05/12/2011
Nasce SalamWorld, il social network islamicamente corretto
I tradizionali social network Facebook e Twitter avranno presto un nuovo concorrente.
E’ tutto pronto, infatti,per il lancio di SalamWorld, i cui test partiranno all’inizio del prossimo anno.
L’ambizioso progetto, che mira a raccogliere 50 milioni di utenti in tre anni ed a coinvolgere oltre 30 paesi, si rivolge ai giovani musulmani e punta a diffondere in rete ed a promuovere una conoscenza approfondita dei precetti dell’Islam.
Esso nasce dall’iniziativa della Icyen, l’Associazione dei giovani imprenditori dei Paesi islamici, sarà tradotto in 15 lingue ed avrà la sede operativa ad Istanbul ma con la previsione di altri centri anche al Cairo, Londra, Mosca, Dubai,La Mecca, Medina, Astana, New-York, Parigi e Kuala Lumpur.
La prima versione del sito sarà disponibile in arabo, turco, inglese, francese, farsi e russo. In un secondo momento verranno aggiunti anche azero, kazako, uzbeko, malese, cinese, bengalese e curdo ed al momento, sono circa 100.000 le persone attendono di essere ammesse.
Dal punto di vista pratico la piattaforma, il cui motto è “niente politica, niente divieti, niente limiti” punta a coinvolgere anche intellettuali e non musulmani che vogliono saperne di più sull’Islam,attraverso un’approfondita consultazione su questioni rilevanti come la teologia o la famiglia. Sul lungo periodo, l’intento dei promotori è quello di dar vita ad una vera e propria versione islamica di Wikipedia.
A tal proposito, è già in atto una vasta ricerca di fonti documentali islamiche su internet al fine
di poterle mettere presto a disposizione del sito che in realtà già esiste (www.salemworld.com) ma per il momento è possibile solo lasciare la propria mail, in modo da ricevere una notifica non appena il servizio sarà attivato.
Previste anche forme di insegnamento on-line e applicazioni per trovare la moschea o il negozio hallal più vicini al posto in cui si abita. Il tutto avvalendosi di una nutrita squadra di “moderatori”, filtri ed un’auspicata autodisciplina degli utenti in maniera tale da impedire che la piattaforma possa diventare terreno fertile per gli integralisti.
Ulteriore novità, dovrebbe essere quella rappresentata da un piano per il lancio di forme di e – payment.
Non è ancora dato sapere in quali forme tale sistema potrebbe essere realizzato ma ciò che è certo è che sono già attivi rapporti con una banca indonesiana di primo piano con la quale stipulare un accordo.
Inoltre, nessuna notizia ufficiale trapela circa i costi dell’operazione che, tuttavia, secondo i ben informati si aggirerebbe tra i 16 ed i 50 milioni di dollari.
“Il nostro obiettivo è unire i giovani (musulmani) nella condivisione dei valori sani dell’Islam. Per noi il denaro non è un problema” ha affermato il vicepresidente di Icyen, Azimov davanti a circa 150 giornalisti lasciando presupporre un forte sforzo in termini di investimenti.
Nedim Kaya, coordinatore della Icyen, società che dirige il progetto, ha sottolineato che “il progetto è nato da un’iniziativa comune. Abbiamo visto che nel mercato dei social network c’era un vuoto e lo abbiamo colmato. Abbiamo scelto come nome SalamWorld perché per prima cosa il nostro sarà un social network conforme alle leggi dell’Islam”.
12:50
Scritto da: brujita1969
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18/10/2011
Islamshia - Intervista a Nuccio Franco, a cura di Hamza Biondo
Parlare di Islam è innanzitutto discutere di spiritualità, fede, etica. L’essenza della religione musulmana si fonda sul principio dell’unità (tawhid), sulla profezia, il messaggio divino contenuto nel Corano, libro sacro per tutti i credenti. Attraverso l’unicità e la costanza di questi principi fondamentali e pur nella diversità di contesti, usi e interpretazioni tipici dei vari spazi culturali e geografici, i musulmani nei secoli hanno prodotto importanti frutti nei campi del sapere, dell’arte e della scienza. Sono stati protagonisti della Storia, hanno costruito imperi e splendide civiltà.
Parlare di Islam, comunque, non è soltanto questo. E’ anche raccontare storie di uomini e donne, che abitano nei paesi musulmani o che li hanno abbandonati per vivere in Europa, a causa di un esilio economico o politico. E’ narrare le storie delle generazioni di musulmani nati in occidente, divisi tra la cultura dei padri e l’integrazione nel contesto occidentale in cui studiano e lavorano.
E’ raccontare dei convertiti all’Islam, sempre più numerosi e visti con diffidenza da un occidente secolarizzato e smarrito, poco attento alle scelte religiose.
Parlare di Islam significa quindi conoscere una religione presente nell’identità europea, alla luce non solo della Storia e delle cifre ma anche di un fenomeno culturale e sociale inconfutabile.
Significa osservare la genesi di un Islam dalle caratteristiche europee, sempre meno dipendente dal fenomeno migratorio. Un Islam dinamico e creativo che, come nella sua tradizione, resta fedele ai principi fondamentali ed integra gli aspetti positivi delle culture occidentali con le quali viene in contatto.
Questa processo in Italia è agli inizi e non è indolore. Parlare di Islam significa denunciare la diffidenza verso la religione musulmana, l’ostilità aperta dei media, gli episodi di islamofobia. Essere in Europa un musulmano visibile non è facile: parlare di Islam è anche dare voce a chi supera prove quotidiane per condurre la propria vita spirituale, rispettare l’etica e gli obblighi religiosi, senza rinunciare ad integrarsi, evitando la tentazione di rifugiarsi in una esistenza parallela e nascosta. Documentare la vita dei musulmani e delle comunità religiose in Italia è perciò un compito impegnativo e complesso. Chi si occupa di informazione deve indagare un ambito estraneo alla propria cultura, talvolta poco accessibile. Necessita di curiosità e onestà intellettuale e deve distinguere tra realtà e stereotipi, senza cedere ai condizionamenti ideologici.
Queste qualità le abbiamo riscontrate nel lavoro svolto dal giornalista Franco Nuccio, nel suo impegno per documentare le vicende dell’Islam italiano, dei migranti, delle vicende politiche dei paesi del Maghreb e del vicino oriente. Nuccio con i suoi articoli dà voce ai musulmani residenti in Italia, intervistandoli in modo obiettivo e senza pregiudizi, pone attenzione ai loro problemi e alle dinamiche dell’immigrazione con professionalità e sensibilità. Abbiamo deciso, in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo, di ribaltare, per una volta, i ruoli e porgli alcune domande.
Dott. Franco, nei suoi articoli Lei spesso si occupa delle vicende dei paesi musulmani, inoltre è un attento osservatore dell’ Islam nostrano, dà voce ai musulmani italiani, documenta le loro problematiche. Come nasce questo suo interesse per il mondo islamico ?
Il mio interesse per il mondo islamico è nato casualmente leggendo un libro di Karen Armstrong, tra le principali studiose a livello mondiale di storia delle religioni. Mi ha subito colpito la “complessità” storica del mondo islamico, a partire dai quattro Califfi ben guidati sino ai nostri giorni, l’ortoprassia molto più accentuata rispetto ad altre religioni ed il trasporto spirituale nel vivere il proprio cammino di fede. E così ho continuato ad approfondire lo studio dell’Islam e col tempo ad aumentare la mia conoscenza in materia che oggi reputo di buon livello, spinto dalla volontà di conoscere il mondo islamico non tanto per quanto concerne le implicazioni religiose, assolutamente rilevanti, quanto sociali e sociologiche.
Successivamente ho viaggiato parecchio in Medio Oriente, conosciuto persone, modi diversi di intendere la vita o la semplice architettura di una moschea ed ho avuto così occasione di confrontarmi con un mondo sino ad allora a me estraneo ma affascinante,felice di incontrare persone disponibili,accoglienti e con una profondità d’animo che mi ha arricchito non poco.
Di fronte a tutto questo, lo ammetto, ho dovuto rivedere il mio stesso modo di pensare e l’approccio verso certe realtà, condizionato com’ero seppur inconsapevolmente da luoghi comuni e disinformazione. Inoltre, attraverso l’indagine che ho condotto mediante una serie di interviste ad italiani ritornati all’Islam, ho avuto modo di analizzare da vicino l’esperienza dell’avvicinamento ad un’altra fede rispetto a quella d’origine, le motivazioni, i risvolti che hanno caratterizzato un cammino spirituale intimo, spesso difficile.
In linea generale, per cultura e indole parto dall’assunto che bisognerebbe conoscere per comprendere e che la “diversità” potrebbe rappresentare un arricchimento sociale e culturale; in virtù di ciò, reputo ormai inevitabile procedere sulla strada di una radicale inversione di tendenza che veda “l’altro” come una risorsa e non come un pericolo.
Ciò, soprattutto attraverso un’analisi scevra da pregiudizi di quella che è la vera essenza dell’Islam molto spesso travisata anche dagli organi di informazione che indulgono molto spesso al sensazionalismo, senza andare oltre ed approfondire le vere cause e le ragioni alla base di certi comportamenti. Esiste, in sostanza, una terribile strumentalizzazione di tutto ciò che riguarda l’Islam e i musulmani, dove la razionalità lascia sovente il posto alla radicalizzazione delle posizioni che diventano estremistiche ed inconciliabili.
Per questo ho deciso di dedicare la mia attività e di contribuire nel mio piccolo all’approfondimento delle problematiche che oggi, quotidianamente, migliaia di musulmani che vivono e lavorano nel nostro paese sono costretti ad affrontare pur contribuendo con il loro lavoro, le loro idee e voglia di fare al miglioramento della società.
Costoro andrebbero valorizzati ed apprezzati e non ghettizzati in virtù di un concetto assolutamente sbagliato che si ha dell’Islam, dei musulmani definiti spesso come maschilisti, retrogradi e terroristi. La realtà che io ho conosciuto, la mia esperienza va in un senso diametralmente opposto e reputo mio dovere testimoniarlo.
L’Islam italiano è ormai una minoranza religiosa numericamente importante nel paese. Un mondo
variegato composto non solo da immigrati recenti ma anche da musulmani di seconda generazione e da convertiti. Sono persone che lavorano, cercano di integrarsi e di vivere la loro religione e cultura nel rispetto delle leggi italiane. Avendo raccolto le loro storie, quali differenze, problemi, aspettative ha riscontrato ?
Aver raccolto le testimonianze di alcuni rappresentanti della comunità islamica è stata per me un’esperienza assolutamente costruttiva, utile a capire. Ho scoperto un mondo fatto di disponibilità, di percorsi complessi alla ricerca di una spiritualità autentica.
Per indole sono portato ad ascoltare le minoranze che rappresentano in un certo senso lo specchio critico di ciò che diamo per scontato sia giusto.
Certo, l’eterogeneità dell’Islam in Italia comporta problematiche differenti;tuttavia, sono due quelle sulle quali insisterei particolarmente: la discriminazione ancora persistente in particolar modo sul lavoro e la cittadinanza. Sono questi i problemi principali oltre al fatto di dover subire quotidianamente l’effetto psicotico post 11 settembre.
Con riferimento alla prima, constatare che possa essere formulata ancora una valutazione (non dovremmo mai dare giudizi a mio avviso) su una persona per il suo abbigliamento che poi rappresenta la propria identità, mi sembra poco degno di una società che voglia e possa definirsi democratica, tollerante ed aperta al confronto con l’altro.
Quanto alla cittadinanza, è un problema che va affrontato seriamente a livello politico senza più esitazioni, soprattutto con riferimento alle seconde generazioni che rappresentano un interlocutore attento e critico e lo dimostra la voglia di associazionismo, sintomatico della necessità di confronto e condivisione.
Si tratta di una difficoltà che riguarda circa un milione di ragazzi e ragazze e rappresenta il nocciolo della questione ponendosi come ostacolo ad una compiuta integrazione per i tanti figli di immigrati nati in Italia e per i quali fino al compimento dei 18 anni di età essa è solo una chimera. Più in generale reputo necessario l’avvio di politiche di inclusione e la fine della discriminazione istituzionale che, soprattutto a livello locale, rende difficile l’accesso agli stranieri ai servizi del welfare.
Le ambizioni? I sogni? Quelli di tutti i ragazzi. Un buon lavoro, il successo, la realizzazione personale nel tentativo di conciliare compiutamente ed in maniera equilibrata principi religiosi e sociali, tradizione e modernità.
I convertiti, invece, meritano un discorso a parte, in quanto attraversano trasversalmente la comunità, sia dal punto di vista dell’estrazione sociale che culturale. Essi sono fondamentali nella costruzione di un cammino di dialogo quale ponte tra due culture in virtù della loro capacità di attualizzare il testo sacro al contesto e di porsi come interlocutori che conoscono bene la realtà.
Incontrare realtà socio-culturali diverse, comprendere “l’altro“, fornire un contributo per il dialogo, per Lei sono esperienze fondamentali e da condividere con tutti. Il suo romanzo “Nevè Shalom-Wahat al-Salam”, recentemente pubblicato dalle edizioni GDS, si pone in questa direzione?
Assolutamente si. Condividere un cammino comune di reciproca conoscenza ed accrescimento nella
“diversità” credo sia un passo fondamentale per la realizzazione di una società multietnica e multiculturale. Con il mio romanzo ho inteso fornire il mio modesto contributo al dialogo interconfessionale alla ricerca dei punti di contatto tra le tre religioni monoteistiche piuttosto che soffermarmi, semplicemente e comodamente, ad evidenziarne le differenze che certamente esistono ma che sono sicuramente inferiori.
Bisogna andare oltre e diffondere un messaggio positivo come quello degli abitanti di Nevè Shalom che dimostrano, quotidianamente, come un dialogo che vada oltre i pregiudizi sia possibile e vada incoraggiato nell’auspicio che esperienze del genere possano essere replicate.
Ciò, va detto, sempre nel tentativo di chiarire definitivamente le responsabilità storiche dell’uno e dell’altro attraverso, però, un confronto scevro da pregiudiziali politiche. E’ un cammino irto di ostacoli, certamente ma io ci credo ed a mio avviso tutti avremmo il dovere di crederci.
Nevè Shalom-Wahat al Salam, il villaggio della pace narrato nel suo romanzo, dove convivono cristiani, musulmani ed ebrei, può essere considerato una metafora della stessa Gerusalemme - Al Quds, città santa e simbolo condiviso dalle nostre tradizioni religiose?
Nevè Shalom è certamente molto più che una metafora ma l’esempio concreto che si può sperare in un avvenire migliore dove ognuno possa esprimersi liberamente al di là di differenze ma mediante l’espressione delle reciproche identità, sociali e religiose.
Sicuramente esso rappresenta la trasposizione di una realtà unica com’è Gerusalemme, città santa per le tre religioni abramitiche, patrimonio assolutamente comune ma troppo spesso contesa in virtù di rivendicazioni esclusivamente politiche.
Personalmente, da laico quale mi definisco, credo che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca siano diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni. Come scrivo anche nel libro, ricordo ancora esattamente le emozioni provate quando per la prima volta mi recai a Gerusalemme.Osservando la città, passeggiando nei suoi vicoli percepii di essere arrivato ad un epilogo del mio personale percorso fatto di interrogativi cui stentavo a dare una risposta. Nessuna domanda, niente più dubbi ma solo risposte sintetizzate a poca distanza come in un fotogramma. Un forte spirito di attrazione mi pervase mentre continuavo a fissare ciò che i miei occhi vedevano ma, soprattutto, guardavano con assoluta curiosità ossia quel caleidoscopio di diverse identità l’una accanto all’altra. Un’emozione mai provata.
Osservavo la “diversità” e mi convincevo che essa potesse rappresentare un plus, non di certo fonte di contrapposizioni strumentali, spesso costruite ad arte al fine di soddisfare opposti interessi. Da questo punto di vista, Nevè Shalom è la perfetta rappresentazione di ciò che è la città ed è un fine cui tendere, un punto di partenza e non certo di arrivo.
Per superare i conflitti e progredire nel dialogo, forse sarebbe necessario individuare un luogo fisico, geografico dove incontrarsi e costruire una coabitazione di civiltà e religioni. Non crede che il Mediterraneo, teatro di scambi, migrazioni, influssi culturali tra Europa meridionale e il Vicino Oriente, sia il terreno ideale per una mediazione e un incontro tra l’Italia e i paesi musulmani, anche nella prospettiva, per il nostro paese, di realizzare i propri interessi nazionali in ambito politico-economico, senza i veti e le ingerenze imposti da certe politiche neocoloniali, miopi ed aggressive ?
Il bacino del Mediterraneo rappresenta un ambito nel quale, storicamente, si sono intrecciate culture diverse e da cui sono scaturiti stretti rapporti che hanno dato vita a reciproche influenze. Reputo che tale positivo “condizionamento” rappresenti un’ottima base per proseguire nel cammino di scambio anche economico.
Di conseguenza, quale luogo migliore se non il “Mare Nostrum” per creare aree di libero scambio, lo voglio ribadire, non solo economico ma più in generale culturale e sociale scevro, appunto, da politiche neocolonialistiche che hanno fatto la storia e che, si spera, non si debbano ripetere. E’ necessario quindi saper leggere la storia e tenere conto del fatto che sotto questo aspetto è nel Mediterraneo che si gioca oggi il futuro dell’Europa.
Esso costituisce una fondamentale opportunità di crescita per tutto il Vecchio Continente e, di conseguenza, è necessario rilanciare tutte quelle iniziative di partenariato euro-mediterraneo soprattutto con i Paesi dell’area del Maghreb e del vicino Oriente che enfatizzi le risorse e le potenzialità dell’intero bacino, quali la ricchezza di materie prime ed un Pil non eccessivo ma interessante rispetto agli altri Paesi africani.
Certamente, l’ondata di protesta e di instabilità politica registratasi negli ultimi mesi non può essere taciuta; nonostante ciò è necessario superare tale stato di cose per garantire quell’integrazione non solo necessaria ma voluta.
Il Partenariato EuroMediterraneo (PEM) lanciato a Barcellona nel Novembre 1995 dai capi di stato e di governo dei 15 paesi dell'Unione Europea e di 12 paesi del bacino del Mediterraneo ha avviato un processo di cooperazione regionale che si basa su una collaborazione non solo economico-finanziaria ma anche sociale, culturale e umana e che riguarda anche ambiti come quello relativo alla sicurezza. È in questi casi che l'Europa dovrebbe trovare velocemente un’intesa per effettuare una serie di interventi capaci di “riportare” un clima di pace e serenità nell'area mediterranea. Non solo, dunque, azioni di emergenza ma anche di supporto alla ripresa economica, settore in cui i principi e gli strumenti della finanza etica possono fare molto. Per le piccole e medie imprese italiane è importante ma, soprattutto è urgente, specie per quelle del centro Sud e per un rilancio economico del meridione d’Italia, proseguire nell’azione di internazionalizzazione nell’area mediterranea, che registra e registrerà nei prossimi decenni tassi di sviluppo molto più forti di quelli dei paesi industrializzati.
Per far questo, sarà necessario insistere sulla creazione di una rete di infrastrutture all’altezza della sfida, in grado davvero di agevolare l’import-export italiano e tutta una serie di proficui scambi con l’area il cui effetto, a mio avviso, sarebbe duplice.
Da un lato si contribuirebbe a stabilizzare la situazione politica di alcuni Paesi mentre dall’altro ciò sarebbe utile a rilanciare l’economia del Sud quale fattore imprescindibile per ridare vigore all’intera economia italiana.
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Pasquale (Nuccio) Franco è un giornalista iscritto all’Ordine nazionale. Collabora attualmente con Agenzia Radicale, supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali e con l’Associazione Arabi Democratici Liberali, per le quali si occupa delle problematiche legate all’immigrazione/integrazione sia dal punto di vista sociale che sotto l’aspetto politico e culturale, con particolare riferimento all’Islam. Negli anni ha infatti sviluppato uno specifico interesse per le tematiche concernenti il variegato mondo mediorientale, che ha provveduto ad approfondire in tutte le sue sfaccettature , sotto forma di articoli di commento,cronaca ed interviste. Collabora, inoltre, con Medarabnews, Il Mediterraneo.it, Giornalettismo e con testate locali (Sannio Week, Sannio Press, Campania Press, Realtà Sannita), riviste letterarie (Libero Libro, Quartopotere), Organismi di cooperazione e turismo responsabile (OsservatorioBalcani.org, Viaggiare i Balcani.net).
11:19
Scritto da: brujita1969
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07/09/2011
Expo Islam di Bologna. La Lega “E’ una provocazione”
Terminato da poco il mese sacro di Ramadan, una nuova disputa investe la comunità musulmana in Italia, nonostante i vari tentativi di integrazione e pacifica convivenza.
Questa volta, a scatenare le polemiche, è stato l’annuncio da parte dei Giovani Musulmani d’Italia di voler procedere all’organizzazione di un festival islamico che potrebbe tenersi a Bologna, nel mese di dicembre.
Nemmeno il tempo di dare l’annuncio che la Lega, per voce del capogruppo a Palazzo D’Accursio, Bernardini, tuona e bolla l’Expo come una provocazione.
“Non se ne parla soprattutto perché cade a ridosso del Natale” afferma l’esponente leghista che invita il Comune a negare l’autorizzazione.
Ciò, proprio in un frangente in cui sembrava si stessero facendo passi in avanti verso una vicendevole comprensione.
La partecipazione del Sindaco Alemanno a Roma alla festa dell’Eid al Fitr e quella del Vice Sindaco di Milano, Maria Grazia Guida presentatasi velata in Via Padova non erano infatti passate inosservate.
La posizione del Carroccio, tuttavia non ci meraviglia se solo si pensa alla querelle con l’ex Sindaco Cofferati per la costruzione della moschea che vide gli esponenti leghisti attestarsi su una linea di intransigente opposizione.
“La decisione di tenere il raduno bolognese durante le feste”, spiega Yassine Lafram, referente
per Bologna dei GMI “non è una provocazione ma solo l’auspicio che la gente abbia più tempo a disposizione per intervenire”.
“Ci auguriamo che al Festival” ha aggiunto “possa partecipare tutta la cittadinanza perché non è un evento solo per musulmani ma sarà ravvivato dalla presenza di molti giovani che vengono da tutta Italia e vogliono lasciare la loro impronta in un percorso di integrazione”.
Il tutto, attraverso l’organizzazione di feste, spettacoli e dibattiti.
Questi ultimi, vedranno protagonisti ospiti che daranno una mano a capire qual è la situazione dei musulmani, come dovrebbero comportarsi ed integrarsi in questa società e quale potrebbe essere il loro valore aggiunto.
“Al momento è tutto ancora in via di definizione e non possiamo sbilanciarci troppo” ha affermato Abdel Aziz, Vice Presidente dei GMI “ma l’ idea è quella di dare vita a un evento analogo a quelli che organizzano i musulmani in Francia”.
Semaforo verde invece dalla Curia bolognese,per voce del numero due, Don Giovanni Silvagni che guarda all’iniziativa con molto interesse come ad una esigenza legittima di integrazione “per vedere come una realtà interagisce con la comunità di cui fa parte”.
“Come chiesa cattolica” aggiunge all’Agenzia Dire “siamo esperti di situazioni in cui siamo minoranza, e per questo perseguitati, ma anche di situazioni in cui siamo maggioranza e, per fortuna, si guarda con benevolenza alle manifestazioni delle altre religioni".
Bernardini tuttavia non recede è torna nuovamente sull’argomento sostenendo che “I musulmani bolognesi stanno presentando la cambiale a Merola (Il Sindaco, ndr) dopo aver sostenuto la sua campagna elettorale. Ora chiedono il disco verde per invadere culturalmente la città di Bologna”.
“E se qualcuno poi ci chiedesse di togliere l'albero di Natale da piazza Nettuno per non offendere la sensibilità dei partecipanti?” conclude sarcastico l’esponente leghista.
Fortunatamente all’interno del PDL le opinioni sono invece contrastanti, il che lascia ben
sperare.
Fabio Garagnani, in un’interpellanza urgente presentata al Governo sostiene che “Bologna non può assistere passivamente a manifestazioni che, se non controllate attentamente, rischiano di assumere aspetti eversivi” sottolineando “il clima particolare che ha caratterizzato la città negli ultimi anni quale crocevia di un certo integralismo islamico con punte di vera e propria violenza”.
Giuliano Cazzola,di contro, ha sostenuto invece che “l’amministrazione dovrebbe concedere il permesso di svolgere la manifestazione e la città essere all’altezza di accettare questa sfida, aprendosi al confronto, senza manifestare nè subire intolleranze da qualunque parte provengano”.
18:47
Scritto da: brujita1969
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28/06/2011
Primavera araba: rivoluzione fallita o battuta d’arresto?
La cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini” sembrava essere un processo inarrestabile alimentato dal definitivo risveglio della dignità del popolo arabo.
Il mondo aveva guardato ai giovani maghrebini con entusiasmo ed il rispetto dovuto a chi dopo decenni di assolutismo era riuscito a deporre feroci dittature.
All’improvviso, però,qualcosa è cambiato e l’attenzione dei media sembra essersi ridotta ad una
mera registrazione notarile; deposte telecamere e taccuini, tutto sembra essere scemato in una sorta di limbo.
Viene da chiedersi cosa resta di quel movimento spontaneo ed eterogeneo sceso in piazza per reclamare diritti e libertà e prontamente ribattezzato “Primavera”.
Rivoluzione fallita o fisiologica battuta d’arresto?
Procedere ad un’analisi omogenea risulta impossibile, soprattutto in considerazione delle peculiarità che caratterizzano ciascun paese. L’unica cosa certa sembra essere il fatto che le rivolte, in alcuni casi sedate nel sangue, stanno prendendo strade differenti.
A ciò si aggiunge – a detta di molti analisti - la storica carenza di una classe dirigente in grado di trasformare gli auspici in reali conquiste e di incanalare le forze vive in una dimensione squisitamente politica.
Formalmente, l’attenzione dei potenti della terra non sembra essere scemata vista la promessa
dei leader del G8 di destinare incentivi economici a due importanti nazioni arabe come la Tunisia e l’Egitto.
Il pacchetto di aiuti nel periodo 2011-2013 si aggira attorno ai 40 miliardi di dollari, di cui 10 miliardi saranno stanziati dai paesi membri del G8, altri 20 da istituzioni multilaterali. Gli ultimi 10 miliardi saranno stanziati da alcuni paesi del Golfo come il Kuwait, il Qatar e l’Arabia Saudita.
Ciò indurrebbe ad essere ottimisti contrariamente al contesto nei singoli paesi che presenta, come già detto, diverse criticità.
In Libia la situazione non sembra sbloccarsi. Il rischio è che lo scenario si trasformi in un pantano politico e militare che ricorda all’Occidente tristi trascorsi. Il pericolo di commettere gli stessi errori è assolutamente verosimile.
Tra un’apparizione e l’altra, il leader libico non sembra essere alle corde come da più parti sostenuto, nonostante il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale anche nei confronti del figlio Saif al-Islam e del capo dei servizi segreti, Abdullah al-Senussi. L’accusa:crimini contro l’umanità
Inutile negare che, probabilmente,i ribelli non hanno la forza necessaria per avere la meglio sull’esercito governativo e, ad oggi, nulla fa presagire un mutamento dei rapporti sul campo.
Gli stessi attacchi della Nato non sembrano al momento sortire i risultati auspicati.
Diversa ma egualmente preoccupante la situazione in Tunisia, il paese che ha dato inizio alle rivolte, soprattutto per un certo rigurgito di estremismo coranico e la conseguente contrapposizione tra islamisti e correnti laiche.
E’ di pochi giorni fa la notizia che un gruppo armato presumibilmente legato ad al Qaeda - l’Aqim - ha aperto il fuoco su una postazione dell’esercito e della guardia nazionale a 200 chilometri a nord della capitale Tunisi.
Il bilancio è di quattro militari uccisi.
Il timore della comunità internazionale è che si possa sfruttare il conflitto libico per un traffico di armi e munizioni destinate ad alimentare ancor più lo scontro soprattutto in assenza di una vera leadership.
Infatti,lo “spontaneismo” e la frammentazione di forze politiche, sembrano essere in Tunisia più che altrove, l’ostacolo principale verso una transizione pacifica. Tra le varie formazioni,particolare apprensione è destata dal partito islamico Ennahdha, vietato dal 1991 ma recentemente riconosciuto.
L’ostinazione di Ali Abdullah Saleh,rischia di trasformare lo Yemen – paese dove è più probabile la possibilità di una guerra civile in virtù della forte connotazione tribale della società – in una polveriera dopo i massacri degli ultimi mesi.
La particolarità della situazione yemenita sta nello scontro acceso tra lo stesso Saleh e Sadiq al-Ahmar, tra i più influenti leader tribali, schieratosi contro il presidente nel tentativo di accreditarsi come l’uomo nuovo capace di guidare il paese verso un sistema democratico.
Situazione analoga in Siria, dove il presidente Bashar al Assad è artefice da mesi di una repressione sanguinaria che ha causato oltre un migliaio di morti ed un flusso sempre crescente di rifugiati.
La strategia di Assad sembra però essere quella del bastone e della carota. Feroci repressioni da un lato e concessioni dall’altro come sta a dimostrare l’amnistia riconosciuta ad oltre 450 prigionieri politici tra cui appartenenti ad organizzazioni islamiche e curde.
E veniamo all’Egitto, la cui situazione seppur apparentemente normalizzata, desta particolare apprensione non solo perché si tratta del più grande paese arabo ma anche (se non soprattutto) per la contiguità geografica con lo Stato d’Israele.
E’ indubbio che gli umori egiziani potrebbero influenzare l’intera area e determinare conseguenze geo politiche la cui evoluzione è difficile da ipotizzare.
Il recente referendum, seppur abbia registrato un’enorme affluenza alle urne (il 77% della popolazione), non sembra aver modificato più di tanto la Carta costituzionale, strumento che ha consentito al deposto Rais di “regnare” ininterrottamente per oltre trent’anni
Il crescente potere dei Fratelli Musulmani, forti della conferma referendaria dell’art.2 della Costituzione che sancisce la supremazia della legge islamica e la posizione più rigida dell’esercito completano il quadro.
Cresce, dunque, l’attesa per la prossima tornata elettorale di settembre che sembra ridursi ad una partita a due tra ciò che resta del partito guidato da Mubarak, il National Democratic Party ed il Partito di Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani.
Non va meglio in Arabia Saudita dove la fobia di una sempre maggiore influenza dell’Iran nell’area, arriva a giustificare la repressione di qualsivoglia forma di contraddittorio. Alle richieste di approvare una Carta costituzionale, si obietta che non ce n’è bisogno, c’è già:il
Corano. Di fronte a tale stato di cose, temiamo che a poco servirà la protesta delle donne che si sono messe al volante sfidando il divieto.
Infine, in Barhein permane lo stato di emergenza decretato il 15 marzo scorso mentre in Giordania è sempre aperta la questione dei milioni di palestinesi cui Israele nega il “diritto al ritorno” mentre il ministro dell’Informazione Tahar Adwan, si dimette dall’incarico in nome della libertà di opinione.
Molti dubbi e poche certezze, dunque, che sembrano smorzare le speranze per una profonda trasformazione del Medio Oriente dopo gli iniziali (ed a volte facili) entusiasmi in assenza di una coesione che dovrà essere in primis politica oltre che sociale.
Siamo certi che la vitalità delle giovani forze arabe riuscirà a completare quel processo di democratizzazione tanto auspicato che sarà possibile, tuttavia, solo con l’aiuto dell’Occidente.
Ad esso infatti spetta l’arduo compito di non vanificare gli sforzi compiuti sino ad ora in una prospettiva di stabilizzazione dell’intera area.
Sarà un processo lungo e doloroso ma la dignità e l’intelligenza araba, se adeguatamente sostenute, potranno davvero dar vita ad una nuova primavera.
17:16
Scritto da: brujita1969
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07/06/2011
La difficile sfida delle donne musulmane tra identità e pregiudizio
“Io sono quel che sono con il mio hijab, è parte della mia identità”.
Sono state queste le prime parole di Hind Talibi, giovane studentessa universitaria di origini marocchine e figlia del responsabile della moschea di Padova,dopo l’aggressione subita mentre era alla fermata dell’autobus.
Una donna le si è avvicinata urlandole “schifosa, togliti quel coso... Che te ne fai con questo caldo?” dopodiché avrebbe tentato di strapparle il velo.
Fortunatamente la studentessa è riuscita a scappare ed a recarsi in Questura per denunciare il fatto, mentre la donna si defilava.
Quello di Hind è purtroppo solo l’ultimo caso in ordine cronologico di una serie di avvenimenti analoghi che vedono protagoniste le donne musulmane residenti in Italia, vittime di particolare accanimento.
Le testimonianze che abbiamo raccolto, infatti, rilevano come certi comportamenti connotati da
ignoranza e pregiudizio siano frequenti, sostanziandosi in derisione ed epiteti verbali fino a tradursi, talvolta, in vera e propria aggressione fisica.
Offese, insulti, discriminazioni in ambito lavorativo soprattutto quando indossano il velo sembrano essere, dunque, atteggiamenti all’ordine del giorno che denotano un approccio culturale assolutamente errato, cui è necessario far fronte.
La comunità islamica italiana ha immediatamente espresso il suo sdegno per quanto accaduto a Padova attraverso un comunicato stampa congiunto, sottoscritto tra gli altri da Ucoii e dall’ Associazione Donne Musulmane d’Italia.
“La donna musulmana” si legge nella nota “fa fatica a trovare lavoro, soprattutto quando indossa il velo, viene derisa,additata per la strada, è oggetto di continui commenti non solo da parte dei giovani, ma perfino da adulti e addirittura anziani. La ragazza musulmana viene perfino osteggiata nell’ambito scolastico da professori che le intimano di togliere il velo oppure la vorrebbero costringere a nutrirsi di cibi che non le sono consentiti”.
“Si insiste col mostrare lo straniero e, peggio, il musulmano come un pericolo e da cui difendersi. Ciò anche grazie ai media che hanno contribuito ad evidenziare figure sbagliate, dando risalto solamente al musulmano che delinque piuttosto che a quello che vive e lavora con la massima onestà”.
Parole esaustive che delineano uno scenario preoccupante circa i delicati rapporti fra comunità e che rischiano di compromettere quel dialogo sociale ed interreligioso, necessario ora più che mai per arginare la violenza di pochi fanatici. Tuttavia,per far questo è necessario partire da un presupposto fondamentale ossia il riconoscimento dell’altrui dignità e cultura.
“Purtroppo quello di Padova non è il primo caso e non sarà l’ ultimo” ci dice amareggiata Donatella Amina Salina, collega giornalista e vittima di un episodio disdicevole.
“Io e mio marito,musulmani non violenti convinti, siamo stati aggrediti verbalmente da un nazista sulla metro a Roma la sera dell’ 11 settembre di qualche anno fa” ci dice.
“Eravamo di ritorno da una manifestazione sul dialogo interreligioso in Campidoglio. Per circa venti minuti ci ha urlato in faccia qualsiasi cosa mentre nessuno si è mosso. Nessuno ci ha aiutato finchè non l’ ho minacciato di chiamare la polizia e allora è scappato. Nella mia esperienza so di molte donne aggredite verbalmente per strada o che non sono state assunte a causa dello hijab” afferma convinta di come quest’ultima circostanza sia, né più, né meno che una violenza perpetrata a danno delle donne musulmane.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Silvia Layla Olivetti, Presidente del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani che riferisce di come, spesso, gli automobilisti accelerino quando vedono attraversare una donna velata.
“A me è successo almeno un paio di volte. Tra l’altro, non solo accelerano ma ti insultano mentre ti passano accanto”aggiunge.“Tra noi donne musulmane” ci dice Layla “ormai è così “usuale” che spesso ci scherziamo sopra per sdrammatizzare.
Sara Vergeri Cupiello , è stata vittima di un episodio che ha dell’incredibile quanto a violenza.
“Ero in macchina, stavo andando al lavoro,quando un automobilista mi lampeggia deciso a passare a tutti i costi. Appena ho potuto gli ho dato strada. Lui passa, mi vede, e poco dopo si blocca all’improvviso davanti a me, impedendomi di continuare. Scende dall’auto, si avvicina, e siccome era d’estate ed i finestrini erano abbassati, allunga il braccio e mi tira un ceffone tra parolacce ed improperi. Sono rimasta basita, avevo il cuore a mille ed il sangue al cervello. Non sono riuscita a reagire, non capivo il perchè!” questo il suo racconto.
Sempre a Padova, a Irene Giovanna Ricotta è capitato invece che il conducente di un autobus le abbia sputato addosso chiudendole le porte in faccia senza farla salire.
Che dire, poi, delle liceali minacciate di pestaggio dai compagni di scuola per via del velo. La madre di una di esse riferisce che la figlia ha falsificato per mesi le giustificazioni per poter uscire da scuola in anticipo in modo da non incontrare i compagni all’uscita.
Scene di ordinaria intolleranza, dunque, che non tutte hanno la forza di denunciare per paura di
ritorsioni, limitandosi semplicemente a vivere l’assurdità di certi atteggiamenti in silenzio, incapaci di dare un senso a ciò che offende la dignità dell’essere come persona. Viene da chiedersi fino a quando ma, soprattutto, a che prezzo.
Di contro, molte di esse si stanno opportunamente organizzando per far sentire la propria voce, reclamando parità di diritti e doveri.
In ogni caso,sarebbe opportuno procedere al riconoscimento ed alla valorizzazione del ruolo e del contributo della donna musulmana nella società ed al benessere della stessa come madre, compagna e professionista in maniera scevra da pregiudizi e paure.
Infatti, non vorremmo che di fronte ai continui attacchi subiti, indegni di un paese che si arroga l’etichetta di civile, la misura si colmasse dando adito a reazioni sopra le righe, determinando una situazione di muro contro muro ed una frattura sociale insanabile.
Questo scenario rappresenterebbe una sconfitta per tutti - della ragione in primis - e perciò va evitato andando oltre i luoghi comuni, denunciando tali episodi e rifiutando la logica dell’antagonismo e della contrapposizione a tutti i costi che non giova a nessuno, sempre e comunque.
16:03
Scritto da: brujita1969
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30/05/2011
Islam. Silvia Layla Olivetti: “Garantire i diritti alle minoranze”
Il variegato panorama della rappresentanza e della tutela dei diritti dei musulmani in Italia registra la nascita di un nuovo soggetto.
Si tratta del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani, che ha come finalità principale quella di garantire che i diritti sanciti e garantiti dalla Costituzione vengano effettivamente rispettati e applicati anche nei confronti della minoranza musulmana.
Sorto dal desiderio di conciliare islamicità e italianità nel rispetto dei diritti civili, la circostanza che ai vertici ci siano donne rappresenta una novità assoluta per una organizzazione di matrice islamica.
Tra le tante attività del neonato Movimento, spicca per attualità il progetto denominato
significativamente “Giù le mani dal mio velo” ossia una serie di iniziative di varia natura aventi per oggetto il velo islamico.
Si va dalle convenzioni con le aziende per incentivare l’assunzione di donne velate per mansioni a contatto col pubblico alla pacifica manifestazione di piazza a sostegno della scelta delle donne che vogliono indossare il velo.
Ciò, unitamente ad una campagna di informazione per far conoscere loro i diritti/doveri rispetto al velo secondo la legge italiana.
“Le nostre madri hanno lottato per ottenere diritti e libertà: oggi noi intendiamo beneficiare del loro sforzo, manifestandolo nella scelta di indossare il velo. La libertà di chi vuole portare la minigonna è la stessa di chi vuole portare il velo. E’ questa la chiave: le donne velate non vanno “emancipate” obbligandole a toglierlo, vanno rispettate nella loro scelta”.
Parole chiare è decise che non danno adito a dubbi quelle di Silvia Layla Olivetti, operatrice multiculturale, fondatrice del Movimento e da anni impegnata in prima linea a tutela dei diritti delle donne.
Dottoressa,quali sono gli scopi e le peculiarità del Movimento?
“Il Movimento, pur essendo islamico, ha nel direttivo anche persone di fede cattolica oltre che molte donne: questo è possibile perchè ci proponiamo il dialogo reciproco, il rispetto della legge italiana e il raggiungimento della pacifica convivenza. Noi non ci proponiamo la supremazia islamica in Italia, ma il rispetto dei diritti civili e della democratica condivisione, per questo mettiamo d’accordo tutti, persino gli atei.
Si tratta di un’idea significativa soprattutto in un momento in cui il dibattito sul velo islamico in Italia è decisamente acceso soprattutto sulla scorta delle leggi adottate in altri paesi, Francia e Belgio in primis.Com’è nata?
“Vogliamo sottolineare il fatto che il diritto di scelta deve essere inteso a 360°. Vanno rispettate anche le scelte che non si condividono, come quella di coprirsi in una società in cui la nudità è la regola. Nel ‘68 le donne gridavano in piazza “l’utero è mio e me lo gestisco io”, reclamando l’inviolabile diritto di disporre del proprio corpo (e per estensione anche del proprio abbigliamento), senza alcuna limitazione o imposizione maschile. Oggi noi grideremo “il velo è mio e me lo gestisco io”, perchè la liberazione della donna e la rivoluzione del ‘68 non sono servite a nulla e a nessuno se oggi le donne sono libere solo di girare per strada seminude. L’odierna mercificazione è solo un’altra forma si sottomissione, solo più subdola e mascherata da “moda”. Rigettiamo la schiavitù del doversi conformare a un codice di abbigliamento che non ci appartiene, così come condanniamo l’imposizione maschile del velo. La donna deve essere libera di scegliere , in un senso o nell’altro, nella consapevolezza che il velo è un precetto coranico: nessuno può obbligarla a indossarlo, ma altrettanto nessuno può obbligarla a toglierlo sotto il ricatto dell’esclusione dalla società. Indossare o meno il velo è, e deve essere, una questione tra Allah e la donna: aderire o meno a quest’obbligo sta alla donna, che in questa vita e nell’altra dovrà rendere conto solo a Dio del suo operato, non agli esseri umani.
Il progetto contempla una serie di iniziative tra le quali spicca la previsione di convenzioni con le aziende per l’assunzione di donne che hanno deciso di operare la scelta di indossare il velo. Cosa vi proponete in tal modo?
“Riteniamo necessario “abituare” la clientela alla vista del velo e avviare un processo volto a rendere normale la presenza del velo nei luoghi pubblici. L’ignoranza è la peggiore nemica della pace e della condivisione: vogliamo combatterla mostrando che la donna velata partecipa alla vita lavorativa esattamente come una donna non velata e che dal punto di vista produttivo l’abbigliamento non influisce. Siamo convinti che se la gente potesse “toccare con mano” nella quotidianità che il velo non ha nulla a che fare col terrorismo, allora comincerebbe a temerlo meno. E siamo anche convinti che il modo migliore per ottenere questo risultato sia di rendere estremamente visibili le donne velate, che al momento sono invece spesso ripiegate su sé stesse, invisibili non di rado per precisa volontà o per timore di essere giudicate, discriminate o aggredite oltre che per la palese emarginazione della quale sono vittime specialmente in ambito lavorativo. Se oggi esse, a prescindere dalla loro preparazione e dal loro curriculum, sono destinate ai soli lavori “nascosti”, domani dovranno uscire alla luce del sole, avendo così l’occasione di partecipare pienamente alla vita sociale e lavorativa. Sarebbe fantastico se un giorno, che ci auguriamo non lontano, fosse assolutamente normale vedere alla cassa del supermercato una ragazza velata o alla biglietteria dei treni o, perchè no, alla guida di un autobus urbano.
Il Suo impegno a tutela dei diritti delle donne è stato molto apprezzato; tuttavia, non tutti sono dello stesso avviso. Ha ricevuto minacce di morte, è così?
“Si, è vero. Le sto ricevendo da un gruppo di razzisti che sono arrivati anche all’hackeraggio in due occasioni, attaccando la pagina del Movimento. In una delle intimidazioni mi si dice che finirò sciolta nell’acido, in un’altra che farò una fine tremenda. Alcune sono state pubblicate sulle bacheche di alcune pagine Facebook insieme a una serie di ingiurie irripetibili, a volte rivolte anche ai miei familiari, bambini compresi. Attualmente la cosa è all’attenzione delle forze dell’ordine, anche perchè il mese scorso è stata pubblicata una sorta di circolare di confezione mafiosa (sul sito “fronteindipendentistaduesicilie” , ndr) nella quale io e il Movimento veniamo descritti come nemici da combattere con tutti i mezzi.
A suo avviso, quali sono le ragioni alla base di tanto accanimento?
Riteniamo che il motivo di queste minacce sia la potenziale pericolosità sociale e politica di un movimento islamico che si propone di far valere alcuni diritti costituzionalmente garantiti. Il musulmano straniero è malvoluto, ma non pericoloso, secondo queste persone. Il musulmano italiano invece, ha diritto di voto, conosce la legge, si muove bene nei canali istituzionali, può interloquire a livello politico e perciò ha un innegabile “potere d’acquisto” che viene vissuto come una minaccia.
17:28
Scritto da: brujita1969
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05/05/2011
Bin Laden: le reazioni dell’Islam italiano
La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, è stata accolta dall’Islam italiano, organizzato e non, in maniera differente. Perlopiù,salvo eccezioni, le dichiarazioni rilasciate sono state ispirate alla massima cautela nell’attesa che sulla vicenda sia fatta maggior chiarezza.
Per Abdel Hamid Shari, Presidente del Centro islamico di viale Jenner a Milano, Bin Laden è “meglio morto che in prigione” ed aggiunge che, comunque, “Osama è stato il simbolo di un’epoca insanguinata”. “Per noi” aggiunge “era storicamente morto già nel 2001”.
“Mi aspettavo che Bin Laden venisse catturato e giudicato di fronte a un tribunale per ciò che ha commesso.
Credo che con questo ci siamo messi alle spalle una situazione difficile ed ora spero si apra un pagina nuova fatta di pace e di speranza” è l’opinione, invece, di Izzedin Elzir, Presidente dell’Ucoii.
Secondo lo Sheikh Abdul Hadi Palazzi, Presidente dell’Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana ed acuto osservatore dei fatti mediorientali “si tratta senza dubbio di una vittoria rilevante nella lotta contro il terrorismo, e non solo perché si è colpito un personaggio simbolo del terrore ma, soprattutto, perché ora le cellule di Al-Qaeda non potranno più essere finanziate tramite le ingenti risorse della famiglia Bin Laden e del regime saudita che la protegge”.
Tuttavia, mette in guardia da facili entusiasmi ed avverte: “Vincere una battaglia - pur se importante - non significa aver vinto la guerra, ed è possibile che le cellule integraliste ormai allo sbando e prive di risorse tentino colpi di coda dettati dalla disperazione”.
Circa il futuro dei rapporti tra Occidente ed Islam e le prospettive del dialogo, Palazzi è pessimista.
“Ritengo che l’amministrazione Obama stia seriamente contribuendo a peggiorare la situazione. Invece di sostenere i musulmani liberali amici dell’Occidente, di fatto incoraggia gli sciiti estremisti filo-iraniani e i Fratelli Musulmani. Pensiamo al caso di Gheddafi: era senz’altro un dittatore brutale, ma laico e nemico dell’integralismo. Perché prendersela con lui, ma non con quanti sono peggiori di lui? I suoi avversari rischiano di essere altrettanto dittatoriali” afferma.
Ahmed Abdel Aziz, responsabile Relazioni Esterne dei Giovani Musulmani d’Italia non nega il timore che quanto accaduto “possa rappresentare il pretesto per una escalation di violenza da parte di determinate frange estremiste che potrebbero compiere alcune operazioni di ritorsione, ovviamente da condannare” e sottolinea come sussistano ancora dubbi sulla figura di Bin Laden.
“Solo la storia potrà chiarire definitivamente chi è stato ed i suoi rapporti con l’Occidente ” prosegue.
Circa gli scenari futuri che l’uccisione del leader di Al Qaeda potrebbe determinare, Aziz sostiene che l’uscita di scena di Bin Laden “porta a termine un ciclo che in qualche modo giustificava l’attacco della coalizione in Afghanistan.Il Presidente Obama potrebbe fare una operazione politica assolutamente intelligente, ossia lasciare alcune aree di crisi che sono costate agli Stati Uniti tantissimo in termini economici e di vite umane”.
“L’auspicio” conclude Aziz “è che quanto sta accadendo in Nord Africa e Medio Oriente comporti una revisione di strategia nei confronti di paesi che possono rappresentare il supporto fondamentale alla comprensione di una certa parte del mondo che vive di dinamiche completamente diverse dalle nostre”.
Tuttavia,al di là delle dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali, a fungere da autentica cartina di tornasole degli opposti sentimenti sono i social network ed i blog sparsi per la rete dove si alternano commenti all’insegna
dello scetticismo,del dubbio e dell’imbarazzo ma anche della rabbia.
Alle tesi complottiste, secondo le quali Bin Laden avrebbe ottenuto un lasciapassare per abbandonare definitivamente la scena fanno da contraltare le reazioni di coloro i quali criticano l’Occidente per aver utilizzato metodi che, a torto (ndr), si rimproverano proprio ai musulmani.
C’è chi avanza ancora la convinzione che il “Principe del male” avesse un trascorso da agente della CIA; altri fanno riferimento agli Usa come un Satana vestito da santo, convinti che a Bin Laden succederà qualcun altro e che le scene di giubilo di questi giorni rappresentino solo un’ ipocrisia strisciante.
Indubbiamente, la circostanza che l’uccisione del terrorista più ricercato al mondo sia avvenuta a ridosso dell’ormai imminente inizio della campagna elettorale a stelle e strisce e le rivolte in atto in gran parte dei paesi arabi non lascia indifferenti e suscita più di un dubbio. Maliziosamente (?) in molti sono disposti a scommettere che non si tratti affatto di un caso.
E poi c’è chi sostiene che il terrorismo esiste e che coinvolge qualsiasi credo, nessuno escluso nonostante la convinzione che l’11 settembre sia andata diversamente da come è stato raccontato. Dubbio assolutamente condiviso dalla maggioranza del popolo della rete, a prescindere da nazionalità, razza e credo.
Un caleidoscopio di opinioni, dunque, il cui leitmotiv è rappresentato sostanzialmente da una sorta di sfiducia circa la possibilità che l’eliminazione fisica del “grande capo” possa drenare energie al network di Al Qaeda e modificare sostanzialmente lo scenario del fondamentalismo internazionale.
Su tutto, però, una domanda ricorrente: possibile che l’intelligence americana non sia riuscita a catturarlo ?? A chi faceva paura Bin Laden vivo?
Certamente, il pericolo che i legami politici ed economici poco chiari che hanno sempre alimentato quell’aura di leggenda venutasi a creare attorno al miliardario saudita potessero trasformare una vittoria in un boomerang, è stato probabilmente un fattore.
11:36
Scritto da: brujita1969
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20/04/2011
Izzedin Elzir, Presidente Ucoii: “Gli atti efferati non devono intimidirci”
Izzedin Elzir, Imam di Firenze e Presidente dell’Unione delle Comunità ed organizzazioni islamiche in Italia, è nativo di Hebron, in Palestina e vive in Italia da 18 anni.
Da più parti viene definito un uomo deciso ma dai modi pacati, convinto fautore del confronto interreligioso.
Alcune sue recenti prese di posizione – dal dialogo con la Lega Nord sulla questione della moschea di Firenze, all’invito rivolto agli immigrati in occasione del 17 marzo a festeggiare l’unità d’Italia come “patria di tutti” – stanno a dimostrarlo.
Libertà e dignità dei popoli sono il concetto al quale si ispira e sul quale insiste nel ruolo di giuda dell’associazione maggiormente rappresentativa dell’Islam organizzato in Italia.
Esprime indignazione e condanna, Elzir, a proposito dei recenti fatti di cronaca e, in particolare, per l’assassinio del volontario italiano Vittorio Arrigoni.
“Si è trattato di un atto criminale contro la vittima, il popolo palestinese e tutta l’umanità, da chiunque sia stato commesso”afferma.
“Tuttavia” aggiunge nel manifestare a nome dell’Ucoii la più sentita solidarietà e vicinanza alla famiglia “esso non
deve intimidirci nel proseguimento della ricerca della libertà e del dialogo reciproco”.
Presidente,il vento della protesta ha coinvolto tutta l’area del Nord Africa ed il Medioriente. Quali sono le ragioni comuni ai vari paesi che hanno determinato la situazione attuale e quali le prospettive future?
Le cause sono diverse. Una di queste è la mancanza di libertà oltre a ragioni di carattere sociale ed economico che hanno determinato tale situazione sull’altra sponda del Mediterraneo. Ritengo che le aspettative siano assolutamente positive nel tentativo di ricercare (e trovare) maggiori spazi di libertà per i popoli. Credo nell’instaurazione di governi con i quali poter dialogare e collaborare per migliorare la situazione non solo in Medioriente ma a livello mondiale.
Esistono poi delle differenze….
Certamente, e risiedono principalmente nelle forme di governo. Tunisia ed Egitto hanno un sistema repubblicano, non così il Marocco e la Giordania.Certamente esistono delle linee comuni ma ogni popolo ha sue usanze, costumi, dialetti. Realmente tutti vogliono libertà, democrazia e dignità dell’essere umano.
A Suo avviso esiste la possibilità che gruppi estremisti possano condizionare la protesta?
L’estremismo esiste dappertutto ma, fortunatamente, è una minoranza. Tocca a noi vigilare ed isolare certe
frange ed aiutare le forze democratiche e progressiste che si battono per la libertà. Si tratta di gruppi non organizzati, una minoranza della minoranza. Non ho quindi il timore che la protesta popolare possa cadere nelle loro mani ma, anzi sono certo che i popoli di queste aree avranno la capacità di vigilare e seguire la strada della dignità dell’essere umano senza condizionamenti di sorta.
La definizione di Islam moderato ha senso o è una “invenzione” dei media ?
L’Islam è unico. Poi ci sono interpretazioni differenti. Credo che la definizione di Islam moderato sia una creazione esclusivamente giornalistica. Purtroppo ci sono dei fratelli che non danno un’immagine concreta dell’Islam e, dunque, è nostro dovere lavorare al fine di essere pienamente italiani, europei di fede islamica. Nostro compito è agire affinchè vengano trasmessi i veri valori della fede, del riformismo che purtroppo si scontra con coloro i quali vogliono rimanere indietro di 1.400 anni.
In Francia l’entrata in vigore della legge sul niqab ha già fatto le prime vittime. In Italia una disciplina analoga è invocata da più parti così come l’istituzione di un Albo degli Imam. La Sua idea in merito?
Ritengo che si tratti di una legge sbagliata. Non si può imporre alla donna un certo abbigliamento. Se si parla di libertà bisogna anche riconoscerla. Certamente se c’è una legge questa va rispettata ma credo che non si possa imporre alcunché. Si tratta di una questione religiosa, culturale e sociale ed in questo modo non si fa altro che creare dei ghetti che non servono a nessuno. Dobbiamo cercare e trovare il dialogo. La realtà italiana è diversa da quella francese, laica non laicista e non credo che una proposta del genere possa avere futuro. Se poi un Parlamento si preoccupa di realizzare una legge per una stretta minoranza tralasciando altri problemi ben più importanti e prioritari è un’altra cosa. Ci sono altre questioni, come la stabilità economica e politica, la scuola, la disoccupazione che toccano la totalità degli italiani e non, ripeto, una minoranza. Quanto all’albo degli Imam credo si tratti di una fuga in avanti in assenza di un’Intesa con lo Stato. Chi può decidere chi è o non è Imam. Lo Stato laico??Diventa una questione di pura propaganda che non risolve il problema.
16:35
Scritto da: brujita1969
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18/04/2011
Pakistan.Undici anni ed un’infanzia negata
Undici anni ed un solo, ossessivo sogno nel cassetto, diventare uno shaid, martire suicida per guadagnarsi il paradiso e la riconoscenza ultraterrena di Allah, principio e guida di ogni azione di un buon credente.
La storia raccontata alla BBC da Abdus Salam, giovane ragazzo pachistano oggi quattordicenne, sembra la trama di un romanzo frutto della fantasia di un abile scrittore piuttosto che la cruda testimonianza di uno spaccato di vita quotidiana disarmante.
E’invece un viaggio a tinte fosche nell’universo dei bambini cui in molte parti del mondo, troppo spesso viene negato un diritto fondamentale, quello all’infanzia e dove ubbidienza, terrore del peccato e sacrificio trascendentale nel nome di un credo si mescolano in un’ alchimia pericolosa di cui, probabilmente, non se ne comprende appieno il senso assoluto.
Passata inosservata all’attenzione della stampa, essa rappresenta solo un esempio di una consuetudine molto più diffusa, dove miseria ed ignoranza lasciano spazio alla disperazione, solo in parte attenuata dalla ricerca di una speranza in atti senza ritorno, sulla spinta della suggestione provocata dalle parole di uomini senza scrupoli.
Pakistan, periferia di Karachi, una famiglia di cinque figli con scarse possibilità, povertà diffusa. E’ qui che
cresce Abdus, all’epoca undicenne, che frequenta spesso il negozio di Zahir. Con lui si sofferma spesso a parlare di jihad fino a quando questi non gli rivela di essere pronto a compiere l’estremo sacrificio, un attentato suicida.
L’ingenuità del ragazzo lo induce a chiedere il perché di quella decisione.
Zahir gli risponde che in questo modo guadagnerà il paradiso.“Se, quando verrà il giorno del giudizio, mi verrà chiesto ‘Cosa hai fatto per Allah?’ e io risponderò che non ho fatto nulla, verrò spedito all’inferno. Ma, se avrò fatto qualcosa, se avrò portato a termine un attacco suicida, allora sarò in grado di dire che avevo un corpo e che l’ho sacrificato”.
La scelta di Zahir non lascia indifferente il giovane che, impressionato da quanto ascoltato, mesi dopo decide di emulare il compagno. E’pronto a fare altrettanto e lo vuole fare in Afghanistan.
Sher Rahman, l’uomo che Abdus conosce in seguito, gli dice di non avere contatti con l’Afghanistan ma con il Waziristan, regione montuosa di confine appartenente al Pakistan ma per il giovane ragazzo non è la stessa cosa.
Vuole andare in Afghanistan e lì compiere il suo gesto. Si sente rispondere che non è possibile perché ancora imberbe.
Già, non ha ancora quella barba simbolo di maturità ergo di saggezza. Che paradosso.
“Dovresti compiere un attentato in Pakistan, a Karachi. Che tu attacchi in Afghanistan o in Pakistan, poco importa. Riceverai comunque la ricompensa celeste” gli dice Rahman .
Abdus annuisce e tanto per essere più sicuro, l’uomo minaccia di tagliargli la testa qualora riveli a qualcuno ciò che si erano detti. Spaventato a morte, il ragazzino si dice disposto a portare l’attacco ovunque gli avesse chiesto di farlo.
Alcuni giorni dopo, Sher Rahman lo presenta a Zainullah, che gli domanda se sia davvero convinto. Gli risponde che sì, l’avrebbe fatto, avrebbe eseguito gli ordini consapevole di diventare un fidayee, unico modo per meritarsi l’accesso al paradiso.
Questi gli replica che è troppo giovane, che avrebbe dovuto preparare le giacche per gli attentatori, che il solo confezionarle gli avrebbe comunque garantito la ricompensa eterna ma nonostante ciò Abdus non recede, vuole il martirio.
Poche settimane dopo Sher Rahman e Zainullah sono stati arrestati senza aver mai rivelato il luogo dell’attentato, intimandogli semplicemente di tenersi pronto.
Quando il padre, già diabetico, è venuto a conoscenza dei fatti, la sua salute ha cominciato a peggiorare e ora non riesce a dormire la notte. Abdus racconta che ora Allah ora gli ha dato una seconda opportunità e che vuole continuare a studiare, lavorare sodo e che un giorno vorrebbe entrare nell’esercito pakistano.
C’è il lieto fine, come in ogni storia che si rispetti ma questa, purtroppo, non è una favola ma la triste realtà di
quella fanciullezza negata, manipolata in ragione di un credo che non giustifica affatto l’abuso dell’innocenza.
19:37
Scritto da: brujita1969
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La “Rivoluzione” che lambisce gli emirati
Si estende a macchia d’olio la “Rivoluzione dei gelsomini”,protesta popolare che sta interessando il Medio (e vicino) Oriente .
Tuttavia,a differenza di quanto potrebbe risultare da una superficiale analisi, bisogna procedere ad un esame approfondito delle diverse situazioni che presentano specificità differenti.
Dietro al malcontento di chi reclama libertà, dignità e lavoro si celano,infatti, anche dispute di carattere etnico e religioso che coinvolgono tutta una serie di interessi e che potrebbero determinare nuovi assetti geopolitici nell’area.
E’ il caso del Bahrein dove si assiste alla contrapposizione tra sunniti (al governo) e la maggioranza sciita, con il
conseguente coinvolgimento dell’Iran o della Giordania.
Non si arresta, infatti, la protesta nel piccolo regno del Golfo nonostante i maggiori partiti di opposizione avessero dato segnali di apertura al dialogo con la monarchia trasmettendo le richieste per porre fine alla rivolta.
E’ di ieri la notizia confermata da fonti di intelligence, secondo cui circa mille militari sauditi, sotto la bandiera del Consiglio di cooperazione del Golfo (che riunisce Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti), sarebbero entrati nel paese con mezzi blindati.
Come accennato, l’intervento rischia di assumere connotazioni religiose e politiche internazionali, perché se da un lato c’è il sostegno saudita al governo (sunnita), dall’altro c’è da registrare l’appoggio iraniano all’opposizione (sciita).
Quest’ultima, considera l’arrivo di soldati sul territorio “una palese occupazione ed una cospirazione contro il popolo inerme”,definendo quanto sta accadendo un vero e proprio “atto di guerra”.
Il governo di Teheran, tramite il Ministro degli esteri Ali Akbar Salehi ha subito preso posizione chiedendo di non usare “violenza contro la popolazione, di rispondere alle richieste dei manifestanti e di rispettare i loro diritti”.
Di contro,un gruppo di deputati sunniti ha chiesto al sovrano di imporre la legge marziale per tre mesi, per fermare la protesta di “movimenti estremisti” accusati di spingere il Paese verso scontri settari.
Ma cosa chiede la piazza??
Innanzitutto le dimissioni del Primo Ministro Salman al-Khalifa, in carica da circa 40 anni ed una vera monarchia
costituzionale.
Facile parlare di piena democrazia, più difficile da tramutare il realtà concreta. In Bahrein ciò significherebbe trasferire il potere al 70% della popolazione sciita e mandare la minoranza sunnita dal governo all’opposizione dopo due secoli.
Anche nel regno hascemita di Giordania, non accennano a placarsi le proteste dopo che inizialmente diverse migliaia di persone erano scese per le strade di Amman nel mese di gennaio, per protestare contro la povertà, la disoccupazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.
La Giordania gode indubbiamente della maggior stabilità nella regione, sia dal punto di vista politico che economico, ma il sistema sociale e il dialogo democratico sono fortemente compromessi.
Se anche lì ci fosse democrazia vera, non governerebbero le tribù transgiordane fedeli al re ma i palestinesi, che sono il 70% della popolazione giordana.
Il culmine della protesta è stato raggiunto il 25 febbraio, quando diecimila persone sono scese in piazza per chiedere la riforma del sistema e lo scioglimento del parlamento.
Singolare quanto successo nel corso della manifestazione quando i due principali movimenti dell’opposizione giordana, quello islamico e quello comunista, si sono uniti per chiedere un sistema monarchico di respiro più democratico, la riforma della legge elettorale, nuove elezioni per il governo, la revisione della Costituzione e l’abbattimento della corruzione, oltre ad esprimere la più totale solidarietà ai fratelli libici.
Tale connubio, potrebbe certamente portare ad ulteriori, critiche evoluzioni della situazione.
In Yemen, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, il bilancio totale dall’inizio degli scontri è di 42 manifestanti e sei agenti delle forze di sicurezza uccisi, oltre a centinaia di feriti.
Si tratta probabilmente del caso più critico nel panorama della protesta, non solo per ragioni politiche ma, soprattutto,a causa di un sistema sociale ancora decisamente arcaico.
Il presidente Saleh, ha prima definito i manifestanti “solo pochi anarchici” salvo poi addossare le responsabilità a non meglio specificati paesi stranieri accusandoli di complotto,scatenando una feroce repressione.
Successivamente, si è impegnato a sottoporre a referendum una nuova Costituzione che preveda un “sistema parlamentare” ed ha annunciato la formazione di un nuovo governo di unità nazionale.
Netto il rifiuto dell’opposizione secondo la quale si tratta di misure tardive e insufficienti.
Si tratterebbe, tuttavia, di aperture di facciata in quanto, stando ad alcune fonti attendibili, il governo avrebbe già cominciato a rilasciare quasi 200 detenuti legati ad Al Qaeda, per aumentare il disordine e, di conseguenza, giustificare la repressione .
Infine, anche in Kuwait la situazione non è affatto confortante nonostante non si registrino proteste paragonabili
a quelle che stanno interessando altri paesi.
Tuttavia,la settimana scorsa nella capitale la polizia in tenuta antisommossa ha usato gas lacrimogeni per disperdere una piccola quanto pacifica manifestazione di arabi apolidi, poco più di 200, che chiedevano il riconoscimento di alcuni diritti.
Atteggiamento, questo, che non denota certamente tranquillità. Tre giorni fa,inoltre, un migliaio di manifestanti sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del governo ed una serie di riforme.
19:23
Scritto da: brujita1969
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