09/07/2011
Bosnia.Quale futuro ricordando Srebrenica?
Srebrenica, 11 luglio 1995. La cittadina orientale della Bosnia Erzegovina viene conosciuta dal mondo come teatro del più efferato massacro dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Nel
cuore dell’Europa, sotto gli occhi della comunità internazionale.
8.372 i civili musulmani, dai 12 ai 77 anni, passati per le armi dalle truppe serbo-bosniache del carnefice Ratko Mladic.
A 16 anni da quel giorno, il ricordo dell’assurdo è ancora vivo e la sensazione che a Srebrenica siano morti anche i vivi è evidente di fronte alla distesa di lapidi verdi.
Le colpe??Forse quella di non essersi opposti alla carneficina perpetrata dai nazisti a danno dei serbi nel corso del conflitto mondiale.
Il sospetto che quanto successo fosse solo una vendetta rinviata si insinua legittimo dando adito ad un ragionevole dubbio nella consapevolezza della storia che si ripete.
Nel 2010 il Parlamento serbo ha votato una mozione con la quale si è assunto la responsabilità dell’eccidio, probabilmente più per ambizioni europeistiche che per un rigurgito di coscienza postuma.
Ratko Mladic, il boia,69 anni dei quali molti trascorsi da latitante, è stato arrestato con l’accusa
di crimini contro l’umanità ed altri capi d’imputazione.
Non ha perso però l’arroganza ed il piglio deciso del generale.
Lo dimostra in aula, quando schernisce le madri delle vittime assumendo un atteggiamento di violenta sfida verso la Corte che lo processa.
L’esecutore materiale - che nega risolutamente - non è tuttavia solo; spetterà a chi di dovere accertare altre colpe e connivenze, politiche e militari. In particolare quelle di Radovan Karadzic, la mente, unitamente al defunto Milosevic.
Un primo passo è stato compiuto da un Tribunale dell’Aja che ha accolto la richiesta di risarcimento presentata dai familiari di Rizo Mustafic e quella dell’ex interprete dei caschi blu, Hasan Nuhanovic,riconoscendo lo stato olandese “responsabile” per il massacro.
I Caschi blu olandesi – circa 600 - erano infatti incaricati di difendere l’enclave di Srebrenica, dichiarata “zona di sicurezza” dalle Nazioni Unite insieme a Sarajevo, Zepa, Gorazde, Tuzla e Bihac.
La base olandese di Potocari ospitava 20.000 rifugiati, soprattutto donne, bambini e malati.
Nonostante ciò,l’assedio della città risultò particolarmente facile e quando iniziarono i bombardamenti, la richiesta dei musulmani alle Nazioni Unite di imporre la consegna delle armi leggere confiscate alle truppe serbe fu disattesa.
Il governo olandese, che negli ultimi anni si è dovuto difendere spesso dalle numerose accuse in merito al massacro, ha sempre insistito sul fatto che le sue forze sarebbero state abbandonate dalla missione delle Nazioni Unite, che non fornì adeguato supporto aereo.
Fatto sta che l’11 luglio Mladic potè affermare testualmente : “È giunto il momento di vendicarsi dei turchi”.
La ricorrenza dell’eccidio è anche l’occasione per fare il punto sulla situazione bosniaca.
Al di la delle dispute giudiziarie, ciò che sembra evidente è che a Srebrenica, così come nell’intera Bosnia il quadro non sia cambiato. I nazionalismi e le dispute etniche si rincorrono ed il quadro politico appare caratterizzato da una sostanziale paralisi, dovuta alle difficoltà tra le diverse comunità a trovare una comune linea di azione.
Attualmente non esiste un censimento attendibile della popolazione; l’ultimo risale infatti al 1991, ultimo anno prima degli eventi bellici ma la recente tornata elettorale per la Presidenza, ha fatto registrare la vittoria del musulmano Bakir Itzbegovic (35%).
Personaggio discusso in virtù di una presunta appartenenza ad una rete affaristica poco raccomandabile, Bakir si è affermato di misura su Fahrudin Radoncic (31%),proprietario del principale gruppo editoriale del paese.
A ciò si aggiunge la circostanza che il presidente dell’entità serbo-bosnica (Republika Srpska) Milorad Dodik non perde occasione per affermare il diritto dei serbi di Bosnia ad “affrancarsi” dalla convivenza forzata con i musulmani e i croati.
Un certo ottimismo, invece, è rappresentato dalla svolta (speriamo) moderata della componente croata.
Ciò che invece desta maggior preoccupazione, è la diffusione del movimento wahabbita e di gruppi radicali islamici finanziati dall’Arabia Saudita e dall’Iran allo scopo di causare diffidenza e paura.
Il fine ultimo sarebbe quello di allontanare il Paese dalla integrazione con l’Europa.
All’origine di questo revanscismo estremistico il fatto che dopo la guerra, molti di coloro i quali erano accorsi per combattere a fianco delle truppe musulmane sono rimasti, hanno sposato donne locali e si sono stabiliti nei villaggi della Bosnia centrale
Di fronte a tale situazione, i media denunciano una sorta di immobilismo nel prendere le distanze da parte della comunità islamica che ribatte invitando le forze politiche ad adottare misure concrete di riforma.
Si può, dunque, affermare che oggi la Bosnia è lo stato balcanico che offre minor garanzia di stabilità politica e sicurezza nonostante le forti spinte europeiste che si stanno facendo strada soprattutto tra la componente islamica moderata.
La crisi economica, poi, rende la situazione ancor più critica ponendo un forte ostacolo verso l’integrazione europea anche in considerazione del fatto che le riforme stentano a decollare proprio a causa della divisione tra comunità che, talvolta, sembra essere insanabile.
In conclusione, riteniamo che sarà difficile superare divisioni storiche radicate ed anni di sangue e morti ma non per questo si dovrà rinunciare ad esperire tutti i tentativi per una Bosnia unita e pacificata.
Restando così le cose, l’Europa è e sarà solo una chimera.
12:30
Scritto da: brujita1969
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17/12/2009
In memoria di Gabriele Moreno Locatelli, volontario, vittima di pace
(sannioweek.it 26 gennaio 2010)
E’ strano come la vita, a volte, ti sorprenda quando meno te lo aspetti, soprattutto quando ti ha reso diffidente con le sue stravaganze.La vita ti stupisce quando ti dimostra che si può dare senza chiedere, urlare senza alzare la voce, dire senza parlare,fare senza ostentare con assoluto trasporto e lealtà. Riuscire a comprendere il senso della vita e del suo valore ma, soprattutto, che l’amore può palesarsi in quelle azioni che esprimono il nostro annullarsi nell’altro,anche con un gesto estremo, è di valore inestimabile. Il rifiuto verso tutte le forme di governo che opprimono i popoli, dall’amore che può svelarsi anche attraverso un sacrificio quale testimonianza che tutto ha un prezzo,soprattutto la libertà, non ha eguali. Senza amore il mondo va in rovina in una deriva inarrestabile,non c’è futuro, i fiori non profumano,l’essere non ha senso.
Gabriele Moreno Locatelli, volontario italiano ucciso il 3 ottobre 1993 dai colpi di un cecchino. Aveva appena 34 anni, faceva parte dell’Organizzazione “Beati i costruttori di pace" ed avrebbe dovuto distribuire posta, aiutare i militari dell' Onu a consegnare viveri e abiti, portare acqua e assistenza alle persone sole, anziane e ammalate. Questo era Gabriele, ex frate minore francescano, morto a Sarajevo nel tentativo di unire non di dividere, alla ricerca dialogo.
Con altri quattro pacifisti stava attraversando lentamente con una bandiera della pace tra le mani il ponte Vrbanja sul torrente Miljacka, che divide la città, per un'azione simbolica ma di forte impatto, anche mediatico, rivolta alle due parti in conflitto. Sullo stesso ponte che separa i serbi dai musulmani, qualche mese prima avevano trovato la morte due fidanzati, Bosko e Admira,lui serbo,lei musulmana. Cercavano di fuggire dagli orrori della guerra;trovarono la morte, ammazzati mentre tentavano di abbandonare Sarajevo. Moreno ed i suoi compagni erano disarmati,volevano deporre una corona di fiori sul luogo della prima vittima di quella guerra e quindi offrire del pane ai soldati bosniaci ed a quelli serbi, che si fronteggiavano dalle sponde opposte del ponte.
Entrambe le fazioni erano state avvertite dell’iniziativa anche se un agente, tra i primi a sopraggiungere sul luogo disse che era impossibile e folle pensare di poter attraversare il ponte e restare incolumi. Infatti, in quegli stessi attimi, il fuoco dei cecchini impazzava sulla città ed il crepitio delle armi era ben udibile. Mentre era in ginocchio, il fuoco lo colpì alle spalle. Fu immediatamente trasportato all’ospedale francese della città, operato due volte ma nonostante la giovane tempra, non sopravvisse. In un ultimo sprazzo di lucidità e con il poco fiato che ormai aveva nei polmoni chiese se i suoi compagni stessero bene!!
L’uccisione di Locatelli fu interpretata immediatamente dalla comunità internazionale ,come dettata dalla cinica volontà di riaffermare l'esistenza della linea della morte che divideva in due la città, pur essendo intervenute le opportune garanzie. La sua storia ha ispirato il regista Giancarlo Bocchi per il documentario “Morte di un pacifista” (1995) ed una canzone “Di pane e di Pace”. Il giorno dopo l'assassinio, il quotidiano di Sarajevo Oslobodenje, prudentemente titolò "Incidente a Vrbanja", mentre i giornali italiani titolarono: "Pacifista italiano ucciso dai cecchini serbi".Su questo punto non ci sono certezze in quanto alcuni indizi riportano alle milizie bosniaco – mussulmane.
Una domanda tuttavia si ripresenta ricorrente:chi e perché ha ucciso Locatelli?? Chi ha ordinato quella spietata esecuzione? Dopo oltre cinque anni da quella tragica domenica,l’ex Ministro della giustizia Diliberto firmò l'autorizzazione a procedere contro ignoti per il delitto politico commesso all'estero contro un cittadino italiano. Quelle domande non hanno mai smesso di ossessionare la madre, la sorella e i familiari di Moreno che vivono a Canzo, vicino a Como. Le stesse che ripetitivamente si pongono ancora oggi i quattro compagni di strada di Locatelli – Pierluigi (Gigi) Ontanetti, Luigi Ceccato, Luca Berti, Padre Angelo Cavagna - e tutto il movimento pacifista, in particolare i "Beati i costruttori di Pace" l’Associazione di Padova guidata da Don Albino Bizzotto.
I cittadini di Sarajevo, con una petizione, hanno ottenuto che gli fosse intitolata una strada;lo onorano come uno dei loro eroi, un martire italiano tra i tanti bosniaci. In Italia invece la sua vicenda è stata liquidata con sufficienza, trattata quasi con superficialità (come il gesto folle di un idealista votato al martirio) oppure con malcelato fastidio.
Ci sono state polemiche anche sul modo in cui la stampa italiana ha trattato l’argomento, alcune ricostruzioni dubbie sull’accaduto,rabbia ed indignazione per un giovane uomo che ha immolato la sua vita sull’altare della pace e della fratellanza tra popoli.
In un’intervista,Gigi Ontanetti,tra i protagonisti di quella marcia sul ponte, 42 anni, operaio edile, educatore scout dell'Agesci, non violento e vissuto per più di un anno a Sarajevo durante l'assedio, ebbe modo di dire la propria sulle tante circostanze di quella vicenda.
Al dubbio avanzato da molti di non aver preparato bene quell’azione, disse che i ponti servono per collegare e che durante le guerre si crede troppo e troppo spesso che i semplici cittadini non possano far niente e che tutto sia nelle mani di politici e strateghi, pur ammettendo che il rischio era calcolato e ne erano ben consapevoli.
Come dicevamo,l’autorizzazione fu richiesta alle parti in conflitto; Ontanetti confidò di aver incontrato tutti i comandanti: quello delle truppe serbe, quello dell'Armija, l'esercito regolare della Bosnia al cui interno militavano formazioni croate, e lo stesso comandante dei croati. Tutti dissero per parte loro che non avrebbero sparato ma che non garantivano che gli altri avrebbero fatto altrettanto.
“Tutti dicevano una mezza verità. Fummo costretti a rinviare l'azione di un giorno perchè scoprimmo che il famigerato comandante Caco”,al secolo Musan Topalovic (molto vicino ad Itzebegovic,ndr), “che aveva alle sue dipendenze un mini esercito dalla fama poco raccomandabile, teneva la testa di ponte a sud, quella più avanzata e vicina alle linee serbe e non rispettava gli ordini del comando dell'Armija” disse poi Ontanetti.
“Parlammo con Caco e gli chiedemmo di assumersi la sua responsabilità, di uomo. Lui lo fece. Ma quando salimmo sul ponte i suoi uomini ci spararono colpendo a morte Moreno. Mentre lo aspettavamo davanti al suo comando, lo vedemmo uscire dalla sede dell'Unprofor a braccetto con un alto ufficiale del contingente egiziano dell'ONU in un clima di grande cordialità”( da "Il Manifesto" del 27 Dicembre 1998, ndr).
Su quanto accaduto su quel ponte, Ontanetti disse che nessuno di loro si chinò sul cadavere di Locatelli; i cecchini non aspettavano altro. Il medico che lo operò, intervistato dal Manifesto, dichiarò che i proiettili erano stati sparati da non più di 40 metri. Poi la versione fu corretta: gli spari venivano da più lontano, almeno 300 metri, da dove avrebbero potuto sparare i serbi. Chiesero loro di firmare una dichiarazione che incolpava i serbi che però si rifiutarono di sottoscrivere.
Ontanetti raccontò anche di aver visto, un giorno,un mezzo blindato delle Nazioni Unite con le insegne della Croce Rossa da cui venivano scaricate casse di kalasnikov nuovi, luccicanti, e granate da mortaio. Le casse venivano trasferite su un altro mezzo sempre dell'ONU. Per quanto concerneva i viveri, si spacciavano biscotti americani del ’63, avanzo del Vietnam, per non parlare del traffico di droga attivatosi notevolmente in quei mesi e dal quale pochi erano esclusi.
La morale, a mio avviso è che, nella disgrazia, ognuno possa serbare i propri ricordi, seppur dolorosi, nella convinzione di essere liberi di fare tutto ciò di cui si è capaci per aiutare la popolazione civile e di rivendicare la possibilità che siano i gesti, le parole e, se del caso le mani, a far tacere le armi e l’aberrazione che ne consegue. Certo, il dolore aumenta quando la giustizia latita, quando un uomo è ancora alla ricerca di risposte e responsabilità per la morte di un caro amico. Ed anche noi non possiamo dimenticare perché a volte, l’indifferenza, è la peggior sventura.
Nuccio Franco
12:43
Scritto da: brujita1969
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14/12/2009
Grbavica (Sarajevo), tra passato e futuro
(www.sannioweek.it - 11 gennaio 2010)
(www.ellenews.com - 2 febbraio 2010)
(Viaggiare i Balcani - Turismo Responsabile)
Grbavica è uno dei quartieri della città di Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina. Posto tra il centro e la periferia, storicamente un quartiere a maggioranza serba, rappresentò la linea del fronte durante la guerra. Da questi fu usato come campo di tortura; successivamente fu assegnato all'entità croato-musulmana e quindi spopolato in gran parte dai serbi.
A Grbavica c’è il tristemente noto "Viale dei Cecchini", il cimitero ebraico e la strada dedicata a Gabriele Moreno Locatelli, volontario italiano ucciso il 3 ottobre 1993 dai colpi di un cecchino. Con altri quattro pacifisti stava attraversando il ponte Vrbanja sul torrente Miljacka, che divide la città, per un'azione simbolica rivolta alle due parti in conflitto. Volevano deporre una corona di fiori sul luogo della prima vittima di quella guerra e quindi offrire del pane ai soldati bosniaci ed a quelli serbi, che si fronteggiavano dalle sponde opposte del ponte. Entrambe le fazioni erano state avvertite dando il proprio assenso all’iniziativa.
L’uccisione di Locatelli fu interpretata immediatamente dalla comunità internazionale ,come dettata dalla cinica volontà di riaffermare l'esistenza della linea della morte che divideva in due la città. La sua storia ha ispirato il regista Giancarlo Bocchi per il documentario “Morte di un pacifista” (1995).
Per noi, tuttavia, al di là della nuda cronaca, Gbravica è la casa dei nostri amici, Eldina (musulmana) e Nebojsa (serbo, grande musicista) e del loro adorato figlio, Denis. E’ casa nostra, la sentiamo tale. La prima volta che ci recammo nel quartiere, i segni della guerra erano ancora evidenti. Case anonime, alcune sventrate,crepe e giardini poco curati, gente ancora scossa da quanto accaduto. Alti palazzi grigi, atri anonimi e scrostati, i segni degli obici e dei colpi dei cecchini cetnici ancora lì, a futura memoria.
Nonostante tutto, il loro affetto, la loro accoglienza ci fece sentire subito a casa, circondati da quel calore che poche volte prima di allora avevamo provato. Fu subito empatia, quella stessa che permane ancor oggi, seppur siano passati gli anni ma, si sa, l’amicizia è qualcosa che trascende i canoni spazio – temporali,la consuetudine della frequentazione. Gli amici li si porta nel cuore e nella mente!! Abbiamo rivolto alcune domande ad Eldina che ha accettato volentieri il nostro invito, spinti solo ed esclusivamente dalla necessità del ricordo e della memoria, seppur dolorosi, per raccontare soprattutto alle nuove generazioni ciò che fu e che non dovrà mai più essere. Eldina non è una scrittrice né una, giornalista ma molto di più. E’ un’amica ma, soprattutto, una cittadina di Sarajevo con i suoi ricordi e le sue speranze.
D - Eldina, amica, innanzitutto grazie per la disponibilità. Come hai vissuto il periodo dell’assedio di Sarajevo, come lo hanno vissuto i tuoi parenti, amici?Cosa provavano in quei giorni terribili??
R – Grazie a Voi ed alla vostra sensibilità. Non ti nascondo che iniziare un racconto sulla tua città, di cui sei innamorata - come anche voi lo siete - è sempre difficile; le emozioni sono tante, tutte troppo forti. Ogni parola è dolorosa. Non sono una scrittrice, ma volevo parlare a degli amici che amano Sarajevo e che sono sempre nei nostri cuori, nella nostra anima. Sono nata 45 anni or sono e mi sembra già tanto. Sembra troppo lontano, ma ho la sensazione di essere sopravvissuta in una vita già triste. Ricordo i tempi del liceo, la brava gente, gli amici, la libertà. Un tempo eravamo felici, stavamo bene. Rievoco ancora il primo viaggio da sola alla frontiera quando fu così bello vedere il mio passaporto stretto al petto,vicino al mio cuore jugoslavo . Alcuni amici, dopo aver completato il liceo si impiegarono come receptionist. Sarajevo, infatti,nel 1984 fu proclamata Città Olimpica ed eravamo tutti orgogliosi di ciò. Il mondo ci osservava, elogiava la nostra città ed un senso di fierezza ci pervadeva. Eravamo pieni di energia, tutti. E’stata anche le la mia prima esperienza nel turismo.
La morte del Maresciallo Tito cambiò ogni cosa. Ci fu la divisione della Jugoslavia ed un muro invisibile si issò anche quando ai suoi funerali, quel giorno, c’era gente venuta da tutto il Paese. Già a partire dal ‘91 colpi di mortaio cadevano sulla città dalle montagne circostanti, giorno e notte; il 2 aprile 1992 si scatenò l’inferno, barricate dappertutto. Dichiararono apertamente le loro intenzioni, nonostante ci fossero già state proteste pacifiche di fronte all'Assemblea nazionale. Dalle colline della Repubblica Serba sparavano incessantemente, tutto il giorno, con i mortai.
A farne maggiormente le spese furono coloro i quali erano più innocenti di tutti: i bambini. Avevano bisogno di ossigeno ma non risparmiarono nemmeno il City Hospital della città, il Municipio, il Parlamento. Nel mese di febbraio, le case bruciate o distrutte erano 35.000. Per fortuna, nessuno di noi rimase ferito. La notizia dell’uccisione di un nostro amico, la tristezza per quell’episodio, indusse molti a dire “la guerra è iniziata??”Era il momento che nessuno si sarebbe mai aspettato, tantomeno auspicato!! Un giorno rientrai in casa. Sentii un sibilo sopra la testa, mi sembrò abbastanza normale, ma l'entrata era sventrata. C’era un uomo, un fucile e come noi, molta gente che non riusciva ad uscire dall’edificio.
Impauriti, cercammo di fare ciò che ci fu possibile. Mi puntò il fucile contro, probabilmente mi avrebbe colpita. Panico. Da allora sento di essere morta anch’io. Riuscimmo a scappare mentre alcuni per strada urlavano “assassini”. Sarajevo bruciava e con esso tutta la sua storia. Il suono delle sirene impazzite esattamente percettibile. Nonostante ciò, ci ostinammo a non capire che, oramai, eravamo in guerra. Solo più tardi mi accorsi di avere le mani macchiate di sangue. Vomitai.
Per procurarci l’acqua eravamo costretti a percorrere quattro chilometri. Vidi cadere una donna sotto il fuoco nemico, gridava, ma dovevo proseguire. I cecchini non ti guardano in faccia, sparano e basta. Bisognava correre, correre e correre, non c’era altra alternativa. La situazione peggiorava continuamente e fummo costretti a rifugiarci per giorni nel seminterrato mangiando ciò che eravamo riusciti a procurarci al mercato nero. Bruciavamo la poca legna che avevamo, talvolta anche i libri, per scaldarci. Si cominciarono a scavare trincee. Sfinita ed affamata, la gente cominciò a costruire il Tunnel che tutt’ora passa sotto l’aeroporto di Butmir, unica speranza per passare da una parte all’altra della città. Chi rifiutava di prestare servizio per l’esercito serbo veniva ucciso; esecuzioni all’istante. Un colpo alla testa. Per giorni ho ascoltato la propaganda serba confutare ciò che era evidente agli occhi di tutti. Molti cercarono di scappare, di trovare riparo all’estero,da amici o parenti ma fu difficile. Noi ci riuscimmo, fortunatamente.
D -Dopo l’assedio, la ricostruzione di una città martoriata. Che sentimenti, quali pensieri hai provato??
R - Nel ’95, per calmare la situazione, il 21 novembre vennero firmati gli accordi di Dayton, e per la prima volta i miei genitori vennero a visitare l’Italia, dove ci eravamo rifugiati. Sembrava fossero due fantasmi ma, nonostante ciò, temprati dalla guerra, quella stessa che non avevamo voluto. In ogni caso, non si possono dimenticare più di 100.000 morti, 50.000 feriti e 1601 bambini vittime del conflitto. Una volta rientrati,fummo aiutati con una forma di formaggio, un sapone, 1 kg di farina per litro di latte, 3 pacchi di pasta, tre confezioni di pesce e fagioli e fette di pesce.
D - Sarajevo oggi. Come scorre la vita, quali i principali problemi ma, soprattutto, quali sono i rapporti tra voi musulmani e le altre comunità??Sei sposata con un serbo, ma il vostro è amore vero.
R – Nella ex Jugoslavia, ci sono oltre 28 nazionalità diverse. Dal 1990 sono sposata con un uomo, ma la mia mente ricorda sempre, anche nei momenti di distrazione che i suoi genitori, la sua famiglia sono serbi. Non abbiamo la stessa religione né la stessa nazionalità. Il dialogo è difficile quando non si è disposti a capire le ragioni dell’altro, le diversità. Per loro sono e sarò sempre musulmana.
Una volta, in Serbia, dove avevo accompagnato mio marito,mi sentii osservata quasi fossi un marziano. Che dire, poi, di quella donna che mi disse “è sposata con un serbo??Che stupido”.Cosa ribattere?? Abbiamo vissuto la maggior parte della nostra vita a Sarajevo, anche se mio marito a causa del lavoro ha trascorso più tempo in Serbia mentre io sono rimasta quì.Oggi si vendono appartamenti a prezzi bassi nel nostro edificio di 100 case, appartenute ai Serbi che avevano già lasciato Grbavica all’inizio dell’umana follia. E’ molto bello andare ovunque, persino a dormire sul prato se necessario. La crisi si fa sentire,abbiamo la libertà ma c’è ancora tanta corruzione in ogni angolo, molte aziende straniere stanno aprendo sedi in città.
Ci sono le forze della NATO, gli italiani come pure contingenti di altre nazionalità, come avete avuto modo di vedere. Questo è positivo per mantenere l’ordine e la sicurezza, ci rassicura. Nonostante ciò che è stato, siamo balcanici, popolo con anima e cuore, che ha cantato anche di fronte alla morte. Siamo orgogliosi, abbiamo un cuore puro. Dal 1996,Sarajevo si sta lentamente cominciando a ridestarsi, a risvegliarsi da un incubo. Ciononostante, amo anche quei momenti tristi, sono parte di me.
D - L’arresto dei criminali di guerra, Karadzic e Mladic.Ci racconteresti le tue emozioni quando hai appreso la notizia??
R – Che dire, non ci sono solo Karadzic e Mladic, sanguinari dei quali non voglio neppur sentire parlare. Non ci sono parole. Rappresentano la punta del iceberg ma, ad oggi, nel nostro Paese, il fatto certo è che ci sono più di 25.0000 criminali di guerra ancora a piede libero. Le madri non sanno dove ritrovare le ossa dei loro figli per darvi una degna sepoltura. Donne violentate, stuprate. Pulizia etnica si chiama da voi, giusto?Vorremmo solo giustizia e ricongiungerci con ciò che rimane dei nostri cari. Non chiediamo altro.
D - Infine, cosa auspichi per il futuro della tua meravigliosa città che decisamente sentiamo anche un po’ nostra??
R- Dopo quanto successo, ognuno di noi è alla ricerca di un messaggio di vita per trasformare la nostra patria, non per dimenticare ma la vita va avanti e deve essere vissuta per ciò che rappresenta, nonostante le brutture. Siamo orgogliosi di essere nati in una Bosnia intatta, libera, un popolo, un Paese dal cuore puro. Abbiamo i nostri sogni. Crediamo in un futuro più clemente, non vogliamo nient’altro. Sono cresciuta con lo spettro del monte Igman ma in un sogno ho visto un ragazzo che cresceva bene ed allora è rimasto qui. Ho un figlio e per lui auspico il meglio. Tutte le strade portano a te, Sarajevo, siamo in attesa, con il mio amore che non cesserà mai di essere vivo e di amarti. Il mio desiderio è di illuminarti, Sarajevo,amore mio.
Nuccio e Eliana
13:05
Scritto da: brujita1969
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13/11/2009
Sarajevo, amore mio
"i Diari di viaggio on line" - I viaggi della Repubblica
"Racconti e Diari di viaggio" - Osservatorio Balcani
Viaggiare i Balcani - Turismo responsabile
"Turisti per caso" (segnalato dal motore di ricerca RedTram)
Nell’immaginario collettivo, Sarajevo non è certamente ricordata per aver dato i natali a personaggi illustri quali Goran Bregović, Emir Kusturica o Vedran Smailović, celebre musicista, il cui volto è tristemente raffigurato mentre suona il violoncello nella Biblioteca nazionale distrutta dai bombardamenti. Ne abbiamo una stampa a casa… Credo non sia nemmeno rammentata come la città in cui nel 1984 si svolsero le Olimpiadi invernali. Il Villaggio Olimpico…… Sarajevo non è nemmeno considerata la Gerusalemme dei Balcani, avamposto musulmano nel cuore dell’Europa.
Forse qualche studente diligente e gli appassionati di storia la ricorderanno come palcoscenico dal quale scaturì la prima guerra mondiale a seguito dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando per mano di un giovane, Gavrilo Princip. Roba antica. .Sarajevo come “S”empre protagonista.
Men che meno può essere considerata una città turistica e, difatti, non lo è. No, Sarajevo per molti rappresenta la guerra nei Balcani, l’assedio più lungo nella storia bellica moderna, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Più di 12.000 vittime, 50.000 feriti, l'85% dei quali furono civili.
Il titolo di questo racconto l’abbiamo mutuato da un libro “Sarajevo, mon amour” che meglio di tutto esprime i nostri sentimenti. Non ce ne voglia l’autore. Dopo aver scoperto questa città, la sua gente, il suo calore è stato amore. Dalla prima volta che l’abbiamo visitata, ce ne siamo innamorati. E’ qualcosa che ti sale su dalle viscere, è una questione epidermica di cui non sai spiegarti le cause. O forse sarebbe meglio dire, non ti interessa saperlo. Certamente Nebojsa, Eldina, Dusan, Alexej, Denis e tante altre persone che abbiamo incontrato hanno contribuito a svelarci le sue meraviglie. Con discrezione e rispetto. Ci torniamo spesso, volentieri. E pensare che la prima volta molti ci dissero “Sarajevo??E cosa c’è da fare o vedere a Sarajevo??”.Ci guardammo basiti stringendoci nelle spalle con un malcelato imbarazzo.
Città tormentata, con le sue contraddizioni e cicatrici, costituisce tuttavia un unicum che va oltre, dove i reciproci influssi fra Est ed Ovest, fra Oriente ed Occidente, creano un mosaico dalle mille sfumature. Basta coglierle. Dalla fine della guerra molte cose sono cambiate; ciò che tuttavia non è mutato sono i segni della follia ancora ben visibili anche nei cuori dei suoi abitanti.
E’una mattina soleggiata. Aeroporto di Butmir, i soli italiani, oltre ai militari s’intende. Prendiamo il primo taxi che ci porta verso il centro, destinazione: Hotel Saraj. Durante il tragitto percorriamo il tristemente noto Viale dei Cecchini, passiamo davanti all’Holiday Inn, unico albergo funzionante durante l’assedio, sede della stampa internazionale, ribattezzato l’uovo all’occhio di bue. Perche? D’inverno, quando la neve è copiosa, avendo l’albergo un colore giallo, sembra il classico…occhio di bue.
Ci fermiamo a Gbravica, quartiere dormitorio alla periferia della città, tra i più martoriati durante l’assedio. La casa di Eldina, la nostra amica. Costeggiamo la Miljacka, il fiume che attraversa la città, passiamo davanti all’Università ed alla Biblioteca sventrata. Nel frattempo avevamo già notato i segni.
In hotel il personale è gentile, accogliente. Arriviamo in camera e ciò che ci si para davanti agli occhi è uno spettacolo suggestivo. Il sole tramonta in un rossore etereo che ci fa ben sperare; la città è lì, distesa in una valle, con centinaia di luci che cominciano ad illuminarla. Quelle verdi sono dei minareti. Di fronte a noi il monte Igman,dove un tempo si sciava. Anni dopo divenne un luogo non propriamente dedito allo…sport. Adesso è pieno di mine dappertutto. Alla sinistra un cimitero! Una distesa di lapidi bianche come se rappresentassero un’attrattiva della città. Tutto normale.
Più in basso, deliziose casette multicolori sulle sponde del fiume sembrano restituirci ad un’apparente normalità. Il tempo di rilassarci un po’ e siamo nuovamente per strada, la nostra strada, quella del ricordo. Mettiamoci anche della memoria, non guasta.
La Biblioteca nazionale e la Piazza dei Piccioni, cuore della città, sono a poche centinaia di metri in linea d’aria. Percorriamo una stradina e siamo lì, nel cuore di Sarajevo. Alla nostra sinistra, la Fabbrica della birra, una delle migliori d’Europa. Si può sorseggiarne una tranquillamente, nessuno vi metterà fretta!I Bosniaci sono gente molto accogliente.
Rilassarsi davanti ad un caffè turco, dall’odore inebriante, in uno dei tanti bar della Piazza dei Piccioni, cuore pulsante della città vecchia, è davvero unico, sembra riportare indietro nel tempo ad antiche atmosfere con tutte le moschee che la circondano ed un nugolo di basse casette in legno.
Poco distante c’è Seraci, negozi di argenteria, antiquariato e botteghe di artigiani intenti a lavorare. I minareti si stagliano all’orizzonte, maestosi ed il richiamo alla preghiera, l’azhan, ha qualcosa di mistico e rilassante insieme. Sosta e visita alla Madrasa, la scuola coranica. Sempre a Seraci c’è la moschea di Bascarsija, dove i fedeli pregano su un terrazzo interno. Stuoli di ragazze col viso coperto che parlano al cellulare, ragazzi in jeans all’ultima moda, preti, imam e rabbini sono le tessere di un puzzle che, come a rispettare un disegno, trovavano il proprio senso come se fossero guidati dalla penna di uno scrittore. Anche questo è Sarajevo.
Poi c’è il Morica Han, antico caravanserraglio dove oggi c’è un delizioso caffè e una moltitudine di negozi. Sempre da Seraci è possibile arrivare alla Nuova Sinagoga, stupenda, nonché alla Chiesa ortodossa dall’altra parte della strada. Da Seraci si prosegue per Feradhija, cuore pulsante della città, passando per Piazza Itzebegovic, anche se il vero nome ci pare fosse della liberazione ma poco importa, cambia poco. Il padre della patria,leader della maggioranza musulmana in Bosnia, il “Nonno” come veniva chiamato. Nella piazza, una delle scene più frequenti e singolari è vedere anziani signori giocare a scacchi con vecchi bossoli, residuati bellici.
Non solo, c’è la Cattedrale cattolica degna di una visita ed un caffè di fianco dove vale la pena una sosta. Ci si rilassa, si guarda la gente, non si pensa.
Poco prima c’è il luogo della strage per antonomasia. In uno stretto vialetto, civili inermi, in coda per il pane, furono uccisi da una granata.
Proseguendo,si arriva alla Fiamma Eterna, sempre accesa in memoria delle vittime di tutte le guerre.
Siamo su Via Maresciallo Tito (Marsala Tita), in fondo alla quale vi è un a deliziosa moschea dove ci fermiamo a parlare con Farid, l’imam, giovanissimo. Tranquillo, convinto del proprio credo che ci accoglie come fratelli, anche se palesemente occidentali. Lo assecondiamo di buon grado. Piccolo particolare: la moschea, durante l’assedio, fu utilizzata dagli assedianti. I cecchini si appostavano sul minareto per sparare sui civili!
Sulla strada potrete notare le cosiddette “Rose di Sarajevo”. Cosa sono??Buchi, semplici buchi ma procurati dagli obici e ricoperti con vernice rossa a somigliare una rosa!!Di necessità, virtù.
Continuavamo a chiederci come fosse stato possibile che succedesse l’irrimediabile.
Torniamo indietro passando per il Ponte Latino, dove fu ucciso l’Arciduca e ci attardiamo sull’altra sponda del fiume, a Skenderija, dove si può ammirare il vecchio edificio delle poste e rilassarsi nei suoi magnifici giardini ben curati.
L’indomani proseguiamo con un giro ad Ilidza, amena località di “villeggiatra”, acque termali ed un parco naturale da togliere il fiato dove facciamo il bagno con le pecore ad ammirarci perplesse. Sulla strada vediamo la sede del quotidiano locale distrutta. Per anni è stata un simbolo dell’accaduto.
Scorgiamo tram ridotti ad un cumulo di lamiere mentre ci dirigiamo verso il “Tunnel” che durante l’assedio ha rappresentato l’unico collegamento con la città.
Dal Tunnel, costruito in realtà in una casa privata, sono passati civili, viveri, medicinali, feriti e perché no, anche soldati ed armi. L’autodifesa, lo spirito di sopravvivenza mentre dal cielo veniva giù di tutto e si tagliavano gli alberi per la legna da ardere. Anche questa è una particolarità: a Sarajevo ci sono pochissimi alberi!! C’è un piccolo museo.
La maggior parte degli abitanti di Sarajevo è passata dal tunnel ma non amano parlarne. Si riaprono cicatrici ancora vive. Niente di particolare ma molto, molto significativo. Riesci a capire, a ricostruire!!
Rientrando, visitiamo ciò che resta del Villaggio Olimpico dopodiché ci rechiamo con un taxi allo stadio Kosevo,una volta deputato al gioco più seguito al mondo, il calcio. Oggi un’immensa distesa di lapidi. 1992, è la data ricorrente.
Ultima tappa il Mausoleo dedicato ad Itzebegovic. In via Mustafe Beseskje è possibile ammirare splendidi palazzi in stile ottomano, un dedalo di viuzze che risalgono la collina, i segni evidenti della guerra.
Perché Sarajevo è questo, il presente ma sempre con un occhio vigile al passato. Ed ora alcuni consigli pratici:
Dormire
Hotel Saraj – Nevjestina,5 tel +387(0)33233500/239510 hotelsaraj@hotelsaraj.com – I prezzi sono medi ma vi assicuriamo che ne vale davvero la pena. Pulizia, cortesia e tanta, tanta Sarajevo.
Mangiare
Dveri (vicinissimo alla Piazza dei Piccioni) o il To be or not to be (la particolarità di quest’ultimo è che durante la guerra, il not to be dell’insegna fu cancellato…c’era voglia di essere, esistere, non si ammetteva la negazione) dove potrete gustare la pita, il cevapcici (carne di agnello o vitello macinata cotta alla piastra), il bosanski lonac (stufato a base di cavolo e carne) o il più classico burek ripieno di patate o carne. Al Dveri la specialità è la polenta macedone, un po’ pesante ma assolutamente da non perdere. In ogni caso ci sono tantissimi locali dove potrete bere una birra fresca in mezzo ad una moltitudine di giovani che cercano di ricominciare chiudendo con il passato. Davvero una bella gioventù!
Trasporti
Questa è la nota dolente. Per arrivare a Sarajevo o si opta per un volo Maleev Airlines con scalo a Budapest (costo intorno ai 300, 350€) oppure per il più economico traghetto Jadrolinja (www.jadrolinja.com) con partenza da Ancona ogni giorno alle 21.00. Si arriva a Spalato e si utilizzano i collegamenti interni, efficienti ed economici ma è molto più stancante, soprattutto se il tempo a disposizione è poco.
Per gli spostamenti in città, a piedi o in autobus. Se arrivate o ripartite da Sarajevo il Martedì o il Venerdì e troverete militari dappertutto… tranquilli, non è successo nulla né si aspetta un Capo di Stato. Si tratta semplicemente dell’avvicendamento dei militari italiani e del vettovagliamento e sarete tra i pochi turisti presenti. Di conseguenza, le operazioni di ceck in e di imbarco saranno velocissime.
Valuta
L’euro è accettato dappertutto così come le principali carte di credito.
Prima di partire
Libri consigliati
Diario di Zlata, di Zlata Filippovic, BUR
Sarajevo mon amour, di Dovan Divjak, Infinito edizioni
Sappiano di sangue le mie parole, di Babsi Jones, Rizzoli (stupendo…)
Il violoncellista di Sarajevo, di Steven Galloway, Mondadori
Eloi, Eloi, di Allen Custovic, Mondadori
Al di là del caos, di Elvira Mujcic, Infinito edizioni (da non perdere!!)
Racconti di Sarajevo ed Il ponte sulla Drina, di Ivo Andric
Film consigliati
Resolution 819 – Regia di Giacomo Battiato – Vincitore della 3° Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma 2008.
Diretto da Giacomo Battiato, il film porta sullo schermo la storia del peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della 2° Guerra Mondiale, quello di Srebenica del 1995.
Una vera e propria pulizia etnica, con 8000 morti, 4000 dei quali mai ritrovati, annunciata e non impedita, se non indirettamente appoggiata dallo stesso Onu, osservatore passivo del massacro. Il titolo del film si rifà alla Risoluzione 819 delle Nazioni Unite, che garantiva all’enclave di Srebenica, in Bosnia, la sicurezza e la protezione delle popolazioni musulmane. Nel luglio del 1995 le truppe del Generale Mladic conquistano la zona protetta, compiendo in solo 4 giorni una strage.
Donne, vecchi, bambini, uomini, tutti vengono uccisi e gettati in fosse comuni. Reati che rischiavano di non esser mai scoperti, se non fosse stato per un ufficiale di polizia francese che lascia il distintivo per proporsi come investigatore al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. E’ grazie ai suoi scritti e ai suoi resoconti se questa storia è uscita dal dimenticatoio, fino ad approdare in sala.
Un tema delicato, trattato con coraggio e sapienza da Giacomo Battiato, che realizza un film quasi documentaristico, che cerca di rappresentare il dolore e l’incredulità di fronte alle testimonianze degli assassini, agli interrogatori, alla sconvolgente scoperta delle fosse comune, fino al processo finale. Un racconto storico, politico, un racconto interessato a portare agli occhi del grande pubblico una storia così poco conosciuta o comunque troppo facilmente dimenticata. DA NON PERDERE!
The Hunting Party – I cacciatori – Regia di Richard Shepard – 2007
Presentato fuori concorso alla 64ª Mostra del Cinema di Venezia, ispirato a un fatto di cronaca (tre reporter americani che si misero sulle tracce del criminale di guerra Karadzic nel 2000, cinque anni dopo la fine del conflitto).
Trama - Il reporter televisivo Simon Hunt (Richard Gere) e l'operatore Duck (Terrence Howard) hanno lavorato insieme nelle zone di guerra più calde del mondo. Insieme hanno scansato pallottole, trasmesso articoli importanti e vinto premi Emmy. Ma un giorno terribile, in un villaggio bosniaco, tutto cambia. Durante una trasmissione in diretta su un canale nazionale, Simon ha un crollo. Da quel momento in poi, Duck continua a fare carriera mentre Simon scompare. Dopo cinque anni, Duck torna a Sarajevo per seguire il quinto anniversario della fine della guerra, ad accompagnarlo c'é Benjamin (Jesse Eisenberg), producer alle prime armi; quando Simon gli riappare davanti, come un fantasma del passato, convince Duck di essere a conoscenza del nascondiglio della "Volpe" il criminale di guerra più ricercato di Bosnia. Potrebbe essere lo scoop della vita, così, Simon, Duck e Benjamin si avventurano in una missione oscura e pericolosa che li porterà nel cuore del territorio nemico...
Benvenuti a Sarajevo - Regia di Michael Winterbottom con Stephen Dillane, Woody Harrelson – 1997
Benvenuti a Sarajevo (titolo che fa riferimento ad una sarcastica scritta che si intravede su uno dei muri della città) è uno dei più aspri e crudi film sulla guerra jugoslava
Sarajevo, 1992. E’ scoppiata la guerra civile che porterà alla disgregazione della Yugoslavia e la capitale della Bosnia-Erzegovina è assediata dalle truppe serbe. Un gruppo di giornalisti americani e inglesi gira per la città devastata filmando le scene più tragiche. Fra di loro c’è Henderson, un inviato della televisione britannica, che nel corso di un servizio su un orfanotrofio si prende a cuore la sorte di Emira, una bambina mussulmana di cui si ignora la sorte dei genitori. Quando una volontaria americana porta via dall’orfanotrofio i bambini più piccoli, Henderson fa entrare nel gruppo anche Emira, che porta con sé in Inghilterra inserendola nella propria famiglia. Dopo qualche tempo spunta la madre di Emira che rivendica la figlia ed Henderson torna a Sarajevo per incontrarla.
Il film prende le mosse da una vicenda personale (l’adozione da parte del giornalista Henderson della sventurata Emira) per esprimere una risentita denuncia di quello che considera l’atteggiamento di colpevole disinteresse e abbandono mostrato dall’Occidente e dall’Onu nei confronti del calvario della città di Sarajevo e dello sterminio condotto dai serbo-bosniaci che assediano la città. Quella che pochi anni prima era una normale metropoli europea che ospitava le Olimpiadi invernali (le immagini documentarie che aprono il film) e costituiva un esempio di pacifica convivenza fra etnie diverse si è trasformata in un inferno, dove i cecchini uccidono donne e bambini inermi.
Ed è soprattutto sulla disperata sorte di quest’ultimi che si accentra l’attenzione del corrispondente britannico Henderson (che rimane da subito colpito dalla sconvolta fissità dello sguardo di un bambino vestito da chierichetto che insegue fra le macerie), tanto da indurlo a prendersi cura di un gruppo di orfani e di Emira in particolare.
Ma il momento forse più straziante del film è quello in cui la disgraziata mamma di Emira, sentendo la figlia comunicare con lei in un’altra lingua, comprende di averla ormai persa per sempre e si fa simbolo della tragedia che ha colpito migliaia di famiglie bosniache.
Il segreto di Esma - Grbavica – Regia di Jasmila Žbanić - 2005
Esma vive con sua figlia Sara nella Sarajevo postbellica. Sara non ha mai conosciuto suo padre ed è convinta che sia un eroe di guerra come il padre di Samir, un suo compagno cui è molto legata. Un giorno Sara torna a casa da scuola e chiede alla mamma se può partecipare ad una gita scolastica. Esma inizia a lavorare in un locale notturno per guadagnare i soldi necessari anche se la scuola ha emesso un'ordinanza per cui i figli degli eroi di guerra possono prendervi parte senza pagare. Quando la bimba scopre di non essere stata inclusa nella lista degli orfani comincia ad insistere per conoscere la verità sulla morte del padre...
Senza voler (esplicitamente) parlare di guerra, Jasmila Žbanić racconta pochi momenti di una coppia madre-figlia nella Sarajevo di oggi: basta questo per portare lo spettatore in una realtà che assomiglia anche troppo alla sua quotidianità, ma che ha le sue radici nel conflitto.
Due cose colpiscono maggiormente lo spettatore di “Grbavica”: il dominio femminile dell’universo rappresentato, con gli uomini in ruoli fortemente negativi o semplici partner – occasionali – delle due protagoniste altro film al femminile; quanto ad Esma e Sara, la vera protagonista è la madre, anche se il film ruota maggiormente intorno alla figlia. In questa scelta risiede il principale significato del film, l’atteggiamento e i cambiamenti di Esma sulla base delle azioni di Sara, una sorta di azione e reazione nella quale il fattore dominante è costituito dalla ragazzina e l’oggetto analizzato è l’adulto.
Il titolo è un omaggio a Sarajevo (Grbavica ne è un quartiere), simbolo di una nazione che vuole stringersi attorno a qualcosa ma sa che non deve essere la nazione stessa: ljubavi moja, amore mio, la frase con la quale si chiude il film può sembrare retorica, ma dopo una guerra non si può biasimare chi ha voglia di esprimere i propri sentimenti. In questo rapporto intimo tra regista e città non c’è il trasporto di un Woody Allen, ma l’unica vena di disperazione accennata nel film: è un amore catartico, una necessità per andare avanti, dopo un passato doloroso, aggrappandosi a un ideale.
Nuccio e Eliana
17:46
Scritto da: brujita1969
in Popoli, Viaggi | Link permanente | Commenti (1)
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