08/11/2010

"My name is Khan"

3.jpg“Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”. E’ questa la battuta rivolta al Presidente Obama che caratterizza il film “My name is Khan”, presentato al Festival Internazionale di Roma e che ha subito riscosso un largo successo di pubblico e di critica.
La pellicola rappresenta un (riuscito) tentativo di dare una visione diversa dell’essere musulmani nell’America post Torri Gemelle, attraverso una profonda riflessione etica e sociale su ciò che è accaduto nel mondo dopo l’11 settembre 2001.

Comicità e tragedia, amore ed odio sono abilmente miscelati dal regista Karan Johar ed interpretati in maniera eccellente da Shah Rukh Khan, il Tom Cruise del cinema indiano, il che rende il film piacevole ed adatto anche al grande pubblico, unico per il modo in cui Bollywood decide di raccontare l’Islam.

La storia è quella di Rizvan Khan (Shah Rukh Khan), indiano di religione mussulmana emigrato a San Francisco ed1.jpg affetto dalla sindrome di Asperges, forma lieve di autismo (“il che non significa che sono stupido. Sono molto intelligente, solo non capisco la gente”). Rizvan si innamora di Mandira, ragazza madre di religione induista che si dedica a raccogliere i frutti del sogno americano gestendo un salone di bellezza tutto suo, a costo di enormi sacrifici.
Nonostante l’opposizione delle famiglie, dopo un lungo corteggiamento i due si sposano e sono felici fino all’11 settembre quando l’immane tragedia cambia il comportamento degli americani nei loro confronti.
Le poche certezze ed i sogni dei protagonisti svaniscono alle ore 8.46 di un giorno apparentemente come gli altri ma destinato a cambiare la storia con l’attacco al World Trade Center
Quel cognome, Khan,diventa un marchio religioso, un ostacolo insuperabile nei rapporti con amici e conoscenti; come sempre, a pagare il prezzo più alto sarà il giovane figlio di Mandira.

Fuori concorso al Festival di Berlino 2010, attorno al film ruotano più di 500 milioni di dollari ed è già un grande successo anche fuori dall’India.
4.jpg“E’ bellissimo essere uno degli ambasciatori di Bollywood in questo momento: è la faccia dell’India, c’è molto interesse anche in Occidente. E’ un buon momento per il nostro cinema e per l’economia indiana, lo sappiamo anche noi. E’ un trend e una moda culturale, se vogliamo che continui dobbiamo essere capaci anche di cambiare, non recitare solo in hindi” afferma Shah Rukh Khan, 45 anni, protagonista della nuova ondata del cinema indiano.
“Non è un film politico, un film di Bollywood non potrebbe esserlo, ma lo abbiamo voluto fare perché anche nel nostro cinema fatto di storie semplici, canti e danze, era importante raccontare una nostra visione di Islam, che al cinema è sempre rappresentato in modo riprovevole”.

Musulmano, Khan conosce bene l’argomento,sa di cosa parla. “E’ importante che chiunque abbia la possibilità di fare qualcosa, faccia sentire la sua voce per favorire il dialogo e l’apertura”.
Il sogno nel cassetto? “Fare un film come La vita è bella di Benigni. Anche se non capisci la lingua è un film che la gente ama” aggiunge l’attore, innamorato dell’Italia e secondo il quale indiani ed italiani sono molto più simili di quanto si possa pensare.
Alla fine del film il protagonista incontra Obama, e lo convince che veramente lui non è un terrorista ma, al contrario, si batte per sconfiggere chi, nel mondo islamico, vuole guerra e terrorismo. “Se mi piacerebbe incontrare Obama? Certo, ma non è il sogno della mai vita. Pagherei per incontrare Fellini, Al Pacino o Scorsese”conclude.

Nuccio Franco

28/09/2010

Miral, un fiore di speranza in Medioriente

jebreal1.jpgQuella tra Rula Jebreal e Julian Schnabel ha tutti i crismi per poter sembrare una favola moderna. Fortunatamente non è fantasia ma rappresenta la realtà in tutta la sua seducente, straordinaria semplicità.
I sentimenti e l’amore come nuova fede, senza confini territoriali che rappresentano in questo caso semplicemente una banale convenzione.

Lei, figlia di un commerciante di Gerusalemme Est, guardiano della moschea di Al Aqsa, trasferitasi in Italia con una borsa di studio, militante del Movimento palestinese per la democrazia e la pace,diventata poi giornalista e scrittrice; lui, eccentrico artista newyorkese di origini ebraiche.

Insieme, nella vita come nel lavoro, hanno girato Miral, tratto dal romanzo autobiografico della Jebreal (Lamiral.jpg strada dei fiori di Miral), molto atteso dagli addetti ai lavori e che ha suscitato un appassionato dibattito in occasione dell’ultima Mostra del cinema di Venezia.

Al termine della proiezione, un lungo applauso della platea è stato il giusto tributo ad un film che nonostante abbia un po’ deluso le attese della vigilia, rinnova l’attenzione verso la questione palestinese e affascina più per il messaggio che per tecnica cinematografica.

occupazione.jpgDuro atto d’accusa contro l'occupazione israeliana, Miral rappresenta nello stesso tempo anche un inno al potere e alla forza dell’istruzione che rende liberi di scegliere “evitando così di finire sposa a 13 anni o manipolata da fanatici religiosi. E’ questa la chiave per diventare pacifisti” come sottolinea la stessa autrice.

Il Medio Oriente visto con gli occhi di una ragazzina araba, Miral (Miral è un fiore che cresce ai bordi delle strade) che, una volta divenuta adulta, matura una spiccata coscienza sociale uscendo dal “limbo” rappresentato dall’orfanotrofio.
Decide quindi di impegnarsi attivamente a favore del suo popolo rischiando in prima persona e vivendo sulla sua pelle le contraddizioni di quella complessa condizione politica e sociale,dimostrando che una convivenza è possibile.
Il film, certamente più adatto ad un pubblico giovane che poco (o nulla) sa del conflitto arabo – israeliano, non è certamente una pietra miliare destinata a restare negli annali della storia del cinema.
Troppo retorico e partigiano, quasi scontato, infatti, agli occhi di un pubblico maggiormente edotto.

Tuttavia,la valenza sociale e l’impatto politico della pellicola, più cuore che settima arte, sono degni di menzione, soprattutto in un periodo che segna una fase di stallo nei negoziati.
L’essenza del film è rappresentata dalle contraddizioni tra l’ideologia e l’incontro con le persone reali da parte della protagonista, che si fanno sempre più acuti obbligandola a decifrare ciò che la circonda con uno sguardo profondamente diverso ma non per questo arrendevole.

La morale, è riassunta dalle parole di Hani (innamorato di Miral, ndr), personaggio dalle idee politiche molto radicate fino alle estreme conseguenze della lotta armata che, tuttavia,quando si innamora sembra abiurare il proprio passato (“Non mi importa più quale soluzione,uno Stato, due Stati, io voglio un posto sicuro dove stare con te e far crescere i nostri figli”).
Un fiore di speranza, dunque, in una terra che sembra ormai arida, talvolta incapace di suscitare emozioni se nonfiore.jpg dettate dall’odio e dal rancore.

imagesCAGZR8AO.jpg“Essere pro palestinesi significa essere pro ebrei” dice il regista che poi, a proposito dei negoziati, aggiunge “di trattative ce ne sono state tante, bisogna trasformare il sogno in realtà. Obama è un uomo straordinario”.

Ci sono circostanze che vanno oltre qualsivoglia disputa di carattere etnico o religioso come il fatto che in una terra lancinata dal dolore, a pagare siano sempre gli innocenti.
“Penso che questo conflitto debba terminarne al più presto. Renoir dice che al mondo ognuno ha le sue ragioni, ma quando muore un bambino, nessuna ragione è buona abbastanza”.

Un atto di denuncia, dunque, che invita a superare l’eterna battaglia tra ideologia ed umanità nel tentativo di una consapevole, reciproca accettazione delle diversità, fonti di cultura ed accrescimento reciproci non certo di divisione sulla strada che porta all’uguaglianza ed all’auspicio di un mondo scevro da conflitti.
Moderna rivoluzione copernicana?? Può darsi.
Tuttavia, sarebbe follia rassegnarsi all’ineluttabilità delle cose anche perché, fare peggio di quello che è stato fatto fino ad ora, appare francamente difficile.

“L’amore aiuta a comprendere, a capire le ragioni più profonde dell’altro. È importante,per gli arabi, constatare che un ebreo possa comprendere e raccontare una storia che è loro. D’altronde, Julian è una persona fuori dal comune che non reputa un ostacolo l’etnia, la razza e la fede” dice Rula in un’intervista, raccontando anche un simpatico aneddoto legato alla sua famiglia: “mia zia si è stupita nel constatare che vede le cose come noi”.

Nuccio Franco