi. Per catalogare questi casi abbiamo pensato di aprire un sito dedicato oltre ad un Libro bianco da presentare ai nostri politici” aggiunge.
Mercoledì scorso è arrivato, finalmente, il parere del Comitato per l’Islam italiano, presieduto dal Ministro
dell’Interno Roberto Maroni, in cui si prende atto che “il diritto nei Paesi islamici si fa carico delle esigenze del minore, che non sia adeguatamente assistito dalla famiglia naturale, attraverso l’istituto della kafala”.
Il Comitato ha chiesto che “nella legge di recepimento della Convenzione dell’Aja, che lo Stato italiano è tenuto ad approvare in tempi stretti, venga emanata una disciplina degli effetti della kafala”.
Non è molto ma è già qualcosa nell’auspicio che i necessari adempimenti legislativi siano posti in essere rapidamente perché anche un solo giorno in più, è un giorno sottratto alla speranza di questi bambini che, alla vita, hanno già pagato il loro caro prezzo.
Nuccio Franco
10:26
Scritto da: brujita1969
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Islam, le nuove frontiere del turismo halal
Si moltiplicano le iniziative “lecite” rivolte agli utenti - consumatori musulmani che rappresentano sempre più una fascia di mercato cui lo stesso guarda con sempre maggior attenzione nel tentativo di soddisfarne aspettative, esigenze e bisogni.
Ciò attraverso la fornitura di servizi ad hoc nel rispetto della cultura e dell’orientamento religioso dei clienti.
Dopo i siti web, i cibi ed i cosmetici halal, è ora la volta dell’offerta turistica dedicata, finalizzata ad offrire l’opportunità di organizzare viaggi di lavoro, pellegrinaggi o semplici vacanze nel rispetto della morale islamica.
Si chiama Halaltrip.com il nuovo progetto turistico ideato da Karim Saad, noto per essere il primo portale interamente destinato al turismo per i musulmani che ha ottenuto già 40mila contatti nei suoi primi tre mesi di vita e ha nel suo archivio le schede di ben 300 hotel, presenti in tutti paesi del mondo, pronti ad ospitare clienti musulmani e ad offrire loro servizi specifici.
A ciascun albergo è associata una descrizione dove si specifica se lo stesso fornisce cibo in linea con la dieta islamica,se serve bevande alcoliche e se ha una sala per la preghiera o una piscina per sole donne.
“Di recente il portale ha aperto sezioni in lingua francese, tedesca e turca. Sin dall'inizio il nostro obiettivo è stato quello di rendere internazionale il progetto. Vogliamo proseguire su questa strada e presto lanceremo il nostro servizio anche in lingua araba” afferma Saad.
Decisamente intensa è poi l’interazione on line con i frequentatori del sito ai quali viene chiesto di recensire i luoghi che hanno visitato ed a condividere foto e racconti, al fine di creare una community di viaggiatori come accade su portali con alle spalle un’esperienza già consolidata come TripAdvisor e Booking.com.
Karim Saad, ideatore del progetto fondatore del nuovo portale, sostiene che il mercato del turismo halal sia stato finora sottostimato,che coinvolga in realtà oltre un miliardo di potenziali clienti e che il settore sarebbe in crescita nonostante la crisi economica globale.
L'idea di Saad sembra essere stata vincente ed i dati dell'ultimo rapporto di ‘The World Travel Market Report’, lo confermano in quanto attestano che la richiesta di ‘turismo halal’ è in crescita costante nonostante l’attuale congiuntura economica globale.
A proposito di “turismi”, altra interessante iniziativa è stata realizzata in Libano dov’è sorta l’Associazione per lo sviluppo dei pellegrinaggi e del turismo religioso, che ha tenuto la sua prima riunione nei giorni scorsi nell’ostello di Bethania, ad Harissa.
L’incontro, è stato caratterizzato dagli interventi del Presidente, Khalil Alwan, rettore del santuario di Harissa, di Antoine Khoury-Harb, specialista della storia dei maroniti, Nour Haddad, proprietaria di un’agenzia specializzata nel turismo religioso, Claudia Karam per il Ministero del turismo,Souheil Abou Ghannam e di alcuni tra i maggiori specialisti dei santuari drusi; dell’arte architettonica bizantina e dei mausolei della Bekaa.
La nuova Associazione, che sta preparando in collaborazione con il Ministero del Turismo del paese dei cedri, una banca dati dei santuari e dei “mazars” del Libano e una guida turistica,è aperta a tutti, musulmani e cristiani, e svolge il ruolo di referente autorizzato per tutti gli enti, Ong, sindacati, associazioni e compagnie interessate allo sviluppo del turismo religioso, l’importanza economica del quale non sfugge ormai a nessuno.
Nuccio Franco
10:22
Scritto da: brujita1969
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