13/09/2010

“Il bambino che leggeva il Corano” - Recensione

bambino1.jpg“Il bambino che leggeva il Corano” è un viaggio a tinte forti nella parabola umana e spirituale di un giovane pakistano, attraverso il fascino e le ombre dell’Islam, alla ricerca della propria libertà.

Halal (lecito) ed haram (illecito) lasciano spazio anche ad una terza dimensione, il makruh, il riprovevole, ed alla lucida analisi di una religione che nei primi anni di vita del ragazzo funge da alveo sicuro nella convinzione di una missione da compiere. Essa scaturisce da una lontanaka'ba1.jpg promessa del padre nel luogo santo per eccellenza: la Ka’ba.
Mai scontato e mai banale, il racconto di Ali Eteraz scorre via veloce, senza pause, catturando l’attenzione del lettore attraverso i continui richiami alla odierna realtà, ponendosi a metà strada tra il romanzo ed il saggio.
11 settembre1.jpgL’11 settembre, Osama Bin Laden, Salman Rushdie, l’intifada ma anche la filosofia dell’ottocento ed il post modernismo rappresentano richiami utili ad ancorare la narrazione al presente rendendola oltremodo pragmatica.

Il protagonista, Abir ul Islam (letteralmente Profumo dell’Islam), viene investito del compito di diffondere il credo come una meravigliosa fragranza, persuaso dalla bontà di un destino che altri avevano deciso per lui.
Sacrifici, ubbidienza, terrore del peccato, ore trascorse nella madrasa sono i tratti caratterizzanti di un’esistenza finalizzata all’affermazione di ciò che tutto giustifica e trascende, anche l’innocenza dellapakistan1.jpg fanciullezza: l’Islam.

Anni dopo, la famiglia è costretta a lasciare il Pakistan ed a trasferirsi in America.
La nuova realtà, l’America degli attentati terroristici (“Due spade aeree mozzarono teste a Manhattan. Mio Dio, fa che non siano musulmani”) costringono il giovane a confrontarsi con se stesso e la sua cultura, retaggio di un passato ancora recente (“Assistevo alla lenta ma inesorabile affermazione della cultura laica, insidiosa perché si ammantava di sesso”).
La sua esperienza si trasforma così in un continuo “dibattito” tra la tradizione, il cuore ed il consapevole richiamo della modernità, delle passioni e delle terrene ipocrisie che cerca di rifiutare (“Essere musulmano non è solo una condizione dell’anima ma una modalità dell’esistenza”).
Ha così inizio un percorso individuale che lo porterà a mettere in discussione le ragioni di una vita (“Mi diedi come scopo di minare dalla base tutto ciò che i musulmani ritenevano sacro”).

Dopo essere tornato in Pakistan, additato come infedele solo perché ormai americano ed a seguito della disillusione scaturita dalla circostanza di aver scoperto che la (presunta) discendenza dal califfo Abu Bakr era frutto solo di un inganno, la reazione del giovane è la ricerca ossessiva di valide argomentazioni atte a mettere in discussione le stesse basi del proprio credo.
Successivamente ad adoperarsi per dimostrare che l’Islam è una religione di pace ed amore (“Quella scelta non mi procurò la soddisfazione desiderata. Sentivo di aver tradito la mia gente”); inorridito dal fanatismo e dall’assassinio, decide di tornare in Medioriente, determinato ad avviare un processo riformista.

Con uno stile essenziale, l’autore riesce a descrivere lucidamente l’abisso che intercorre tra la cultura muslim1.jpgoccidentale e quella orientale in un momento storico nel quale risulta utile soffermarsi su cosa significhi essere musulmani in terra straniera.
Non c’è spazio per voli pindarici ma tutto si svolge esclusivamente in coerenza con il mondo reale laddove, a causa di pochi, è un intero sistema di principi ad essere messo in discussione.

eteraz1.jpgEteraz, reporter per diversi quotidiani e riviste internazionali, è impegnato da tempo nella diffusione di principi libertari tra musulmani e lo si avverte attraverso il personaggio di Zaid, probabilmente autobiografico ed apparentemente indifferente, che conduce per mano Abir verso la comprensione dell’idea di un“Noi” necessario ad affermare l’esistenza di Dio.
Tale concetto va anteposto all’idolatria dell’Islam che esiste a patto di ragionare in termini generali ex ante. E’ questa la Prima testimonianza che Amir si ostina a considerare residuale ma che, giocoforza, accetterà come principio e guida della sua giovane esistenza.

19/02/2010

Il libro, questo sconosciuto

Il libro, questo sconosciuto. Almeno in Italia. I lettori, infatti, sono solo il 38 % sul totale della popolazione di età superiore ai 14 anni, ma solo il 10 % si possono definire "abituali". Lo strano è che, invece, il mercato dei libri nel Belpaese si presenta, tutto sommato, solido, con un fatturato complessivo di oltre 5 miliardi di euro, anche se in flessione rispetto agli anni precedenti. Del resto l'Italia, tra i 25 paesi dell'Unione Europea, si collocava nel 2006 solo al diciannovesimo posto, superando di poco la Spagna, la Romania, la Grecia e la Bulgaria. Oggi, con quel 38 % scarso, potrebbe anche essere stata scavalcata da tutti i paesi tranne il Portogallo.images.jpg

I dati sono forniti dall'AIE, l'Associazione Italiana Editori e sono impietosi. Elaborando i dati Istat del 2009, infatti, l'associazione rileva che, nel 2009 il 45,1 % degli italiani di età superiore ai 6 anni ha letto almeno un libro non scolastico (25 milioni e mezzo). Ma la fascia dei lettori saltuari (da 1 a 11 libri l'anno) è consistente: quasi 22 milioni di persone sopra i sei anni d'età. Chi legge più di 12 libri l'anno, infine, rappresenta solo il 6,9 % (3 milioni e 900 mila).

Anche l'area geografica è importante al fine delle statistiche di lettura: il nord Italia vede una prevalenza di lettori sulla popolazione (52,2 %), seguita dal Centro (47,4 %) e, ben distaccata, il Sud e le Isole (31,6 %). Le prime cinque regioni italiane che leggono di più, naturalmente, si collocano al nord (Trentino Altro Adige col 57,5 %, Friuli Venezia Giulia col 56,5 %, Valle d'Aosta col 53,8 %, Lombardia col 53,5 %, Liguria, col 51,3 % e Piemonte col 50,6 %). Fanalino di coda è la Sicilia, invece (29,1 %), superata dalla Campania (29,4 %), dalla Puglia (29,9 %), dalla Calabria (31,4 %) e dalla Basilicata (34,3 %). Un altro dato significativo è la spesa media mensile per abitante in libri: appena 4,90 Euro che scende per i  bambini da 0 a 14 anni ad 1,48 euro.

images1.jpgEppure, piccoli segnali positivi si stanno delineando: rispetto al 2007 e al 2008 c'è stata una crescita, sia pur minima (1%) dei lettori, arrivati a 25 milioni complessivi. Indubbiamente, a rendere ancora più difficile la propensione alla lettura c'è il fatto che la spesa per acquisto di libri da parte delle bibilioteche pubbliche è scesa dai 65,5 milioni di euro del 2005 ai 48 milioni di euro del 2008 e che ci sono ancora 691 comuni con più di 10 mila abitanti totalmente privi di emeroteche aperte alla popolazione, lasciando senza questo strumento il 21,3 % della popolazione italiana (quasi 13 milioni di persone).
Ci sono però biblioteche d'eccellenza che hanno a disposizione oltre 10 mila volumi (3902), mentre le librerie private aperte al pubblico sono 2774.

A snobbare il libro sono soprattutto i giovani: il 45 % di loro in età dai 6 ai 19 anni non ne legge neanche uno al di fuori di quelli scolastici. Se si "sgranano" questi dati per età, poi, si evidenzia un fattore ancora più preoccupante: a formare la fascia più consistente di "non lettori" sono i ragazzi tra i 6 e i 17 anni (29 milioni e 400 mila).

Ed è per questi motivi che è nato il "Centro per il Libro e la Lettura", su iniziativa dell'AIE e del governo. L'obiettivo del Centro è quello di far riavvicinare o avvicinare per la prima volta al libro un numero sempre crescente di italiani, con il proposito di incrementare i lettori del 50 % nei prossimi dieci anni. Sette i programmi annunciati dall'Associazione: dal giorno in cui tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene, alla donazione di testi di buona qualità che gli editori eliminano per arrivare a un appuntamento annuale di studio e confronto sul futuro del libro.

Il primo programma prevede di costruire un modello di promozione della lettura su scala provinciale applicabile successivamente a tutto il territorio nazionale. Il secondo mira a dare al libro un valore socialmente apprezzabile e prevede di donare gratuitamente libri di buona qualità, che gli editori eliminano, alle situazioni più svantaggiate. Il terzo programma prevede una campagna di comunicazione, concentrata in una settimana che, in collaborazione con Aie (Associazione Italiana Editori), culminerà nella giornata di domenica 23 maggio, dove tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene.images2.jpg

I programmi 4 e 5 sono stati delineati per promuovere la cultura del libro puntando a dare agli autori e alle opere italiane la presenza internazionale che oggi non hanno e di fare dell'Italia la sede internazionalmente riconosciuta di riflessione approfondita e di elaborazione sulla cultura del libro. In questo senso si organizzerà un appuntamento annuale di studio sui temi di frontiera, sull'evoluzione e sul futuro del libro. L'ipotesi della sede è Torino, in futuro alla Reggia di Moncalieri, nel mese di ottobre.
Infine, gli ultimi due programmi: rilevazione Nielsen per poter costituire un'unica autorevole fonte di dati sul mondo dei libri e far diventare il Centro un punto di riferimento per rappresentare gli interessi del mondo dei libri nelle sedi istituzionali.

Fonte Associazione Italiana Editori

 

13/11/2009

Sarajevo, amore mio

"i Diari di viaggio on line" - I viaggi della Repubblica

"Racconti e Diari di viaggio" - Osservatorio Balcani

Viaggiare i Balcani - Turismo responsabile

"Turisti per caso" (segnalato dal motore di ricerca RedTram)


Nell’immaginario collettivo, Sarajevo non è certamente ricordata per aver dato i natali a personaggi illustri quali Goran Bregović, Emir Kusturica o Vedran Smailović, celebre musicista, il cui volto è tristemente raffigurato mentre suona il violoncello nella Biblioteca nazionale distrutta dai bombardamenti. Ne abbiamo una stampa a casa… Credo non sia nemmeno rammentata come la città in cui nel 1984 si svolsero le Olimpiadi invernali. Il Villaggio Olimpico…… Sarajevo non è nemmeno considerata la Gerusalemme dei Balcani, avamposto musulmano nel cuore dell’Europa.

Forse qualche studente diligente e gli appassionati di storia la ricorderanno come palcoscenico dal quale scaturì la prima guerra mondiale a seguito dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando per mano di un giovane, Gavrilo Princip. Roba antica. .Sarajevo come “S”empre protagonista.

Men che meno può essere considerata una città turistica e, difatti, non lo è. No, Sarajevo per molti rappresenta la guerra nei Balcani, l’assedio più lungo nella storia bellica moderna, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Più di 12.000 vittime, 50.000 feriti, l'85% dei quali furono civili.

Il titolo di questo racconto l’abbiamo mutuato da un libro “Sarajevo, mon amour” che meglio di tutto esprime i nostri sentimenti. Non ce ne voglia l’autore. Dopo aver scoperto questa città, la sua gente, il suo calore è stato amore. Dalla prima volta che l’abbiamo visitata, ce ne siamo innamorati. E’ qualcosa che ti sale su dalle viscere, è una questione epidermica di cui non sai spiegarti le cause. O forse sarebbe meglio dire, non ti interessa saperlo. Certamente Nebojsa, Eldina, Dusan, Alexej, Denis e tante altre persone che abbiamo incontrato hanno contribuito a svelarci le sue meraviglie. Con discrezione e rispetto. Ci torniamo spesso, volentieri. E pensare che la prima volta molti ci dissero “Sarajevo??E cosa c’è da fare o vedere a Sarajevo??”.Ci guardammo basiti stringendoci nelle spalle con un malcelato imbarazzo.

Città tormentata, con le sue contraddizioni e cicatrici, costituisce tuttavia un unicum che va oltre, dove i reciproci influssi fra Est ed Ovest, fra Oriente ed Occidente, creano un mosaico dalle mille sfumature. Basta coglierle. Dalla fine della guerra molte cose sono cambiate; ciò che tuttavia non è mutato sono i segni della follia ancora ben visibili anche nei cuori dei suoi abitanti.

E’una mattina soleggiata. Aeroporto di Butmir, i soli italiani, oltre ai militari s’intende. Prendiamo il primo taxi che ci porta verso il centro, destinazione: Hotel Saraj. Durante il tragitto percorriamo il tristemente noto Viale dei Cecchini, passiamo davanti all’Holiday Inn, unico albergo funzionante durante l’assedio, sede della stampa internazionale, ribattezzato l’uovo all’occhio di bue. Perche? D’inverno, quando la neve è copiosa, avendo l’albergo un colore giallo, sembra il classico…occhio di bue.
Ci fermiamo a Gbravica, quartiere dormitorio alla periferia della città, tra i più martoriati durante l’assedio. La casa di Eldina, la nostra amica. Costeggiamo la Miljacka, il fiume che attraversa la città, passiamo davanti all’Università ed alla Biblioteca sven
IM000321.JPGtrata. Nel frattempo avevamo già notato i segni.

In hotel il personale è gentile, accogliente. Arriviamo in camera e ciò che ci si para davanti agli occhi è uno spettacolo suggestivo. Il sole tramonta in un rossore etereo che ci fa ben sperare; la città è lì, distesa in una valle, con centinaia di luci che cominciano ad illuminarla. Quelle verdi sono dei minareti. Di fronte a noi il monte Igman,dove un tempo si sciava. Anni dopo divenne un luogo non propriamente dedito allo…sport. Adesso è pieno di mine dappertutto. Alla sinistra un cimitero! Una distesa di lapidi bianche come se rappresentassero un’attrattiva della città. Tutto normale.
IM000370.JPGPiù in basso, deliziose casette multicolori sulle sponde del fiume sembrano restituirci ad un’apparente normalità. Il tempo di rilassarci un po’ e siamo nuovamente per strada, la nostra strada, quella del ricordo. Mettiamoci anche della memoria, non guasta.
La Biblioteca nazionale e la Piazza dei Piccioni, cuore della città, sono a poche centinaia di metri in linea d’aria. Percorriamo una stradina e siamo lì, nel cuore di Sarajevo. Alla nostra sinistra, la Fabbrica della birra, una delle migliori d’Europa. Si può sorseggiarne una tranquillamente, nessuno vi metterà fretta!I Bosniaci sono gente molto accogliente.

Rilassarsi davanti ad un caffè turco, dall’odore inebriante, in uno dei tanti bar della Piazza dei Piccioni, cuore pulsante della città vecchia, è davvero unico, sembra riportare indietro nel tempo ad antiche atmosfere con tutte le moschee che la circondano ed un nugolo di basse casette in legno. IM000356.JPG
Poco distante c’è Seraci, negozi di argenteria, antiquariato e botteghe di artigiani intenti a lavorare. I minareti si stagliano all’orizzonte, maestosi ed il richiamo alla preghiera, l’azhan, ha qualcosa di mistico e rilassante insieme. Sosta e visita alla Madrasa, la scuola coranica. Sempre a Seraci c’è la moschea di Bascarsija, dove i fedeli pregano su un terrazzo interno. Stuoli di ragazze col viso coperto che parlano al cellulare, ragazzi in jeans all’ultima moda, preti, imam e rabbini sono le tessere di un puzzle che, come a rispettare un disegno, trovavano il proprio senso come se fossero guidati dalla penna di uno scrittore. Anche questo è Sarajevo. IM000306.JPG

Poi c’è il Morica Han, antico caravanserraglio dove oggi c’è un delizioso caffè e una moltitudine di negozi. Sempre da Seraci è possibile arrivare alla Nuova Sinagoga, stupenda, nonché alla Chiesa ortodossa dall’altra parte della strada. Da Seraci si prosegue per Feradhija, cuore pulsante della città, passando per Piazza Itzebegovic, anche se il vero nome ci pare fosse della liberazione ma poco importa, cambia poco. Il padre della patria,leader della maggioranza musulmana in Bosnia, il “Nonno” come veniva chiamato. Nella piazza, una delle scene più frequenti e singolari è vedere anziani signori giocare a scacchi con vecchi bossoli, residuati bellici. IM000318.JPG

Non solo, c’è la Cattedrale cattolica degna di una visita ed un caffè di fianco dove vale la pena una sosta. Ci si rilassa, si guarda la gente, non si pensa.
Poco prima c’è il luogo della strage per antonomasia. In uno stretto vialetto, civili inermi, in coda per il pane, furono uccisi da una granata.
Proseguendo,si arriva alla Fiamma Eterna, sempre accesa in memoria delle vittime di tutte le guerre.

Siamo su Via Maresciallo Tito (Marsala Tita), in fondo alla quale vi è un a deliziosa moschea dove ci fermiamo a parlare con Farid, l’imam, giovanissimo. Tranquillo, convinto del proprio credo che ci accoglie come fratelli, anche se palesemente occidentali. Lo assecondiamo di buon grado. Piccolo particolare: la moschea, durante l’assedio, fu utilizzata dagli assedianti. I cecchini si appostavano sul minareto per sparare sui civili!

Sulla strada potrete notare le cosiddette “Rose di Sarajevo”. Cosa sono??Buchi, semplici buchi ma procurati dagli obici e ricoperti con vernice rossa a somigliare una rosa!!Di necessità, virtù.
Continuavamo a chiederci come fosse stato possibile che succedesse l’irrimediabile.

Torniamo indietro passando per il Ponte Latino, dove fu ucciso l’Arciduca e ci attardiamo sull’altra sponda del fiume, a Skenderija, dove si può ammirare il vecchio edificio delle poste e rilassarsi nei suoi magnifici giardini ben curati.

L’indomani proseguiamo con un giro ad Ilidza, amena località di “villeggiatra”, acque termali ed un parco naturale da togliere il fiato dove facciamo il bagno con le pecore ad ammirarci perplesse. Sulla strada vediamo la sede del quotidiano locale distrutta. Per anni è stata un simbolo dell’accaduto.
Scorgiamo tram ridotti ad un cumulo di lamiere mentre ci dirigiamo verso il “Tunnel” che durante l’assedio ha rappresentato l’unico collegamento con la città.IM000364.JPG

Dal Tunnel, costruito in realtà in una casa privata, sono passati civili, viveri, medicinali, feriti e perché no, anche soldati ed armi. L’autodifesa, lo spirito di sopravvivenza mentre dal cielo veniva giù di tutto e si tagliavano gli alberi per la legna da ardere. Anche questa è una particolarità: a Sarajevo ci sono pochissimi alberi!! C’è un piccolo museo.
La maggior parte degli abitanti di Sarajevo è passata dal tunnel ma non amano parlarne. Si riaprono cicatrici ancora vive. Niente di particolare ma molto, molto significativo. Riesci a capire, a ricostruire!!

Rientrando, visitiamo ciò che resta del Villaggio Olimpico dopodiché ci rechiamo con un taxi allo stadio Kosevo,una volta deputato al gioco più seguito al mondo, il calcio. Oggi un’immensa distesa di lapidi. 1992, è la data ricorrente.

Ultima tappa il Mausoleo dedicato ad Itzebegovic. In via Mustafe Beseskje è possibile ammirare splendidi palazzi in stile ottomano, un dedalo di viuzze che risalgono la collina, i segni evidenti della guerra. IM000388.JPG

Perché Sarajevo è questo, il presente ma sempre con un occhio vigile al passato. Ed ora alcuni consigli pratici:

Dormire

Hotel Saraj – Nevjestina,5 tel +387(0)33233500/239510  hotelsaraj@hotelsaraj.com – I prezzi sono medi ma vi assicuriamo che ne vale davvero la pena. Pulizia, cortesia e tanta, tanta Sarajevo.

Mangiare

Dveri (vicinissimo alla Piazza dei Piccioni) o il To be or not to be (la particolarità di quest’ultimo è che durante la guerra, il not to be dell’insegna fu cancellato…c’era voglia di essere, esistere, non si ammetteva la negazione) dove potrete gustare la pita, il cevapcici (carne di agnello o vitello macinata cotta alla piastra), il bosanski lonac (stufato a base di cavolo e carne) o il più classico burek ripieno di patate o carne. Al Dveri la specialità è la polenta macedone, un po’ pesante ma assolutamente da non perdere. In ogni caso ci sono tantissimi locali dove potrete bere una birra fresca in mezzo ad una moltitudine di giovani che cercano di ricominciare chiudendo con il passato. Davvero una bella gioventù! IM000353.JPG

Trasporti

Questa è la nota dolente. Per arrivare a Sarajevo o si opta per un volo Maleev Airlines con scalo a Budapest (costo intorno ai 300, 350€) oppure per il più economico traghetto Jadrolinja (www.jadrolinja.com) con partenza da Ancona ogni giorno alle 21.00. Si arriva a Spalato e si utilizzano i collegamenti interni, efficienti ed economici ma è molto più stancante, soprattutto se il tempo a disposizione è poco.

Per gli spostamenti in città, a piedi o in autobus. Se arrivate o ripartite da Sarajevo il Martedì o il Venerdì e troverete militari dappertutto… tranquilli, non è successo nulla né si aspetta un Capo di Stato. Si tratta semplicemente dell’avvicendamento dei militari italiani e del vettovagliamento e sarete tra i pochi turisti presenti. Di conseguenza, le operazioni di ceck in e di imbarco saranno velocissime.

Valuta

L’euro è accettato dappertutto così come le principali carte di credito.

Prima di partire

Libri consigliati

Diario di Zlata, di Zlata Filippovic, BUR
Sarajevo mon amour, di Dovan Divjak, Infinito edizioni
Sappiano di sangue le mie parole, di Babsi Jones, Rizzoli (stupendo…)
Il violoncellista di Sarajevo, di Steven Galloway, Mondadori
Eloi, Eloi, di Allen Custovic, Mondadori
Al di là del caos, di Elvira Mujcic, Infinito edizioni (da non perdere!!)
Racconti di Sarajevo ed Il ponte sulla Drina, di Ivo Andric

Film consigliati

Resolution 819Regia di Giacomo Battiato – Vincitore della 3° Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma 2008.
Diretto da Giacomo Battiato, il film porta sullo schermo la storia del peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della 2° Guerra Mondiale, quello di Srebenica del 1995.
Una vera e propria pulizia etnica, con 8000 morti, 4000 dei quali mai ritrovati, annunciata e non impedita, se non indirettamente appoggiata dallo stesso Onu, osservatore passivo del massacro. Il titolo del film si rifà alla Risoluzione 819 delle Nazioni Unite, che garantiva all’enclave di Srebenica, in Bosnia, la sicurezza e la protezione delle popolazioni musulmane. Nel luglio del 1995 le truppe del Generale Mladic conquistano la zona protetta, compiendo in solo 4 giorni una strage.
Donne, vecchi, bambini, uomini, tutti vengono uccisi e gettati in fosse comuni. Reati che rischiavano di non esser mai scoperti, se non fosse stato per un ufficiale di polizia francese che lascia il distintivo per proporsi come investigatore al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. E’ grazie ai suoi scritti e ai suoi resoconti se questa storia è uscita dal dimenticatoio, fino ad approdare in sala.
Un tema delicato, trattato con coraggio e sapienza da Giacomo Battiato, che realizza un film quasi documentaristico, che cerca di rappresentare il dolore e l’incredulità di fronte alle testimonianze degli assassini, agli interrogatori, alla sconvolgente scoperta delle fosse comune, fino al processo finale. Un racconto storico, politico, un racconto interessato a portare agli occhi del grande pubblico una storia così poco conosciuta o comunque troppo facilmente dimenticata. DA NON PERDERE!

The Hunting Party – I cacciatori – Regia di Richard Shepard – 2007
Presentato fuori concorso alla 64ª Mostra del Cinema di Venezia, ispirato a un fatto di cronaca (tre reporter americani che si misero sulle tracce del criminale di guerra Karadzic nel 2000, cinque anni dopo la fine del conflitto).
Trama - Il reporter televisivo Simon Hunt (Richard Gere) e l'operatore Duck (Terrence Howard) hanno lavorato insieme nelle zone di guerra più calde del mondo. Insieme hanno scansato pallottole, trasmesso articoli importanti e vinto premi Emmy. Ma un giorno terribile, in un villaggio bosniaco, tutto cambia. Durante una trasmissione in diretta su un canale nazionale, Simon ha un crollo. Da quel momento in poi, Duck continua a fare carriera mentre Simon scompare. Dopo cinque anni, Duck torna a Sarajevo per seguire il quinto anniversario della fine della guerra, ad accompagnarlo c'é Benjamin (Jesse Eisenberg), producer alle prime armi; quando Simon gli riappare davanti, come un fantasma del passato, convince Duck di essere a conoscenza del nascondiglio della "Volpe" il criminale di guerra più ricercato di Bosnia. Potrebbe essere lo scoop della vita, così, Simon, Duck e Benjamin si avventurano in una missione oscura e pericolosa che li porterà nel cuore del territorio nemico...

Benvenuti a Sarajevo - Regia di Michael Winterbottom con Stephen Dillane, Woody Harrelson – 1997
Benvenuti a Sarajevo (titolo che fa riferimento ad una sarcastica scritta che si intravede su uno dei muri della città) è uno dei più aspri e crudi film sulla guerra jugoslava
Sarajevo, 1992. E’ scoppiata la guerra civile che porterà alla disgregazione della Yugoslavia e la capitale della Bosnia-Erzegovina è assediata dalle truppe serbe. Un gruppo di giornalisti americani e inglesi gira per la città devastata filmando le scene più tragiche. Fra di loro c’è Henderson, un inviato della televisione britannica, che nel corso di un servizio su un orfanotrofio si prende a cuore la sorte di Emira, una bambina mussulmana di cui si ignora la sorte dei genitori. Quando una volontaria americana porta via dall’orfanotrofio i bambini più piccoli, Henderson fa entrare nel gruppo anche Emira, che porta con sé in Inghilterra inserendola nella propria famiglia. Dopo qualche tempo spunta la madre di Emira che rivendica la figlia ed Henderson torna a Sarajevo per incontrarla.
Il film prende le mosse da una vicenda personale (l’adozione da parte del giornalista Henderson della sventurata Emira) per esprimere una risentita denuncia di quello che considera l’atteggiamento di colpevole disinteresse e abbandono mostrato dall’Occidente e dall’Onu nei confronti del calvario della città di Sarajevo e dello sterminio condotto dai serbo-bosniaci che assediano la città. Quella che pochi anni prima era una normale metropoli europea che ospitava le Olimpiadi invernali (le immagini documentarie che aprono il film) e costituiva un esempio di pacifica convivenza fra etnie diverse si è trasformata in un inferno, dove i cecchini uccidono donne e bambini inermi.
Ed è soprattutto sulla disperata sorte di quest’ultimi che si accentra l’attenzione del corrispondente britannico Henderson (che rimane da subito colpito dalla sconvolta fissità dello sguardo di un bambino vestito da chierichetto che insegue fra le macerie), tanto da indurlo a prendersi cura di un gruppo di orfani e di Emira in particolare.
Ma il momento forse più straziante del film è quello in cui la disgraziata mamma di Emira, sentendo la figlia comunicare con lei in un’altra lingua, comprende di averla ormai persa per sempre e si fa simbolo della tragedia che ha colpito migliaia di famiglie bosniache.

Il segreto di Esma - Grbavica – Regia di Jasmila Žbanić - 2005
Esma vive con sua figlia Sara nella Sarajevo postbellica. Sara non ha mai conosciuto suo padre ed è convinta che sia un eroe di guerra come il padre di Samir, un suo compagno cui è molto legata. Un giorno Sara torna a casa da scuola e chiede alla mamma se può partecipare ad una gita scolastica. Esma inizia a lavorare in un locale notturno per guadagnare i soldi necessari anche se la scuola ha emesso un'ordinanza per cui i figli degli eroi di guerra possono prendervi parte senza pagare. Quando la bimba scopre di non essere stata inclusa nella lista degli orfani comincia ad insistere per conoscere la verità sulla morte del padre...
Senza voler (esplicitamente) parlare di guerra, Jasmila Žbanić racconta pochi momenti di una coppia madre-figlia nella Sarajevo di oggi: basta questo per portare lo spettatore in una realtà che assomiglia anche troppo alla sua quotidianità, ma che ha le sue radici nel conflitto.
Due cose colpiscono maggiormente lo spettatore di “Grbavica”: il dominio femminile dell’universo rappresentato, con gli uomini in ruoli fortemente negativi o semplici partner – occasionali – delle due protagoniste altro film al femminile; quanto ad Esma e Sara, la vera protagonista è la madre, anche se il film ruota maggiormente intorno alla figlia. In questa scelta risiede il principale significato del film, l’atteggiamento e i cambiamenti di Esma sulla base delle azioni di Sara, una sorta di azione e reazione nella quale il fattore dominante è costituito dalla ragazzina e l’oggetto analizzato è l’adulto.
Il titolo è un omaggio a Sarajevo (Grbavica ne è un quartiere), simbolo di una nazione che vuole stringersi attorno a qualcosa ma sa che non deve essere la nazione stessa: ljubavi moja, amore mio, la frase con la quale si chiude il film può sembrare retorica, ma dopo una guerra non si può biasimare chi ha voglia di esprimere i propri sentimenti. In questo rapporto intimo tra regista e città non c’è il trasporto di un Woody Allen, ma l’unica vena di disperazione accennata nel film: è un amore catartico, una necessità per andare avanti, dopo un passato doloroso, aggrappandosi a un ideale.


Nuccio e Eliana

12/11/2009

Intervista con Rosella Postorino e Chiara Gamberale -Rapporto AIE 2009 sullo stato dell’editoria

di Nuccio Franco

Timidi ma incoraggianti segnali di crescita per l’editoria italiana che quanto a fatturato e pubblicazione di titoli occupa nel 2009 il settimo posto a livello mondiale, il quinto in Europa. E’ quanto emerso dal rapporto dell’Associazione Italiana Editori (AIE) 2009 sullo stato del comparto, che con 420 soci ricopre circa il 90% del mercato librario italiano, presentato in occasione della Fiera del libro di Francoforte.

Sotto alcuni aspetti, è ancora il segno meno a connotare il comparto con 3,5 miliardi di giro d’affari (-3,1) rispetto al 2008, 59.000 titoli pubblicati (2.000 in meno rispetto allo scorso anno) per 235 milioni di copie, pari ad un saldo negativo del 12%.

Tuttavia, non mancano gli elementi positivi in quanto la lettura in Italia è tornata a crescere; lo si desume dal fatto che circa il 45% (+ 0,9) di italiani ha dichiarato di leggere almeno un libro non scolastico nell’anno precedente, a dimostrazione che il comparto dell’editoria è stato tra quelli che meno hanno subito il rallentamento globale dell’economia, dovuto alle attuali congiunture.
Basti pensare che il “solo” 14% degli italiani che costituiscono lo zoccolo duro rappresentano il 41% delle vendite proteggendo in tal modo il settore dagli effetti critici. Confermata la maggior propensione alla lettura nel Nord Est, seguito dal Centro mentre ancora una volta si confermano fanalino di coda le regioni del Sud, Basilicata, Calabria e Sicilia su tutte.

Per un segno positivo rappresentato dalla vendita di libri per ragazzi da 0 ai 14 anni (+ 9,1), segna un calo di circa il 6% il mercato del libro scolastico, frutto innanzitutto di una maggior propensione delle famiglie italiane ad attingere al mercato dell’usato o ad altri canali d’acquisto,internet in primis.

Tale situazione, in prospettiva, è destinata a peggiorare per effetto della riforma voluta dal Ministro Gelmini che prevede il blocco dell’adozione dei testi scolastici per cinque anni nella scuola primaria e per sei in quella secondaria con l’obbligo, dal 2012, di adozione dei soli testi disponibili e scaricabili da internet.

Quanto ai canali distributivi, tengono le librerie che, sempre di più, si stanno adeguando alle esigenze del mercato attraverso la sperimentazione di nuovi format e da logiche di network e di franchising. Il risultato è un netto aumento quasi triplo dei punti vendita passati dai 317 del 2007 ai quasi 1.900 sull’intero territorio nazionale.

Sempre con riferimento ai canali d’acquisto, cresce l’on line e registrano un sostanziale segno positivo le edicole mentre diminuisce la Grande Distribuzione (Gdo) per effetto del calo generalizzato degli acquisti delle famiglie.

Crescono le pubblicazioni legate all’attualità che in sette anni sono aumentati del 28,1% per quanto concerne i titoli con un +3,8 % di copie.

Ne abbiamo discusso con Rosella Postorino e Chiara Gamberale, scrittrici emergenti ma, soprattutto, due care amiche.
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Rosella, 31 anni, calabrese, autrice di “La stanza di sopra” con il quale ha vinto il Premio Rapallo Opera Prima e “L’estate che perdemmo Dio”. Collabora, inoltre, con le pagine romane del quotidiano “La Repubblica” e con “Rolling Stone”.

 

Chiara, 32 anni, scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva. Ottiene la ribalta in campo letterario quando, poco più che maggiorenne, pubblica il romanzo “Una vita sottile” (Marsilio 1999), ispirato a una vicenda autobiografica e da cui viene presto tratta una fortunata versione televisiva. Seguono “Color lucciola” (MarsilioGAMBERALE.jpg 2001) e “Arrivano i pagliacci” (Bompiani 2003).A partire dal 2002, ha cominciato a lavorare come autrice e conduttrice televisiva. Su Rai Tre ha condotto Parola mia, su Rai Uno Gap e, di nuovo sulla terza rete, Quarto Piano Scala a Destra, programma di cui era anche ideatrice. Dal 2005 al 2008 è stata autrice e conduttrice su Radio 24, della trasmissione Trovati un bravo ragazzo. Del 2008 è il libro “La zona cieca” (Bompiani, 2008), Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati. Del 2009 "Una passione sinistra" (Bompiani).  Collabora attualmente con La Stampa e Vanity Fair.

D- Allora Rosella, Chiara, innanzitutto grazie per la vostra disponibilità. Oggettivamente dal rapporto si evincono timidi ma incoraggianti segnali di crescita per l'editoria italiana;il 45% (+0,9) di italiani ha dichiarato di leggere almeno un libro non scolastico nell'anno precedente, a dimostrazione che il comparto dell'editoria è stato tra quelli che meno hanno subito il rallentamento globale dell'economia, dovuto alle attuali congiunture. Come interpretate questo dato?

R (Postorino) - Non è un segnale che mi incoraggia realmente. In Italia è considerato un lettore forte chi legge dodici libri all’anno, cioè un libro al mese; nel nostro paese si leggono pochi quotidiani, e in Europa siamo in coda all’uso della banda larga per la connessione Internet, per esempio: che è comunque un segnale di avanzamento culturale di uno stato. Bisogna anche capire di che tipologia di libri si tratta. Nelle statistiche rientrano spesso anche volumi di cucina, giardinaggio, fai-da-te ecc. E in ogni caso si nota, anche solo osservando le classifiche pubblicate settimanalmente dagli inserti letterari, che esiste un divario molto grande tra i bestseller e gli altri libri (il secondo in classifica vende spesso molto meno della metà del primo, il terzo la metà del secondo, tutti gli altri stanno vicinissimi, ma vendono quasi dieci volte meno del primo; pensiamo poi ai libri che nelle classifiche non entrano...). Con molta probabilità, il libro che tutti hanno letto durante l’anno è un bestseller. Ma in Italia si pubblicano circa 65.000 titoli all’anno: chi li legge? La tendenza che vedo negli ultimi tempi è la vittoria dei libri per lettori occasionali. Se alcuni li difendono, sostenendo che possano educare alla lettura i non-lettori o i lettori deboli, io non ne sono affatto convinta. Credo ci sia invece un rischio diseducativo, pari alle trasmissioni di Maria de Filippi. Se questi libri favoriscono gli editori nel breve termine, non lo fanno nel lungo periodo, perché non educano il gusto, non lo affinano.

R (Gamberale) - Naturalmente lo valuto positivamente: anche se non mi sfugge che, essendo quello dell'editoria un mercato in crisi di per sè, si tratti di un movimento (o di un mancato movimento verso il basso) apparente...

D - Al Nord si legge molto di più rispetto al Centro - Sud, ulteriore dimostrazione di un Paese "diviso", senza alcuna allusione politica. Come valutate la situazione e quali le ragioni: sociali, culturali, economiche o cosa??

R (Postorino) – È un discorso molto complesso, che si inserisce nella “questione meridionale” di cui parliamo da sempre. Ci sono purtroppo molti aspetti disfunzionali nelle società del Sud, che conosciamo e che sono difficili da risolvere, e che naturalmente vanno a intaccare anche i consumi culturali. È un dato del tutto previsto in territori in cui il tasso di scolarizzazione è più basso, il tenore di vita anche, dove esiste una sorprendente percentuale di analfabeti (nel 2005, secondo l’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo, erano sei milioni in Italia, con un picchio in regioni come Basilicata, Sicilia e Calabria, che però, paradossalmente, avevano in percentuale più laureati di Piemonte e Lombardia), e dove probabilmente le persone che studiano o che conducono determinati stili di vita non vivono più, perché sono emigrate al Nord per frequentare l’Università o realizzare le proprie aspettative professionali. È una cosa che mi addolora, non in quanto scrittrice: in quanto cittadina italiana. Questo dato è solo l’ennesimo sintomo di un problema antico: le differenze sociali ed economiche che esistono all’interno di una stessa nazione.

R (Gamberale) - Io scrivo: non m'intendo di queste cose...Certo è che ho la sensazione che al sud la distribuzione dei libri sia molto meno capillare: ma le ragioni, a parte evidenti dinamiche note a tutti, mi sfuggono

D - Scrivere in Italia oggi: quanto contano nella vostra scala di valori il mercato, l'editoria, il lettore medio (lo insegui o lo desideri)? Quali sono i Paesi nel mondo in cui vorreste venissero distribuiti i vostri libri?

R (Postorino)- Credo che qualunque scrittore desideri essere pubblicato in qualunque paese del mondo! Per quanto riguarda il lettore medio: chi è? Credo sia un’illusione degli editori poterlo individuare. È come parlare dell’uomo medio: è una categoria in cui non credo e che trovo anche un po’ discriminatoria. Potenzialmente, ogni scrittore vorrebbe arrivare a più persone possibili. Questo però, per quel che mi riguarda, non significa farsi condizionare nel proprio lavoro. Probabilmente è un errore, ma io ho profonda fiducia nei confronti dei lettori, credo derivi dalla mia fede nella letteratura. Non dico che sia ragionevole, d’altronde nessuna fede lo è. Il mercato è una cosa che non riguarda lo scrittore, riguarda gli editori. Assecondare volontariamente il mercato, oltre a essere illusorio come dicevo prima, è anche snaturante: io perderei il gusto di scrivere. La scrittura è lo spazio della libertà. Il mercato – può sembrare un paradosso – è ingabbiante.

R (Gamberale) - Scriviamo tutti per venire letti: e chi lo nega cerca un alibi per i suoi possibili fallimenti in questo senso. Per me il lettore conta, senza dubbio: ma non mi sintonizzo su di lui, ci mancherebbe. Diceva Pasolini che un libro può risultare necessario a chi lo legge se è stato necessario a chi l'ha scritto: ci credo. E poi come si fa a sintonizzarsi sul "lettore medio"? Chi è? Che vuole? Che pensa? Per fortuna siamo tanti, e tutti diversi. L'importante per uno scrittore credo sia intercettare il SUO, pubblico. Più è vasto, più è meglio, certo: anche perchè è testimonianza di una condivisione del sentire di chi ha scritto un lbro e dei temi che gli stava a cuore trattare.

D - Infine, quali potrebbero essere, a vostro avviso, le migliori strategie per invertire definitivamente la tendenza??La scuola, i media potrebbero esercitare un ruolo positivo e propositivo in tal senso?

R (Postorino) - Io non sono convinta che leggere sia necessariamente una cosa indispensabile per tutti. Per me è sempre stata una forma di salvezza. Ancora oggi che leggere è diventato parte del mio lavoro, il piacere che provo quando mi immergo in un libro che ho scelto per me, prima di addormentarmi, è incomparabile. È la sensazione che potrò ancora salvarmi. Riempio la casa di libri e penso: se perdessi ogni cosa, comunque avrei i miei libri. Ma non è per tutti così. Ci sono persone il cui benessere è legato ad altre cose, non per forza culturali, e io credo che queste abbiano pari dignità. D’altra parte, poiché sono convinta che i libri salvino le persone e le società, mi piacerebbe che tutti potessero vivere appieno l’intensa esperienza della lettura. Credo che la scuola possa fare un grande lavoro in questo senso, attraverso iniziative coinvolgenti: invitare gli autori in classe, portare i ragazzi alle fiere, creare dibattiti tematici trasversali in aula, rendere i libri vivi. Molte scuole lo fanno regolarmente, d’altra parte. È che spesso dipende dall’entusiasmo di singoli insegnanti, piuttosto che da direttive generali. Ricordo che alle elementari la maestra ci faceva leggere in classe ad alta voce, poi ci faceva mettere in scena il brano che avevamo letto. Tutti, a turno, lo recitavamo, vicino alla lavagna. Non c’era un voto, non era un compito, non dovevi essere bravo. Era un gioco. E ci piaceva. A tutti. Mi sono spesso domandata se un reality letterario funzionerebbe. Un reality di scrittori, dove lo scopo è inventare una storia, vince la storia più bella o quella raccontata meglio... Non credo però sia un format appetibile! La televisione dedica pochissimo spazio ai libri, i giornali molto di più, ma vanno spesso incontro al mercato, che vince sempre. Nella società contemporanea la lettura non è considerata una cosa gustosa. Una cosa divertente, un’esperienza sballante o trasgressiva. E invece lo è. Insieme al cinema, o alla musica, è una forma di dissociazione che tutti sperimentiamo da sempre, non ha effetti collaterali nocivi e, se crea dipendenza, non intossica.

R (Gamberale) - I media, certo: ma bisognerebbe sforzarsi di trovare un modo non pedante per parlare di libri, restituendo tutto il piacere che possono portare. E lo stesso piacere dovrebbe essere trasmesso a scuola. Facile a dirsi, lo so.