07/12/2010

Iran. Gli ultraconservatori: “Ahmadinejad è poco ortodosso”

untitled1.jpgOrmai è scontro aperto tra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e la corrente “conservatrice” del suo stesso partito.
Il majlis,il parlamento iraniano, ha infatti avviato una procedura di impeachment contro l’ex sindaco di Teheran.

Tra le motivazioni ci sarebbero la sua insufficiente ortodossia islamica e un’eccessiva tolleranza nell’applicazione delle norme religiose che riguardano le donne, oltre a tutta una serie di presunti illeciti economici e operazioni di bilancio poco trasparenti compiute dal 2005, anno della sua prima elezione, ad oggi.

Dietro tale azione, che a detta degli osservatori nasconderebbe una lotta di potere e di interessi tra fazioni, ciimagesCA7R2YIY.jpg sarebbe la longa manus del presidente del Parlamento, Ali Larijani e dell’ex presidente Rafsanjani, vera eminenza grigia della politica iraniana.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita alcuni giornali conservatori iraniani, solo l’intervento della Guida suprema, l’ ayatollah Khamenei, ha scongiurato (per il momento) un voto diretto sull’impeachment ma prosegue la raccolta di firme per un dibattito sulla questione: ben 178 parlamentari su 290 hanno sottoscritto la mozione.
Tra questi, vi sarebbe anche Mousa Reza Servati, presidente della commissione Bilancio del parlamento.

imagesCALXAU82.jpgOperazioni economiche poco limpide, dunque, alla base delle accuse ma anche critiche più propriamente politiche.
Ad Ahmadinejad viene rimproverato di voler sostituire l’ attuale sistema fondato sulla forte influenza dei mullah con uno basato su un presunto rapporto diretto fra il presidente e l’Imam nascosto,il mahdi di cui ogni sciita attende il ritorno.

imagesCA2IQ5BX.jpgAltro motivo di scontro sarebbe quello secondo il quale il presidente attribuirebbe un sempre maggior peso alla visione persiana dell’Islam, a scapito di quella universalista islamica oltre al fatto di essersi mostrato cedevole sul codice di comportamento da parte delle donne, avendo permesso la loro partecipazione agli eventi sportivi e depenalizzato le violazioni minori in materia di abbigliamento.

E’ bene sottolineare che la mozione promossa in parlamento rappresenta solo l’ultimo atto di uno scontro violento per la leadership che vede fronteggiarsi opposti interessi e che da mesi contrappone Ahmadinejad e gli esponenti più reazionari della politica iraniana.
La scarsa ortodossia, a nostro avviso, nasconderebbe ben più prosaiche ragioni.
Ricordiamo, infatti, che Ahmadinejad ha sostenuto privatizzazioni che sono andate a vantaggio di imprese controllate dai Guardiani della Rivoluzione, mentre il parlamento ha approvato finanziamenti alla società della metropolitana di Teheran, presieduta da un figlio dell’ex presidente Rafsanjani, nonostante un veto presidenziale.

Inoltre, risale agli inizi di agosto lo scontro tra il presidente il capo della magistratura l’ayatollah Sadeq Amoli Larijani,fratello del presidente del Parlamento,per la decisione dei giudici di condannare a 7 mesi di reclusione (con la sospensione condizionale) il giornalista Mohammad Javad Behdad, stretto collaboratore del presidente, accusato di avere scritto un articolo offensivo nei confronti di Ali Larijani e dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani.
Opposti interessi tra gli alti vertici della politica iraniana ed il presidente sarebbero, dunque,  la causa esclusiva di uno scontro intestino destinato solo a peggiorare le sorti di un paese che già deve fare i conti da un lato con la pressione della comunità internazionale sulla questione nucleare, dall’altro con un piano di riforme economiche che prevede tagli ai sussidi pubblici per oltre 100 miliardi di dollari.

Al momento, la possibilità che il presidente possa essere destituito dall’incarico sono tuttavia pressoché nulle inkhamenei-_ahmadinejad.jpg quanto, perché ciò avvenga, sarebbe necessario l’intervento di Khamenei, che ha l’ultima parola su tutte le questioni politiche più rivelanti e che ha già mostrato di non gradire la situazione venutasi a creare.

Nuccio Franco

 

08/11/2010

Donne e media, esperienze a confronto

donne%20e.jpgComunicazione e new media sono stati i temi al centro del dibattito nel corso del convegno “Donne e Media. Giornaliste italiane e del mondo arabo a confronto”, appuntamento “in rosa” svoltosi presso il Ministero degli Affari Esteri ed organizzato da Agi e Arab Italian Women Association.

Due giorni incentrati sulla comunicazione al femminile attraverso il confronto di esperienze di donne che fanno informazione in due realtà soltanto apparentemente distanti: quella italiana e quella araba.

Tra i partecipanti: Emma Bonino, Vice Presidente del Senato; Najwa Kassab Hassan, Ministro della Cultura siriano; Pia Luisa Bianco; Isabella Rauti; Andrea Purgatori; Ritanna Armeni; Lucia Annunziata; Donatella Della Ratta; Tiziana Ferrario; Daniela Viglione, Presidente e Ad di AGI; Randa Eid, Segretario Generale dell’ AIWA; Marialina Marcucci, Presidente onoraria AIWA.

Molti i temi affrontati da altrettanti volti noti al grande pubblico.
Dal web alla televisione passando per la carta stampata ed i social network come strumenti utili a ridurre ledonne.jpg distanze, geografiche e culturali, ed abbattere le durevoli barriere che ancora ostacolano l’informazione al femminile,troppo spesso piegata da stereotipi che stentano a essere superati.

Di preconcetti e di quella che è ancora una visione misogina della figura delle donne ha parlato Hanane Harrath, giornalista di origini marocchine specializzata in politiche del mondo arabo e in sociologia delle religioni.
imagesCAWAH373.jpg“Il mio lavoro” ha spiegato “mira a mettere in dubbio le convinzioni attraverso le quali osserviamo il mondo arabo-musulmano e ad analizzare la visione riduttiva che normalmente adoperiamo quando pensiamo alle relazioni tra il cosiddetto ‘mondo occidentale’ e il ‘mondo musulmano’. Cerco di portare alla luce una storia analitica dell’Islam perché sono convinta che abbiamo solo avuto in eredità la storia ortodossa mentre siamo invece rimasti all’oscuro delle ricerche sul processo che ha trasformato l’Islam”.

Interamente dedicata ad internet, la seconda giornata del convegno è stata caratterizzata dalla riflessione sulle opportunità che corrono on line, in Italia come in Giordania, Siria, Marocco e Behrein.
A moderare l’incontro e la successiva tavola rotonda è stata Lucia Annunziata, che ha subito inquadrato uno dei nodi principali della questione: “Il rapporto donne-new media in Italia forse è molto più in affanno di quanto uno si aspetti”.

A tale proposito,Donatella Della Ratta, ricercatrice e esperta di mass media che dal 1998 vive tra Italia e Siria, ha sottolineato come il web “è un’infrastruttura comunicativa che permette il dialogo non mediato fra pari e le cui potenzialità sono ancora sottoutilizzate”.

Sul ruolo della rete si è soffermata anche Nadine Toukan, secondo la quale essa “ ha il potere di democratizzare la conversazione ma richiede lavoro e bisogna fare non pochi sforzi”.
La tesi è stata avvalorata da Amira Al Husseini, giornalista originaria del Bahrain e tra le prime donne ahusseini.jpg ricoprire la carica di caporedattrice di una rivista, che ha insistito sull’importanza fondamentale della rete nel giornalismo moderno, esprimendo perplessità verso l’assenza di questa consapevolezza in Italia. “Ne è dimostrazione il fatto” ha concluso “che questa è la prima conferenza alla quale vado negli ultimi 10 anni dove non c’è connessione internet che permette di mandare immediatamente le informazioni online attraverso twitter e i blog”.

Per le giornaliste italiane Mimosa Martini e Tiziana Ferrario, “televisivamente parlando siamo in piena regressione”. 
ferrario.jpg“Il grande pubblico” ha affermato la Martini, giornalista del TG5 “sta abbandonando l’informazione televisiva e le giovani generazioni credono di dover raggiungere i modelli proposti” mentre per la Ferrario la televisione sta diventando uno “strumento di distrazione di massa”.

I lavori del convegno sono stati chiusi dal sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, che, dopo aver portato il saluto del governo italiano ed essersi congratulata con gli organizzatori, ha insistito molto sulla necessità di un maggiore e più incisivo dialogo euro-mediterraneo e sul ruolo strategico di ponte che l’Italia svolge tra l’Europa e i Paesi del Maghreb.
“Un’Italia”, ha concluso il Sottosegretario“che si sente profondamente europea ma che è naturalmente proiettata verso i popoli che vivono al di là del bacino del Mediterraneo, cui guarda come ad una opportunità di sviluppo politico, economico e culturale”

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 6 novembre 2010)

30/07/2010

Finanza islamica, tra prospettive ed opportunità

uomini d'affari.jpgIl mondo islamico non rappresenta esclusivamente un interlocutore essenziale dal punto di vista sociale con il suo bagaglio di carattere religioso e culturale; negli ultimi anni, infatti, esso sta iniziando a ricoprire un ruolo sempre più preponderante anche dal punto di vista finanziario.
I musulmani nel mondo, oggi sono circa 1,5 miliardi. Gestiscono patrimoni per oltre 1.400 miliardi e con una previsione di crescita fino 1.600 miliardi nel 2012, data l’importanza del mercato petrolifero e la crisi finanziaria mondiale.
Questa ha messo in ginocchio gli Stati Uniti e l’Europa, ma ha avuto effetti meno devastanti sui paesi del Maghreb e del Medio Oriente, non assoggettati alla legge del tasso di interesse.
Secondo recenti dati, si stima che l’industria dei servizi finanziari islamici, presente in oltre 65 paesi, gestiscadonna1.jpg fondi per circa 750 miliardi di dollari e continui a crescere al ritmo del 10% -15% all’anno.
Le banche totalmente islamiche o dotate di uno sportello islamico sarebbero quasi 350 ed oltre 250 i fondi d’investimento che seguono i principi della Shari’a.

Purtroppo, questo imponente potenziale economico del mercato finanziario globale non può essere gestito con le leggi che regolano l’attuale sistema finanziario Occidentale, in quanto i musulmani sono tenuti al rispetto del libro sacro, il Corano, che sancisce regole non solo religiose ed etiche, ma anche e soprattutto civili ed economiche.corano1.jpg

Tra le differenze di maggior impatto rispetto alla finanza tradizionale è da annoverare senz’altro il divieto di guadagnare sugli interessi, la cosiddetta riba; molte delle peculiarità della finanza islamica, specialmente dell'attività bancaria, vertono infatti proprio intorno a questo principio. L'interesse non è legittimato come titolo di risarcimento per chi immobilizza del denaro per un certo periodo per tenerlo a disposizione del debitore ed è quindi considerato usura, indipendentemente dall'entità dell'interesse applicato.

Di conseguenza, essa si basa su principi di giustizia ed equità per cui gli utili e le perdite sono ripartiti tra finanziatori e risparmiatori, e non sono scaricate l’uno su l’altro. E’ bandita, quindi la speculazione, vige il divieto dell’incertezza ed è previsto tassativamente l’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, il che comporta una teorica esclusione del ricorso a prodotti derivati.

Altra differenza sostanziale risiede nell’enfasi che la finanza islamica riconosce al principio di responsabilità sociale. Infatti, mentre secondo la tradizione occidentale è semplicemente possibile investire in modo responsabile, per l'Islam ciò è strettamente obbligatorio.

finanza.jpgAltre difformità da sottolineare, risiedono nella circostanza che essa è basata sulla trasparenza e sulla tracciabilità dei capitali e che sono vietate le attività economiche legate a distribuzione e produzione di alcol, tabacco, armi, carne suina, pornografia e gioco d’azzardo (haram).

In sostanza,il sistema bancario islamico soprattutto in questo periodo di crisi finanziaria globale, costituisce un’alternativa al sistema convenzionale basato sul concetto di interesse.

Con riferimento all’Italia, la possibilità di intercettare tali capitali e di attivare le conseguenti opportunità da essi derivanti è pressoché nulla in quanto manca la previsione di strumenti finanziari in grado di adeguarsi alla legge islamica, né sono attualmente al vaglio proposte di legge che vadano in questa direzione. Nel nostro paese ci si è semplicemente limitati alla sensibilizzazione sul tema senza tener conto dei tempi ormai frenetici dell’economia e della finanza a livello globale.

Ma l'eventuale adeguamento del vuoto normativo non è una questione che riguarda semplicemente soltanto il milione e 200mila fedeli mussulmani che ormai vivono stabilmente nel nostro paese e che vorrebbero investire e finanziarsi con strumenti halal, religiosamente leciti, e non haram, proibiti.
“Il problema” sottolinea Antonio Ortolani, Presidente della Commissione banche e intermediari finanziaricommercialisti1.jpg dell'Ordine dei Commercialisti di Milano “ va ben oltre questo aspetto, che pure è importante: in mancanza di un adeguamento normativo è praticamente impossibile intercettare capitali provenienti dai paesi arabi che sarebbero di vitale importanza per il nostro paese. Penso per esempio al contributo che potrebbe dare alla realizzazione delle opere infrastrutturali l'utilizzo di fondi islamici che abbiano ritorni economici compatibili con la Shari’a, ossia di compartecipazione all'utile anziché di remunerazione del solo capitale quale interesse”.
“Chi vuole usufruire di interessanti agevolazioni nei paesi arabi per insediare attività produttive con l'utilizzo di mezzi messi a disposizione da banche di finanza islamica deve necessariamente conoscere le leggi finanziarie coraniche”, aggiunge Ortolani. Il quale conclude che “a volte anche allargare le vedute mentali può favorire il business”.

In realtà, in Europa, sistemi finanziari più evoluti come quelli di Regno Unito, Francia e Germania si sono organizzati per favorire la creazione di strumenti conformi alla finanza islamica e cogliere così un'occasione importante sviluppando rispettivamente 30, 7 e 4 miliardi di sharia compliant asset.

Se da un lato non c’è da stupirsi in quanto tali nazioni sono quelle dove si registra la maggior presenza di immigrati, dall’altro la riforma della legislazione in materia finanziaria con l’adeguamento della stessa a determinate esigenze di mercato, rappresenta senza tema di dubbio un’esperienza destinata ad essere al più presto mutuata anche da altri sistemi finanziari. Solo in tal modo questi riusciranno a resistere all’impatto notevole della finanza “halal” ed a competere sul mercato globale alla stregua dei principali competitor mondiali dando così una forte spinta anche all’integrazione sociale.

Nuccio Franco

 

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 14 luglio 2010)

Musulmani Moderati Italiani “Burqa, si al divieto” – Amnesty International “E’ discriminazione”

Si accende il dibattito politico e culturale attorno al divieto (o meno) di indossare il velo integrale nei luoghiniqab.jpg pubblici ed interviene l’associazionismo con visioni differenti.
Ciò che rappresenta una tradizione ed un marcato strumento di identità, giustificabile o meno, sembra essere ormai al centro di un serrato dibattito che coinvolge la società civile nel suo insieme e che registra prese di posizione diametralmente opposte.

E’ di questi giorni la notizia che il Comitato per l'Islam italiano, Presieduto dal Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha predisposto un parere sulle proposte di legge pendenti, intese a confermare che l’uso in luogo pubblico di indumenti che coprono interamente il volto e rendono la persona irriconoscibile, quali il burqa ed il niqab, deve rimanere vietato per ragioni di pubblica sicurezza, ne’ presunte interpretazioni religiose costituiscono “giustificati motivi'” per eludere tali esigenze di ordine pubblico.

movimento1.jpgLa notizia è stata accolta con soddisfazione dall’Associazione Musulmani Moderati Italiani che, per voce del Presidente, Gamal Bouchaib ha commentato positivamente l’eventualità esprimendo fiducia sulla circostanza che presto, analogamente ad altri Paesi europei, anche in Italia si possa approdare in tempi rapidi all’approvazione del divieto del velo integrale nei luoghi pubblici

“Ancora non ci rendiamo conto che i Paesi arabi vanno anch’essi nella direzione di un divieto. Paradossalmente in alcuni Stati europei le interminabili discussioni sull'opportunita’ di bandirlo sembrano dimostrare il contrario” ha affermato Bouchaib, aggiungendo che “nonostante certi personaggi invochino il diritto alla liberta’ religiosa, scambiando quella che è un’usanza tribale e medievale per un precetto religioso, non siamo disposti a cedere a questo ricatto”.
“Queste persone” ha proseguito, “sono rimunerate dagli estremisti che comprano a suon di denaro il silenzio e la compiacenza”, ha proseguito Bouchaib, chiarendo che “il burqa rappresenta il simbolo piu’ visibile di una strategia politica tesa a diffondere la visione integralista dell'Islam. Se l'Europa non lo comprende subito, presto sara’ troppo tardi”.

Sull’argomento,si registra una netta presa di posizione da parte di Amnesty International che va in una direzioneamnesty1.jpg radicalmente opposta.
geneviev.jpgInfatti, l’Associazione che difende i diritti umani, per voce del Presidente transalpino della stessa Organizzazione, Genevieve Garrigos, reputa discriminatorio il provvedimento adottato in questi giorni in Francia ritenendolo una minaccia alla libertà religiosa dei musulmani ed a quella di espressione delle donne islamiche.
“Il divieto, a nostro avviso, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali” ha detto Garrigos, discriminatorio in quanto non esistono altre norme che disciplinino il modo di vestirsi o di pettinarsi per il resto della popolazione.

Gli fa eco Giovanni Dalhuisen, esperto di Amnesty in materia il quale ribadisce che “il divieto totale di coprirsi il viso violerebbe i diritti di quelle donne che indossano il burqa sostanzialmente come strumento di rivendicazione della propria identità ed appartenenza socio – culturale”.
“In linea generale” prosegue Dalhuisen “la libertà di espressione presuppone una libertà di scelta, cosa che non è in virtù delle nuove disposizioni” sottolineando il forte senso discriminatorio di una norma concepita solo per una minoranza.

Quanto all’argomentazione secondo la quale la necessità del divieto sarebbe imprescindibile per la sicurezza pubblica, Amnesty rileva che le esigenze di sicurezza possono essere soddisfatte con la previsione specifica esicurezza1.jpg circoscritta di restrizioni oggettivamente necessarie applicabili in determinate circostanze o luoghi quali, ad esempio, aeroporti o controlli d’identità.

Seppur preoccupata per le tante donne che sono costrette ad indossare tale indumento, Amnesty ha esortato i Governi ad intensificare tutti gli sforzi possibili per porre un freno alle discriminazioni di qualsiasi natura verso tutte le donne che in virtù del niqab, sono confinate in casa con problemi a lavorare, studiare ed accedere ai servizi pubblici.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 16 luglio 2010)

Progetto “El Blanco”, quando l’integrazione non è un’utopia

Periferia e criminalità, immigrazione ed emarginazione rappresentano spesso un binomio che si fonda su comodenon lasciateci.jpg convenzioni difficili da rimuovere.
Non a Bologna, da sempre città all’avanguardia dal punto di vista della responsabile accoglienza ed accettazione delle diversità quale fattore di crescita socio - culturale.

ragazzi1.jpgSi chiama “El Blanco” il nuovo ed innovativo progetto avviato all’ombra delle Due Torri, con il patrocinio di Comune e Regione, volto alla valorizzazione delle periferie attraverso il coinvolgimento di giovani immigrati nella responsabilità gestionale dei loro spazi ed impegni.
Evoluzione di un’iniziativa per minori già in essere dal 2003, denominata Katun (Giostra) e rivolta a ragazzi tra i 14 ed i 18 anni, l’Associazione è gestita dai giovani del tristemente noto quartiere Pilastro che hanno superato la maggiore età, con l’obiettivo di dimostrare che l’integrazione non è impossibile.

Ciò attraverso attività teatrali, cinematografiche e musicali che hanno come obiettivo quello di fornire un’opportunità di emancipazione e di definitivo inserimento nella realtà cittadina a ragazzi provenienti da culture e nazionalità diverse, soprattutto dall’area balcanica, dall’Africa e dal Sud Italia che versano in situazioni di disagio. E perché no, anche quello di aiutarli a studiare.

Pionieri del progetto sono stati Denis e Besart due giovani di etnia rom, originari del Montenegro e profughi della ex Jugoslavia, arrivati in Italia con i propri genitori e costretti a diventare “grandi” in fretta tra mille difficoltà ed il quotidiano disagio di vivere in un quartiere altamente a rischio che si porta dietro da decenni unapilastro1.jpg pessima fama e dove ai problemi della periferia si sono sommati quelli dell’immigrazione.

Nel 2002 iniziano a frequentare il Poliambulatorio del Pilastro, dove conoscono gli educatori professionali del Servizio minori e famiglie del Quartiere San Donato, e due operatori sociali, Antonio Fusaro e Silvia Branca, dipendenti della Coop Attività Sociali.

Inizialmente, il gruppo registra le adesioni per lo più di minorenni; raggiunta la maggiore età, tutti i componenti, per non essere costretti ad abbandonare il progetto nel quale avevano investito tempo ed entusiasmo si sono fatti venire in mente un’altra idea.

Decidono quindi di dar vita ad El Blanco, così denominato con evidente ironia visto che “siamo tutti scuri”e che trova ospitalità nello spazio autogestito di via Paolo Fabbri, il Vag61.
Insieme hanno realizzato spettacoli teatrali e filmati, animato iniziative con i bambini, lavorato con e per gli anziani del Circolo Arci “La Fattoria”, contribuito a gestire un campeggio estivo.

Oggi Denis, vent’anni, ha una figlia e lavora in un albergo. Besart, ventuno anni, è riuscito da poco a regolarizzare la sua posizione e cerca un impiego che gli permetta di mantenere le sue due bambine.

silvia1.jpg“In questi anni” racconta l’educatrice Silvia Branca “siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento e la solidarietà da parte della comunità locale, fatta di italiani che spesso hanno guardato con diffidenza rom, africani e slavi che animano le vie del Pilastro”.
“Una delle cose più belle” aggiunge Silvia “ è leggere negli occhi dei nostri ragazzi la voglia di riscatto. Ci dicono sempre che il loro destino non dovrebbe essere per forza quello di lavorare in fabbrica o in una ditta di pulizie. Noi proviamo, attraverso il canto, la musica, il teatro e l’animazione, a trasformare le loro passioni in potenzialità da investire per il loro futuro”.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 23 luglio 2010)

Immigrazione e legislazione. Il caso della “kafala”, l’affidamento islamico dei minori

Il processo volto ad una compiuta integrazione dei tanti immigrati residenti in Italia, deve  passare necessariamente attraverso l’adeguamento della legislazione nazionale ad istituti giuridici che trovano pieno riconoscimento nei paesi di provenienza.
Non è più tempo di indugiare e perdersi in astruse disquisizioni ma è arrivato il momento di agire di conseguenza, nel rispetto di quei diritti che vanno riconosciuti ad ogni singolo individuo, a prescindere dal credo politico o religioso.

adozione.jpgE’ il caso particolarmente interessante della cosiddetta “kafala”, una sorta di affidamento illimitato dato che nei paesi islamici l’adozione, quale istituto giuridico, non esiste.
L’Italia però non riconosce questo istituto anche se avrebbe dovuto farlo entro il 5 luglio scorso, attraverso la firma della Convenzione dell’Aja.
Era quella, infatti, l’ultima data utile che l’Unione Europea aveva stabilito per i paesi ritardatari. Ma l’Italia, ancora una volta, ha fatto finta di nulla arrecando ulteriori disagi ai già tanti che gli immigrati sono costretti loro malgrado ad affrontare quotidianamente.

E’ il caso, ad esempio, di Moira e il marito Masoud, egiziano, da oltre vent’anni residente nelle Marche e cittadino italiano.
Entrambi musulmani, hanno già un figlio di 11 anni e non potendone avere un secondo, hanno dato l’avvio all’unicakafala1.jpg pratica che la loro religione gli consenta, ottenendo in kafala, una sorta di impegno a prendersi cura per sempre di un minore abbandonato,dal Ministero degli Affari sociali egiziano Munir, un bambino abbandonato dalla nascita.

Sono trascorsi nove mesi e della loro pratica sembra si siano dimenticati tutti mentre la loro richiesta giace probabilmente tra l’indifferenza generale sotto un cumulo di polvere alla Commissione Visti del Ministero degli Esteri.

“Sarebbe come se nostro figlio Munir di due anni fosse sequestrato in un paese straniero dall’Italia” dice Moira.
“Abbiamo il passaporto egiziano di Munir e paghiamo le spese all’orfanotrofio che ha accettato di continuare a ospitarlo, ma l’autorizzazione al ricongiungimento tarda ad arrivare” dice perplessa.

“La kafala” spiega Marco Griffini, Presidente e fondatore dell’Aibi, Associazione attiva in tutto il mondo per combattere l’abbandono minorile attraverso l'adozione internazionale, l'affido ed il sostegno a distanza “è unagriffini.jpg misura di protezione dei bambini islamici abbandonati e va riconosciuta attraverso la Convenzione dell’Aja. La mia impressione è che questo istituto non sia visto di buon occhio”.
Ciò pur essendo “l’unico modo di dare una risposta alle situazioni irrisolte in cui si trovano oggi i bambini in difficoltà familiare ossia minori non accompagnati, bambini che provengono da paesi colpiti da catastrofi naturali, o eventi bellici, minori in kafala”.

“Come la famiglia del piccolo Munir ci risulta che ci siano altri 600 nuclei in queste condizioni, ma i dati sono molto controversi. Per catalogare questi casi abbiamo pensato di aprire un sito dedicato oltre ad un Libro bianco da presentare ai nostri politici” aggiunge.

Mercoledì scorso è arrivato, finalmente, il parere del Comitato per l’Islam italiano, presieduto dal Ministrocomitato1.jpg dell’Interno Roberto Maroni, in cui si prende atto che “il diritto nei Paesi islamici si fa carico delle esigenze del minore, che non sia adeguatamente assistito dalla famiglia naturale, attraverso l’istituto della kafala”.
Il Comitato ha chiesto che “nella legge di recepimento della Convenzione dell’Aja, che lo Stato italiano è tenuto ad approvare in tempi stretti, venga emanata una disciplina degli effetti della kafala”.

Non è molto ma è già qualcosa nell’auspicio che i necessari adempimenti legislativi siano posti in essere rapidamente perché anche un solo giorno in più, è un giorno sottratto alla speranza di questi bambini che, alla vita, hanno già pagato il loro caro prezzo.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 22 luglio 2010)

Islam, le nuove frontiere del turismo halal

untitled.jpgSi moltiplicano le iniziative “lecite” rivolte agli utenti - consumatori musulmani che rappresentano sempre più una fascia di mercato cui lo stesso guarda con sempre maggior attenzione nel tentativo di soddisfarne aspettative, esigenze e bisogni.
Ciò attraverso la fornitura di servizi ad hoc nel rispetto della cultura e dell’orientamento religioso dei clienti.
Dopo i siti web, i cibi ed i cosmetici halal, è ora la volta dell’offerta turistica dedicata, finalizzata ad offrire l’opportunità di organizzare viaggi di lavoro, pellegrinaggi o semplici vacanze nel rispetto della morale islamica.halal.jpg
Si chiama Halaltrip.com il nuovo progetto turistico ideato da Karim Saad, noto per essere il primo portale interamente destinato al turismo per i musulmani che ha ottenuto già 40mila contatti nei suoi primi tre mesi di vita e ha nel suo archivio le schede di ben 300 hotel, presenti in tutti paesi del mondo, pronti ad ospitare clienti musulmani e ad offrire loro servizi specifici.
albergo.jpgA ciascun albergo è associata una descrizione dove si specifica se lo stesso fornisce cibo in linea con la dieta islamica,se serve bevande alcoliche e se ha una sala per la preghiera o una piscina per sole donne.

“Di recente il portale ha aperto sezioni in lingua francese, tedesca e turca. Sin dall'inizio il nostro obiettivo è stato quello di rendere internazionale il progetto. Vogliamo proseguire su questa strada e presto lanceremo il nostro servizio anche in lingua araba” afferma Saad.

Decisamente intensa è poi l’interazione on line con i frequentatori del sito ai quali viene chiesto di recensire i luoghi che hanno visitato ed a condividere foto e racconti, al fine di creare una community di viaggiatori come accade su portali con alle spalle un’esperienza già consolidata come TripAdvisor e Booking.com.

karim.jpgKarim Saad, ideatore del progetto fondatore del nuovo portale, sostiene che il mercato del turismo halal sia stato finora sottostimato,che coinvolga in realtà oltre un miliardo di potenziali clienti e che il settore sarebbe in crescita nonostante la crisi economica globale.
L'idea di Saad sembra essere stata vincente ed i dati dell'ultimo rapporto di ‘The World Travel Market Report’, lo confermano in quanto attestano che la richiesta di ‘turismo halal’ è in crescita costante nonostante l’attuale congiuntura economica globale.

libano.jpgA proposito di “turismi”, altra interessante iniziativa è stata realizzata in Libano dov’è sorta l’Associazione per lo sviluppo dei pellegrinaggi e del turismo religioso, che ha tenuto la sua prima riunione nei giorni scorsi nell’ostello di Bethania, ad Harissa.

L’incontro, è stato caratterizzato dagli interventi del Presidente, Khalil Alwan, rettore del santuario di Harissa, di Antoine Khoury-Harb, specialista della storia dei maroniti, Nour Haddad, proprietaria di un’agenzia specializzata nel turismo religioso, Claudia Karam per il Ministero del turismo,Souheil Abou Ghannam e di alcuni tra i maggiori specialisti dei santuari drusi; dell’arte architettonica bizantina e dei mausolei della Bekaa.

La nuova Associazione, che sta preparando in collaborazione con il Ministero del Turismo del paese dei cedri, una banca dati dei santuari e dei “mazars” del Libano e una guida turistica,è aperta a tutti, musulmani e cristiani, e svolge il ruolo di referente autorizzato per tutti gli enti, Ong, sindacati, associazioni e compagnie interessate allo sviluppo del turismo religioso, l’importanza economica del quale non sfugge ormai a nessuno.

Nuccio Franco

(Fonte: www.agenziaradicale.com, 27 luglio 2010)

05/07/2010

Religione e media, la nuova frontiera della rete

Parafrasando una massima di Marx, si potrebbe dire che la fede sta diventando il moderno oppio della rete. I tempi cambiano ma i risultati sono gli stessi, soprattutto se si indugia a riflettere su quanto la religione condizioni i nostri costumi. Negli ultimi tempi, infatti, si registra tutto un proliferare di motori di ricerca che nascono con il dichiarato intento di permettere ai credenti osservanti di utilizzare internet con la garanzia di non incorrere in materiali offensivi per la propria morale o contrari al proprio credo.
Filtri impostati all’interno, consentono di selezionare le pagine web da includere o escludere durante la navigazione, suggerendo all’utente i risultati più adatti depurati dalle possibili sorprese indesiderate.

imhalal.jpgIl più conosciuto si chiama “ImHalal” (letteralmente “io sono lecito”), messo a punto dalla AZS Media Group che ha ottenuto molti consensi dal suo debutto in rete tanto da essere considerato il nuovo Google islamico.
Ideato da Reza Sardeha, studente olandese in Business Menagement di origini iraniano –reza.jpg kuwaitiane, la homepage presenta l’immagine di una costruzione islamica sullo sfondo dove compare lo slogan “I search Halal, I am Halal!” (io cerco e sono halal) ed è possibile effettuare ricerche in ben 18 lingue, tra le quali arabo, turco e farsi.

Primo motore di ricerca concepito esclusivamente per i web - surfer musulmani, è capace di scegliere le parole selezionando le voci di ricerca in tre fasce: lecito (halal),sconsigliato (intermedio) e proibito (haram). Il secondo livello, sebbene controindicato, dà la possibilità all’utente di proseguire; al contrario, se l’utente digita una parola in cui compare il bollino “haram” il sistema si blocca automaticamente oscurando la schermata.
Così, ad esempio, digitando la parola “sesso” si ottiene una risposta che recita: “Opps. La tua richiesta ha un livello haram di due su tre. I risultati possono essere proibiti. Proseguire? Clicca qui”.
Analogo risultato si ottiene se si inseriscono termini come omosessuale o maiale. Idem se si prova con “Versetti Satanici”, il titolo del libro che ha attirato sulla testa di Salman Rushdie una fatwa di condanna a morte da parterush.jpg dell’imam Khomeini.
images.jpgSingolare, tuttavia, è la circostanza che anche un vocabolo internazionale come “bikini” ottenga un livello di illiceità di due su tre, mentre le pagine si aprono senza problemi se la parola ricercata è “burqini”, il costume da bagno integrale che tante polemiche ha suscitato nei mesi passati in Europa.

Il sito è in una continua fase di evoluzione. Infatti,non solo gli amministratori sono in costante contatto con vari imam delle diverse scuole di pensiero per stabilire cosa possa essere considerato assolutamente haram e determinare quindi le diverse fasce di proibizione ma, gli stessi utenti del sito possono inviare consigli e feedback per migliorarne gli i contenuti.

C’è da dire che nonostante l’entusiasmo suscitato al momento del suo lancio e l’aspirazione di diventare un punto di riferimento per la comunità musulmana a livello globale, in Europa e in Nord America è scarsamente conosciuto ed utilizzato da un numero esiguo di musulmani osservanti. Diverso discorso per quanto concerne Asia e Medio Oriente dove è ormai un chiaro punto di riferimento per i tanti musulmani che amano gli strumenti offerti dalle nuove tecnologie ma che non vogliono rischiare di incappare in immagini e contenuti immorali.
“Riceviamo molte segnalazioni e consigli dagli utenti e in qualche caso facciamo delle modifiche” racconta Sardeha. L’idea di base è chiara: “L'ispirazione mi è venuta dopo lunghe discussioni con i miei amici riguardo alle ricerche con Google e Yahoo. Molti di loro sono finiti per caso su siti dai contenuti troppo espliciti: così ho pensato che avremmo potuto sviluppare un motore di ricerca nostro, più orientato verso i valori islamici dove sia possibile effettuare ricerche di siti web senza inavvertitamente aprire contenuti che siano illeciti”afferma.
Tuttavia, tende a precisare “ImHalal non è una dittatura o il sito web della censura, vogliamo che la gente possa continuare la propria ricerca online”.

Come dicevamo, ImHalal non è l’unica iniziativa su questa direzione e l’idea di adattare il web ai precetti religiosi non è nuova.
images1.jpgAd esempio, nel giugno 2009 l’israeliano Yossi Altman, ha lanciato “Koogle”, un portale perLogo.gif ebrei ortodossi, versione kosher di Google. Il sito è stato realizzato in modo da non mostrare risultati o immagini che possano urtare la sensibilità degli individui molto religiosi ed è programmato in modo che non sia possibile navigare di sabato, giorno del Sabbath, il riposo settimanale ebraico.
Perfino i link a media israeliani e a siti per lo shopping online possiedono filtri digitali per oggetti che gli ultraortodossi non possono tenere nelle loro case, come i televisori.

muslumanooglelogo.jpgSmpre nel gennaio 2009 è stato attivato in Turchia “Muslumangoogle.com”, versione islamica di Google, molto più censurata rispetto a ImHalal.
Inoltre, un gruppo di giovani sauditi ha invece creato Naqatube, alternativa islamica a YouTube, per impedire ai giovani di visionare contenuti ‘‘profani’’.
A questi motori di ricerca si vanno ad aggiungere anche versioni cristiane, come il vecchio GodTube (ora sostituito da Tangle), raccoglitore di video cristiani, Seekfind, motore di ricerca cattolici e Cathoogle, opera dititle.jpg Paul Mulhern, un inglese che vive a Lourdes, dove la moglie gestisce un negozio di articoli religiosi, basato su Google ed appositamente filtrato per escludere i contenuti offensivi.

Quest’ultimo ha scatenato un putiferio in rete. Infatti,c’è chi lo reputa una bella invenzione, chi un metodo per minare la libertà della rete e per imporre una certa scuola di pensiero ai navigatori.
L’importante, tuttavia, è che il web possa continuare ad offrire alternative serie e trasparenti ad ogni categoria di utente,sia per quanto concerne l’etica e la morale, sia per tutto ciò che riguarda i precetti, continuando tuttavia ad esercitare in tal modo la propria funzione di informazione, globalizzazione ma, soprattutto,di democrazia.

Nuccio Franco

(Fonte - www.agenziaradicale.com, 5 luglio 2010)

01/07/2010

Oxford, donna Imam guida la preghiera del venerdì

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Il suo nome è Raheel Raza ed ha guidato, per la prima volta nel Regno Unito, una sessione mista della preghiera del venerdì, pronunciando la cosiddetta khutba, nel tentativo di alimentare ulteriormente il dibattito sul ruolo di leadership delle donne nell'Islam.

È successo ad Oxford dove sui invito di Hargey Taj, Presidente del Centro educativo musulmano e Ipreghiera.jpgmam della Congregazione islamica di Summertown, strenuo sostenitore di un'interpretazione ultra-liberale dell'islam, tra cui la possibilità per uomini e donne di pregare insieme, una ristretta comunità si è riunita in preghiera accompagnata da una donna.
Raza, 60 anni, fa parte di un piccolo ma crescente numero di femministe musulmane le quali contestano il
pensiero ancora maggioritario in virtù del quale, tradizionalmente, ancora oggi si tende ad escludere le donne dai ruoli di guida all'interno della moschea.
Esse, infatti, sostengono che in nessuna parte il Corano vieti espressamente l' imamato femminile.
"Questo gesto" ha detto Raza " serve a rammentare alla comunità musulmana che il 50 per cento dei suoi aderenti sono donne . Le donne sono praticanti e osservanti ed in virtù di ciò ad esse dovrebbe essere riconosciuta tale opportunità. Gli uomini hanno tutti pari dignità".

moschea.jpgQuello della possibilità di riconoscere alle donne il ruolo di guida, rappresenta un annoso interrogativo nel mondo islamico sul quale studiosi, accademici e religiosi si confrontano da tempo sulla scorta dell'interpretazione, appunto, dei testi sacri. Nonostante il dibattito, sono ancora parecchie le divergenze sostanziali che impediscono di fornire una risposta condivisa.
Tre delle quattro principali scuole dell'Islam sunnita consentono di condurre in preghiera congregazioni di sole donne, ma la stragrande maggioranza dei giuristi musulmani, basandosi su un'interpretazione parziale (per molti misogina e maschilista) degli hadith sono contrari all'idea che si possa presiedere una comunità mista fuori delle mura domestiche. Non mancano, tuttavia, esempi di intellettuali progressisti i quali sostengono che questi non siano sufficientemente chiari per escludere con assoluta certezza la possibilità di imamato per le donne che, è bene sottolinearlo, per l'islam sunnita, la maggioranza, è una funzione non una carica.

Di conseguenza l'imam, ossia colui che sta davanti (letteralmente), potrebbe e dovrebbe corrispondere esclusivamente ai requisiti di moralità, rettitudine e con profonde conoscenze religiose, a prescindere. Pertanto, l'aspetto sessuale non inficerebbe assolutamente tale eventualità. Già nel 2005, Raza aveva posto in essere a Toronto un analogo gesto ma, nonostante tutto,dopo aver ricevuto minacce di morte
, aveva dichiarato come si fosse trattato di un'esperienza molto profonda. preghiera2.jpg

C'è da dire che quanto successo ad Oxford, rappresenta  una ripetizione di una analoga sessione di preghiera simile a quella guidata nel 2008 da Amina Wadud, nata negli Stati Uniti convertitasi all'Islam ed attivista per i diritti delle donne. La preghiera  di Wadud , fu seguita da 40 persone, numero inferiore ai giornalisti presenti nella sala di preghiera.

Dibattito apdonne.jpgerto, dunque, con un fermento dialettico ed interpretativo soprattutto da parte di quella componente femminile che si batte per l'uguaglianza anche nella sfera religiosa. Ciò nel tentativo di superare la tradizionale visione che relega la donna ai margini soprattutto nel campo spirituale, anche sotto l'aspetto formale.


Nuccio Franco

 

(Fonte: www.agenziaradicale.it, 30 giugno 2010)

25/06/2010

Regno Unito – Campagna di informazione“Inspired by Muhammad” della Exploring Islam Foundation

 

inspired_lives_sultana.png"Credo nei diritti delle donne. Anche Maometto ci credeva", afferma una donna, avvocato, con un morbido velo sul capo. "Credo nella giustizia sociale. Anche Maometto ci credeva", sostiene un attivista volontario.

Così recitano alcuni dei manifesti che si possono incontrare da qualche giorno per le strade di Londra, sui taxi, sui bus, alle principali stazioni della metropolitana. La campagna, dal titolo non casuale “Inspired by Muhammad”, è stata lanciata nel Regno Unito dalla Exploring Islam Foundation, un'organizzazione che si pone come obiettivo quello di abbattere i pregiudizi sulla religione islamica presenti nella società britannica.islamic_foundation.jpg

Messaggi che non solo rimarcano come Maometto sia una guida attuale, i cui insegnamenti si basano sulla giustizia sociale e la pace ma che enfatizzano come per i musulmani le proprie tradizioni e la società dei diritti siano compatibili.

Assoluto messaggio di civiltà e tolleranza che anche noi in Italia dovremmo mutuare attraverso l’adozione di simili iniziative.

1512860296.jpgSecondo un recente sondaggio online condotto in Gran Bretagna dal YouGov, quasi il 70% crede che l’Islam incoraggi la repressione e la sottomissione delle donne, il 58% associa l’Islam all’estremismo religioso e al fanatismo, il 50% lo ricollega direttamente al terrorismo, il 40% crede che i musulmani abbiano un impatto negativo sulla società.

Solo il 20% degli intervistati ricollega l’Islam alla pace ed alla giustizia. E mentre il 60% degli intervistati dichiara di non sapere quasi nulla della religione islamica, un 30% circa manifesta la volontà di volerne sapere di più. Sono dati, questi, certamente meritevoli di ulteriore approfondimento ma che fungono sicuramente da cartina di tornasole circa l’approccio falsato della società britannica alle tematiche dell’Islam.
“Ques
466667936.jpgto preoccupante quadro mostra l’orientamento negativo della società britannica nei confronti dell’Islam e, parallelamente, diffonde un’immagine degli anglosassoni stessi che ne escono come anti-islamici, razzisti, ignoranti” afferma Mark Easton, Direttore della BBC.
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Testimonial della campagna è stata Kristiane Backer, nota conduttrice televisiva di MTV,convertitasi all’islam, che ha dichiarato di essere “orgogliosa di aver contribuito ad un’iniziativa così importante per promuovere la comprensione e superare gli stereotipi. Questo progetto dimostra che i valori dell'Islam sono universali e quale modo migliore per sostenere tale convincimento se non lanciare la campagna da un taxi, a Londra, davanti Tower Bridge sul Tamigi?” ha aggiunto.

 

“In questo modo vogliamo promuovere una migliore conoscenza degli inglesi musulmani e una maggiore consapevolezza del loro contributo alla società britannica.” dice Remona Aly, Direttrice della campagna della Fondazione.

“Molti musulmani sono rimasti sbalorditi dal risultato del sondaggio e da come l’opinione pubblica percepisca la religione islamica. L’importanza di questa iniziativa” ha continuato la Direttrice “sta anche nell’aiutare i non musulmani a capire come la fede islamica guidi la vita dei propri amici o vicini di casa o colleghi musulmani, oltre che stimolare un miglioramento nelle relazioni umane fra cittadini britannici, musulmani e non”.

 

logo1.pngUn sito web (www.inspiredbymuhammad.com), assicura il supporto online alla campagna fornendo informazioni sulla cultura islamica, su Maometto, news, approfondimenti ed è stato progettato per soddisfare le necessità del sondaggio YouGov che ha evidenziato, tra le altre cose, che il 60 % delle persone dice di non sapere molto sull’ Islam, il 31% dichiara che informarsi riguardo l'Islam non è molto accessibile mentre un ragguardevole 33% vorrebbe saperne di più.

 

Nuccio Franco

(Fonte: Agenzia Radicale, 18 giugno 2010)

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