08/11/2010
“United Nation Women”. L’Iran nel Consiglio di amministrazione
La Repubblica Islamica dell’Iran, potrebbe avere presto un proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione della “UN Women”, agenzia delle Nazioni Unite di promozione della parità per le donne.
Quello che sembra uno scherzo di cattivo gusto, potrebbe infatti diventare realtà l’11 novembre, data in cui saranno designati i membri della neo costituita agenzia che sarà guidata da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile.
Immediate le reazioni diplomatiche con in testa gli Stai Uniti, indignati al pensiero che ad un Paese dove una donna accusata di adulterio e condannata a morte per lapidazione, possa essere riconosciuta tale opportunità.
Alle proteste degli Usa hanno fatto eco le rimostranze di altre organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International.
Mark Kornblau, portavoce della delegazione americana al Palazzo di vetro, ha dichiarato che “la UN Women ha il
compito di sostenere la parità tra i generi e l’emancipazione delle donne in tutto il mondo. Noi e molti altri Paesi siamo preoccupati per le implicazioni negative della potenziale partecipazione iraniana, dati gli scarsi risultati in materia di diritti umani e trattamento delle donne”.
“Ci sono molti altri paesi qualificati che potrebbero apportare contributi positivi e costruttivi, come membri del consiglio”, ha concluso Kornblau.
Già lo scorso anno una risoluzione adottata dall’Assemblea Generale esprimeva “profonda preoccupazione” per un uso crescente di esecuzioni in Iran, di morte per lapidazione, torture, fustigazioni e mutilazioni nonché per la crescente discriminazione nei confronti delle minoranze religiose, etniche e sessuali.
Solo nel 2010, in Iran sono state eseguite già 160 condanne a morte. Nella prigione di Tabriz, la stessa dove è reclusa da ormai quattro anni Sakineh Ashtiani, si trovano altre donne, molte minorenni, in attesa della medesima condanna.
La notizia, dunque, è di quelle che fanno indignare ma il vero paradosso risiede nel fatto che l’Iran è a pieno titolo anche uno dei trentasei membri dell’Undp, il Programma per lo Sviluppo che si occupa anche di diritti femminili e nel 2009 ne ha avuto addirittura la presidenza.
Così come c’è un delegato iraniano anche all’Unfpa, il fondo per la Popolazione,e all’Unifem, il fondo di Sviluppo per le donne. Teheran per tutto il 2011 sarà il vicepresidente dell’Opcw, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, nonostante vi siano prove di un traffico di armi dall’Iran a Hezbollah.
“E’ sconcertante che l’Iran abbia avuto il coraggio di candidarsi per il consiglio delle Nazioni Unite sulle donne, e ancor più sconcertante è che i paesi asiatici non si siano opposti” ha tuonato Philippe Bolopion, della Human Rights Watch, secondo il quale “dovesse entrare nel consiglio anche l’Arabia Saudita,dove le donne non possono nemmeno guidare l’automobile, si aggiungerebbe il danno alla beffa”.
Bolopion, ha poi definito la circostanza come “un affronto alle donne di tutto il mondo che ripongono le loro speranze nelle Nazioni Unite”,esprimendo tuttavia l’auspicio che la composizione complessiva del consiglio possa impedire ai due paesi di minare il lavoro dell’agenzia.
Da registrare anche le dichiarazioni di Cora Weiss, presidente dell’ International Peace Bureau, secondo la quale se l’ingresso di Iran ed Arabia nel consiglio potrà significare una presa di coscienza utile ad “influenzare positivamente l’atteggiamento nei confronti delle donne allora sarà un bene per tutti,altrimenti sarà un disastro”.
Che il paventato ingresso dell’Iran - alla ricerca di una nuova dignità internazionale – nell’organizzazione sia stata probabilmente la causa alla base della sospensione della condanna di Sakineh, appare verosimile; ciò che è certo è che non si può proseguire nel tollerare l’aggressivo atteggiamento iraniano che, quotidianamente, continua a disprezzare i più elementari diritti umani.
Nuccio Franco
10:56
Scritto da: brujita1969
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25/06/2010
Regno Unito – Campagna di informazione“Inspired by Muhammad” della Exploring Islam Foundation
"Credo nei diritti delle donne. Anche Maometto ci credeva", afferma una donna, avvocato, con un morbido velo sul capo. "Credo nella giustizia sociale. Anche Maometto ci credeva", sostiene un attivista volontario.
Così recitano alcuni dei manifesti che si possono incontrare da qualche giorno per le strade di Londra, sui taxi, sui bus, alle principali stazioni della metropolitana. La campagna, dal titolo non casuale “Inspired by Muhammad”, è stata lanciata nel Regno Unito dalla Exploring Islam Foundation, un'organizzazione che si pone come obiettivo quello di abbattere i pregiudizi sulla religione islamica presenti nella società britannica.
Messaggi che non solo rimarcano come Maometto sia una guida attuale, i cui insegnamenti si basano sulla giustizia sociale e la pace ma che enfatizzano come per i musulmani le proprie tradizioni e la società dei diritti siano compatibili.
Assoluto messaggio di civiltà e tolleranza che anche noi in Italia dovremmo mutuare attraverso l’adozione di simili iniziative.
Secondo un recente sondaggio online condotto in Gran Bretagna dal YouGov, quasi il 70% crede che l’Islam incoraggi la repressione e la sottomissione delle donne, il 58% associa l’Islam all’estremismo religioso e al fanatismo, il 50% lo ricollega direttamente al terrorismo, il 40% crede che i musulmani abbiano un impatto negativo sulla società.
Solo il 20% degli intervistati ricollega l’Islam alla pace ed alla giustizia. E mentre il 60% degli intervistati dichiara di non sapere quasi nulla della religione islamica, un 30% circa manifesta la volontà di volerne sapere di più. Sono dati, questi, certamente meritevoli di ulteriore approfondimento ma che fungono sicuramente da cartina di tornasole circa l’approccio falsato della società britannica alle tematiche dell’Islam.
“Ques
to preoccupante quadro mostra l’orientamento negativo della società britannica nei confronti dell’Islam e, parallelamente, diffonde un’immagine degli anglosassoni stessi che ne escono come anti-islamici, razzisti, ignoranti” afferma Mark Easton, Direttore della BBC.

Testimonial della campagna è stata Kristiane Backer, nota conduttrice televisiva di MTV,convertitasi all’islam, che ha dichiarato di essere “orgogliosa di aver contribuito ad un’iniziativa così importante per promuovere la comprensione e superare gli stereotipi. Questo progetto dimostra che i valori dell'Islam sono universali e quale modo migliore per sostenere tale convincimento se non lanciare la campagna da un taxi, a Londra, davanti Tower Bridge sul Tamigi?” ha aggiunto.
“In questo modo vogliamo promuovere una migliore conoscenza degli inglesi musulmani e una maggiore consapevolezza del loro contributo alla società britannica.” dice Remona Aly, Direttrice della campagna della Fondazione.
“Molti musulmani sono rimasti sbalorditi dal risultato del sondaggio e da come l’opinione pubblica percepisca la religione islamica. L’importanza di questa iniziativa” ha continuato la Direttrice “sta anche nell’aiutare i non musulmani a capire come la fede islamica guidi la vita dei propri amici o vicini di casa o colleghi musulmani, oltre che stimolare un miglioramento nelle relazioni umane fra cittadini britannici, musulmani e non”.
Un sito web (www.inspiredbymuhammad.com), assicura il supporto online alla campagna fornendo informazioni sulla cultura islamica, su Maometto, news, approfondimenti ed è stato progettato per soddisfare le necessità del sondaggio YouGov che ha evidenziato, tra le altre cose, che il 60 % delle persone dice di non sapere molto sull’ Islam, il 31% dichiara che informarsi riguardo l'Islam non è molto accessibile mentre un ragguardevole 33% vorrebbe saperne di più.
Nuccio Franco
(Fonte: Agenzia Radicale, 18 giugno 2010)
15:35
Scritto da: brujita1969
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14/06/2010
Dare voce all'Islam democratico
New York, 11 settembre 2001,ore 8 e 45. Una data emblematica. Le lancette dell’orologio si fermano quando un Boeing 767 della United Airlines si schianta su una delle Torri Gemelle; poco dopo un secondo aereo colpisce la Torre Sud. In quel momento, il mondo si arresta basito, quasi persuaso che ogni sforzo di dialogo con la componente islamica sia irrimediabilmente destinato a fallire, di fronte alla follia terroristica. Nell’immaginario collettivo, lo sgomento per l’eclatante attentato ad uno dei simboli dell’Occidente ha rappresentato il culmine di una contrapposizione spesso nutrita dal pregiudizio, dall’ignoranza alimentando ulteriormente quel rigurgito islamofobico da sempre latente.
Dopo l’11 settembre, quando il mondo attonito ed incredulo si è fermato a riflettere sul gesto della componente jihadista radicale e sovversiva, la domanda se la democrazia e l’Islam fossero o meno compatibili è divenuta d’attualità. A nostro avviso, la risposta non può che essere positiva in quanto solo così s’intravede la possibilità, condivisa da qualificati personaggi ed autori, per evitare la deriva fondamentalista di una cultura che, molto spesso e quasi scientemente, è ancora relegata ai margini.
Non esiste solo l’Islam di Abu Imad, della moschea della discordia di Viale Jenner, di Adel Smith, di Mohamed Atta cui, sovente, alcuni organi di informazione hanno prestato il fianco quasi compiaciuti mostrandone il lato più reazionario. Esiste anche un Islam maggioritario democratico, liberale e moderato, pronto a mettersi in discussione, ad interagire e ad integrarsi con il tessuto sociale fornendo il proprio contributo in termini di idee ed ipotesi progettuali, assumendosi la responsabilità di una civile quanto pacifica convivenza. Il tutto partendo dalla reciproca accettazione e dal superamento di dispute di carattere religioso che connotano il fenomeno in una visione quantomeno parziale.
Questo è rappresentato non solo dalle elite di intellettuali ed imprenditori illuminati ma anche da tutti coloro i
quali, con umiltà, svolgono quotidianamente il proprio lavoro fornendo un contributo partecipato alla collettività, persuasi della necessità di un dialogo che porti ad una sintesi tra esigenze, sociali e religiose, mossi dalla volontà di essere protagonisti consapevoli di un percorso condiviso, finalizzato al riconoscimento delle rispettive individualità, non solo dogmatiche.
Che sia in Italia o all’estero, poco importa; ciò che conta è l’idea che si possa e si debba andare oltre quella visione unilaterale dell’Islam che porta a concludere che lo conosciamo ben poco e che spinge, irrimediabilmente, verso una sterile logica da opposti estremismi.
Questa interpretazione parziale dell’Islam, che concepisce il fenomeno esclusivamente da un punto di vista religioso, non contempla le sue dimensioni sociologiche e storiche. Il risultato è che si valuta l’esperienza musulmana in maniera alquanto superficiale come se non appartenesse alla storia, alla realtà concreta.
E’ questa la tesi sostenuta da Adel Jabbar, sociologo arabo musulmano, che invita a concepire il fenomeno
partendo dall’assunto che bisogna comprendere il mondo islamico al di là dell’aspetto meramente dogmatico, estremamente riduttivo e fuorviante. “La variegata e storica esperienza musulmana non può essere ricondotta a banali sintesi” afferma Jabar” ma è necessario decostruire il proprio immaginario per espandere il proprio campo visivo rispetto a sé e agli altri. L’idea del musulmano unidimensionale, che ci hanno trasmesso e vive nel nostro immaginario” conclude “in realtà non esiste..”.
Di conseguenza, è necessario rivedere l'approccio al mondo islamico moderato attraverso un forte senso critico partendo da una visuale multiculturale scevra da preconcetti e che pone il musulmano al centro del dibattito politico e sociale nel nostro Paese;ciò mediante il riconoscimento dell'altro quale risorsa, come soggetto dotato di pari diritti e dignità.Una collettività che si possa definire aperta deve accettare le diversità come manifestazioni della libertà degli individui.
Il multiculturalismo è un arricchimento, non una minaccia; è una strada inevitabile verso una società che voglia davvero definirsi civile senza arrogarsi tale status, in virtù di parziali quanto opinabili argomentazioni di facciata.
Sotto quest’aspetto a nulla servono affermazioni bizzarre, quanto (assolutamente) discutibili, secondo cui ci sarebbe bisogno di un nuovo Pio V ed una nuova Lepanto, come sostenuto in tempi non sospetti da un partito di governo (la Lega Nord, ndr).
Dichiarazioni strumentali il cui unico risultato possibile è quello di accentuare l’emarginazione e con essa il radicalismo, di esasperare gli animi ponendo un serio ostacolo sul cammino del dialogo interetnico quanto mai necessario in questa delicata fase storica, che vede nei Paesi Mediorientali interlocutori imprescindibili.
Ciò è sintomatico di una cecità che impedisce di considerare l'Islam per quello che è ossia una realtà in grado di essere al passo con i principi di democrazia e libertà, individuale e collettiva.
Infatti, il fenomeno che negli ultimi anni vede, in molti paesi arabi, non pochi individui in grado di esprimere le loro opinioni, quand’anche diverse da quelle ufficiali, sta a dimostrarlo.
In virtù di ciò, è possibile invece auspicare che la componente prevalentemente laica e moderata, che ha già fatto vigorosamente il suo ingresso in Turchia, germogli compiutamente anche negli altri Paesi del Medio Oriente favorendo la costituzione di democrazie liberali ed il pieno riconoscimento dei diritti dell’uomo.
Bisogna andare oltre, quindi, quella concezione (pre)islamica del mondo musulmano che vede ancora la donna come oggetto e che considera ancora impossibile il cosiddetto ijtihad, ossia la tradizione del libero pensiero che alcuni, come Irshad Manji, scrittrice di origini pakistane, arrivano a definire un diritto acquisito.
A tale proposito, giova ricordare che in Tunisia l’abolizione della poligamia è del 1957, è vietata in Turchia (così come il ripudio unilaterale); questi stessi Paesi hanno vietato il velo ed anche il Marocco si avvia a farlo. Si riconoscono sempre maggiori diritti alle donne, le donne musulmane con incarichi politici di comando sono molte di più rispetto al recente passato.
In questa prospettiva, è illuminante il pensiero della stessa Manji che parte dall’assunto che “pur essendo liberi, la maggior parte dei musulmani è lieta di accettare la cultura occidentale,iscrivono i figli a scuole europee o americane. A contatto diretto con le idee dell’Occidente” prosegue, “ le generazioni potranno aprirsi alle esigenze dei diritti dell’uomo e superare ancestrali pregiudizi, a patto che si consenta loro un’effettiva integrazione in paesi che spesso li emarginano”.
Di conseguenza, bisogna confidare fortemente nella possibilità chele minoranze islamiche che vivono in occidente possano formarsi in un clima di libertà e democrazia ed in tal modo modificare gli orientamenti fondamentalisti, sottrarre al radicalismo sovversivo le basi per continuare ad autoalimentarsi facendo leva sulla scarsa istruzione e la mancanza di serie, valide alternative al non ritorno.
La possibilità, dunque, di un compiuto superamento di anacronistiche barriere ideologiche,di un rinascimento democratico che attraversa tutto il mondo Arabo, della possibilità di trovare la sintesi fra Islam e democrazia, che assicurerebbe stabilità al bacino del Mediterraneo e non, c’è ed è evidente. Molti ne sono gli esempi.
E’ di questi giorni la notizia del lancio nel Regno Unito di una campagna - dal titolo non casuale “Inspired by
Muhammad” – ad opera della Exploring Islam Foundation, un'organizzazione che si pone come obiettivo quello di abbattere i pregiudizi sulla religione islamica presenti nella società britannica."Credo nei diritti delle donne. Anche Maometto ci credeva", afferma una donna, avvocato, con un morbido velo sul capo. "Credo nella giustizia sociale. Anche Maometto ci credeva", sostiene un attivista volontario. Così recitano alcuni dei poster che da oggi si possono incontrare per le strade di Londra, sui taxi, sui bus, alle stazioni della metropolitana. Assoluto messaggio di civiltà e tolleranza che anche noi in Italia dovremmo mutuare attraverso l’adozione di simili iniziative.
Come non tener conto dell’esperienza di Neve Shalom – Wahat al Salam dove ebrei ed arabi, musulmani e cattolici, hanno intrapreso un cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni o come l’emittente radiofonica londinese Shalom – Salam, nata nel 2007, prima radio fondata e
diretta da ebrei e musulmani. Come non considerare Webislam, progetto del Consiglio islamico. Un'organizzazione senza scopo di lucro, in cui collaborano insieme musulmani, e persone di altre fedi e credenze, dando così una testimonianza pratica del dialogo interreligioso e interculturale.
In Italia non può essere taciuto l’enorme contributo al dialogo fornito dal Movimento dei Giovani Musulmani che rappresenta un interlocutore attento alle dinamiche di integrazione in una società che, spesso, li ha emarginati ma che, nonostante tutto, continuano a considerare parte della propria storia. La loro speranza, alimentata da tempo, è di potere dire “La mia patria è la costituzione”, cosi come afferma Yassine Lafram, originario di Casablanca, componente il Direttivo nazionale del Movimento. 
Cos’è tutto questo se non il sintomo di un atteggiamento maturo, pronto ad accogliere e fare propri principi generali e non di certo individualistici ed oscurantisti.
L’auspicio è che possano essere proprio questi giovani, uomini e donne, che attraverso internet e l’istruzione hanno imparato a conoscere e ad apprezzare quegli inestimabili valori democratici, a creare i presupposti per un nuovo dialogo, un nuovo patto sociale.
La loro spinta vitale, la voglia di vivere senza condizionamenti di sorta, civili o religiosi, potrebbe rappresentare la giusta leva per la rinascita di una cultura democratica che permetta di scongiurare una rischiosa quanto disastrosa deriva.
Risulta indispensabile, in sostanza, una politica di dialogo e collaborazione comune e condivisa, finalizzata allo sviluppo esponenziale di quelle sinergie tra mondo politico, associazionismo e mondo della scuola, con l’apporto di competenze e professionalità e nel rispetto dei ruoli reciproci, in grado di realizzare quell’integrazione tanto auspicata e necessaria che possa davvero rappresentare una svolta nei rapporti fra ideologie.
Un ruolo determinante spetterà ai governi locali, regionali e nazionali, cui si chiede di assicurare con la dovuta attenzione e con altrettanta coerenza il proprio contributo finalizzato a valorizzare gli enormi sforzi che in questi ultimi anni l’associazionismo privato ha sostenuto, al fine di rendere sempre più energico quel dialogo volto alla comprensione di culture all’apparenza così distanti ma, in realtà, molto più vicine di quanto si possa credere.
Non è più tempo di dispute ma di riflessione, di una pacata discussione su un fenomeno del quale bisogna prendere atto nella consapevolezza della sua valenza etica e sociologica. Bisogna comprendere, interagire. Solo i moderni crociati si ostinano a non voler considerare l’enorme patrimonio sociale e culturale che l’Islam rappresenta nel nostro Paese.
Le crociate non servirono illo tempore e non servono adesso. Gli estremisti, i radicali ci sono sempre stati, in ogni luogo, di ogni fede o credo politico. Sempre una minoranza. Non si tratta di vincere o perdere ma di porsi sullo stesso piano, con pari dignità. Ora c’è solo bisogno di buon senso e di un animo aperto alla tolleranza ed al confronto con le ragioni altrui, unica via che possa consentire un cammino di accrescimento reciproco seppur nel rispetto delle rispettive peculiarità.
Nuccio Franco
12:59
Scritto da: brujita1969
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04/03/2010
In memoria di Nicola Calipari
4 marzo 2010. Cinque anni fa in Iraq moriva un funzionario di Polizia in servizio al Sismi, Nicola Calipari, ucciso da “fuoco amico” americano durante la rischiosissima operazione di liberazione della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, rapita un mese prima. Oggi in pochi l'hanno ricordato....
Vogliamo ricordarlo riportando l'articolo che la Sgrena scrisse l'anno scorso.
In memoria di Nicola Calipari
di Giuliana Sgrena
“Il manifesto”, marzo 2009
Marzo 2005. Quattro anni fa, sembra ieri. Quanto clamore aveva suscitato la morte di Nicola Calipari. Un eroe, si diceva, tutti dicevano, quando è tornato da Baghdad chiuso in una bara. Io non credo agli eroi, proprio io, che sono qui grazie a lui. E non solo io.
Marzo 2009. Un silenzio assordante. Chi si ricorda ancora di Nicola Calipari? Medaglia d’oro al valor militare consegnata a Rosa dal presidente della Repubblica, scuole, strade intitolate a lui, tanti riconoscimenti. E oggi? Dove sono finite le personalità, i politici di ogni tendenza che allora lo avevano celebrato?
Quei militanti di sinistra che, come me, noi, avevano scoperto che essere un servitore dello stato non vuol dire essere solo al servizio del potere ma può voler dire anche intervenire in soccorso dei suoi cittadini? Tutti.
Come dimenticare che un processo - che forse non avrebbe fatto conoscere la verità su quanto successo il 4 marzo 2005 a Baghdad ma almeno avrebbe potuto provarci - è finito nel nulla senza che nessuno protestasse? Eppure, ancora una volta, l’Italia ha rinunciato alla sua giurisdizione, anche di fronte all’assassinio di un suo cittadino celebrato come un eroe. Una sovranità sacrificata in nome dei rapporti con gli Usa di Bush. Con Obama sarebbe stato diverso? Forse, ma è troppo tardi per saperlo. Da noi i governi sono cambiati ma nessuno ha fatto un gesto per avere il processo, per chiedere a Mario Lozano perché nelle varie interviste a giornalisti poco reattivi ha parlato di quella di Calipari come «una missione suicida», per chiedergli perché «in Italia era minacciato», da chi? Negli Usa, un gruppo di avvocati di Los Angeles ha promosso un’azione giudiziaria per chiedere le regole di ingaggio in vigore in tre azioni militari degli americani in Iraq, una è quella che ha visto l’uccisione di Calipari. Il giudice ha riconosciuto la validità della richiesta, il Pentagono non ha ancora risposto, ma forse lo farà. Forse in questo caso il nuovo corso di Obama avrà qualche effetto.
Ma l’Italia, come gli Usa, ha archiviato il caso Calipari. L’Italia è diventato un paese senza memoria. Un paese che ogni giorno si arrende di fronte alla demolizione delle fondamenta delle nostre istituzioni nate dalla Resistenza contro il fascismo, come può ricordarsi di un servitore proprio di quello stato democratico.
Eppure non tutti hanno dimenticato Nicola Calipari e non siamo solo noi a ricordarlo. Spesso, girando per l’Italia, in vari incontri mi viene sollecitato il ricordo di Nicola, un ricordo doloroso, da condividere con gli altri, per non permettere l’oblio. Tante persone comuni, quelle che non dimenticano, si ricorderanno i momenti drammatici di quattro anni fa. Non per celebrare un eroe - per gli eroi ci sono le medaglie - ma per un uomo perbene, uno che come noi difendeva gli stessi valori.
16:23
Scritto da: brujita1969
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02/03/2010
La libertà corre sul filo del web
La libertà corre sul filo del web. Ha il sapore di una favola moderna l’esperienza che stanno vivendo, in questa prima decade del nuovo millennio, le donne dell’Arabia Saudita. Che la conquista dei loro diritti sia ancora lontana dall’essere anche solo lontanamente paragonata alle condizioni di vita del mondo occidentale è cosa risaputa, ma a far intravedere nuove crepe nel muro di rigide regole e costrizioni che le circonda è ancora una volta Internet, croce e delizia degli studiosi della comunicazione e della fenomenologia dei processi sociali.
Sono sempre di più le donne arabe che, nel chiuso delle loro case, lasciano cadere ogni inibizione culturale e
riversano nei blog tutta la loro frustrazione per uno stile di vita percepito come una vera e propria schiavitù: non possono guidare la macchina, gli accessi ad alcune professioni sono loro preclusi, l’istruzione è garantita, ma con una rigida separazione tra uomini e donne. Anche prendere il caffè con una persona del sesso opposto può comportare gravi sanzioni.
Difficile ostentare, nella vita pubblica, una parvenza di libertà. La stessa libertà che, al riparo di un nickname o con il conforto di una comunità virtuale, trova il coraggio di esprimersi e si snoda lungo le infinite strade della telematica. Eman ha un blog in inglese dove si racconta senza filtri e ben presto è divenuta una piccola star del web, con più di 500 contatti giornalieri.
E la sua storia è comune a quella vissuta da tante altre donne nel paese più conservatore del mondo. Forse è proprio per questo che, in Arabia Saudita, gli effetti prodotti dalle nuove tecnologie si preannunciano dirompenti. L’informazione corre su un duplice binario: quello ufficiale, rigidamente controllato, e quello satellitare o via web, molto più libero e scevro da ogni condizionamento. Sono proprio i giovani il target di questa piccola, grande, rivoluzione.
La loro dimestichezza con i nuovi media li rende osservatori privilegiati dei fenomeni. 
“Questa generazione è la più aperta che ci sia mai stata - spiega Turki Al Hamad, uno dei più noti intellettuali sauditi - Si informa tramite le tv satellitari e su Internet. E in rete diffonde informazioni. Questi ragazzi non accettano di vivere in un mondo chiuso: sono uno dei motori alla base dei cambiamenti che il paese sta vivendo". Uno scenario del genere sembrava quasi impossibile appena dieci anni fa e rimanda alla mente un altro caso esemplare di contro informazione: il blog della ormai celeberrima Yoani Sanchez, la dissidente cubana che ha fatto conoscere al mondo intero i retroscena della dittatura castrista. Minacce personali e vere e proprie aggressioni fisiche, in quel caso, nulla hanno potuto contro la volontà di raccontare e raccontarsi. A fare da scudo una fama di dimensioni planetarie che l’ha assurta a simbolo dei difensori della libertà.
In Arabia Saudita il fenomeno è di acquisizione più recente e risulta difficile, almeno per il momento, sbilanciarsi su possibili sviluppi futuri. Di fatto Internet costituisce un mezzo dalle mille risorse e potrebbe rappresentare la chiave di volta per favorire un processo di democratizzazione dell’intero Paese, a patto che la società civile si faccia portatrice di istanze di rinnovamento al di là della comunità virtuale, trasmigrandole nelle sedi, reali, della politica e delle istituzioni.
di Valeria Nevadini
11:33
Scritto da: brujita1969
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01/03/2010
in occasione della prima giornata europea dello sciopero degli stranieri
Per voi uomini dell' Europa che vi arrangiate ogni giorno
Per voi donne dell' Est che lavate per terra o accompagnate
a prendere aria i vecchi d' Occidente
Per voi immigrati che dormite sulle panchine e vi svegliate
con un 'immensa nostalgia
Per voi barboni
che non
volete padroni e vivete in pace
con l'universo
Per voi prostitute che offrite il vostro sesso a negri bianchi
gialli fino al sangue
Per voi malati e disoccupati come solidarietà e misericordia
Per voi missionari che portate tenerezza ai deboli prima di morire
Per voi contadini che fate pascolare il gregge e arate i campi da
nord a sud
Per voi folli che ci insegnate gratis la follia
Per voi che siete soli e fuggite come me
scrivo questi versi in italiano e mi tormento in albanese
Gezim Hajdari
Poeta albanese, vincitore del Premio Montale
11:00
Scritto da: brujita1969
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