28/09/2010
Stati Uniti. Zaytuna, prima Università musulmana del Paese
“Dove l’Islam rispetta gli Stati Uniti”, è il motto inequivocabile di Zaytuna (letteralmente albero d’ulivo), prima Università musulmana del Paese.
Certamente non si tratta del primo caso di Istituto religioso ma essa si connota per essere la prima Università nata allo scopo di offrire ai musulmani d’America di studiare l’Islam ed avere, quindi, un’istituzione fondata sul loro sistema religioso, una prospettiva dall’interno della loro fede.
La lingua parlata in classe è l’arabo e gran parte del programma di studi è dedicata allo studio del Corano ma non manca di certo una rigorosa educazione in storia degli Stati Uniti, antropologia, filosofia , letteratura e scienza politica.
Per iscriversi non è necessario essere musulmani, l’Università è aperta a tutti anche se per adesso il College presenta due sole facoltà: legge e teologia. Nel futuro Zaytuna spera di allargarsi.
Fondata nel 1996 da Hamza Yusuf, nacque come modesto seminario il cui obiettivo era rivisitare i tradizionali insegnamenti islamici dando ad essi una lettura distintamente americana in modo da preparare i futuri imam nelle comunità degli Stati Uniti.
Dopo i primi laureati nel 2008, il consiglio d’amministrazione, ha optato per la trasformazione da seminario a
Università.
“Vogliamo mostrare l’islam in modo coerente con gli Stati Uniti”, dice uno dei fondatori, l’imam Zaid Shakir.
“Le persone che vengono addestrate ed educate qui comprendono le sfumature e le complessità della nostra società al fine di conciliare da un lato il loro essere americani, dall’altro gli insegnamenti propri della loro fede”aggiunge .
Insomma, lo scopo dichiarato di Zaytuna, è quello di unire il meglio della tradizione educativa americana e musulmana, favorendone l’incontro.
“L’incontro a cui ci riferiamo”, afferma Omar Nawaz, Vicepresidente amministrativo del College “non riguarda solo la religione ma l’educazione in generale. Le Università americane sono le migliori al mondo e vogliamo imparare da loro per applicare le loro stesse tecniche, affinchè i nostri studenti siano fra i migliori quando usciranno dal nostro istituto. Il nostro obiettivo è che siano preparati sull’Islam dal punto di vista della conoscenza e dei valori e che sappiano applicarli al contesto in cui vivono”.
Quanto alle reazioni da parte della comunità musulmana e non negli Stati Uniti, lo stesso Nawaz sottolinea il positivo riscontro ricevuto da parte della comunità islamica americana in quanto si tratta della prima iniziativa importante nel campo dell’istruzione universitaria.
Ciò sebbene la collettività musulmana si trovi negli Stati Uniti da molto tempo e abbia costruito già molte scuole, moschee ed esercizi commerciali.
“Per quanto riguarda la reazione della comunità americana allargata” afferma il Vicepresidente “ è stata anch’essa molto buona e positiva. Qui in zona lavoriamo con altre istituzioni e la gente si accorge che la nostra è un’iniziativa americana e che lavoriamo per portare una comprensione migliore dell’Islam. Certamente ci sono delle minoranze che sono contrarie ma non sono numerose”.
Per ciò che concerne l’aspetto prettamente didattico ed, in particolare, il corpo docente, Nawaz afferma che “alcune materie prettamente religiose verranno seguite da docenti musulmani ma per il resto il nostro scopo è quello di portare i migliori professori allo Zaytuna College e non c’è bisogno che siano musulmani”.
“L’ islamofobia è radicata ma la nostra è una religione che non accetta e non insegna la violenza e l'intolleranza” dice uno studente già laureato, trent’anni e convertitosi di recente.
“La bellezza della nostra fede è la capacità di bilanciare ragione, cuore e anima. Dimostrare tutto questo dipende da noi e solo da noi” conclude.
Nuccio Franco
18:13
Scritto da: brujita1969
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13/07/2010
Roma - Attimi e secoli, lacrime e brividi. L’Olimpico esplode alla prima del Tour 2010 di Ligabue
Attimi e secoli, lacrime e brividi. Olimpico esploso. Si potrebbe riassumere così la splendida serata d’estate che Luciano Ligabue ha regalato a Roma ed ai romani segnando l’inizio del tour 2010.
Partenza con i fuochi d’artificio, dunque, quando l’artista di Correggio, alle 21.15 in punto, si è concesso agli oltre 60.000 fans che già dalle prime ore del pomeriggio avevano cominciato a
riempire lo stadio, sfidando l’afa capitolina.
Attesa ripagata per la prima data sold out, in un crescendo di emozioni ed uno spettacolo davvero irripetibile quanto ad impatto emotivo, senza tregua, in un trionfo di sonorità ed arrangiamenti perfetti mentre dietro al palco scorrono immagini montate alla perfezione.
L’Olimpico è in fermento, un insieme di luci e colori, di flash che illuminano la notte quasi ad abbracciare il “poeta” che regala versi da pelle d’oca, non semplici canzoni.
Oltre due ore di spettacolo per un “sogno di rock and roll” che Luciano, cinquant’anni compiuti a marzo, interpreta a modo suo accompagnato da una band che interagisce con lui in un’osmosi perfetta.
Federico Poggipollini (chitarra), Niccolò Bossini (chitarra), José Fiorilli (tastiere), Luciano Luisi (tastiere e
programmazioni), Michael Urbano (batteria), Kaveh Rastegar (basso) lo accompagnano senza sbavature dando l’anima, tra sudore ed suggestione. Ligabue aggredisce la scena da assoluto protagonista lasciano spazio tuttavia ad i suoi compagni di viaggio che non sono da meno distribuendo assoli di chitarra e percussioni deliranti per il pubblico che si lascia portare per mano.
“Arrivederci, Mostro!” (al vertice delle classifiche dei dischi con oltre 120 mila copie vendute) è l’album attorno al quale ruota l’intera serata e che rappresenta probabilmente l’apice di una carriera ultraventennale, intrisa di impegno sociale e che segna la definitiva maturità di chi non si è mai tirato indietro. Di chi, sempre presente a se stesso, non l’ha mai mandata a dire cercando sempre di “tenere botta”.
“C’è una linea sottile tra star fermi e subire, cosa pensi di fare, da che parte vuoi stare?” (La linea sottile) facendo capire da subito il leit motiv della serata, rincarando la dose dell’impegno politico con un tuffo nel
passato quando ricorda di esserci stato nel ’77, “quando c’erano Berlinguer e Moro lì, Falcone e Borsellino” (Nel Tempo).
Già, il tempo, che sembra essersi fermato quando ti guardi attorno e ti accorgi che ragazzi, in quegli anni nemmeno nati, cantano a squarciagola. No, quello che ti scorre sulla schiena non è sudore ma un brivido quando Luciano inneggia alla vita (Atto di fede) quando “in sala parto si vede la potenza delle cose”, invitando a viverla, a vedere ciò che si deve, senza riserve perché vivere è, appunto, fede .
“Balliamo sul mondo” “Bambolina e barracuda”, i suoi cavalli di battaglia che ci riportano solo per un attimo agli inizi, evocando sonorità e storie fugaci mai dimenticate e che, con gli anni, acquistano un nuovo senso, una nuova e rinnovata forza come un’araba fenice.
Stupisce Ligabue quando accenna “Libera nos a malo”, un pezzo di vent’anni fa, lucida premonizione di ciò che sarebbe stato, toccando le corde del cuore e scuotendo le coscienze con temi ancora oggi attuali quanto discussi.
Omosessualità, integrazione, religione. Non dimentica nulla mentre scorrono immagini forti alle sue spalle. Un messaggio per tutte le generazioni, cariche di quella forza che, da sola, dovrebbe bastare a tendere la mano ad ogni positiva diversità.
Ringrazia il pubblico Luciano quando imbraccia la chitarra, cammina con passo lento sulla passerella che lo porta fin dentro al prato quando accenna di “aver perso le parole”, evidente riferimento all’accoglienza che, forse, nemmeno lui si aspettava. “Credici un po’ metti insieme un cuore prova a sentire e dopo credimi” e l’emozione gliela si legge negli occhi quando per un istante sembrano perdersi nel vuoto e velarsi di tristezza. Le dita vanno da sole sulle corde della chitarra spinte solo da un animo profondo. E’ un professionista ma, prima di tutto, un uomo!
“Piccola stella senza cielo” e “Marlon Brando è sempre lui” segnano il giro di boa dello spettacolo rievocando atmosfere padane cariche di quella schiettezza di cui solo chi è cresciuto “a lambrusco e pop corn” è capace.
Molti aspettano di sentire i pezzi che lo hanno reso famoso; alcuni arrivano, altri no, com’è giusto che sia. La delusione è forte ma non c’è nemmeno il tempo di riflettere che si riparte con “Certe notti”, quelle notti “un po’ mamme ed un po’ porche” che tutti noi abbiamo vissuto, sentendoci almeno per una volta nella vita “più allegri, più ingordi, più ingenui e coglioni”.
Ci avviamo alla fine, sembra stanco, provato da questa prima, meravigliosa notte quando accenna quello che è
ormai è diventato un pezzo cult del suo repertorio “Buonanotte all’Italia”, omaggio a questo Paese che ha tanto da dire, altrettanto da dare, con la sua gente, le intelligenze di cui è capace ma purtroppo violentato da personaggi senza scrupoli.
Si congeda con un messaggio di speranza quando intona “Il meglio deve anc
ora venire” tra il tripudio della gente che ha bisogno di una speranza, di un segno per continuare a crederci e considerare la vita una cosa meravigliosa, degna di essere vissuta quando accoglie la band con un applauso che
sembra essere interminabile. E’ il giusto tributo,un grazie infinito per aver regalato un’emozione. Cala il sipario, la band saluta tra la gente dando sfogo a tutta l’ ansia del debutto. Quei visi tesi ma felici riassumono alla perfezione più di mille parole ciò che è stato e continuerà ad essere in giro per l’Italia. E’ stata una serata unica, grazie Luciano.
Nuccio Franco
(Fonte: www.rockshock.it, 10 luglio 2010 - www.quartopotere.com )
10:16
Scritto da: brujita1969
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04/05/2010
Lettera a mio padre
di Nuccio Franco
2° classificato al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa "Amici senza Confini" Edizione 2010
Motivazione della Giuria "Una dichiarazione di amore per l'umanità. La forma epistolare serve da pretesto per una successione di riflessioni ed immagini evocative, presumibilmente ricavate dalle autentiche esperienze dell'autore. Sulla scia del fotografo/scrittore viaggiatore Sergio Ramazzotti (una citazione del quale chiude il racconto e, a posteriori, lo giustifica) e dell'indimenticabile Ryszard Kapuscinski."
Caro Papà,
da piccolo ti osservavo in silenzio, la pipa tra le labbra, scrivere i tuoi articoli con la vecchia Olivetti Lettera 22, tanto cara ai giornalisti della vecchia guardia, con la quale raccontavi il mondo. A modo tuo, con il tuo stile, certo, ma sempre attento ad essere coerente con la verità, tua unica ragione e guida.
Mi fermavo ipnotizzato ad ammirare la foto di Pertini, incorniciata nel tuo studio; quest’uomo vecchio, l’immancabile pipa ed una tempra d’altri tempi. “Ha fatto la resistenza, sai”? Mi dicevi...
Guardavo il “Quarto Stato”; questa donna impavida e fiera, con il bambino in braccio troneggiava su una parete. I più deboli.
Appena potevi mi portavi con te in redazione, un mondo a parte, e lì fantasticavo tutto il tempo quasi si trattasse di un piacevole gioco e desideravo diventare da grande come te! Osservavo affascinato i giovani redattori che si affannavano alla ricerca della notizia da prima pagina tra squilli di telefono e toni sopra le righe.
Era tutto un rincorrersi di agenzie, di verifica delle fonti all’inseguimento di quel pezzo che, talvolta, può cambiarti la vita.
Sono cresciuto spinto da quegli ideali da te palesati sempre con discrezione, mai imposti. La verità, la solidarietà, valori imprescindibili, come l’amicizia e la lealtà. Dalla parte dei deboli, degli idealisti capaci di sacrificare la propria vita per la libertà di ognuno, ovunque
essa sia, a chiunque appartenga. Questo ho appreso nel mio universo di bambino, leggendo i titoli dei tuoi libri, spinto dalla curiosità e dalla ricerca del sapere. Ho imparato a convivere con questo sviluppando nel frattempo idee e convinzioni personali. Condivise.
Io, nato nello stesso giorno in cui Jan Palach a Praga compiva il suo supremo sacrificio nella speranza della libertà e dell’affermazione dei propri diritti. Ne sono sempre stato consapevole, orgoglioso. In fondo lo aveva fatto anche per me. Non credo al fato ma all’assunto che ognuno nasca sotto una stella, si. Bella o brutta che sia. Catartico seppur irrazionale, questo pensiero mi ha accompagnato, rassicurandomi, spesso incoraggiandomi. Mi ha condotto per mano lungo la tortuosa strada della vita, insegnandomi a comprenderla, ad accettarla senza rinunciare mai al desiderio di poterla cambiare, di fare in modo che culture e diversità potessero incontrarsi in una sintesi dettata dalla legittimità di un auspicio.
Ed eccomi qui, durante i miei tanti girovagare nel mondo da giornalista e volontario, a ringraziarti, quasi fossi un debitore per avermi insegnato che i limiti sono solo illusioni e che ci sarà sempre qualcosa a toglierti il fiato lasciandoti senza parole anche se la vita, sin da bambino, ti ha abituato alle sue ipocrite acrobazie.
La scuola per orfani in Kenya, i bambini di Sarajevo, l’esperienza a Nevé Shalom in Israele mi ritornano in mente come parti di me, impermeabili all’oblio, vivi nella memoria come il pensiero dell’aberrazione umana.
Ripenso a quelle esperienze ed aumenta la coscienza di essere un privilegiato, nato nella parte fortunata del mondo, dove spesso il superfluo è una ragione di vita, l’apparire un diktat. Rifiuto di accettare questa bieca logica, frutto dell’ipocrisia imperante. Regalare un sorriso agli altri con il sudore della mia fronte: un punto di partenza per dare un senso al mio essere uomo.
Ricordo Hebron. Il suk, una volta rinomato, ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali guardare la vita. Strade quasi sempre deserte con pochi bambini ciondolanti ad osservare i soldati. Maturano già in tenera età odio e spirito di rivalsa, occhi tristi e spenti. Senza nemmeno la possibilità di frequentare la scuola, tra loro probabilmente saranno reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza.
Non potrò mai dimenticare Nevé Shalom: il mio primo incarico da volontario. Si tratta di un villaggio situato in territorio israeliano, la cui peculiarità è rappresentata dal fatto che ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, hanno intrapreso un cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni. Trae il suo nome da uno dei libri di Isaia “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace….” Situato su
una collina, circondato da ulivi secolari, infonde un senso di riconciliazione mentre ci si perde ad ammirare in lontananza l’orizzonte incantati dalla valle di Ayalon. Un’isola felice, insomma, in una terra stuprata da violenze e rancori millenari. Il dialogo, la reciproca solidarietà ed il rispetto dei diritti altrui trovavano la ragion d’essere nello sforzo di superare ancestrali contrapposizioni etniche e religiose, a dimostrazione che un mondo più equo e giusto è possibile. Superare le vicendevoli ferite e diffidenze in virtù di un progetto comune, condiviso, frutto della mutua accettazione e cooperazione è la base di questo sogno realizzabile. Due popoli, una sola volontà: la Pace.
Un giorno, un’immagine più esaustiva di tante parole. Osservavo i bambini che con i loro zainetti si avviavano verso la scuola: due di essi, ognuno con il copricapo tipico, la kefiah e la kippah, si tenevano per mano come ennesima dimostrazione della volontà di annullare le differenze, di essere amici, a prescindere. Sarebbe stato uno scatto degno del più prestigioso premio fotografico.
Altri due, invece, indossavano la maglia di Zidane e quella di Rosenthal; magie del calcio in un misto di identità e condivisione spassionate che solo la purezza dei bambini può trasmettere appieno. Nei loro occhi leggevo desiderio di spensieratezza, di condivisione, di amicizia al di là delle differenze culturali e religiose.
Adesso sono in India. Benares è un mondo a sé. Punto d’arrivo di ogni indù, legata al culto del Gange, il fiume sacro alla divinità Shiva, immergendosi nel quale ci si libera delle impurità spirituali. Città santa, meta di quotidiano, ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, paragonabile a Gerusalemme, alla Mecca. Tra risciò e vacche sacre, in un vortice frenetico di umanità e rumori si avverte una spiritualità contagiosa, senza uguali a livello emotivo. La percepisco per le strade, nei volti, nei segni della lebbra girando per i vicoli fetidi dove uomini e donne dormono a terra, tra rigoli di liquami nauseabondi.
Giocare con i bambini sui ghat in riva al Gange, mi fa sentire migliore! I loro occhi esprimono gratitudine, senza
niente da offrire tranne un’immensa umanità frutto del dolore, unico sentimento capace di restituire la speranza a dispetto di un destino malvagio. Nulla è più gratificante quanto vederli sguazzare nelle acque maleodoranti del Sacro Fiume, la grande Mamma, fonte di vita, e correrti incontro con quegli occhi nero pece avvolti in sdruciti indumenti. Ti saltano al collo in cerca di un abbraccio desiderosi solo di un po’di conforto, sussurrandoti
all’orecchio namastè, mi inchino a te, sotto l’occhio vigile delle madri avvolte in splendidi sari multicolori. Sono io a dovermi inchinare a loro, così ingenui ma già provati, per lo splendido dono di lusingarmi con la loro fiducia incondizionata!
La sera, prima di addormentarmi, sento la mia anima leggera come una piuma che volteggia nel cielo della vita, libera da ogni paura e felice nell’attesa di un nuovo giorno.L’alba sul Gange è un’esperienza unica, in un vortice di colori, canti e profumo d’incenso; abluzioni e faccende quotidiane come fare il bucato in un
misto di sacro e profano. Santoni, mendicanti e donne con uno sciame di bambini attaccati ai vestiti si confondono sulle scale dei ghat, insensibili alle acri esalazioni provenienti dalle pire funerarie poco distanti che non smettono mai di ardere. Gli uomini in abiti succinti si immergono nell’acqua per eseguire l’antico saluto del sole portando con loro fiori e ghirlande quali offerte alla divinità, nell’attesa della morte come fine della continua reincarnazione. L’ascesa dell’anima al cielo, purificata dal fuoco, per accedere allo stadio supremo, il Nirvana. Una realtà unica, difficile da capire dove a volte si percepisce nitidamente un senso di distacco e rinuncia per le cose terrene ed un’ascesi a volte al limite quale potere del corpo sulla mente.
Un volontario un giorno mi ha detto che lasciare Benares sarà facile, lei però non mi abbandonerà mai. Infatti, l’immagine di un fagotto alla deriva sul fiume sarà difficile da dimenticare. Non era una bambola ma un bimbo appena nato. Ad essi, come alle donne incinte non è concesso il “privilegio” della cremazione. Arduo da accettare ma ancor di più da comprendere.
L’emarginazione contrasta poi con la condizione della middle class, con l’immagine di quei bambini compiti nei loro grembiulini stirati di fresco, ben pettinati, educatamente seduti sullo scuolabus, cartelle in spalla pronti per la scuola. Due mondi, altrettante storie e paradossi.
Tornerò presto a casa, non dimenticando mai i posti che ho visitato, i volti dei bambini, i loro occhi, specchio di un’anima pura e desiderosa di pace e serenità, estranea alla scelleratezza del mondo adulto..
Tempo fa lessi una frase che mi colpì molto…. Il mondo non è fatto di montagne e fiumi e grattacieli e piramidi e deserti, ma di storie e della gente che le racconta, e della luce che passa nei loro occhi mentre le raccontano, e delle espressioni dei loro volti, e se accettiamo che il mondo è fatto di questo, allora esso sarà sempre in grado di stupirci e sarà sempre inesplorato. Quanto è vera!
Ti abbraccio forte
Nuccio
23/02/2010
Stress da lavoro - Preoccupano i dati ISPELS
di Nuccio Franco
L’attuale congiuntura economica che ha minato alla base vecchie e nuove certezze, oltre ad aver provocato effetti economici devastanti a livello di sistema Paese, come ogni crisi ha sortito preoccupanti “effetti” collaterali. Si sono ridotti i consumi delle famiglie, il senso di precarietà è diventato sempre più diffuso ed ecco che si profila all’orizzonte prepotentemente un nuovo rischio: quello del mal da lavoro.
Infatti, secondo recenti dati diffusi dall’Ispels, Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro, aumentano esponenzialmente i disturbi psicologico-psichiatrici associabili all'attività lavorativa. Depressione, ansia e disturbi di vario tipo riguardano oltre 10 milioni di lavoratori, quattro dei quali ritengono tali fattori altamente rischiosi per il proprio stato psichico.
Ad allarmare, tuttavia, è anche un altro dato ossia quello concernente l’aumento dell’uso di psicofarmaci tra i più giovani, nella fascia d’età che va dai 35 ai 44 anni, cosa impensabile fino a qualche anno or sono. Si tratta, in sostanza, di quella grande fetta di lavoratori che più risente dell’instabilità lavorativa, del precariato e di tutti coloro i quali pur avendo un posto fisso (??), temono di perderlo da un momento all’altro. Questa la nuda realtà anche se in Europa non va meglio, ma non c’è affatto da rallegrarsi.
L'Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza nei luoghi di lavoro riferisce, infatti, che negli ultimi due anni circa il 20% dei lavoratori europei espone un carico mentale e uno stress eccessivo in relazione al proprio impiego. Ciò senza considerare le ricadute economiche di questa situazione in termini di costi sociali: lo stress infatti e' la seconda causa per assenze dal lavoro in Europa, per un costo totale di 20 miliardi annui.
E’ necessario quindi monitorare con attenzione la situazione nel tentativo di individuare le contromisure a tale stato di cose, partendo innanzitutto dall’organizzazione del lavoro e degli ambienti nei quali si svolge l’attività di ciascuno.
Personalmente, reputo che le colpe maggiori debbano essere individuate nei leader, nel capo d’azienda, in coloro i quali, quotidianamente, fanno e disfano a proprio piacimento scegliendo di guidare altri in una direzione piuttosto che nell’altra, a volte non avendo la benché minima cognizione dell’organizzazione e del metodo.
Certamente è auspicabile una reazione da parte dei soggetti passivi, dei lavoratori, nel non lasciarsi andare, nel resistere a situazioni di stress o, peggio, di abuso vigilando sulle situazioni critiche che giorno dopo giorno vengono poste in essere e che subiscono. Bisogna scegliere tra l’adeguarsi – il che non presuppone affatto una supina sottoposizione ai diktat del datore – o l’ammalarsi. Ardua scelta, decisamente.
Infine, degno di menzione risulta essere un sondaggio de “Il Sole24ore” dove sul campione esaminato, alla domanda se si ritiene che il benessere psicologico sia messo a rischio sul posto di lavoro, oltre il 75% degli intervistati ha risposto affermativamente, ossia quasi due lavoratori su due.
Cifre e dati preoccupanti, destinati a crescere se non in presenza di nuove politiche del lavoro dove l’uomo, il lavoratore, sia rispettato per ciò che è, rappresenta e riesce a dare nell’ambito di un’organizzazione del lavoro che rispetti diritti e peculiarità di ognuno.
17:47
Scritto da: brujita1969
in Dati e Statistiche | Link permanente | Commenti (0)
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