08/11/2010

Donne e media, esperienze a confronto

donne%20e.jpgComunicazione e new media sono stati i temi al centro del dibattito nel corso del convegno “Donne e Media. Giornaliste italiane e del mondo arabo a confronto”, appuntamento “in rosa” svoltosi presso il Ministero degli Affari Esteri ed organizzato da Agi e Arab Italian Women Association.

Due giorni incentrati sulla comunicazione al femminile attraverso il confronto di esperienze di donne che fanno informazione in due realtà soltanto apparentemente distanti: quella italiana e quella araba.

Tra i partecipanti: Emma Bonino, Vice Presidente del Senato; Najwa Kassab Hassan, Ministro della Cultura siriano; Pia Luisa Bianco; Isabella Rauti; Andrea Purgatori; Ritanna Armeni; Lucia Annunziata; Donatella Della Ratta; Tiziana Ferrario; Daniela Viglione, Presidente e Ad di AGI; Randa Eid, Segretario Generale dell’ AIWA; Marialina Marcucci, Presidente onoraria AIWA.

Molti i temi affrontati da altrettanti volti noti al grande pubblico.
Dal web alla televisione passando per la carta stampata ed i social network come strumenti utili a ridurre ledonne.jpg distanze, geografiche e culturali, ed abbattere le durevoli barriere che ancora ostacolano l’informazione al femminile,troppo spesso piegata da stereotipi che stentano a essere superati.

Di preconcetti e di quella che è ancora una visione misogina della figura delle donne ha parlato Hanane Harrath, giornalista di origini marocchine specializzata in politiche del mondo arabo e in sociologia delle religioni.
imagesCAWAH373.jpg“Il mio lavoro” ha spiegato “mira a mettere in dubbio le convinzioni attraverso le quali osserviamo il mondo arabo-musulmano e ad analizzare la visione riduttiva che normalmente adoperiamo quando pensiamo alle relazioni tra il cosiddetto ‘mondo occidentale’ e il ‘mondo musulmano’. Cerco di portare alla luce una storia analitica dell’Islam perché sono convinta che abbiamo solo avuto in eredità la storia ortodossa mentre siamo invece rimasti all’oscuro delle ricerche sul processo che ha trasformato l’Islam”.

Interamente dedicata ad internet, la seconda giornata del convegno è stata caratterizzata dalla riflessione sulle opportunità che corrono on line, in Italia come in Giordania, Siria, Marocco e Behrein.
A moderare l’incontro e la successiva tavola rotonda è stata Lucia Annunziata, che ha subito inquadrato uno dei nodi principali della questione: “Il rapporto donne-new media in Italia forse è molto più in affanno di quanto uno si aspetti”.

A tale proposito,Donatella Della Ratta, ricercatrice e esperta di mass media che dal 1998 vive tra Italia e Siria, ha sottolineato come il web “è un’infrastruttura comunicativa che permette il dialogo non mediato fra pari e le cui potenzialità sono ancora sottoutilizzate”.

Sul ruolo della rete si è soffermata anche Nadine Toukan, secondo la quale essa “ ha il potere di democratizzare la conversazione ma richiede lavoro e bisogna fare non pochi sforzi”.
La tesi è stata avvalorata da Amira Al Husseini, giornalista originaria del Bahrain e tra le prime donne ahusseini.jpg ricoprire la carica di caporedattrice di una rivista, che ha insistito sull’importanza fondamentale della rete nel giornalismo moderno, esprimendo perplessità verso l’assenza di questa consapevolezza in Italia. “Ne è dimostrazione il fatto” ha concluso “che questa è la prima conferenza alla quale vado negli ultimi 10 anni dove non c’è connessione internet che permette di mandare immediatamente le informazioni online attraverso twitter e i blog”.

Per le giornaliste italiane Mimosa Martini e Tiziana Ferrario, “televisivamente parlando siamo in piena regressione”. 
ferrario.jpg“Il grande pubblico” ha affermato la Martini, giornalista del TG5 “sta abbandonando l’informazione televisiva e le giovani generazioni credono di dover raggiungere i modelli proposti” mentre per la Ferrario la televisione sta diventando uno “strumento di distrazione di massa”.

I lavori del convegno sono stati chiusi dal sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, che, dopo aver portato il saluto del governo italiano ed essersi congratulata con gli organizzatori, ha insistito molto sulla necessità di un maggiore e più incisivo dialogo euro-mediterraneo e sul ruolo strategico di ponte che l’Italia svolge tra l’Europa e i Paesi del Maghreb.
“Un’Italia”, ha concluso il Sottosegretario“che si sente profondamente europea ma che è naturalmente proiettata verso i popoli che vivono al di là del bacino del Mediterraneo, cui guarda come ad una opportunità di sviluppo politico, economico e culturale”

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 6 novembre 2010)

“United Nation Women”. L’Iran nel Consiglio di amministrazione

un women.jpgLa Repubblica Islamica dell’Iran, potrebbe avere presto un proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione della “UN Women”, agenzia delle Nazioni Unite di promozione della parità per le donne.
Quello che sembra uno scherzo di cattivo gusto, potrebbe infatti diventare realtà l’11 novembre, data in cui saranno designati i membri della neo costituita agenzia che sarà guidata da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile.

Immediate le reazioni diplomatiche con in testa gli Stai Uniti, indignati al pensiero che ad un Paese dove una donna accusata di adulterio e condannata a morte per lapidazione, possa essere riconosciuta tale opportunità.
Alle proteste degli Usa hanno fatto eco le rimostranze di altre organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International.

Mark Kornblau, portavoce della delegazione americana al Palazzo di vetro, ha dichiarato che “la UN Women ha ildonne%20iran%202.jpg compito di sostenere la parità tra i generi e l’emancipazione delle donne in tutto il mondo. Noi e molti altri Paesi siamo preoccupati per le implicazioni negative della potenziale partecipazione iraniana, dati gli scarsi risultati in materia di diritti umani e trattamento delle donne”.
“Ci sono molti altri paesi qualificati che potrebbero apportare contributi positivi e costruttivi, come membri del consiglio”, ha concluso Kornblau.

Già lo scorso anno una risoluzione adottata dall’Assemblea Generale esprimeva “profonda preoccupazione” per un uso crescente di esecuzioni in Iran, di morte per lapidazione,  torture, fustigazioni e mutilazioni nonché per la crescente discriminazione nei confronti delle minoranze religiose, etniche e sessuali.
iran.jpgSolo nel 2010, in Iran sono state eseguite già 160 condanne a morte. Nella prigione di Tabriz, la stessa dove è reclusa da ormai quattro anni Sakineh Ashtiani, si trovano altre donne, molte minorenni, in attesa della medesima condanna.

La notizia, dunque, è di quelle che fanno indignare ma il vero paradosso risiede nel fatto che l’Iran è a pieno titolo anche uno dei trentasei membri dell’Undp, il Programma per lo Sviluppo che si occupa anche di diritti femminili e nel 2009 ne ha avuto addirittura la presidenza.
Così come c’è un delegato iraniano anche all’Unfpa, il fondo per la Popolazione,e all’Unifem, il fondo di Sviluppo per le donne. Teheran per tutto il 2011 sarà il vicepresidente dell’Opcw, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, nonostante vi siano prove di un traffico di armi dall’Iran a Hezbollah.

“E’ sconcertante che l’Iran abbia avuto il coraggio di candidarsi per il consiglio delle Nazioni Unite sulle donne, e ancor più sconcertante è che i paesi asiatici non si siano opposti” ha tuonato Philippe Bolopion, della Human Rights Watch, secondo il quale “dovesse entrare nel consiglio anche l’Arabia Saudita,dove le donne non possono nemmeno guidare l’automobile, si aggiungerebbe il danno alla beffa”.

Bolopion, ha poi definito la circostanza come “un affronto alle donne di tutto il mondo che ripongono le loro speranze nelle Nazioni Unite”,esprimendo tuttavia l’auspicio che la composizione complessiva del consiglio possa impedire ai due paesi di minare il lavoro dell’agenzia.weiss.jpg
Da registrare anche le dichiarazioni di Cora Weiss, presidente dell’ International Peace Bureau, secondo la quale se l’ingresso di Iran ed Arabia nel consiglio potrà significare una presa di coscienza utile ad “influenzare positivamente l’atteggiamento nei confronti delle donne allora sarà un bene per tutti,altrimenti sarà un disastro”.

Che il paventato ingresso dell’Iran - alla ricerca di una nuova dignità internazionale – nell’organizzazione sia stata probabilmente la causa alla base della sospensione della condanna di Sakineh, appare verosimile; ciò che è certo è che non si può proseguire nel tollerare l’aggressivo atteggiamento iraniano che, quotidianamente, continua a disprezzare i più elementari diritti umani.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 3 novembre 2010)

30/07/2010

Finanza islamica, tra prospettive ed opportunità

uomini d'affari.jpgIl mondo islamico non rappresenta esclusivamente un interlocutore essenziale dal punto di vista sociale con il suo bagaglio di carattere religioso e culturale; negli ultimi anni, infatti, esso sta iniziando a ricoprire un ruolo sempre più preponderante anche dal punto di vista finanziario.
I musulmani nel mondo, oggi sono circa 1,5 miliardi. Gestiscono patrimoni per oltre 1.400 miliardi e con una previsione di crescita fino 1.600 miliardi nel 2012, data l’importanza del mercato petrolifero e la crisi finanziaria mondiale.
Questa ha messo in ginocchio gli Stati Uniti e l’Europa, ma ha avuto effetti meno devastanti sui paesi del Maghreb e del Medio Oriente, non assoggettati alla legge del tasso di interesse.
Secondo recenti dati, si stima che l’industria dei servizi finanziari islamici, presente in oltre 65 paesi, gestiscadonna1.jpg fondi per circa 750 miliardi di dollari e continui a crescere al ritmo del 10% -15% all’anno.
Le banche totalmente islamiche o dotate di uno sportello islamico sarebbero quasi 350 ed oltre 250 i fondi d’investimento che seguono i principi della Shari’a.

Purtroppo, questo imponente potenziale economico del mercato finanziario globale non può essere gestito con le leggi che regolano l’attuale sistema finanziario Occidentale, in quanto i musulmani sono tenuti al rispetto del libro sacro, il Corano, che sancisce regole non solo religiose ed etiche, ma anche e soprattutto civili ed economiche.corano1.jpg

Tra le differenze di maggior impatto rispetto alla finanza tradizionale è da annoverare senz’altro il divieto di guadagnare sugli interessi, la cosiddetta riba; molte delle peculiarità della finanza islamica, specialmente dell'attività bancaria, vertono infatti proprio intorno a questo principio. L'interesse non è legittimato come titolo di risarcimento per chi immobilizza del denaro per un certo periodo per tenerlo a disposizione del debitore ed è quindi considerato usura, indipendentemente dall'entità dell'interesse applicato.

Di conseguenza, essa si basa su principi di giustizia ed equità per cui gli utili e le perdite sono ripartiti tra finanziatori e risparmiatori, e non sono scaricate l’uno su l’altro. E’ bandita, quindi la speculazione, vige il divieto dell’incertezza ed è previsto tassativamente l’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, il che comporta una teorica esclusione del ricorso a prodotti derivati.

Altra differenza sostanziale risiede nell’enfasi che la finanza islamica riconosce al principio di responsabilità sociale. Infatti, mentre secondo la tradizione occidentale è semplicemente possibile investire in modo responsabile, per l'Islam ciò è strettamente obbligatorio.

finanza.jpgAltre difformità da sottolineare, risiedono nella circostanza che essa è basata sulla trasparenza e sulla tracciabilità dei capitali e che sono vietate le attività economiche legate a distribuzione e produzione di alcol, tabacco, armi, carne suina, pornografia e gioco d’azzardo (haram).

In sostanza,il sistema bancario islamico soprattutto in questo periodo di crisi finanziaria globale, costituisce un’alternativa al sistema convenzionale basato sul concetto di interesse.

Con riferimento all’Italia, la possibilità di intercettare tali capitali e di attivare le conseguenti opportunità da essi derivanti è pressoché nulla in quanto manca la previsione di strumenti finanziari in grado di adeguarsi alla legge islamica, né sono attualmente al vaglio proposte di legge che vadano in questa direzione. Nel nostro paese ci si è semplicemente limitati alla sensibilizzazione sul tema senza tener conto dei tempi ormai frenetici dell’economia e della finanza a livello globale.

Ma l'eventuale adeguamento del vuoto normativo non è una questione che riguarda semplicemente soltanto il milione e 200mila fedeli mussulmani che ormai vivono stabilmente nel nostro paese e che vorrebbero investire e finanziarsi con strumenti halal, religiosamente leciti, e non haram, proibiti.
“Il problema” sottolinea Antonio Ortolani, Presidente della Commissione banche e intermediari finanziaricommercialisti1.jpg dell'Ordine dei Commercialisti di Milano “ va ben oltre questo aspetto, che pure è importante: in mancanza di un adeguamento normativo è praticamente impossibile intercettare capitali provenienti dai paesi arabi che sarebbero di vitale importanza per il nostro paese. Penso per esempio al contributo che potrebbe dare alla realizzazione delle opere infrastrutturali l'utilizzo di fondi islamici che abbiano ritorni economici compatibili con la Shari’a, ossia di compartecipazione all'utile anziché di remunerazione del solo capitale quale interesse”.
“Chi vuole usufruire di interessanti agevolazioni nei paesi arabi per insediare attività produttive con l'utilizzo di mezzi messi a disposizione da banche di finanza islamica deve necessariamente conoscere le leggi finanziarie coraniche”, aggiunge Ortolani. Il quale conclude che “a volte anche allargare le vedute mentali può favorire il business”.

In realtà, in Europa, sistemi finanziari più evoluti come quelli di Regno Unito, Francia e Germania si sono organizzati per favorire la creazione di strumenti conformi alla finanza islamica e cogliere così un'occasione importante sviluppando rispettivamente 30, 7 e 4 miliardi di sharia compliant asset.

Se da un lato non c’è da stupirsi in quanto tali nazioni sono quelle dove si registra la maggior presenza di immigrati, dall’altro la riforma della legislazione in materia finanziaria con l’adeguamento della stessa a determinate esigenze di mercato, rappresenta senza tema di dubbio un’esperienza destinata ad essere al più presto mutuata anche da altri sistemi finanziari. Solo in tal modo questi riusciranno a resistere all’impatto notevole della finanza “halal” ed a competere sul mercato globale alla stregua dei principali competitor mondiali dando così una forte spinta anche all’integrazione sociale.

Nuccio Franco

 

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 14 luglio 2010)

Musulmani Moderati Italiani “Burqa, si al divieto” – Amnesty International “E’ discriminazione”

Si accende il dibattito politico e culturale attorno al divieto (o meno) di indossare il velo integrale nei luoghiniqab.jpg pubblici ed interviene l’associazionismo con visioni differenti.
Ciò che rappresenta una tradizione ed un marcato strumento di identità, giustificabile o meno, sembra essere ormai al centro di un serrato dibattito che coinvolge la società civile nel suo insieme e che registra prese di posizione diametralmente opposte.

E’ di questi giorni la notizia che il Comitato per l'Islam italiano, Presieduto dal Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha predisposto un parere sulle proposte di legge pendenti, intese a confermare che l’uso in luogo pubblico di indumenti che coprono interamente il volto e rendono la persona irriconoscibile, quali il burqa ed il niqab, deve rimanere vietato per ragioni di pubblica sicurezza, ne’ presunte interpretazioni religiose costituiscono “giustificati motivi'” per eludere tali esigenze di ordine pubblico.

movimento1.jpgLa notizia è stata accolta con soddisfazione dall’Associazione Musulmani Moderati Italiani che, per voce del Presidente, Gamal Bouchaib ha commentato positivamente l’eventualità esprimendo fiducia sulla circostanza che presto, analogamente ad altri Paesi europei, anche in Italia si possa approdare in tempi rapidi all’approvazione del divieto del velo integrale nei luoghi pubblici

“Ancora non ci rendiamo conto che i Paesi arabi vanno anch’essi nella direzione di un divieto. Paradossalmente in alcuni Stati europei le interminabili discussioni sull'opportunita’ di bandirlo sembrano dimostrare il contrario” ha affermato Bouchaib, aggiungendo che “nonostante certi personaggi invochino il diritto alla liberta’ religiosa, scambiando quella che è un’usanza tribale e medievale per un precetto religioso, non siamo disposti a cedere a questo ricatto”.
“Queste persone” ha proseguito, “sono rimunerate dagli estremisti che comprano a suon di denaro il silenzio e la compiacenza”, ha proseguito Bouchaib, chiarendo che “il burqa rappresenta il simbolo piu’ visibile di una strategia politica tesa a diffondere la visione integralista dell'Islam. Se l'Europa non lo comprende subito, presto sara’ troppo tardi”.

Sull’argomento,si registra una netta presa di posizione da parte di Amnesty International che va in una direzioneamnesty1.jpg radicalmente opposta.
geneviev.jpgInfatti, l’Associazione che difende i diritti umani, per voce del Presidente transalpino della stessa Organizzazione, Genevieve Garrigos, reputa discriminatorio il provvedimento adottato in questi giorni in Francia ritenendolo una minaccia alla libertà religiosa dei musulmani ed a quella di espressione delle donne islamiche.
“Il divieto, a nostro avviso, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali” ha detto Garrigos, discriminatorio in quanto non esistono altre norme che disciplinino il modo di vestirsi o di pettinarsi per il resto della popolazione.

Gli fa eco Giovanni Dalhuisen, esperto di Amnesty in materia il quale ribadisce che “il divieto totale di coprirsi il viso violerebbe i diritti di quelle donne che indossano il burqa sostanzialmente come strumento di rivendicazione della propria identità ed appartenenza socio – culturale”.
“In linea generale” prosegue Dalhuisen “la libertà di espressione presuppone una libertà di scelta, cosa che non è in virtù delle nuove disposizioni” sottolineando il forte senso discriminatorio di una norma concepita solo per una minoranza.

Quanto all’argomentazione secondo la quale la necessità del divieto sarebbe imprescindibile per la sicurezza pubblica, Amnesty rileva che le esigenze di sicurezza possono essere soddisfatte con la previsione specifica esicurezza1.jpg circoscritta di restrizioni oggettivamente necessarie applicabili in determinate circostanze o luoghi quali, ad esempio, aeroporti o controlli d’identità.

Seppur preoccupata per le tante donne che sono costrette ad indossare tale indumento, Amnesty ha esortato i Governi ad intensificare tutti gli sforzi possibili per porre un freno alle discriminazioni di qualsiasi natura verso tutte le donne che in virtù del niqab, sono confinate in casa con problemi a lavorare, studiare ed accedere ai servizi pubblici.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 16 luglio 2010)

Progetto “El Blanco”, quando l’integrazione non è un’utopia

Periferia e criminalità, immigrazione ed emarginazione rappresentano spesso un binomio che si fonda su comodenon lasciateci.jpg convenzioni difficili da rimuovere.
Non a Bologna, da sempre città all’avanguardia dal punto di vista della responsabile accoglienza ed accettazione delle diversità quale fattore di crescita socio - culturale.

ragazzi1.jpgSi chiama “El Blanco” il nuovo ed innovativo progetto avviato all’ombra delle Due Torri, con il patrocinio di Comune e Regione, volto alla valorizzazione delle periferie attraverso il coinvolgimento di giovani immigrati nella responsabilità gestionale dei loro spazi ed impegni.
Evoluzione di un’iniziativa per minori già in essere dal 2003, denominata Katun (Giostra) e rivolta a ragazzi tra i 14 ed i 18 anni, l’Associazione è gestita dai giovani del tristemente noto quartiere Pilastro che hanno superato la maggiore età, con l’obiettivo di dimostrare che l’integrazione non è impossibile.

Ciò attraverso attività teatrali, cinematografiche e musicali che hanno come obiettivo quello di fornire un’opportunità di emancipazione e di definitivo inserimento nella realtà cittadina a ragazzi provenienti da culture e nazionalità diverse, soprattutto dall’area balcanica, dall’Africa e dal Sud Italia che versano in situazioni di disagio. E perché no, anche quello di aiutarli a studiare.

Pionieri del progetto sono stati Denis e Besart due giovani di etnia rom, originari del Montenegro e profughi della ex Jugoslavia, arrivati in Italia con i propri genitori e costretti a diventare “grandi” in fretta tra mille difficoltà ed il quotidiano disagio di vivere in un quartiere altamente a rischio che si porta dietro da decenni unapilastro1.jpg pessima fama e dove ai problemi della periferia si sono sommati quelli dell’immigrazione.

Nel 2002 iniziano a frequentare il Poliambulatorio del Pilastro, dove conoscono gli educatori professionali del Servizio minori e famiglie del Quartiere San Donato, e due operatori sociali, Antonio Fusaro e Silvia Branca, dipendenti della Coop Attività Sociali.

Inizialmente, il gruppo registra le adesioni per lo più di minorenni; raggiunta la maggiore età, tutti i componenti, per non essere costretti ad abbandonare il progetto nel quale avevano investito tempo ed entusiasmo si sono fatti venire in mente un’altra idea.

Decidono quindi di dar vita ad El Blanco, così denominato con evidente ironia visto che “siamo tutti scuri”e che trova ospitalità nello spazio autogestito di via Paolo Fabbri, il Vag61.
Insieme hanno realizzato spettacoli teatrali e filmati, animato iniziative con i bambini, lavorato con e per gli anziani del Circolo Arci “La Fattoria”, contribuito a gestire un campeggio estivo.

Oggi Denis, vent’anni, ha una figlia e lavora in un albergo. Besart, ventuno anni, è riuscito da poco a regolarizzare la sua posizione e cerca un impiego che gli permetta di mantenere le sue due bambine.

silvia1.jpg“In questi anni” racconta l’educatrice Silvia Branca “siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento e la solidarietà da parte della comunità locale, fatta di italiani che spesso hanno guardato con diffidenza rom, africani e slavi che animano le vie del Pilastro”.
“Una delle cose più belle” aggiunge Silvia “ è leggere negli occhi dei nostri ragazzi la voglia di riscatto. Ci dicono sempre che il loro destino non dovrebbe essere per forza quello di lavorare in fabbrica o in una ditta di pulizie. Noi proviamo, attraverso il canto, la musica, il teatro e l’animazione, a trasformare le loro passioni in potenzialità da investire per il loro futuro”.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 23 luglio 2010)

Immigrazione e legislazione. Il caso della “kafala”, l’affidamento islamico dei minori

Il processo volto ad una compiuta integrazione dei tanti immigrati residenti in Italia, deve  passare necessariamente attraverso l’adeguamento della legislazione nazionale ad istituti giuridici che trovano pieno riconoscimento nei paesi di provenienza.
Non è più tempo di indugiare e perdersi in astruse disquisizioni ma è arrivato il momento di agire di conseguenza, nel rispetto di quei diritti che vanno riconosciuti ad ogni singolo individuo, a prescindere dal credo politico o religioso.

adozione.jpgE’ il caso particolarmente interessante della cosiddetta “kafala”, una sorta di affidamento illimitato dato che nei paesi islamici l’adozione, quale istituto giuridico, non esiste.
L’Italia però non riconosce questo istituto anche se avrebbe dovuto farlo entro il 5 luglio scorso, attraverso la firma della Convenzione dell’Aja.
Era quella, infatti, l’ultima data utile che l’Unione Europea aveva stabilito per i paesi ritardatari. Ma l’Italia, ancora una volta, ha fatto finta di nulla arrecando ulteriori disagi ai già tanti che gli immigrati sono costretti loro malgrado ad affrontare quotidianamente.

E’ il caso, ad esempio, di Moira e il marito Masoud, egiziano, da oltre vent’anni residente nelle Marche e cittadino italiano.
Entrambi musulmani, hanno già un figlio di 11 anni e non potendone avere un secondo, hanno dato l’avvio all’unicakafala1.jpg pratica che la loro religione gli consenta, ottenendo in kafala, una sorta di impegno a prendersi cura per sempre di un minore abbandonato,dal Ministero degli Affari sociali egiziano Munir, un bambino abbandonato dalla nascita.

Sono trascorsi nove mesi e della loro pratica sembra si siano dimenticati tutti mentre la loro richiesta giace probabilmente tra l’indifferenza generale sotto un cumulo di polvere alla Commissione Visti del Ministero degli Esteri.

“Sarebbe come se nostro figlio Munir di due anni fosse sequestrato in un paese straniero dall’Italia” dice Moira.
“Abbiamo il passaporto egiziano di Munir e paghiamo le spese all’orfanotrofio che ha accettato di continuare a ospitarlo, ma l’autorizzazione al ricongiungimento tarda ad arrivare” dice perplessa.

“La kafala” spiega Marco Griffini, Presidente e fondatore dell’Aibi, Associazione attiva in tutto il mondo per combattere l’abbandono minorile attraverso l'adozione internazionale, l'affido ed il sostegno a distanza “è unagriffini.jpg misura di protezione dei bambini islamici abbandonati e va riconosciuta attraverso la Convenzione dell’Aja. La mia impressione è che questo istituto non sia visto di buon occhio”.
Ciò pur essendo “l’unico modo di dare una risposta alle situazioni irrisolte in cui si trovano oggi i bambini in difficoltà familiare ossia minori non accompagnati, bambini che provengono da paesi colpiti da catastrofi naturali, o eventi bellici, minori in kafala”.

“Come la famiglia del piccolo Munir ci risulta che ci siano altri 600 nuclei in queste condizioni, ma i dati sono molto controversi. Per catalogare questi casi abbiamo pensato di aprire un sito dedicato oltre ad un Libro bianco da presentare ai nostri politici” aggiunge.

Mercoledì scorso è arrivato, finalmente, il parere del Comitato per l’Islam italiano, presieduto dal Ministrocomitato1.jpg dell’Interno Roberto Maroni, in cui si prende atto che “il diritto nei Paesi islamici si fa carico delle esigenze del minore, che non sia adeguatamente assistito dalla famiglia naturale, attraverso l’istituto della kafala”.
Il Comitato ha chiesto che “nella legge di recepimento della Convenzione dell’Aja, che lo Stato italiano è tenuto ad approvare in tempi stretti, venga emanata una disciplina degli effetti della kafala”.

Non è molto ma è già qualcosa nell’auspicio che i necessari adempimenti legislativi siano posti in essere rapidamente perché anche un solo giorno in più, è un giorno sottratto alla speranza di questi bambini che, alla vita, hanno già pagato il loro caro prezzo.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 22 luglio 2010)

Islam, le nuove frontiere del turismo halal

untitled.jpgSi moltiplicano le iniziative “lecite” rivolte agli utenti - consumatori musulmani che rappresentano sempre più una fascia di mercato cui lo stesso guarda con sempre maggior attenzione nel tentativo di soddisfarne aspettative, esigenze e bisogni.
Ciò attraverso la fornitura di servizi ad hoc nel rispetto della cultura e dell’orientamento religioso dei clienti.
Dopo i siti web, i cibi ed i cosmetici halal, è ora la volta dell’offerta turistica dedicata, finalizzata ad offrire l’opportunità di organizzare viaggi di lavoro, pellegrinaggi o semplici vacanze nel rispetto della morale islamica.halal.jpg
Si chiama Halaltrip.com il nuovo progetto turistico ideato da Karim Saad, noto per essere il primo portale interamente destinato al turismo per i musulmani che ha ottenuto già 40mila contatti nei suoi primi tre mesi di vita e ha nel suo archivio le schede di ben 300 hotel, presenti in tutti paesi del mondo, pronti ad ospitare clienti musulmani e ad offrire loro servizi specifici.
albergo.jpgA ciascun albergo è associata una descrizione dove si specifica se lo stesso fornisce cibo in linea con la dieta islamica,se serve bevande alcoliche e se ha una sala per la preghiera o una piscina per sole donne.

“Di recente il portale ha aperto sezioni in lingua francese, tedesca e turca. Sin dall'inizio il nostro obiettivo è stato quello di rendere internazionale il progetto. Vogliamo proseguire su questa strada e presto lanceremo il nostro servizio anche in lingua araba” afferma Saad.

Decisamente intensa è poi l’interazione on line con i frequentatori del sito ai quali viene chiesto di recensire i luoghi che hanno visitato ed a condividere foto e racconti, al fine di creare una community di viaggiatori come accade su portali con alle spalle un’esperienza già consolidata come TripAdvisor e Booking.com.

karim.jpgKarim Saad, ideatore del progetto fondatore del nuovo portale, sostiene che il mercato del turismo halal sia stato finora sottostimato,che coinvolga in realtà oltre un miliardo di potenziali clienti e che il settore sarebbe in crescita nonostante la crisi economica globale.
L'idea di Saad sembra essere stata vincente ed i dati dell'ultimo rapporto di ‘The World Travel Market Report’, lo confermano in quanto attestano che la richiesta di ‘turismo halal’ è in crescita costante nonostante l’attuale congiuntura economica globale.

libano.jpgA proposito di “turismi”, altra interessante iniziativa è stata realizzata in Libano dov’è sorta l’Associazione per lo sviluppo dei pellegrinaggi e del turismo religioso, che ha tenuto la sua prima riunione nei giorni scorsi nell’ostello di Bethania, ad Harissa.

L’incontro, è stato caratterizzato dagli interventi del Presidente, Khalil Alwan, rettore del santuario di Harissa, di Antoine Khoury-Harb, specialista della storia dei maroniti, Nour Haddad, proprietaria di un’agenzia specializzata nel turismo religioso, Claudia Karam per il Ministero del turismo,Souheil Abou Ghannam e di alcuni tra i maggiori specialisti dei santuari drusi; dell’arte architettonica bizantina e dei mausolei della Bekaa.

La nuova Associazione, che sta preparando in collaborazione con il Ministero del Turismo del paese dei cedri, una banca dati dei santuari e dei “mazars” del Libano e una guida turistica,è aperta a tutti, musulmani e cristiani, e svolge il ruolo di referente autorizzato per tutti gli enti, Ong, sindacati, associazioni e compagnie interessate allo sviluppo del turismo religioso, l’importanza economica del quale non sfugge ormai a nessuno.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 27 luglio 2010)

13/07/2010

Roma - Attimi e secoli, lacrime e brividi. L’Olimpico esplode alla prima del Tour 2010 di Ligabue

locandina.jpgAttimi e secoli, lacrime e brividi. Olimpico esploso. Si potrebbe riassumere così la splendida serata d’estate che Luciano Ligabue ha regalato a Roma ed ai romani segnando l’inizio del tour 2010.

Partenza con i fuochi d’artificio, dunque, quando l’artista di Correggio, alle 21.15 in punto, si è concesso agli oltre 60.000 fans che già dalle prime ore del pomeriggio avevano cominciato apubb.jpg riempire lo stadio, sfidando l’afa capitolina.

Attesa ripagata per la prima data sold out, in un crescendo di emozioni ed uno spettacolo davvero irripetibile quanto ad impatto emotivo, senza tregua, in un trionfo di sonorità ed arrangiamenti perfetti mentre dietro al palco scorrono immagini montate alla perfezione.

L’Olimpico è in fermento, un insieme di luci e colori, di flash che illuminano la notte quasi ad abbracciare il “poeta” che regala versi da pelle d’oca, non semplici canzoni.
Oltre due ore di spettacolo per un “sogno di rock and roll” che Luciano, cinquant’anni compiuti a marzo, interpreta a modo suo accompagnato da una band che interagisce con lui in un’osmosi perfetta.

Federico Poggipollini (chitarra), Niccolò Bossini (chitarra), José Fiorilli (tastiere), Luciano Luisi (tastiere eband.jpg programmazioni), Michael Urbano (batteria), Kaveh Rastegar (basso) lo accompagnano senza sbavature dando l’anima, tra sudore ed suggestione. Ligabue aggredisce la scena da assoluto protagonista lasciano spazio tuttavia ad i suoi compagni di viaggio che non sono da meno distribuendo assoli di chitarra e percussioni deliranti per il pubblico che si lascia portare per mano.

album.jpg“Arrivederci, Mostro!” (al vertice delle classifiche dei dischi con oltre 120 mila copie vendute) è l’album attorno al quale ruota l’intera serata e che rappresenta probabilmente l’apice di una carriera ultraventennale, intrisa di impegno sociale e che segna la definitiva maturità di chi non si è mai tirato indietro. Di chi, sempre presente a se stesso, non l’ha mai mandata a dire cercando sempre di “tenere botta”.

“C’è una linea sottile tra star fermi e subire, cosa pensi di fare, da che parte vuoi stare?” (La linea sottile) facendo capire da subito il leit motiv della serata, rincarando la dose dell’impegno politico con un tuffo nelimagesCA624IU4.jpg passato quando ricorda di esserci stato nel ’77, “quando c’erano Berlinguer e Moro lì, Falcone e Borsellino” (Nel Tempo).
Già, il tempo, che sembra essersi fermato quando ti guardi attorno e ti accorgi che ragazzi, in quegli anni nemmeno nati, cantano a squarciagola. No, quello che ti scorre sulla schiena non è sudore ma un brivido quando Luciano inneggia alla vita (Atto di fede) quando “in sala parto si vede la potenza delle cose”, invitando a viverla, a vedere ciò che si deve, senza riserve perché vivere è, appunto, fede .

“Balliamo sul mondo” “Bambolina e barracuda”, i suoi cavalli di battaglia che ci riportano solo per un attimo agli inizi, evocando sonorità e storie fugaci mai dimenticate e che, con gli anni, acquistano un nuovo senso, una nuova e rinnovata forza come un’araba fenice.

omo.jpgStupisce Ligabue quando accenna “Libera nos a malo”, un pezzo di vent’anni fa, lucida premonizione di ciò che sarebbe stato, toccando le corde del cuore e scuotendo le coscienze con temi ancora oggi attuali quanto discussi.
Omosessualità, integrazione, religione. Non dimentica nulla mentre scorrono immagini forti alle sue spalle. Un messaggio per tutte le generazioni, cariche di quella forza che, da sola, dovrebbe bastare a tendere la mano ad ogni positiva diversità.

ho perso le parole.jpgRingrazia il pubblico Luciano quando imbraccia la chitarra, cammina con passo lento sulla passerella che lo porta fin dentro al prato quando accenna di “aver perso le parole”, evidente riferimento all’accoglienza che, forse, nemmeno lui si aspettava. “Credici un po’ metti insieme un cuore prova a sentire e dopo credimi” e l’emozione gliela si legge negli occhi quando per un istante sembrano perdersi nel vuoto e velarsi di tristezza. Le dita vanno da sole sulle corde della chitarra spinte solo da un animo profondo. E’ un professionista ma, prima di tutto, un uomo!

“Piccola stella senza cielo” e “Marlon Brando è sempre lui” segnano il giro di boa dello spettacolo rievocando atmosfere padane cariche di quella schiettezza di cui solo chi è cresciuto “a lambrusco e pop corn” è capace.
Molti aspettano di sentire i pezzi che lo hanno reso famoso; alcuni arrivano, altri no, com’è giusto che sia. La delusione è forte ma non c’è nemmeno il tempo di riflettere che si riparte con “Certe notti”, quelle notti “un po’ mamme ed un po’ porche” che tutti noi abbiamo vissuto, sentendoci almeno per una volta nella vita “più allegri, più ingordi, più ingenui e coglioni”.

Ci avviamo alla fine, sembra stanco, provato da questa prima, meravigliosa notte quando accenna quello che èbuonanotte.jpg ormai è diventato un pezzo cult del suo repertorio “Buonanotte all’Italia”, omaggio a questo Paese che ha tanto da dire, altrettanto da dare, con la sua gente, le intelligenze di cui è capace ma purtroppo violentato da personaggi senza scrupoli.

Si congeda con un messaggio di speranza quando intona “Il meglio deve ancscritto.jpgora venire” tra il tripudio della gente che ha bisogno di una speranza, di un segno per continuare a crederci e considerare la vita una cosa meravigliosa, degna di essere vissuta quando accoglie la band con un applauso cheliga.jpg sembra essere interminabile. E’ il giusto tributo,un grazie infinito per aver regalato un’emozione. Cala il sipario, la band saluta tra la gente dando sfogo a tutta l’ ansia del debutto. Quei visi tesi ma felici riassumono alla perfezione più di mille parole ciò che è stato e continuerà ad essere in giro per l’Italia. E’ stata una serata unica, grazie Luciano.

Nuccio Franco

(Fonte: www.rockshock.it, 10 luglio 2010 - www.quartopotere.com )

14/06/2010

Dare voce all'Islam democratico

New York, 11 settembre 2001,ore 8 e 45. Una data emblematica. Le lancette dell’orologio si fermano quando un Boeing 767 della United Airlines si schianta su una delle Torri Gemelle; poco dopo un secondo aereo colpisce la Torre Sud. In quel momento, il mondo si arresta basito, quasi persuaso che ogni sforzo di dialogo con la componente islamica sia irrimediabilmente destinato a fallire, di fronte alla follia terroristica. Nell’immaginario collettivo, lo sgomento per l’eclatante attentato ad uno dei simboli dell’Occidente ha rappresentato il culmine di una contrapposizione spesso nutrita dal pregiudizio, dall’ignoranza alimentando ulteriormente quel rigurgito islamofobico da sempre latente.

images.jpgDopo l’11 settembre, quando il mondo attonito ed incredulo si è fermato a riflettere sul gesto della componente jihadista radicale e sovversiva, la domanda se la democrazia e l’Islam fossero o meno compatibili è divenuta d’attualità. A nostro avviso, la risposta non può che essere positiva in quanto solo così s’intravede la possibilità, condivisa da qualificati personaggi ed autori, per evitare la deriva fondamentalista di una cultura che, molto spesso e quasi scientemente, è ancora relegata ai margini.

 

images2.jpgNon esiste solo l’Islam di Abu Imad, della moschea della discordia di Viale Jenner, di Adel Smith, di Mohamed Atta cui, sovente, alcuni organi di informazione hanno prestato il fianco quasi compiaciuti mostrandone il lato più reazionario. Esiste anche un Islam maggioritario democratico, liberale e moderato, pronto a mettersi in discussione, ad interagire e ad integrarsi con il tessuto sociale fornendo il proprio contributo in termini di idee ed ipotesi progettuali, assumendosi la responsabilità di una civile quanto pacifica convivenza. Il tutto partendo dalla reciproca accettazione e dal superamento di dispute di carattere religioso che connotano il fenomeno in una visione quantomeno parziale.

 

Questo è rappresentato non solo dalle elite di intellettuali ed imprenditori illuminati ma anche da tutti coloro iimages3.jpg quali, con umiltà, svolgono quotidianamente il proprio lavoro fornendo un contributo partecipato alla collettività, persuasi della necessità di un dialogo che porti ad una sintesi tra esigenze, sociali e religiose, mossi dalla volontà di essere protagonisti consapevoli di un percorso condiviso, finalizzato al riconoscimento delle rispettive individualità, non solo dogmatiche.

Che sia in Italia o all’estero, poco importa; ciò che conta è l’idea che si possa e si debba andare oltre quella visione unilaterale dell’Islam che porta a concludere che lo conosciamo ben poco e che spinge, irrimediabilmente, verso una sterile logica da opposti estremismi.

 

Questa interpretazione parziale dell’Islam, che concepisce il fenomeno esclusivamente da un punto di vista religioso, non contempla le sue dimensioni sociologiche e storiche. Il risultato è che si valuta l’esperienza musulmana in maniera alquanto superficiale come se non appartenesse alla storia, alla realtà concreta.

E’ questa la tesi sostenuta da Adel Jabbar, sociologo arabo musulmano, che invita a concepire il fenomenoimages4.jpg partendo dall’assunto che bisogna comprendere il mondo islamico al di là dell’aspetto meramente dogmatico, estremamente riduttivo e fuorviante. “La variegata e storica esperienza musulmana non può essere ricondotta a banali sintesi” afferma Jabar” ma è necessario decostruire il proprio immaginario per espandere il proprio campo visivo rispetto a sé e agli altri. L’idea del musulmano unidimensionale, che ci hanno trasmesso e vive nel nostro immaginario” conclude “in realtà non esiste..”.

Di conseguenza, è necessario rivedere l'approccio al mondo islamico moderato attraverso un forte senso critico partendo da una visuale multiculturale scevra da preconcetti e che pone il musulmano al centro del dibattito politico e sociale nel nostro Paese;ciò mediante il riconoscimento dell'altro quale risorsa, come soggetto dotato di pari diritti e dignità.Una collettività che si possa definire aperta deve accettare le diversità come manifestazioni della libertà degli individui.images1.jpg

Il multiculturalismo è un arricchimento, non una minaccia; è una strada inevitabile verso una società che voglia davvero definirsi civile senza arrogarsi tale status, in virtù di parziali quanto opinabili argomentazioni di facciata.

images5.jpgSotto quest’aspetto a nulla servono affermazioni bizzarre, quanto (assolutamente) discutibili, secondo cui ci sarebbe bisogno di un nuovo Pio V ed una nuova Lepanto, come sostenuto in tempi non sospetti da un partito di governo (la Lega Nord, ndr).

Dichiarazioni strumentali il cui unico risultato possibile è quello di accentuare l’emarginazione e con essa il radicalismo, di esasperare gli animi ponendo un serio ostacolo sul cammino del dialogo interetnico quanto mai necessario in questa delicata fase storica, che vede nei Paesi Mediorientali interlocutori imprescindibili.

Ciò è sintomatico di una cecità che impedisce di considerare l'Islam per quello che è ossia una realtà in grado di essere al passo con i principi di democrazia e libertà, individuale e collettiva.

 

Infatti, il fenomeno che negli ultimi anni vede, in molti paesi arabi, non pochi individui in grado di esprimere le loro opinioni, quand’anche diverse da quelle ufficiali, sta a dimostrarlo.

 

In virtù di ciò, è possibile invece auspicare che la componente prevalentemente laica e moderata, che ha già fatto vigorosamente il suo ingresso in Turchia, germogli compiutamente anche negli altri Paesi del Medio Oriente favorendo la costituzione di democrazie liberali ed il pieno riconoscimento dei diritti dell’uomo.

Bisogna andare oltre, quindi, quella concezione (pre)islamica del mondo musulmano che vede ancora la donna come oggetto e che considera ancora impossibile il cosiddetto ijtihad, ossia la tradizione del libero pensiero che alcuni, come Irshad Manji, scrittrice di origini pakistane, arrivano a definire un diritto acquisito.images6.jpg

 

A tale proposito, giova ricordare che in Tunisia l’abolizione della poligamia è del 1957, è vietata in Turchia (così come il ripudio unilaterale); questi stessi Paesi hanno vietato il velo ed anche il Marocco si avvia a farlo. Si riconoscono sempre maggiori diritti alle donne, le donne musulmane con incarichi politici di comando sono molte di più rispetto al recente passato.

In questa prospettiva, è illuminante il pensiero della stessa Manji che parte dall’assunto che “pur essendo liberi, la maggior parte dei musulmani è lieta di accettare la cultura occidentale,iscrivono i figli a scuole europee o americane. A contatto diretto con le idee dell’Occidente” prosegue, “ le generazioni potranno aprirsi alle esigenze dei diritti dell’uomo e superare ancestrali pregiudizi, a patto che si consenta loro un’effettiva integrazione in paesi che spesso li emarginano”.

 

images.jpgDi conseguenza, bisogna confidare fortemente nella possibilità chele minoranze islamiche che vivono in occidente possano formarsi in un clima di libertà e democrazia ed in tal modo modificare gli orientamenti fondamentalisti, sottrarre al radicalismo sovversivo le basi per continuare ad autoalimentarsi facendo leva sulla scarsa istruzione e la mancanza di serie, valide alternative al non ritorno.

La possibilità, dunque, di un compiuto superamento di anacronistiche barriere ideologiche,di un rinascimento democratico che attraversa tutto il mondo Arabo, della possibilità di trovare la sintesi fra Islam e democrazia, che assicurerebbe stabilità al bacino del Mediterraneo e non, c’è ed è evidente. Molti ne sono gli esempi.

 

E’ di questi giorni la notizia del lancio nel Regno Unito di una campagna - dal titolo non casuale “Inspired by7.jpg Muhammad” – ad opera della Exploring Islam Foundation, un'organizzazione che si pone come obiettivo quello di abbattere i pregiudizi sulla religione islamica presenti nella società britannica."Credo nei diritti delle donne. Anche Maometto ci credeva", afferma una donna, avvocato, con un morbido velo sul capo. "Credo nella giustizia sociale. Anche Maometto ci credeva", sostiene un attivista volontario. Così recitano alcuni dei poster che da oggi si possono incontrare per le strade di Londra, sui taxi, sui bus, alle stazioni della metropolitana. Assoluto messaggio di civiltà e tolleranza che anche noi in Italia dovremmo mutuare attraverso l’adozione di simili iniziative.

Come non tener conto dell’esperienza di Neve Shalom – Wahat al Salam dove ebrei ed arabi, musulmani e cattolici, hanno intrapreso un cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni o come l’emittente radiofonica londinese Shalom – Salam, nata nel 2007, prima radio fondata eimages8.jpg diretta da ebrei e musulmani. Come non considerare Webislam, progetto del Consiglio islamico. Un'organizzazione senza scopo di lucro, in cui collaborano insieme musulmani, e persone di altre fedi e credenze, dando così una testimonianza pratica del dialogo interreligioso e interculturale.

 

In Italia non può essere taciuto l’enorme contributo al dialogo fornito dal Movimento dei Giovani Musulmani che rappresenta un interlocutore attento alle dinamiche di integrazione in una società che, spesso, li ha emarginati ma che, nonostante tutto, continuano a considerare parte della propria storia. La loro speranza, alimentata da tempo, è di potere dire “La mia patria è la costituzione”, cosi come afferma Yassine Lafram, originario di Casablanca, componente il Direttivo nazionale del Movimento. 9.jpg

Cos’è tutto questo se non il sintomo di un atteggiamento maturo, pronto ad accogliere e fare propri principi generali e non di certo individualistici ed oscurantisti.

 

L’auspicio è che possano essere proprio questi giovani, uomini e donne, che attraverso internet e l’istruzione hanno imparato a conoscere e ad apprezzare quegli inestimabili valori democratici, a creare i presupposti per un nuovo dialogo, un nuovo patto sociale.

La loro spinta vitale, la voglia di vivere senza condizionamenti di sorta, civili o religiosi, potrebbe rappresentare la giusta leva per la rinascita di una cultura democratica che permetta di scongiurare una rischiosa quanto disastrosa deriva.

Risulta indispensabile, in sostanza, una politica di dialogo e collaborazione comune e condivisa, finalizzata allo sviluppo esponenziale di quelle sinergie tra mondo politico, associazionismo e mondo della scuola, con l’apporto di competenze e professionalità e nel rispetto dei ruoli reciproci, in grado di realizzare quell’integrazione tanto auspicata e necessaria che possa davvero rappresentare una svolta nei rapporti fra ideologie.

 

Un ruolo determinante spetterà ai governi locali, regionali e nazionali, cui si chiede di assicurare con la dovuta attenzione e con altrettanta coerenza il proprio contributo finalizzato a valorizzare gli enormi sforzi che in questi ultimi anni l’associazionismo privato ha sostenuto, al fine di rendere sempre più energico quel dialogo volto alla comprensione di culture all’apparenza così distanti ma, in realtà, molto più vicine di quanto si possa credere.

 

Non è più tempo di dispute ma di riflessione, di una pacata discussione su un fenomeno del quale bisogna prendere atto nella consapevolezza della sua valenza etica e sociologica. Bisogna comprendere, interagire. Solo i moderni crociati si ostinano a non voler considerare l’enorme patrimonio sociale e culturale che l’Islam rappresenta nel nostro Paese.

imagesCAO8OLTV.jpgLe crociate non servirono illo tempore e non servono adesso. Gli estremisti, i radicali ci sono sempre stati, in ogni luogo, di ogni fede o credo politico. Sempre una minoranza. Non si tratta di vincere o perdere ma di porsi sullo stesso piano, con pari dignità. Ora c’è solo bisogno di buon senso e di un animo aperto alla tolleranza ed al confronto con le ragioni altrui, unica via che possa consentire un cammino di accrescimento reciproco seppur nel rispetto delle rispettive peculiarità.

 

Nuccio Franco

 

Fonte: Agenzia Radicale - 13 giugno 2010

04/05/2010

Giornata mondiale libertà di stampa

libertà.jpgEra il 1993 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò il 3 Maggio Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, dando seguito così ad una Raccomandazione adottata dall’UNESCO nel 1991. Scopo della Raccomandazione,mantenere alta l’attenzione in difesa dei media, dagli attacchi alla loro indipendenza e dedicare un tributo ai giornalisti che hanno perso la vita nell’esercizio della loro professione.libertà1.jpg

Il 3 maggio è diventato quindi nel corso degli anni, occasione per monitorare la libertà di informazione in molti Paesi dove questo diritto viene troppo spesso ignorato,con censure e chiusure di quotidiani, in spregio alle più elementari regole del vivere civile ma anche motivo per la realizzazione di iniziative volte ad incoraggiare proposte a difesa di tale libertà. E’anche il giorno della riflessione tra gli addetti ai lavori circa le prospettive della stampa, dell’informazione in generale sempre più spesso minacciata, imbavagliata da moderni sovrani che reclamano compiacenza se non aperta connivenza.

libertà2.jpgTuttavia, è altresì diventato anche un momento da dedicare alla memoria, al dovuto tributo verso quei cronisti che, pur di raccontare verità troppo spesso scomode, hanno pagato a caro prezzo il loro impegno professionale. Le loro colpe aver assolto il proprio dovere, liberi dai condizionamenti dei poteri, mafioso e politico in particolare e di aver messo nero su bianco nomi, cognomi, illeciti ed abusi per rendere un servizio ai cittadini, a tutti noi.

Riflettere su quanto la libertà di stampa possa descrivere il livello di maturità democratica di un Paese, credo sia doveroso oltre a rappresentare un nobile esercizio che rende merito a chi, per informare,ha sacrificato la vita.

Undici i giornalisti assassinati da mafie e terrorismi negli ultimi 40 anni, di questi otto solo in quella terra di confine e caos che è la Sicilia, con un picco toccato fra i ‘70 gli ’80. Nomi illustri ma anche semplici cronisti assurti agli onori della cronaca per aver creduto nella verità, armati di penna e di parole che, da sole, sanno spesso far male più di ogni altra cosa.

Come dimenticare Mino Pecorelli, il giornalista kamikaze come alcuni lo definirono. Direttore di “OP”, Osservatorio Politico dalle cui pagine non lesinava strali al potere politico e finanziario, a mafia e P2. Per primo pubblicò le lettere dalla prigione di Aldo Moro e, seppur in maniera criptica, tipica del suo stile, anticipò la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La sera del suo assassinio, in redazione fu ritrovata l’ultima copertina di “OP” con il titolo “Tutti gli assegni del Presidente”, chiara allusione a Giulio Andreotti.

Tra i primi ad essere uccisi dalla mafia siciliana, Cosimo Cristina, 25 anni, un ragazzo. Sempre in prima linea contro ogni sorta di pregiudizio etnico o religioso, amava occuparsi degli emarginati. Molti lo prendevano in giro, qualcuno lo chiamava D’Artagnan. A Termini, uno che vuole fare il cronista e non l’avvocato o l’impiegato alla Regione è un fallito. Se tocca i mafiosi è matto. Cosimo Cristina, nel giudizio comune, era un po’ tutte queste cose. La sua condanna le indagini sugli appalti a Termini Imerese.libertà3.jpg

Mauro De Mauro,foggiano ma impiantato in terra siciliana, dove collaborava per testate locali spingendosi oltre i “semplici” affari di Cosa Nostra. Portò avanti indagini scomode, scrisse dell’attentato Mattei, realizzò un dossier sul golpe Borghese. Affari sporchi, delicati dove qualcuno avrebbe preferito non mettesse il naso. Nella bianca Sicilia dei Ciancimino, dei Salvo e dei Lima, già essere additati come comunista equivaleva ad una condanna.

peppino.jpgIl 9 maggio 1978, a Roma,in via Caetani, viene ritrovato il corpo senza vita dell’Onorevole Aldo Moro; in quegli stessi momenti, un giovane cronista siciliano, Peppino Impastato, viene barbaramente trucidato.

Non gli si perdonò l’onta di essersi ribellato alle logiche mafiose, ai giochi di potere sporchi di sangue e ricatti nei quali era coinvolta la sua stessa famiglia; un figlio reietto, un traditore che ogni giorno dai microfoni di Radio Out, sciorinava nomi e cognomi dei rais della sua città, Cinisi.Aveva 30 anni. Il mandante “zù Tanu” Badalamenti.

Nell’84 è la volta di Giuseppe Fava, giornalista e scrittore, fondatore del quotidiano antimafia “I Siciliani”. Unabavaglio.jpg giorno, in uno dei rari momenti di sconforto, confidò ad un collega “qualche volta mi dovrai spiegare chi ce lo fa fare. Tanto, lo sai come finisce prima o poi: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa”. Continuò per la sua strada, senza remore. Ai suoi funerali nessun rappresentante delle Istituzioni.

Ma anche la camorra ha giocato la sua parte, condannando a morte Giancarlo Siani, giovane cronista de “Il Mattino”, a soli 26 anni. Certo, di lui si ricorderanno in molti, vista la recente uscita nelle sale cinematografiche del film che racconta i suoi ultimi quattro mesi di vita nel corso dei quali aveva dedicato la propria attività a raccontare le probabili collusioni tra camorra e mafia corleonese.

bavaglio1.jpgSenza dimenticare Mauro Rostagno, fondatore di Radio “Tele Cine”, dalla quale lanciava chiare accuse di collusione fra mafia e potere locale ed i cui assassini, ancora oggi, non hanno un nome.

Poi ci sono le vittime del terrorismo, due nomi su tutti: Carlo Casalegno e Walter Tobagi.Il primo, Vice Direttore de “La Stampa”, quotidiano dalla linea editoriale assolutamente ostile alle strategie terroristiche; il secondo giornalista de “L’Avvenire”.

L’ultimo in ordine di tempo di questa aberrante lista, si chiamava Giuseppe Alfano. Siciliano,insegnante di un istituto tecnico, non iscritto all’Albo ma collaborava, da sempre, con testate e radio locali, dalle quali portava avanti il suo lavoro d’informazione contro la criminalità. Impegno, allo stato puro.

Uniti dallo stesso destino, prima delegittimati, poi denigrati, infine lasciati soli senza difese, uccisi ancor prima di essere ammazzati.

imagesCAZBABOD.jpgIl filo conduttore che lega gli “attori” di questa storia tutta italiana è l’idea,l’onestà intellettuale ed un profondo, assoluto senso del dovere sempre teso alla verità, alla giustizia, alla libertà di ognuno di noi e la lezione che ne deriva il rifiuto dell’ineluttabilità che non tollera alternative inducendoci a rinunciare alla giustizia senza nemmeno aver provato a far sentire la propria voce.

“La mafia uccide, il silenzio pure” Peppino Impastato

Nuccio Franco

 

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