18/05/2010

Grbavica - Sarajevo

di Nuccio Franco

4° classificato Sez. Racconto breve alla V Edizione del Premio Letterario “AmaRossella”

 

“La guerra più terribile è quella che deriva dall'egoismo, e dall'odio naturale verso gli altri, rivolto non più verso lo straniero, ma verso il concittadino, il compagno” Giacomo Leopardi

Roma, letto sfatto, cartoni di pizza a terra, lattine, cicche di sigarette....residui di una cena frugale. Dietro la spalliera del letto una gigantografia riportava a caratteri cubitali una frase tratta da un celebre, indimenticabile film: “Se siete soli, stanotte, prima di infilarvi sotto le coperte, mettetevi in piedi nella vostra stanza, in un angolo, e fissate il muro. Al di là dell'oceano io farò lo stesso. Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione".
Era una frase che mi tornava in mente spesso quando pensavo alle persone care, lontane. Non era necessario essere dietro le sbarre del braccio della morte per sentirsi soli, con l'unico desiderio chiaro nell'anima...la fuga!

20752_1330951003354_1518369671_30869926_2325016_s.jpgQuando avevo necessità di staccare davvero dal tedio della mia triste e solitaria quotidianità prendevo il primo volo per Sarajevo, che amavo profondamente. Gbravica, quartiere dormitorio alla periferia della città, tra i più martoriati durante l’assedio, era la mia seconda casa. Storicamente un quartiere a maggioranza serba, aveva rappresentato la linea del fronte durante la guerra. Successivamente era stato assegnato all'entità croato-musulmana e quindi spopolato in gran parte dai serbi.
Qualche anno prima avevo conosciuto Amina e Sasha: lei musulmana, lui serbo. Apparentemente incredibile ma, d’altronde, dove c’è amore c’è Dio.
La prima volta che mi recai nel quartiere, i segni della guerra, dell’umana follia erano ancora tangibili nelle cose, ma soprattutto nei cuori. Case anonime, alcune sventrate, crepe e giardini poco curati, gente ancora scossa da quanto accaduto. Alti palazzi grigi, atri anonimi e scrostati, i segni degli obici e dei colpi dei cecchini cetnici ancora lì, a futura memoria. Nonostante tutto, il loro affetto e la loro accoglienza mi avevano fatto sentire subito a casa, circondato da quel calore che poche volte prima di allora avevo provato. Fu subito empatia, quella stessa che permaneva ancor oggi, seppur fossero passati gli anni: d’altronde l’amicizia è qualcosa che trascende i canoni spazio – temporali, la consuetudine della frequentazione. Gli amici li si porta nel cuore e nella mente! 20752_1330950723347_1518369671_30869919_784300_s.jpg
Amina sbarcava il lunario come poteva, onestamente, il suo burek squisito, mentre Sasha suonava nei locali. La musica, la sua vita. Il calore della loro casa era capace di sciogliere la neve che scorgevi dalle finestre dei rigidi inverni balcanici.
L’esatto contrario del freddo che stringeva i loro cuori quando si recavano al cimitero Kosevo, una volta teatro dello spettacolo più seguito, il calcio. Oggi un’immensa distesa di lapidi bianche. La morte. 1992. Un fiore, il ricordo dell’umana follia.

Amavo passeggiare nelle strette viuzze della città vecchia, osservare la gioventù che si dava appuntamento davanti ai locali; quel desiderio di dimenticare e ricominciare, quell’ansia di normalità trasudavano speranza. In un futuro migliore, in una vita degna di essere vissuta nella reciproca comprensione e tolleranza. Mi sentivo uno di loro pur senza conoscerli. Bevvi alla loro felicità.
images.jpgUn giorno mi colpì molto l’insegna di un locale. Prima della guerra si chiamava “to be or not to be”. La negazione era stata cancellata con una riga decisa. Essere, sperare era l’imperativo categorico che non lasciava adito ad alcuna alternativa che non fosse la vita. Non potevano esserci misure di mezzo. Se volevi sopravvivere all’assurdo.

Amavo rilassarmi davanti ad un caffè turco, dall’odore inebriante, in uno dei tanti bar della piazza cuore pulsante della città vecchia. Negozi di argenteria, antiquariato e botteghe di artigiani intenti a lavorare. I minareti si stagliavano all’orizzonte, maestosi ed il richiamo alla preghiera, l’azhan, aveva qualcosa di mistico e rilassante insieme.
Stuoli di ragazze col viso coperto che parlavano al cellulare, ragazzi in jeans all’ultima moda, preti, imam e rabbini erano le tessere di un puzzle che, come a rispettare un disegno, trovavano il proprio senso come se fossero stati guidati dalla penna di uno scrittore.
Continuavo a chiedermi come fosse stato possibile che succedesse l’irrimediabile: più di 100.000 morti, 50.000 feriti e 1601 bambini, vittime di un conflitto a pochi chilometri dalle nostre coste.

Un giorno salimmo in macchina per una passeggiata. Sosta su un’altura dalla quale si poteva scorgere una verde vallata, colline incontaminate, un verde che affascinava.
Vedi” mi disse Amina indicando tremante un punto all’orizzonte “dietro quelle montagna c’è il confine tra noi e la repubblica serba di Bosnia. Da lì ci hanno bombardati per mesi, incessantemente. Le loro granate piovevano dappertutto, obici deflagravano le nostre case, la nostra città. Durante quei mesi fummo costretti a tagliare tutti gli alberi. Senza elettricità avevamo bisogno di legna per riscaldarci, cucinare ciò che riuscivamo a trovare con difficoltà. Al mercato nero”.

Era la prima volta che mi parlava in maniera così diretta di ciò che sembrava essere un tacito tabù tra di noi, seppur inconsapevole ed ingiustificato. E’ la vita, che lo si voglia o no, per assurda che sia! Altrimenti decidi di non viverla. Amina non avrebbe mai dimenticato ma aveva dimostrato di voler vivere dando alla luce un figlio nonostante la strenua opposizione della famiglia di lui che no
20752_1330950563343_1518369671_30869915_1449236_s.jpgn esitò a definirla una “nullità bosgnacca”.
Solo allora realizzai che quelle crepe dipinte di rosso per le strade della città, chiamate “le rose di Sarajevo” altro non erano che i segni lasciati dagli obici delle granate. In pieno centro, tra la gente. Avevo compreso tramite lei ciò che nessuna guida avrebbe potuto spiegarmi.

Sono degli stolti” proseguì. “Qui a Sarajevo, produciamo una delle migliori birre dell’intera ex Jugoslavia, una delle principali fonti di sostentamento. I serbi, pur di umiliarci e ridurci alla fame,non essendo riusciti nell’intento con le armi, preferiscono fare duecento chilometri fino a Banja Luka pur di non chiedere a noi....Meglio così , che bevano il loro dannato fiele” aggiunse.
Prima di andar via, di lasciare le loro case hanno fatto terra bruciata. E’ lì che si nascondono i peggiori criminali, protetti da Belgrado,coloro i quali avrebbero preferito vederci morti e sepolti per sempre. Eravamo solo una zavorra inutile di cui disfarsi, come mi disse la famiglia di Sasha, mio marito, quando portavo in grembo suo figlio.
Non sono degni del mio disprezzo, certamente non avranno mai il mio perdono. Prova ad immaginare per un solo attimo ciò che si prova a dover abbassare lo sguardo davanti ai tuoi carnefici
”concluse. Una lacrima le solcava il viso.

In certi momenti la sua dolcezza si trasformava in rabbia, odio per quelli che fino a pochi mesi prima erano probabilmente stati i suoi vicini di casa e che, affascinati dal progetto della Grande Serbia, non avevano lesinato sofferenze.
Si erano lasciati trascinare da agitatori di popolo, senza scrupoli, il cui unico fine era il potere, fine a se stesso, ed un forte delirio di onnipotenza. Tutto ciò celando la barbarie dietro assurde disquisizioni etniche e religiose. No, Dio non può essere un pretesto per altri scopi. La collera era legittima.

E’la nostra terra, capisci? Nel bene e nel male ne siamo la storia. Abbiamo rispettato tutti cercando, ognuno a modo suo, di seguire una ragione, un credo, un rifugio. Non dovevano farci questo. Non dovevano! Perchè?  Siamo musulmani, e allora? Siamo arrivati fin qui con un Impero, tra i più grandi della storia,con i suoi errori, certo. E’una punizione questa?? La accetteremo, come abbiamo sempre fatto” concluse non senza che il suo volto risentisse di ciò che le diceva il suo cuore.
Amina, adesso calmati, è tutto finito, appartiene al passato” le sussurrai per tranquillizzarla. “Ricominceranno”, mi disse.

Ci salutammo affettuosamente quando mi accompagnò all’aeroporto. Ci stringemmo forte promettendoci, vicendevolmente, che non ci saremmo mai persi, qualsiasi cosa fosse successa.”Insciallah, amico mio, che tu non possa mai soffrire e che si realizzi ciò che desideri e meriti, per te e la tua famiglia.” Decollai e mentre osservavo la città dall’alto, mi si strinse il cuore.

Sarei tornato, con mia moglie.
A lei raccontai ciò che ero, senza riserve. Il re a volte è nudo. La mia vita, le mie esperienze, le mie storie. Le aspettative ma in primis il mio cuore. Credo mi amasse anche per questo. Era impaziente ed entusiasta di partire.

Trascorremmo giorni bellissimi tra moschee, la sinagoga del quartiere ebraico, le chiese ortodosse e lunghe passeggiate lungo la riva del fiume Miljacka.

Ci sedemmo a bere una birra. Dietro di noi la Cattedrale cattolica. Comunicavamo con lo sguardo e fu bellissimo. Due persone, nello stesso momento, stavano provando le stesse emozioni. La biblioteca nazionale distrutta, il Ponte Latino, ma meglio sarebbe definirlo Gavrilo Princip, il tunnel sotto la pista dell’aeroporto di Butmir, il monte Igman, simbolo dell’assedio. Il mercato del pane....Innocenti in fila, ignari della fine.

Lei era molto più edotta avendo discusso una tesi sui Balcani. Riusciva a comprendere con introspezione e sensibilità certamente superiori alla mia. Fui felice di condividere con la mia donna le stesse emozioni. I nostri pensieri avevano qualcosa di chimico ed avvolgente. Riuscivamo a scorgere i reciproci reconditi. Un’ultima passeggiata, il richiamo alla preghiera e le campane. Cenammo e andammo a letto presto. Il nostro ultimo pensiero “perchè”??
Quella notte comunicammo davvero, a parole, col cuore, con il linguaggio del corpo. Avrei voluto che il tempo si fermasse in quello stesso istante. L’infinito.

Anni dopo, l’arresto di Radovan Karadzic dopo sei anni di latitanza. Lo psicologo, il teorico della pulizia etnica. Mandante morale dell’eccidio di Srebrenica: ottomila vittime di un piccolo villaggio musulmano trucidate davanti allo sguardo impotente (o indifferente) delle forze ONU. Schierate, di tutto punto, coi loro elmetti e la mimetica ben apposto. Umanamente aberrante. Donne e bambini da un lato, gli uomini dall’altro. Stupro e morte. Memoriale di Potocari, 11 luglio 1995.

Appresi la notizia alla radio prima ancora di avere il tempo di leggere i giornali. Il mio pensiero corse ad Amina e Sasha. Corsi ad informare mia moglie. Le scrivemmo una mail, contenti di quello che era accaduto ma la sua risposta fu quella di una donna che non avrebbe mai dimenticato e le cui cicatrici non si sarebbero mai cicatrizzate. Dio predica il perdono ma gli esseri umani sanno essere severi.

Si”, ci rispose, “oggi è un giorno di giubilo ma quel nome non voglio nemmeno sentirlo nominare. I suoi aguzzini sono ancora liberi, protetti da chi considera la vita umana meno di nulla. Non è finita. A Sarajevo ci sono ancora contingenti militari a ispezionare il territorio. Se vanno via tutto ricomincerà come prima, peggio di prima. Noi tutto ben;, le vita scorre lenta anche se a volte pensi di scorgere un barlume. Ci accontentiamo. Vi abbraccio forte nella speranza di rivedervi presto. Si possono comprare tutti i cammelli del mondo, mai un amico. Amina”.

Mandai giù l’ultimo sorso di rakija per tirami su ma ciò non mi impedì di intristirmi profondamente. Tra me e mia moglie scese un lungo silenzio. Avremmo voluto risponderle d’impeto. Non trovammo le parole. Non ho mai capito se la sofferenza ti rende più cinico o ti addolcisce, certamente ti tempra preparandoti alla vita in una maniera che avresti voluto evitare. Come biasimarla??

Anni dopo decidemmo di andare a Srebrenica vedere i segni del follia e dell’umana barbarie. Dopo chilometri in macchina giungemmo sul posto non senza una certa inquietudine. Comprammo dei fiori ed entrammo. 20752_1330952283386_1518369671_30869957_5925743_s.jpg

Davanti a noi anziane donne in circolo, rosario in mano e l’immancabile jallabia. Ci guardarono incuriosite. In un immenso letto di terra, lapidi a perdita d’occhio. Pregammo, per noi e le future generazioni. Le donne ci chiesero da dove provenissimo. “Italia” rispondemmo. Sembrarono sorprese che il mondo sapesse e non li avesse dimenticati. “Che Dio vi benedica”.
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Il segno tangibile del nostro passaggio fu un pensiero di Diderot scritto su un libro. “E credete di onorare il vostro Dio sacrificando i vostri fratelli”?? Mai più.

04/05/2010

Lettera a mio padre

di Nuccio Franco

2° classificato al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa  "Amici senza Confini" Edizione 2010

Motivazione della Giuria "Una dichiarazione di amore per l'umanità. La forma epistolare serve da pretesto per una successione di riflessioni ed immagini evocative, presumibilmente ricavate dalle autentiche esperienze dell'autore. Sulla scia del fotografo/scrittore viaggiatore Sergio Ramazzotti (una citazione del quale chiude il racconto e, a posteriori, lo giustifica) e dell'indimenticabile Ryszard Kapuscinski."

 

Caro Papà,


olivetti.jpgda piccolo ti osservavo in silenzio, la pipa tra le labbra, scrivere i tuoi articoli con la vecchia Olivetti Lettera 22, tanto cara ai giornalisti della vecchia guardia, con la quale raccontavi il mondo. A modo tuo, con il tuo stile, certo, ma sempre attento ad essere coerente con la verità, tua unica ragione e guida.
Mi fermavo ipnotizzato ad ammirare la foto di Pertini, incorniciata nel tuo studio; quest’uomo vecchio, l’immancabile pipa ed una tempra d’altri tempi. “Ha fatto la resistenza, sai”? Mi dicevi...pertini.jpg
quarto stato.jpgGuardavo il “Quarto Stato”; questa donna impavida e fiera, con il bambino in braccio troneggiava su una parete. I più deboli.
Appena potevi mi portavi con te in redazione, un mondo a parte, e lì fantasticavo tutto il tempo quasi si trattasse di un piacevole gioco e desideravo diventare da grande come te! Osservavo affascinato i giovani redattori che si affannavano alla ricerca della notizia da prima pagina tra squilli di telefono e toni sopra le righe.redazione.jpg Era tutto un rincorrersi di agenzie, di verifica delle fonti all’inseguimento di quel pezzo che, talvolta, può cambiarti la vita.
Sono cresciuto spinto da quegli ideali da te palesati sempre con discrezione, mai imposti. La verità, la solidarietà, valori imprescindibili, come l’amicizia e la lealtà. Dalla parte dei deboli, degli idealisti capaci di sacrificare la propria vita per la libertà di ognuno, ovunque libreria.jpgessa sia, a chiunque appartenga. Questo ho appreso nel mio universo di bambino, leggendo i titoli dei tuoi libri, spinto dalla curiosità e dalla ricerca del sapere. Ho imparato a convivere con questo sviluppando nel frattempo idee e convinzioni personali. Condivise.
Io, nato nello stesso giorno in cui Jan Palach a Praga compiva il suo supremo sacrificio nella speranza della libertà e dell’affermazione dei propri diritti. Ne sono sempre stato consapevole, orgoglioso. In fondo lo aveva fatto anche per me. Non credo al fato ma all’assunto che ognuno nasca sotto una stella, si. Bella o brutta che sia. Catartico seppur irrazionale, questo pensiero mi ha accompagnato, rassicurandomi, spesso incoraggiandomi. Mi ha condotto per mano lungo la tortuosa strada della vita, insegnandomi a comprenderla, ad accettarla senza rinunciare mai al desiderio di poterla cambiare, di fare in modo che culture e diversità potessero incontrarsi in una sintesi dettata dalla legittimità di un auspicio.
Ed eccomi qui, durante i miei tanti girovagare nel mondo da giornalista e volontario, a ringraziarti, quasi fossi un debitore per avermi insegnato che i limiti sono solo illusioni e che ci sarà sempre qualcosa a toglierti il fiato lasciandoti senza parole anche se la vita, sin da bambino, ti ha abituato alle sue ipocrite acrobazie.
kenya.jpgLa scuola per orfani in Kenya, i bambini di Sarajevo, l’esperienza a Nevé Shalom in Israele mi ritornano in mente come parti di me, impermeabili all’oblio, vivi nella memoria come il pensiero dell’aberrazione umana.
Ripenso a quelle esperienze ed aumenta la coscienza di essere un privilegiato, nato nella parte fortunata del mondo, dove spesso il superfluo è una ragione di vita, l’apparire un diktat. Rifiuto di accettare questa bieca logica, frutto dell’ipocrisia imperante. Regalare un sorriso agli altri con il sudore della mia fronte: un punto di partenza per dare un senso al mio essere uomo.
suk.jpgRicordo Hebron. Il suk, una volta rinomato, ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali guardare la vita. Strade quasi sempre deserte con pochi bambini ciondolanti ad osservare i soldati. Maturano già in tenera età odio e spirito di rivalsa, occhi tristi e spenti. Senza nemmeno la possibilità di frequentare la scuola, tra loro probabilmente saranno reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza.
Non potrò mai dimenticare Nevé Shalom: il mio primo incarico da volontario. Si tratta di un villaggio situato in territorio israeliano, la cui peculiarità è rappresentata dal fatto che ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, hanno intrapreso un cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni. Trae il suo nome da uno dei libri di Isaia “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace….” Situato suneve.jpg una collina, circondato da ulivi secolari, infonde un senso di riconciliazione mentre ci si perde ad ammirare in lontananza l’orizzonte incantati dalla valle di Ayalon. Un’isola felice, insomma, in una terra stuprata da violenze e rancori millenari. Il dialogo, la reciproca solidarietà ed il rispetto dei diritti altrui trovavano la ragion d’essere nello sforzo di superare ancestrali contrapposizioni etniche e religiose, a dimostrazione che un mondo più equo e giusto è possibile. Superare le vicendevoli ferite e diffidenze in virtù di un progetto comune, condiviso, frutto della mutua accettazione e cooperazione è la base di questo sogno realizzabile. Due popoli, una sola volontà: la Pace.
Un giorno, un’immagine più esaustiva di tante parole. Osservavo i bambini che con i loro zainetti si avviavano verso la scuola: due di essi, ognuno con il copricapo tipico, la kefiah e la kippah, si tenevano per mano come ennesima dimostrazione della volontà di annullare le differenze, di essere amici, a prescindere. Sarebbe stato uno scatto degno del più prestigioso premio fotografico.bimbi.jpg
Altri due, invece, indossavano la maglia di Zidane e quella di Rosenthal; magie del calcio in un misto di identità e condivisione spassionate che solo la purezza dei bambini può trasmettere appieno. Nei loro occhi leggevo desiderio di spensieratezza, di condivisione, di amicizia al di là delle differenze culturali e religiose.
benares.jpgAdesso sono in India. Benares è un mondo a sé. Punto d’arrivo di ogni indù, legata al culto del Gange, il fiume sacro alla divinità Shiva, immergendosi nel quale ci si libera delle impurità spirituali. Città santa, meta di quotidiano, ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, paragonabile a Gerusalemme, alla Mecca. Tra risciò e vacche sacre, in un vortice frenetico di umanità e rumori si avverte una spiritualità contagiosa, senza uguali a livello emotivo. La percepisco per le strade, nei volti, nei segni della lebbra girando per i vicoli fetidi dove uomini e donne dormono a terra, tra rigoli di liquami nauseabondi.
Giocare con i bambini sui ghat in riva al Gange, mi fa sentire migliore! I loro occhi esprimono gratitudine, senzabambino indiano.jpg niente da offrire tranne un’immensa umanità frutto del dolore, unico sentimento capace di restituire la speranza a dispetto di un destino malvagio. Nulla è più gratificante quanto vederli sguazzare nelle acque maleodoranti del Sacro Fiume, la grande Mamma, fonte di vita, e correrti incontro con quegli occhi nero pece avvolti in sdruciti indumenti. Ti saltano al collo in cerca di un abbraccio desiderosi solo di un po’di conforto, sussurrandoti sari indiano.jpgall’orecchio namastè, mi inchino a te, sotto l’occhio vigile delle madri avvolte in splendidi sari multicolori. Sono io a dovermi inchinare a loro, così ingenui ma già provati, per lo splendido dono di lusingarmi con la loro fiducia incondizionata!
La sera, prima di addormentarmi, sento la mia anima leggera come una piuma che volteggia nel cielo della vita, libera da ogni paura e felice nell’attesa di un nuovo giorno.L’alba sul Gange è un’esperienza unica, in un vortice di colori, canti e profumo d’incenso; abluzioni e faccende quotidiane come fare il bucato in un gange.jpgmisto di sacro e profano. Santoni, mendicanti e donne con uno sciame di bambini attaccati ai vestiti si confondono sulle scale dei ghat, insensibili alle acri esalazioni provenienti dalle pire funerarie poco distanti che non smettono mai di ardere. Gli uomini in abiti succinti si immergono nell’acqua per eseguire l’antico saluto del sole portando con loro fiori e ghirlande quali offerte alla divinità, nell’attesa della morte come fine della continua reincarnazione. L’ascesa dell’anima al cielo, purificata dal fuoco, per accedere allo stadio supremo, il Nirvana. Una realtà unica, difficile da capire dove a volte si percepisce nitidamente un senso di distacco e rinuncia per le cose terrene ed un’ascesi a volte al limite quale potere del corpo sulla mente.
Un volontario un giorno mi ha detto che lasciare Benares sarà facile, lei però non mi abbandonerà mai. Infatti, l’immagine di un fagotto alla deriva sul fiume sarà difficile da dimenticare. Non era una bambola ma un bimbo appena nato. Ad essi, come alle donne incinte non è concesso il “privilegio” della cremazione. Arduo da accettare ma ancor di più da comprendere.
L’emarginazione contrasta poi con la condizione della middle class, con l’immagine di quei bambini compiti nei loro grembiulini stirati di fresco, ben pettinati, educatamente seduti sullo scuolabus, cartelle in spalla pronti per la scuola. Due mondi, altrettante storie e paradossi.
Tornerò presto a casa, non dimenticando mai i posti che ho visitato, i volti dei bambini, i loro occhi, specchio di un’anima pura e desiderosa di pace e serenità,  estranea alla scelleratezza del mondo adulto..

Tempo fa lessi una frase che mi colpì molto…. Il mondo non è fatto di montagne e fiumi e grattacieli e piramidi e deserti, ma di storie e della gente che le racconta, e della luce che passa nei loro occhi mentre le raccontano, e delle espressioni dei loro volti, e se accettiamo che il mondo è fatto di questo, allora esso sarà sempre in grado di stupirci e sarà sempre inesplorato. Quanto è vera!

Ti abbraccio forte
Nuccio

04/03/2010

Varanasi, l'altra faccia della nostra anima

di Nuccio Franco

(I viaggi di Assotravel)

“L'India brucia come l'Inferno, ma le sue anime sono belle e preziose perché il sangue di Cristo le ha irrorate”, le parole di Madre Teresa di Calcutta risuonarono nella mia testa mentre l’aereo planava sulla pista dell’aeroporto di Nuova Delhi. Io e mia moglie eravamo diretti a Varanasi. Finalmente il sogno di una vita si stava realizzando: l’India ed i suoi mille volti!18852_1339243330657_1518369671_30886485_2684060_n.jpg
Varanasi è un mondo a sé. Punto d’arrivo di ogni indù, legata al culto del Gange, il fiume sacro alla divinità Shiva, immergendosi nel quale ci si libera delle impurità spirituali. Città santa, meta di un quotidiano, ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, paragonabile a Gerusalemme, alla Mecca. Tra risciò e vacche sacre, in un vortice frenetico di umanità e rumori avvertimmo subito una spiritualità contagiosa, senza uguali a livello emotivo.
18852_1339243530662_1518369671_30886490_8026823_n.jpgLa percepimmo per le strade, nei volti, nei segni della lebbra, girando per i vicoli fetidi dove uomini e donne dormivano a terra, tra rigoli di liquami nauseabondi.
L’alba sul Gange fu un’esperienza unica, in un vortice di colori, canti e profumo d’incenso; abluzioni e faccende quotidiane come fare il bucato, in un misto di sacro e profano. Uomini in abiti succinti e donne si immergevano nell’acqua per eseguire l’antico saluto del Sole portando con sé fiori e ghirlande quali offerte alla divinità. Santoni, mendicanti e donne con uno sciame di bambini attaccati ai vestiti si confondevano sulle scalinate dei ghat, insensibili alle acri esalazioni provenienti dalle pire funerarie poco distanti che non smettevano mai di ardere. L’ascesa dell’anima al cielo, purificata dal fuoco per accedere allo stadio supremo, il Nirvana.18852_1339243770668_1518369671_30886496_2445031_n.jpg

Fede e misticismo si mescolavano nell’attesa di una vita migliore nell’al di là che ripagasse l’immensa povertà quotidiana.

Alle spalle dei ghat, che portano al sacro Gange e che si estendono per cinque chilometri, osservammo imponenti costruzioni coloniali dall’antico fascino perduto e templi, testimonianza di un passato lontano.

18852_1339243610664_1518369671_30886492_5212133_n.jpgIl popolo indiano esprimeva gratitudine con gli occhi, senza niente da offrire tranne un’immensa umanità frutto del dolore, unico sentimento capace di restituire la speranza a dispetto di un destino malvagio. Nulla fu più gratificante quanto vedere quei bambini sguazzare sorridenti nelle acque maleodoranti del sacro Fiume, la grande Mamma, fonte di vita, e correrti incontro con quegli occhi nero pece avvolti in sdruciti indumenti. Ci saltarono al collo in cerca di un abbraccio desiderosi di un po’ di conforto, sussurrandoti all’orecchio namastè, mi inchino a te, sotto l’occhio vigile delle madri avvolte in splendidi sari multicolori. Eravamo noi a doverci inchinare a loro, così ingenui ma già provati, per lo splendido dono di lusingarci con la loro fiducia incondizionata!18852_1339241730617_1518369671_30886448_5145572_n.jpg
18852_1339243890671_1518369671_30886499_6385980_n.jpgL’emarginazione contrastava con la condizione della middle class, con l’immagine di quei ragazzini compiti nei loro grembiulini stirati di fresco, ben pettinati, educatamente seduti sullo scuolabus, cartelle in spalla, pronti per la scuola. Due mondi, altrettante storie e paradossi.
Lo scenario si fece più tetro al calar del sole quando il caldo soffocante e l’anima ribolliva alla vista del crematorio dove alte pire bruciavano corpi sotto lo sguardo quasi indifferente di amici e parenti. Niente pianti o urla ma solo una magica, strana armonia tra la vita e la morte.
Un volontario ci disse che lasciare Varanasi sarebbe stato facile, lei però non ti avrebbe mai abbandonato. Infatti, l’immagine di un fagotto alla deriva sul fiume sarebbe stato difficile da dimenticare. Non era una bambola ma un bimbo appena nato. Ad essi, come alle donne incinte non era concesso il “privilegio” della cremazione: sono puri. Arduo da accettare ma ancor di più da comprendere.
La sera sentimmo le nostre anime leggere come piume che volteggiavano nel cielo della vita, libere da ogni paura, e ci addormentammo felici nell’attesa di un nuovo giorno.3267_1121625610350_1518369671_30301628_472385_n.jpg

06/11/2009

I martiri di Hebron

di Nuccio Franco

Terzo Classificato -  Sezione D Racconto edito, inedito o libro di narrativa alla 12° edizione 2010 del "Premio Internazionale "Val di Vara - Alessandra Marziale"

Semifinalista della 16° edizione del Premio Letterario Internazionale  - Trofeo Penna d'autore 2010 - Menzione d'onore



(Pubblicato da il denaro.it)

 

Aeroporto di Eilat/Ovda, estremo sud del Paese,non lontano dal Golfo di Aqaba. L’aereo iniziò la discesa,perdendo lentamente quota dopo l’annuncio di rito del comandante;le immagini che si scorgevano dagli oblò lasciavano senza fiato. Un’immensa distesa desertica, un roccioso paesaggio lunare, il Negev si stagliava all’orizzonte in tutta la sua sconfinata possenza. Per chilometri non una casa, un villaggio,quasi un mondo senza vita ma, nonostante tutto, affascinante. Immagine 027.jpg

Planammo sulla pista,atterraggio senza sussulti, tranquillo come il viaggio trascorso ad ascoltare i nostri pensieri, ad inseguire le nostre fantasie. Forse anche i nostri timori. Eravamo diretti a Neve Shalom,un villaggio situato in territorio israeliano, la cui peculiarità era rappresentata dal fatto che ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, avevano intrapreso un cammino comune,interculturale,nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni. Situato su una collina,circondato da ulivi secolari traeva il suo nome da uno dei libri di Isaia “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace….”

Il portellone si aprì ed una folata di caldo torrido ci avvolse, quasi tememmo di perdere i sensi. Respiravamo a fatica.

Ci avviammo verso il settore arrivi del piccolo aeroporto e solo lì cominciammo a comprendere,senza mediazioni,cosa significasse convivere con la paura.

La si percepiva nei volti delle persone, dei soldati a presidio di un potenziale obiettivo, negli occhi dei responsabili della sicurezza il cui sguardo sembrava ostile. Già, giovani soldati, uomini e donne, privati della levità della loro età, pronti a sparare se necessario ma tormentati,vittime del loro stesso conflitto interiore. Nessun altro Paese ha le cicatrici di Israele e la consapevolezza che altre guerre potrebbero essere combattute, che altri amici potrebbero essere chiamati a sacrificarsi per un’idea. Un’angoscia quotidiana ti guida nella consapevolezza di essere impotente.

Per stemperare la tensione li osservai conversare in uno dei loro rari momenti di apparente tranquillità, fucile sulle ginocchia, dito sul grilletto e sorrisi appena accennati. Immaginai ciò che poteva passargli per la testa in quegli istanti. Probabilmente contavano i giorni mancanti alla licenza per tornare a casa, riabbracciare le famiglie,amici e fidanzati tornando per un istante alla normalità bevendo una birra in Ben Yheuda Street, cuore moderno e pulsante di Gerusalemme.

Intorno a noi,la gente si affrettava veloce, quasi correndo, mentre agenti circondavano un bagaglio incustodito, visibilmente tesi. Gli artificieri si avvicinarono con fare circospetto, facendosi largo tra la gente,creando il vuoto attorno; sfiorarono l’oggetto muovendo le mani con una dovizia degna di un incisore, attenti ad evitare movimenti bruschi che potevano risultare fatali. I cani annusavano nervosamente la valigia.

La scena rapì la mia attenzione ma non era un cortometraggio bensì la sconsolante realtà nella sua crudezza. Falso allarme, si trattava solo di un bagaglio smarrito. Ancora una volta, il trapezista era riuscito a stare in equilibrio.

Raggiungemmo la dogana per espletare le formalità di rito.

In qualsiasi aeroporto del mondo tali procedure vengono esercitate con attenzione ma normalmente. In Israele no,non c’è spazio per la consuetudine,la vita è cadenzata dalla paura, da un burattinaio che muove i fili con il ricatto del terrore. Uno sguardo, un oggetto, una distrazione rischiano di rappresentare il peggio. Ogni cosa è scrupolosamente calcolata, scrutata con ossessiva pignoleria, nulla lasciato al caso. Un attimo e può essere la fine che ingoia il proprio essere e ,con esso, il pensiero di amici e parenti, tutto.

Mostrammo i passaporti ad una soldatessa dall’aspetto di bambina che ci scrutò, qualcosa non la convinceva. Credevo di sapere cosa la preoccupasse; Saffiyya era araba, seppur con passaporto italiano mentre il mio documento era tempestato di visti d’ingresso in numerosi paesi mediorientali.

Bastò questo per insospettirla e trattenerci per ulteriori accertamenti. Difficile lavorare con il timore, soprattutto quando si è giovani e si ha tutta la vita davanti, nel tentativo di conciliare amor di patria e voglia di vivere, di normalità, che in certe realtà rappresentano, talvolta, improbabili chimere. Comprensibile, soprattutto se la tua esistenza può dissolversi in un istante, spazzata via da una cintura di tritolo quale prezzo da pagare per l’espiazione di chissà quali colpe. Come se non avessero già offerto il loro tributo sacrificale sull’altare della storia che si ripete.

Sopraggiunse il capo della sicurezza, che ci intimò di seguirlo. Fummo separati e sottoposti ad una moltitudine di domande affinché le rispettive risposte potessero essere confrontate. Ci chiesero il perché del nostro viaggio,dove eravamo diretti,se conoscevamo qualcuno, perché tutti quei soggiorni in Giordania, Libano, Marocco.

Cercammo di mantenere la calma,di spiegare,nel tentativo di risultare convincenti. Difficile, anche se non hai nulla da nascondere. In quegli attimi capisci che sei in loro balia e che da essi dipende qualsivoglia decisione,compresa quella di imbarcarti sul primo volo in partenza. Dopo un’ora ci lasciarono andare. Saffiyya aveva le lacrime agli occhi, in preda ad una crisi di nervi dovuta alla pressione psicologica cui era stata sottoposta. Le avevano strappato dal collo la catenina con la mano di Fatima senza ragione,solo per un gratuito sopruso.

Cercai di rassicurarla che il peggio era passato ma di fronte alla paura, a nulla valgono gli abbracci.

Recuperammo le nostre cose e ci precipitammo fuori dall’aeroporto,madidi di sudore con le maglie zuppe appiccicate ai corpi come una seconda pelle.

Ad attenderci trovammo Yoel,il compagno di Saffiyya, israeliano. Non appena lo ebbe scorto, gli si lanciò al collo stringendolo forte, mossa da una naturale ricerca di sollievo. Il loro era stato un amore sin dall’inizio puro e sincero, seppur nella consapevolezza delle enormi difficoltà che avrebbero dovuto affrontare ma che si dissolvevano d’incanto come neve al sole sull’onda del trasporto e della reciproca accettazione. L’amore era per loro complicità, condivisione al di là delle rispettive religioni,dei luoghi comuni. Caricammo la jeep e partimmo alla volta della Galilea attraversando il deserto. Dietro di noi una nuvola di polvere ci impregnava i polmoni.

Un panorama indescrivibile si parò davanti ai nostri occhi con un’infinità di collinette che si susseguivano come Immagine 024.jpgonde di un mare burrascoso, dai colori giallo, ocra, rosa. Il senso dell’immenso, dell’infinita grandezza di Dio,invitava alla contemplazione ed all’incontro con esso.

Sentimento,questo,che strideva alla vista delle tende da campo e dei carri armati dell’esercito ai lati della strada, impegnati in esercitazioni militari. La sicurezza e la difesa dei civili, l’unico scopo. Mostravano i muscoli in quella zona ad alto rischio ed elevata valenza strategica, soprattutto dopo le minacce farneticanti di alcuni Capi di Stato.

Ciò riassumeva meglio di tante parole tutte le contraddizioni di un Paese in guerra, dove si ha bisogno di credere in qualcosa che vada oltre il contingente affinchè la propria vita sia degna di essere vissuta. Salutammo con un gesto appena accennato; ci guardarono sorpresi ricambiando perplessi.

Lungo la strada, ammaliati da quel panorama, chiedemmo a Yoel di fare una sosta nel deserto di Giuda; acconsentì entusiasta e con la potente jeep si arrampicò su per una stradina ripida e dissestata dalla cui cima era possibile ammirare un paesaggio mozzafiato.

Ci sedemmo su una roccia in raccoglimento ad ascoltare il silenzio ed il vento che sibilava discreto intorno a noi ed a quel luogo che sembrava senza tempo. Trassi dalla tasca un salmo che recitava “trascorriamo i nostri giorni nel rimpianto del passato, nelle preoccupazioni del domani: eppure, il primo è già sepolto, l’altro deve ancora nascere. Entrambi, sfuggono al nostro controllo. Possiamo vivere felici solo nel provvidente presente di Dio”.

Quelle parole ci fecero riflettere ancor di più sull’immensità del Supremo; non era importante il proprio credo ma la comunione di spirito e la forza che scaturiva da quel messaggio che con Saffiyya e Yoel condividemmo intensamente con un semplice sguardo. Li osservai perdersi dietro quell’orizzonte così unico, così mistico percependo come anche loro,in quell’istante,fossero alla ricerca del proprio io ma, soprattutto, di quel Dio, Onnipotente e Misericordioso. Nello stesso tempo,ci stavamo avvicinando l’un l’altro nella consapevolezza di non essere tanto diversi, anche nella professione del nostro credo. Respiravamo il nostro essere.

Quei pochi minuti bastarono per tornare all’essenza delle nostre vite, per capire se ciò che eravamo era realmente ciò che avremmo voluto. Avevamo ardentemente desiderato quella sosta per fare ordine intorno alle nostre stesse vite. E’ proprio vero,a volte bisogna semplicemente fermarsi ad ascoltare.

Raggiungemmo la città di Beersheba nel primo pomeriggio,colorato mosaico pieno di vita ed orgogliosa di sé, sebbene negli anni frequente bersaglio dei missili kassam lanciati dalle retrovie palestinesi e di attentati da parte delle Brigate Ezzedin Al Qassam. La gente, tuttavia, non aveva perso la tradizionale giovialità ed il valore di un sorriso da regalare all’ospite.

L’indomani ripartimmo alla volta di Hebron,West Bank, città di Abramo,una delle più sacre dell’Islam, ma anche tristemente nota per l’insediamento dei coloni.

La nuova Berlino, come fu ribattezzata a causa della costruzione di un muro grigio deputato alla sicurezza, in realtà confine di un nuovo ghetto per un popolo privato della propria terra, della casa, emarginato. Immagine 037.jpg

Il chek point situato proprio al centro della cittadina.

Una famiglia che cercava di oltrepassarlo portando con se un otre pieno di olio,regalo di parenti, venne perquisita dai soldati. Uno di essi rigirò un bastone nel contenitore e intimò loro di svuotarlo. Irritato per non aver trovato quanto immaginasse,inveendo lo distrusse in mille pezzi con il calcio del fucile. Dalle case sopra le botteghe alcuni coloni lanciavano oggetti contro i palestinesi che si proteggevano stendendo lunghe reti e rispondendo come potevano alle gratuite provocazioni. Gli arabi ostaggi a casa loro di 400 coloni, tacciati di terrorismo per il solo fatto di aver abitato da sempre quelle terre, senza però poterle lavorare, costretti a dipendere continuamente dall’altrui elemosina. Immagine 062.jpg

 

Il suk, una volta rinomato, ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali guardare la vita. Strade quasi sempre deserte con pochi bambini ciondolanti ad osservare i soldati maturando già in tenera età odio e spirito di rivalsa. Senza nemmeno la possibilità di frequentare la scuola,tra loro probabilmente sarebbero stati reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza. Intravidi la bancarella di un anziano signore,la kefiah sulla testa, fissata dall’immancabile cordoncino nero. Mi avvicinai ad osservare la sua mercanzia ed i miei occhi caddero su un ciondolo,simile a quello sottratto a Saffiyya. Lo acquistai senza esitazione pagandolo dieci dollari,uno sproposito,tra lo stupore del venditore che pensò mi fossi sbagliato. Lo rassicurai dicendogli che il resto poteva tenerlo e ci attardammo a scambiare due chiacchiere.

Feci per andarmene ma mi trattenne per un braccio invitandoci a casa sua per il pranzo. Uno sguardo complice e veloce ed accettammo volentieri. Recuperò velocemente tutti i suoi averi, li raccolse in un fagotto e ci incamminammo. Lo seguimmo rispettosamente affinché ci facesse strada, facendo attenzione a non metterlo in imbarazzo agli occhi dei pochi passanti che ci scrutavano curiosi. Arrivati davanti la sua casa, ci fece accomodare mentre la moglie, alla nostra vista restò per un attimo sorpresa,sciogliendosi successivamente in saluti sinceri, dolce e solare. Il giardino un cumulo di sporcizia, le pareti scrostate con crepe divaricanti, un odore sgradevole proveniente dagli scoli fognari.”Ecco” ci disse “questa è la nostra condizione. A volte non usciamo di casa per giorni fino a quando non ci resta nulla da mangiare ed allora siamo costretti a mettere a repentaglio la nostra incolumità. Entrano in casa, mettono a soqquadro tutto alla ricerca di non so cosa solo per umiliarci. Ormai, io e mia moglie siamo anziani, la vita ci ha provati e non desideriamo più nulla. Abbiamo ricevuto in dono dall’Altissimo una vita felice seppur nel quotidiano disagio, figli e nipoti che si sono presi cura di noi. Il nostro pensiero va alle nuove generazioni, senza lavoro, senza futuro. Cosa ne sarà di loro?Prima dell’occupazione vivevamo decentemente, ora non abbiamo più nulla, nemmeno i sogni” concluse. Una famiglia mutilata dell’identità ma con la fierezza e l’orgoglio che solo gente umile riesce a trasmettere. Gli raccontammo del nostro viaggio,delle motivazioni umanitarie che ci avevano spinti fin laggiù ma pur comprendendo il nostro nobile intento stentò a convincersi che qualcosa potesse cambiare. “Se non ci si accetta reciprocamente, la pacifica convivenza è e resterà un’illusione. Nessuno può arrogarsi il diritto di essere depositario della verità”. Si alzò di scatto e si avvicinò ad un cassetto dal quale estrasse uno scritto di sua nipote. Me lo porse invitandomi a leggere.“Nel nome di Allah, l’Onnipotente, il Misericordioso. Il mio nome è Nor, luce. Che paradosso in una terra lancinata dall’ingiustizia, dove non appena vieni al mondo quella luce è già spenta e brancoli nel buio delle umane miserie cercando di dare un senso ad una vita che ti umilia. Il disprezzo è qualcosa che ti violenta, ti addolora dal profondo quando pensi che la tua vita possa valere meno di nulla, quando si arrogano il diritto di decidere al tuo posto Ho deciso di combattere e sacrificarmi per rendere giustizia e restituire dignità al mio popolo, alle sue lacrime, ai suoi sacrifici nella consapevolezza che il mio martirio possa essere un ulteriore passo verso la liberazione della mia terra, dei miei fratelli, della mia gente. E’ l’unica cosa possa fare per contribuire alla causa ed alla salvezza degli umiliati e degli offesi. Possa il mio sangue rendere giustizia. Allah è il nostro Capo. Il Corano è la nostra Costituzione. Il Jihad è la nostra via. La morte sul cammino di Allah è il nostro desiderio supremo”.Immagine 213.jpg

Mentre ascoltava quelle parole Yoel, imbarazzato e pallido come un cencio, aveva gli occhi lucidi ed un groppo in gola ma nello sguardo del vecchio non c’era rancore,solo un’infinita tristezza.

Con le lacrime agli occhi ci confessò che da quando gli aveva consegnato quella lettera, come un testamento, non l’aveva più rivista. Era entrata in clandestinità decisa ad intraprendere la lotta armata, assetata di quel sangue che avrebbe potuto placare la sua rabbia. Ci raccontò struggendosi di quanto fosse brava a scuola, la prima della classe,tra le poche donne ad aver goduto di questo privilegio. Studiare non era stato sufficiente ad affrancarsi da una realtà che non concedeva alternative. Aveva prevalso il suo io più celato e nulla avrebbe impedito l’irreparabile di una vita alla deriva. Studiare Averroe o Avicenna e, tramite essi, conoscere Aristotele non era bastato. Lo sdegno per la propria identità mortificata aveva sortito l’effetto; il richiamo del sangue determinato le conseguenze. Avevo sempre creduto che la cultura potesse aiutare ad emanciparsi ma adesso le mie convinzioni cominciavano a vacillare, ero smarrito.

“Avrei voluto fosse felice, non che diventasse una shaid, una martire, seppur per il bene del suo popolo”. Con il dorso della mano si asciugò le gocce di pianto che scendevano copiose sul viso,insinuandosi come rivoli tra le profonde rughe del volto mentre l’anziana moglie lo guardava in disparte, discreta.

Arrivò il momento del commiato,ci salutammo con affetto ma prima di congedarci,lo pregammo di accettare la nostra riconoscenza. Gli aprii la mano e vi porsi del denaro. Dovemmo implorarlo affinché accettasse, spinto com’era dall’orgoglio e dal desiderio di essere sufficiente a se stesso.

Solo in questi momenti riesci davvero a comprendere, osservando la povertà e la distruzione che avanzano di metro in metro ai tuoi lati, fra cumuli di macerie e manifesti politici. Uno in particolare mi colpì; rappresentava un braccio teso con le dita in segno di vittoria, sullo sfondo la bandiera palestinese, nera, verde e rossa. Le parole erano superflue,era l’esistenza che stancamente scorreva in una città fantasma a parlare più di tutto, esaustiva come nulla. Vedere la moschea che custodiva le tombe di Abramo e Sara, il figlio Isacco, Rebecca,Giacobbe e Lea, per un momento ci riconciliò, tanta era la spiritualità ed il valore simbolico che da essa scaturiva. Il luogo divenne sacro per gli ebrei e poi per i musulmani. Ma la sacralità, si sa, non basta di fronte alle umane ipocrisie anzi, giustifica prevaricazioni e vessazioni. Immagine 098.jpg

 

Raggiungemmo la Moschea passando dall’ingresso settentrionale della città, attraversando vicoli fatiscenti e donne che accudivano stuoli di ragazzini i cui volti era difficile ignorare, talmente era la pena e il senso di impotenza.

L’interno un groviglio di alte volte dai colori più diversi, tappeti sgargianti e lampadari immensi, luminosi e quelle stupende decorazioni raffiguranti meravigliose forme geometriche alle pareti, le conferivano un’aura di misticismo.

Difficile accettare che quello stesso luogo pochi anni prima, durante il Ramadam, era stato triste teatro di un vero e proprio massacro da parte di un colono che prese a sparare all’impazzata sui fedeli in preghiera.

Memore della barbarie in nome di un credo, Saffiyya si avviò verso la parte riservata alle donne per rendere il giusto omaggio ai caduti sotto il fuoco dell’umana aberrazione,di quella follia omicida che aveva raggiunto alla schiena inconsapevoli fedeli.

Evidentemente a quel colono non bastava che la città fosse divisa in due, non era sufficiente considerare quei fedeli stranieri in Terra Santa né la possibilità di sfilare per il centro intonando canti anti arabi, fucile in spalla.

Il ricordo dell’accaduto provocò in lei una stretta al petto difficile da sopportare ben conscia che quella terra, probabilmente, non avrebbe avuto mai pace e che a subirne le conseguenze sarebbero stati unicamente coloro nelle cui vene scorreva il suo stesso sangue, armati solo di pietre e indignazione.

Le emozioni vissute l’avevano molto provata, cominciava ad avvertire il peso del ricordo e delle alterne suggestioni che si erano rincorse nel proprio animo in quella giornata passata ad osservare miseria umana e materiale.

Mesi dopo,Yoel e Saffiyya si trasferirono a Gerusalemme in un appartamento preso in affitto nel quartiere ortodosso di Mea Sharim. Piccolo ma accogliente, quanto bastava per le loro esigenze ed i pochi giorni che avrebbero dovuto soggiornarvi e non molto distante dai genitori di lui che avevano sempre osteggiato quel rapporto. Il loro unico figlio, agnello sacrificale di convenzioni distorte. Immagine 122.jpg

Giunti davanti al portone,Yoel respirò profondamente. Gli occhi gli brillarono mentre alzandoli al cielo indugiò ad ammirare i tetti delle vecchie case per assaporare nuovamente quel gusto che lo riportava all’infanzia per troppo tempo dimenticato. Aveva voglia di immedesimarsi nuovamente nel luogo in cui era cresciuto, di ridare vigore ai ricordi di un’adolescenza felice ormai deboli come brace sotto la cenere. Per strada era un turbinio di gente sempre di corsa quasi il tempo fosse per loro una risorsa assolutamente vitale, impossibile da sciupare. In quell’atmosfera Saffiyya avvertiva la propria diversità stentando a trattenere l’imbarazzo quando camminava per le strade sentendosi gli occhi addosso ed un sottile ma evidente risentimento.

In un raro momento di pausa, si avvicinò al divano mentre si cominciò ad udire una forte concitazione provenire dall’esterno e lo straziante suono delle sirene delle autoambulanze.

Non ci mise molto a capire che qualcosa di grave fosse accaduto ed un’ansia insostenibile le tolse il fiato.

Accese il televisore, programmi interrotti per dar spazio al telegiornale ed ebbe la conferma del suo presagio.

“Questo pomeriggio, un kamikaze si è fatto esplodere nel centro di Gerusalemme lungo la via di Jaffa. La notizia è stata confermata dalla polizia che sta procedendo ad individuare eventuali testimoni oculari. Parecchi i feriti, alcuni molto gravi. L’attentato è stato già rivendicato” le gelide parole del commentatore, quasi si trattasse di una macabra quotidianità cui ci si abitua, mentre sullo sfondo scorrevano immagini di gente disperata, sangue e barelle.

Immediatamente pensò a Yoel. Prese il telefono e digitò tremando il numero del suo cellulare. Uno squillo, due, tre che sembrarono infiniti ed alla fine le rispose rassicurandola. La notizia la sollevò talmente che per poco non ebbe un mancamento; corse in cucina e bevve un bicchiere d’acqua e zucchero tutto di un fiato. Era vivo ed era l’unica cosa che contava.

Quella notte rimase sveglia fino a tardi ad aspettarlo e non appena udì i suoi passi nel salotto gli corse incontro ad abbracciarlo scoppiando in un pianto dai singulti ininterrotti.

“Dobbiamo andarcene Yoel, via da questa terra senza pace, senza speranza in un futuro migliore. Lo capisci questo?Basta, sono esasperata al pensiero che ogni momento, ogni tuo sorriso potrebbe essere l’ultimo. Come cresceremo un figlio, nel terrore, nel sangue sperando che torni a casa da scuola, che non resti coinvolto dall’umana follia??Non lo accetterei per nulla al mondo” continuava a ripetere con voce tremula ed in preda ad una crisi isterica.

La sera successiva preparò con cura la cena, apparecchiò la tavola come nelle occasioni particolari con trasporto e dovizia cucinando il suo piatto preferito, i falafel, innaffiati da un ottimo Pinot Noir della Galilea. Al centro del tavolo una composizione floreale ed una minuscola candela dalla luce fioca conferivano al tutto un tocco di romanticismo tanto desiderato quanto necessario a ritrovarsi.

Volsero lo sguardo verso la finestra ed indugiarono ad ammirare il sole;una possente sfera infuocata di un rosso intenso illuminava il cielo mentre si apprestava a tramontare dietro le montagne, i colori della natura cangianti mentre uno stormo di uccelli si levava verso l’alto a raffigurare uno spettacolo pindarico senza eguali quasi appartenesse ad un mondo fiabesco che restituiva speranza. La loro coscienza li indusse a rimanere in quella terra falcidiata per collaborare a quel dialogo di cui loro stessi erano l’esempio e verso il quale non potevano restare indifferenti. La speranza nel dialogo un sogno da inseguire, partecipare un dovere cui era inaccettabile sottrarsi.

Roulette

di Nuccio Franco

 

La pioggia continuava a picchiettare incessante sui vetri opachi in un incontenibile, piacevole tintinnio, culla delle emozioni sopite nella solitudine della mia casa, una piccola chambres de bonnes in stile parigino.

Era lì che mi rifugiavo quando avevo bisogno della solitudine dei miei pensieri, di uno sfogo intimo e silenzioso, lontano dagli sguardi, in compagnia del mio solo respiro.

L’odore acre della terra bagnata dalla pioggia di fine estate pervadeva l’aria che traspirava dalle finestre spalancate, intenso, mentre dai tetti, dove per ore me ne stavo seduto ad inseguire i voli pindarici dei miei pensieri, si poteva ammirare la città assopirsi dolcemente. Trascorse la notte senza che me ne accorgessi. L’alba dai colori intensi e quella piacevole frescura lasciavano spazio ad un nuovo giorno. La città si risvegliava dal torpore notturno specchiandosi nella sua bellezza, compiaciuta del suo essere nella luce del mattino, fiera come una matrona.

Squilla il telefono. Una, due, tre volte mentre mi avvicino stancamente all’apparecchio, quasi trascinandomi.“Luca non c’è più”, fece una voce singhiozzante dall’altro capo. Era Sara, la sorella. Riattaccai meccanicamente.

Immobile, incredulo,indugiai con lo sguardo perso nel vuoto, incapace di mettere in fila due pensieri che potessero dare un senso all’assurdo. Non riuscivo a camminare, a muovermi quasi una forza inibitoria mi avesse posseduto.

Vertigini,confusione, rabbia, sgomento.

In quell’istante un turbinio di sensazioni mi condannavano a pensare che l’orologio si era fermato anche per me.

Te lo senti addosso l’odore acre della morte nel suo sconcerto ed il suo vuoto.

Vuoto degli altri, dell’essere. Non te lo togli di dosso e pensi con angoscia a tutte le precise diapositive della tua esistenza, la vita ti scorre davanti. Hai la bocca impastata come argilla, la saliva è colla.

In quegli attimi vorresti che tutto si eclissasse nel nulla del non pensiero. Della memoria, solo quello. Di chi era stato ed avrebbe continuato ancora ad essere con il privilegio di aver lasciato un segno nel suo breve passaggio mondano, nella propria e nell’altrui esistenza. Sindrome da sopravvissuto.

La morte, le jeux son fait, rien ne va plus……Ti sorprende inerme, spariglia le carte del destino come in un assurdo rituale. Credi di essere pronto. Ti sbagli, non lo si è mai.

Aveva ricominciato con l’eroina come prima, più di prima. Il richiamo del branco era stato troppo forte per lui estremamente fragile.

Lo avevano trovato all’alba in una campagna isolata, in macchina, l’ago ancora in vena, il laccio stretto al braccio, livido. transpotting.jpg

Un cocktail mortale di eroina e cocaina gli aveva spappolato il cuore. Questa volta la roulette gli aveva voltato le spalle. La macchina chiusa da fuori, non era da solo!Qualcuno lo aveva abbandonato al suo destino. Forse in preda al panico, forse scientemente. Dolo o colpa non fanno differenza. Come si fa??

Nessuna risposta, solo una data: 28 settembre.

In chiesa,tra la gente, una percettibile commozione mentre il celebrante durante l’omelia citava Sant’Agostino“Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine,e in questa luce che tutto investe e penetra,tu non piangeresti se mi ami. Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio”. Parole che non mi rincuoravano né mi aiutavano a farmene una ragione. Avevo perso un amico, l’amico.

Tra quella stessa folla, probabilmente anche il compagno di quella notte. Li fissai uno ad uno, dritto negli occhi, senza versare una lacrima mentre osservavo quella madre affranta. Chi l’avrebbe risarcita di quel dolore struggente che ti prosciuga di ogni energia nel vano tentativo di dare una spiegazione all’incredibile??

Ciò che sentivo dentro lo tenevo custodito gelosamente con il pudore della memoria.

Uscii senza voltarmi.

Mi diressi verso la spiaggia per dar sfogo alla mia rabbia repressa troppo a lungo, lasciando scorrere tra le mani la sabbia che scendeva come in una clessidra. C’era un solo modo per dar sfogo alle mie emozioni di quel momento:infilare la muta e cavalcare le onde di quel mare rabbioso lasciandomi trasportare.

La bandiera rossa segnalava pericolo ma la tavola da surf era lì e con essa la tentazione e tanti ricordi. Nuotando, assaporai la salsedine,amara più del solito quasi rappresentasse lo sdegno del mare che come un pugile scagliava colpi,il piacere del silenzio ed il solo pensiero dell’onda che arrivava, crescendo minacciosa prima di infrangersi.

Sfidavo il mare che, come la vita,a volte sa essere infame.

Mi alzai sulla tavola e gridai con tutto il fiato la mia rabbia in quel vortice simile al mio animo. Avevo perso Dio!

Scivolai a lungo come trasportato da una forza oscura, l’adrenalina al massimo e con essa una sensazione di potenza.

L’acqua mi trascinò giù, la percezione rallentata e per un attimo tutto si fermò mentre fluttuavo come in un liquido amniotico senza avvertire nulla;riemersi respirando forte, osservando a pelo d’acqua tutto ciò che mi circondava.

Era stata una roulette, metafora di quella stessa vita dalla quale volevo forse accomiatarmi. Non c’erano logiche che potessero giustificarmi ma solo la certezza che rischiare, talvolta, è necessario seppur con l’idea che tutto sia già scritto e non tolleri deviazioni nella falsa convinzione che si può essere predestinati ma non per questo rinunciare a mettersi in gioco.

 

Mi ritrovai seduto su una roccia a scrutare il mare, ascoltandone il rumore,guardando l’orizzonte che sembrava infinito come la mia collera, mentre nubi minacciose si addensavano nel cielo. Avrei desiderato che quello stesso mare mi rendesse parte di se, annullandomi nel suo scorrere senza tempo. Le prime gocce di pioggia si confusero con le mie lacrime mentre continuavo a stringere meccanicamente tra le mani una vecchia foto sbiadita, ricordo del nostro viaggio in India. L’ultimo.