18/05/2010

Grbavica - Sarajevo

di Nuccio Franco

4° classificato Sez. Racconto breve alla V Edizione del Premio Letterario “AmaRossella”

 

“La guerra più terribile è quella che deriva dall'egoismo, e dall'odio naturale verso gli altri, rivolto non più verso lo straniero, ma verso il concittadino, il compagno” Giacomo Leopardi

Roma, letto sfatto, cartoni di pizza a terra, lattine, cicche di sigarette....residui di una cena frugale. Dietro la spalliera del letto una gigantografia riportava a caratteri cubitali una frase tratta da un celebre, indimenticabile film: “Se siete soli, stanotte, prima di infilarvi sotto le coperte, mettetevi in piedi nella vostra stanza, in un angolo, e fissate il muro. Al di là dell'oceano io farò lo stesso. Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione".
Era una frase che mi tornava in mente spesso quando pensavo alle persone care, lontane. Non era necessario essere dietro le sbarre del braccio della morte per sentirsi soli, con l'unico desiderio chiaro nell'anima...la fuga!

20752_1330951003354_1518369671_30869926_2325016_s.jpgQuando avevo necessità di staccare davvero dal tedio della mia triste e solitaria quotidianità prendevo il primo volo per Sarajevo, che amavo profondamente. Gbravica, quartiere dormitorio alla periferia della città, tra i più martoriati durante l’assedio, era la mia seconda casa. Storicamente un quartiere a maggioranza serba, aveva rappresentato la linea del fronte durante la guerra. Successivamente era stato assegnato all'entità croato-musulmana e quindi spopolato in gran parte dai serbi.
Qualche anno prima avevo conosciuto Amina e Sasha: lei musulmana, lui serbo. Apparentemente incredibile ma, d’altronde, dove c’è amore c’è Dio.
La prima volta che mi recai nel quartiere, i segni della guerra, dell’umana follia erano ancora tangibili nelle cose, ma soprattutto nei cuori. Case anonime, alcune sventrate, crepe e giardini poco curati, gente ancora scossa da quanto accaduto. Alti palazzi grigi, atri anonimi e scrostati, i segni degli obici e dei colpi dei cecchini cetnici ancora lì, a futura memoria. Nonostante tutto, il loro affetto e la loro accoglienza mi avevano fatto sentire subito a casa, circondato da quel calore che poche volte prima di allora avevo provato. Fu subito empatia, quella stessa che permaneva ancor oggi, seppur fossero passati gli anni: d’altronde l’amicizia è qualcosa che trascende i canoni spazio – temporali, la consuetudine della frequentazione. Gli amici li si porta nel cuore e nella mente! 20752_1330950723347_1518369671_30869919_784300_s.jpg
Amina sbarcava il lunario come poteva, onestamente, il suo burek squisito, mentre Sasha suonava nei locali. La musica, la sua vita. Il calore della loro casa era capace di sciogliere la neve che scorgevi dalle finestre dei rigidi inverni balcanici.
L’esatto contrario del freddo che stringeva i loro cuori quando si recavano al cimitero Kosevo, una volta teatro dello spettacolo più seguito, il calcio. Oggi un’immensa distesa di lapidi bianche. La morte. 1992. Un fiore, il ricordo dell’umana follia.

Amavo passeggiare nelle strette viuzze della città vecchia, osservare la gioventù che si dava appuntamento davanti ai locali; quel desiderio di dimenticare e ricominciare, quell’ansia di normalità trasudavano speranza. In un futuro migliore, in una vita degna di essere vissuta nella reciproca comprensione e tolleranza. Mi sentivo uno di loro pur senza conoscerli. Bevvi alla loro felicità.
images.jpgUn giorno mi colpì molto l’insegna di un locale. Prima della guerra si chiamava “to be or not to be”. La negazione era stata cancellata con una riga decisa. Essere, sperare era l’imperativo categorico che non lasciava adito ad alcuna alternativa che non fosse la vita. Non potevano esserci misure di mezzo. Se volevi sopravvivere all’assurdo.

Amavo rilassarmi davanti ad un caffè turco, dall’odore inebriante, in uno dei tanti bar della piazza cuore pulsante della città vecchia. Negozi di argenteria, antiquariato e botteghe di artigiani intenti a lavorare. I minareti si stagliavano all’orizzonte, maestosi ed il richiamo alla preghiera, l’azhan, aveva qualcosa di mistico e rilassante insieme.
Stuoli di ragazze col viso coperto che parlavano al cellulare, ragazzi in jeans all’ultima moda, preti, imam e rabbini erano le tessere di un puzzle che, come a rispettare un disegno, trovavano il proprio senso come se fossero stati guidati dalla penna di uno scrittore.
Continuavo a chiedermi come fosse stato possibile che succedesse l’irrimediabile: più di 100.000 morti, 50.000 feriti e 1601 bambini, vittime di un conflitto a pochi chilometri dalle nostre coste.

Un giorno salimmo in macchina per una passeggiata. Sosta su un’altura dalla quale si poteva scorgere una verde vallata, colline incontaminate, un verde che affascinava.
Vedi” mi disse Amina indicando tremante un punto all’orizzonte “dietro quelle montagna c’è il confine tra noi e la repubblica serba di Bosnia. Da lì ci hanno bombardati per mesi, incessantemente. Le loro granate piovevano dappertutto, obici deflagravano le nostre case, la nostra città. Durante quei mesi fummo costretti a tagliare tutti gli alberi. Senza elettricità avevamo bisogno di legna per riscaldarci, cucinare ciò che riuscivamo a trovare con difficoltà. Al mercato nero”.

Era la prima volta che mi parlava in maniera così diretta di ciò che sembrava essere un tacito tabù tra di noi, seppur inconsapevole ed ingiustificato. E’ la vita, che lo si voglia o no, per assurda che sia! Altrimenti decidi di non viverla. Amina non avrebbe mai dimenticato ma aveva dimostrato di voler vivere dando alla luce un figlio nonostante la strenua opposizione della famiglia di lui che no
20752_1330950563343_1518369671_30869915_1449236_s.jpgn esitò a definirla una “nullità bosgnacca”.
Solo allora realizzai che quelle crepe dipinte di rosso per le strade della città, chiamate “le rose di Sarajevo” altro non erano che i segni lasciati dagli obici delle granate. In pieno centro, tra la gente. Avevo compreso tramite lei ciò che nessuna guida avrebbe potuto spiegarmi.

Sono degli stolti” proseguì. “Qui a Sarajevo, produciamo una delle migliori birre dell’intera ex Jugoslavia, una delle principali fonti di sostentamento. I serbi, pur di umiliarci e ridurci alla fame,non essendo riusciti nell’intento con le armi, preferiscono fare duecento chilometri fino a Banja Luka pur di non chiedere a noi....Meglio così , che bevano il loro dannato fiele” aggiunse.
Prima di andar via, di lasciare le loro case hanno fatto terra bruciata. E’ lì che si nascondono i peggiori criminali, protetti da Belgrado,coloro i quali avrebbero preferito vederci morti e sepolti per sempre. Eravamo solo una zavorra inutile di cui disfarsi, come mi disse la famiglia di Sasha, mio marito, quando portavo in grembo suo figlio.
Non sono degni del mio disprezzo, certamente non avranno mai il mio perdono. Prova ad immaginare per un solo attimo ciò che si prova a dover abbassare lo sguardo davanti ai tuoi carnefici
”concluse. Una lacrima le solcava il viso.

In certi momenti la sua dolcezza si trasformava in rabbia, odio per quelli che fino a pochi mesi prima erano probabilmente stati i suoi vicini di casa e che, affascinati dal progetto della Grande Serbia, non avevano lesinato sofferenze.
Si erano lasciati trascinare da agitatori di popolo, senza scrupoli, il cui unico fine era il potere, fine a se stesso, ed un forte delirio di onnipotenza. Tutto ciò celando la barbarie dietro assurde disquisizioni etniche e religiose. No, Dio non può essere un pretesto per altri scopi. La collera era legittima.

E’la nostra terra, capisci? Nel bene e nel male ne siamo la storia. Abbiamo rispettato tutti cercando, ognuno a modo suo, di seguire una ragione, un credo, un rifugio. Non dovevano farci questo. Non dovevano! Perchè?  Siamo musulmani, e allora? Siamo arrivati fin qui con un Impero, tra i più grandi della storia,con i suoi errori, certo. E’una punizione questa?? La accetteremo, come abbiamo sempre fatto” concluse non senza che il suo volto risentisse di ciò che le diceva il suo cuore.
Amina, adesso calmati, è tutto finito, appartiene al passato” le sussurrai per tranquillizzarla. “Ricominceranno”, mi disse.

Ci salutammo affettuosamente quando mi accompagnò all’aeroporto. Ci stringemmo forte promettendoci, vicendevolmente, che non ci saremmo mai persi, qualsiasi cosa fosse successa.”Insciallah, amico mio, che tu non possa mai soffrire e che si realizzi ciò che desideri e meriti, per te e la tua famiglia.” Decollai e mentre osservavo la città dall’alto, mi si strinse il cuore.

Sarei tornato, con mia moglie.
A lei raccontai ciò che ero, senza riserve. Il re a volte è nudo. La mia vita, le mie esperienze, le mie storie. Le aspettative ma in primis il mio cuore. Credo mi amasse anche per questo. Era impaziente ed entusiasta di partire.

Trascorremmo giorni bellissimi tra moschee, la sinagoga del quartiere ebraico, le chiese ortodosse e lunghe passeggiate lungo la riva del fiume Miljacka.

Ci sedemmo a bere una birra. Dietro di noi la Cattedrale cattolica. Comunicavamo con lo sguardo e fu bellissimo. Due persone, nello stesso momento, stavano provando le stesse emozioni. La biblioteca nazionale distrutta, il Ponte Latino, ma meglio sarebbe definirlo Gavrilo Princip, il tunnel sotto la pista dell’aeroporto di Butmir, il monte Igman, simbolo dell’assedio. Il mercato del pane....Innocenti in fila, ignari della fine.

Lei era molto più edotta avendo discusso una tesi sui Balcani. Riusciva a comprendere con introspezione e sensibilità certamente superiori alla mia. Fui felice di condividere con la mia donna le stesse emozioni. I nostri pensieri avevano qualcosa di chimico ed avvolgente. Riuscivamo a scorgere i reciproci reconditi. Un’ultima passeggiata, il richiamo alla preghiera e le campane. Cenammo e andammo a letto presto. Il nostro ultimo pensiero “perchè”??
Quella notte comunicammo davvero, a parole, col cuore, con il linguaggio del corpo. Avrei voluto che il tempo si fermasse in quello stesso istante. L’infinito.

Anni dopo, l’arresto di Radovan Karadzic dopo sei anni di latitanza. Lo psicologo, il teorico della pulizia etnica. Mandante morale dell’eccidio di Srebrenica: ottomila vittime di un piccolo villaggio musulmano trucidate davanti allo sguardo impotente (o indifferente) delle forze ONU. Schierate, di tutto punto, coi loro elmetti e la mimetica ben apposto. Umanamente aberrante. Donne e bambini da un lato, gli uomini dall’altro. Stupro e morte. Memoriale di Potocari, 11 luglio 1995.

Appresi la notizia alla radio prima ancora di avere il tempo di leggere i giornali. Il mio pensiero corse ad Amina e Sasha. Corsi ad informare mia moglie. Le scrivemmo una mail, contenti di quello che era accaduto ma la sua risposta fu quella di una donna che non avrebbe mai dimenticato e le cui cicatrici non si sarebbero mai cicatrizzate. Dio predica il perdono ma gli esseri umani sanno essere severi.

Si”, ci rispose, “oggi è un giorno di giubilo ma quel nome non voglio nemmeno sentirlo nominare. I suoi aguzzini sono ancora liberi, protetti da chi considera la vita umana meno di nulla. Non è finita. A Sarajevo ci sono ancora contingenti militari a ispezionare il territorio. Se vanno via tutto ricomincerà come prima, peggio di prima. Noi tutto ben;, le vita scorre lenta anche se a volte pensi di scorgere un barlume. Ci accontentiamo. Vi abbraccio forte nella speranza di rivedervi presto. Si possono comprare tutti i cammelli del mondo, mai un amico. Amina”.

Mandai giù l’ultimo sorso di rakija per tirami su ma ciò non mi impedì di intristirmi profondamente. Tra me e mia moglie scese un lungo silenzio. Avremmo voluto risponderle d’impeto. Non trovammo le parole. Non ho mai capito se la sofferenza ti rende più cinico o ti addolcisce, certamente ti tempra preparandoti alla vita in una maniera che avresti voluto evitare. Come biasimarla??

Anni dopo decidemmo di andare a Srebrenica vedere i segni del follia e dell’umana barbarie. Dopo chilometri in macchina giungemmo sul posto non senza una certa inquietudine. Comprammo dei fiori ed entrammo. 20752_1330952283386_1518369671_30869957_5925743_s.jpg

Davanti a noi anziane donne in circolo, rosario in mano e l’immancabile jallabia. Ci guardarono incuriosite. In un immenso letto di terra, lapidi a perdita d’occhio. Pregammo, per noi e le future generazioni. Le donne ci chiesero da dove provenissimo. “Italia” rispondemmo. Sembrarono sorprese che il mondo sapesse e non li avesse dimenticati. “Che Dio vi benedica”.
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Il segno tangibile del nostro passaggio fu un pensiero di Diderot scritto su un libro. “E credete di onorare il vostro Dio sacrificando i vostri fratelli”?? Mai più.

04/05/2010

Lettera a mio padre

di Nuccio Franco

2° classificato al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa  "Amici senza Confini" Edizione 2010

Motivazione della Giuria "Una dichiarazione di amore per l'umanità. La forma epistolare serve da pretesto per una successione di riflessioni ed immagini evocative, presumibilmente ricavate dalle autentiche esperienze dell'autore. Sulla scia del fotografo/scrittore viaggiatore Sergio Ramazzotti (una citazione del quale chiude il racconto e, a posteriori, lo giustifica) e dell'indimenticabile Ryszard Kapuscinski."

 

Caro Papà,


olivetti.jpgda piccolo ti osservavo in silenzio, la pipa tra le labbra, scrivere i tuoi articoli con la vecchia Olivetti Lettera 22, tanto cara ai giornalisti della vecchia guardia, con la quale raccontavi il mondo. A modo tuo, con il tuo stile, certo, ma sempre attento ad essere coerente con la verità, tua unica ragione e guida.
Mi fermavo ipnotizzato ad ammirare la foto di Pertini, incorniciata nel tuo studio; quest’uomo vecchio, l’immancabile pipa ed una tempra d’altri tempi. “Ha fatto la resistenza, sai”? Mi dicevi...pertini.jpg
quarto stato.jpgGuardavo il “Quarto Stato”; questa donna impavida e fiera, con il bambino in braccio troneggiava su una parete. I più deboli.
Appena potevi mi portavi con te in redazione, un mondo a parte, e lì fantasticavo tutto il tempo quasi si trattasse di un piacevole gioco e desideravo diventare da grande come te! Osservavo affascinato i giovani redattori che si affannavano alla ricerca della notizia da prima pagina tra squilli di telefono e toni sopra le righe.redazione.jpg Era tutto un rincorrersi di agenzie, di verifica delle fonti all’inseguimento di quel pezzo che, talvolta, può cambiarti la vita.
Sono cresciuto spinto da quegli ideali da te palesati sempre con discrezione, mai imposti. La verità, la solidarietà, valori imprescindibili, come l’amicizia e la lealtà. Dalla parte dei deboli, degli idealisti capaci di sacrificare la propria vita per la libertà di ognuno, ovunque libreria.jpgessa sia, a chiunque appartenga. Questo ho appreso nel mio universo di bambino, leggendo i titoli dei tuoi libri, spinto dalla curiosità e dalla ricerca del sapere. Ho imparato a convivere con questo sviluppando nel frattempo idee e convinzioni personali. Condivise.
Io, nato nello stesso giorno in cui Jan Palach a Praga compiva il suo supremo sacrificio nella speranza della libertà e dell’affermazione dei propri diritti. Ne sono sempre stato consapevole, orgoglioso. In fondo lo aveva fatto anche per me. Non credo al fato ma all’assunto che ognuno nasca sotto una stella, si. Bella o brutta che sia. Catartico seppur irrazionale, questo pensiero mi ha accompagnato, rassicurandomi, spesso incoraggiandomi. Mi ha condotto per mano lungo la tortuosa strada della vita, insegnandomi a comprenderla, ad accettarla senza rinunciare mai al desiderio di poterla cambiare, di fare in modo che culture e diversità potessero incontrarsi in una sintesi dettata dalla legittimità di un auspicio.
Ed eccomi qui, durante i miei tanti girovagare nel mondo da giornalista e volontario, a ringraziarti, quasi fossi un debitore per avermi insegnato che i limiti sono solo illusioni e che ci sarà sempre qualcosa a toglierti il fiato lasciandoti senza parole anche se la vita, sin da bambino, ti ha abituato alle sue ipocrite acrobazie.
kenya.jpgLa scuola per orfani in Kenya, i bambini di Sarajevo, l’esperienza a Nevé Shalom in Israele mi ritornano in mente come parti di me, impermeabili all’oblio, vivi nella memoria come il pensiero dell’aberrazione umana.
Ripenso a quelle esperienze ed aumenta la coscienza di essere un privilegiato, nato nella parte fortunata del mondo, dove spesso il superfluo è una ragione di vita, l’apparire un diktat. Rifiuto di accettare questa bieca logica, frutto dell’ipocrisia imperante. Regalare un sorriso agli altri con il sudore della mia fronte: un punto di partenza per dare un senso al mio essere uomo.
suk.jpgRicordo Hebron. Il suk, una volta rinomato, ormai sigillato da cemento e filo spinato, le finestre delle case difese da ampie grate attraverso le quali guardare la vita. Strade quasi sempre deserte con pochi bambini ciondolanti ad osservare i soldati. Maturano già in tenera età odio e spirito di rivalsa, occhi tristi e spenti. Senza nemmeno la possibilità di frequentare la scuola, tra loro probabilmente saranno reclutati potenziali kamikaze facendo leva sulla disperazione e l’ignoranza.
Non potrò mai dimenticare Nevé Shalom: il mio primo incarico da volontario. Si tratta di un villaggio situato in territorio israeliano, la cui peculiarità è rappresentata dal fatto che ebrei e arabi israeliani, musulmani e cattolici, hanno intrapreso un cammino comune, interculturale, nel tentativo di andare oltre conflitti e incomprensioni. Trae il suo nome da uno dei libri di Isaia “Il mio popolo abiterà in un’oasi di pace….” Situato suneve.jpg una collina, circondato da ulivi secolari, infonde un senso di riconciliazione mentre ci si perde ad ammirare in lontananza l’orizzonte incantati dalla valle di Ayalon. Un’isola felice, insomma, in una terra stuprata da violenze e rancori millenari. Il dialogo, la reciproca solidarietà ed il rispetto dei diritti altrui trovavano la ragion d’essere nello sforzo di superare ancestrali contrapposizioni etniche e religiose, a dimostrazione che un mondo più equo e giusto è possibile. Superare le vicendevoli ferite e diffidenze in virtù di un progetto comune, condiviso, frutto della mutua accettazione e cooperazione è la base di questo sogno realizzabile. Due popoli, una sola volontà: la Pace.
Un giorno, un’immagine più esaustiva di tante parole. Osservavo i bambini che con i loro zainetti si avviavano verso la scuola: due di essi, ognuno con il copricapo tipico, la kefiah e la kippah, si tenevano per mano come ennesima dimostrazione della volontà di annullare le differenze, di essere amici, a prescindere. Sarebbe stato uno scatto degno del più prestigioso premio fotografico.bimbi.jpg
Altri due, invece, indossavano la maglia di Zidane e quella di Rosenthal; magie del calcio in un misto di identità e condivisione spassionate che solo la purezza dei bambini può trasmettere appieno. Nei loro occhi leggevo desiderio di spensieratezza, di condivisione, di amicizia al di là delle differenze culturali e religiose.
benares.jpgAdesso sono in India. Benares è un mondo a sé. Punto d’arrivo di ogni indù, legata al culto del Gange, il fiume sacro alla divinità Shiva, immergendosi nel quale ci si libera delle impurità spirituali. Città santa, meta di quotidiano, ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, paragonabile a Gerusalemme, alla Mecca. Tra risciò e vacche sacre, in un vortice frenetico di umanità e rumori si avverte una spiritualità contagiosa, senza uguali a livello emotivo. La percepisco per le strade, nei volti, nei segni della lebbra girando per i vicoli fetidi dove uomini e donne dormono a terra, tra rigoli di liquami nauseabondi.
Giocare con i bambini sui ghat in riva al Gange, mi fa sentire migliore! I loro occhi esprimono gratitudine, senzabambino indiano.jpg niente da offrire tranne un’immensa umanità frutto del dolore, unico sentimento capace di restituire la speranza a dispetto di un destino malvagio. Nulla è più gratificante quanto vederli sguazzare nelle acque maleodoranti del Sacro Fiume, la grande Mamma, fonte di vita, e correrti incontro con quegli occhi nero pece avvolti in sdruciti indumenti. Ti saltano al collo in cerca di un abbraccio desiderosi solo di un po’di conforto, sussurrandoti sari indiano.jpgall’orecchio namastè, mi inchino a te, sotto l’occhio vigile delle madri avvolte in splendidi sari multicolori. Sono io a dovermi inchinare a loro, così ingenui ma già provati, per lo splendido dono di lusingarmi con la loro fiducia incondizionata!
La sera, prima di addormentarmi, sento la mia anima leggera come una piuma che volteggia nel cielo della vita, libera da ogni paura e felice nell’attesa di un nuovo giorno.L’alba sul Gange è un’esperienza unica, in un vortice di colori, canti e profumo d’incenso; abluzioni e faccende quotidiane come fare il bucato in un gange.jpgmisto di sacro e profano. Santoni, mendicanti e donne con uno sciame di bambini attaccati ai vestiti si confondono sulle scale dei ghat, insensibili alle acri esalazioni provenienti dalle pire funerarie poco distanti che non smettono mai di ardere. Gli uomini in abiti succinti si immergono nell’acqua per eseguire l’antico saluto del sole portando con loro fiori e ghirlande quali offerte alla divinità, nell’attesa della morte come fine della continua reincarnazione. L’ascesa dell’anima al cielo, purificata dal fuoco, per accedere allo stadio supremo, il Nirvana. Una realtà unica, difficile da capire dove a volte si percepisce nitidamente un senso di distacco e rinuncia per le cose terrene ed un’ascesi a volte al limite quale potere del corpo sulla mente.
Un volontario un giorno mi ha detto che lasciare Benares sarà facile, lei però non mi abbandonerà mai. Infatti, l’immagine di un fagotto alla deriva sul fiume sarà difficile da dimenticare. Non era una bambola ma un bimbo appena nato. Ad essi, come alle donne incinte non è concesso il “privilegio” della cremazione. Arduo da accettare ma ancor di più da comprendere.
L’emarginazione contrasta poi con la condizione della middle class, con l’immagine di quei bambini compiti nei loro grembiulini stirati di fresco, ben pettinati, educatamente seduti sullo scuolabus, cartelle in spalla pronti per la scuola. Due mondi, altrettante storie e paradossi.
Tornerò presto a casa, non dimenticando mai i posti che ho visitato, i volti dei bambini, i loro occhi, specchio di un’anima pura e desiderosa di pace e serenità,  estranea alla scelleratezza del mondo adulto..

Tempo fa lessi una frase che mi colpì molto…. Il mondo non è fatto di montagne e fiumi e grattacieli e piramidi e deserti, ma di storie e della gente che le racconta, e della luce che passa nei loro occhi mentre le raccontano, e delle espressioni dei loro volti, e se accettiamo che il mondo è fatto di questo, allora esso sarà sempre in grado di stupirci e sarà sempre inesplorato. Quanto è vera!

Ti abbraccio forte
Nuccio

04/03/2010

Varanasi, l'altra faccia della nostra anima

di Nuccio Franco

(I viaggi di Assotravel)

“L'India brucia come l'Inferno, ma le sue anime sono belle e preziose perché il sangue di Cristo le ha irrorate”, le parole di Madre Teresa di Calcutta risuonarono nella mia testa mentre l’aereo planava sulla pista dell’aeroporto di Nuova Delhi. Io e mia moglie eravamo diretti a Varanasi. Finalmente il sogno di una vita si stava realizzando: l’India ed i suoi mille volti!18852_1339243330657_1518369671_30886485_2684060_n.jpg
Varanasi è un mondo a sé. Punto d’arrivo di ogni indù, legata al culto del Gange, il fiume sacro alla divinità Shiva, immergendosi nel quale ci si libera delle impurità spirituali. Città santa, meta di un quotidiano, ininterrotto pellegrinaggio di fedeli, paragonabile a Gerusalemme, alla Mecca. Tra risciò e vacche sacre, in un vortice frenetico di umanità e rumori avvertimmo subito una spiritualità contagiosa, senza uguali a livello emotivo.
18852_1339243530662_1518369671_30886490_8026823_n.jpgLa percepimmo per le strade, nei volti, nei segni della lebbra, girando per i vicoli fetidi dove uomini e donne dormivano a terra, tra rigoli di liquami nauseabondi.
L’alba sul Gange fu un’esperienza unica, in un vortice di colori, canti e profumo d’incenso; abluzioni e faccende quotidiane come fare il bucato, in un misto di sacro e profano. Uomini in abiti succinti e donne si immergevano nell’acqua per eseguire l’antico saluto del Sole portando con sé fiori e ghirlande quali offerte alla divinità. Santoni, mendicanti e donne con uno sciame di bambini attaccati ai vestiti si confondevano sulle scalinate dei ghat, insensibili alle acri esalazioni provenienti dalle pire funerarie poco distanti che non smettevano mai di ardere. L’ascesa dell’anima al cielo, purificata dal fuoco per accedere allo stadio supremo, il Nirvana.18852_1339243770668_1518369671_30886496_2445031_n.jpg

Fede e misticismo si mescolavano nell’attesa di una vita migliore nell’al di là che ripagasse l’immensa povertà quotidiana.

Alle spalle dei ghat, che portano al sacro Gange e che si estendono per cinque chilometri, osservammo imponenti costruzioni coloniali dall’antico fascino perduto e templi, testimonianza di un passato lontano.

18852_1339243610664_1518369671_30886492_5212133_n.jpgIl popolo indiano esprimeva gratitudine con gli occhi, senza niente da offrire tranne un’immensa umanità frutto del dolore, unico sentimento capace di restituire la speranza a dispetto di un destino malvagio. Nulla fu più gratificante quanto vedere quei bambini sguazzare sorridenti nelle acque maleodoranti del sacro Fiume, la grande Mamma, fonte di vita, e correrti incontro con quegli occhi nero pece avvolti in sdruciti indumenti. Ci saltarono al collo in cerca di un abbraccio desiderosi di un po’ di conforto, sussurrandoti all’orecchio namastè, mi inchino a te, sotto l’occhio vigile delle madri avvolte in splendidi sari multicolori. Eravamo noi a doverci inchinare a loro, così ingenui ma già provati, per lo splendido dono di lusingarci con la loro fiducia incondizionata!18852_1339241730617_1518369671_30886448_5145572_n.jpg
18852_1339243890671_1518369671_30886499_6385980_n.jpgL’emarginazione contrastava con la condizione della middle class, con l’immagine di quei ragazzini compiti nei loro grembiulini stirati di fresco, ben pettinati, educatamente seduti sullo scuolabus, cartelle in spalla, pronti per la scuola. Due mondi, altrettante storie e paradossi.
Lo scenario si fece più tetro al calar del sole quando il caldo soffocante e l’anima ribolliva alla vista del crematorio dove alte pire bruciavano corpi sotto lo sguardo quasi indifferente di amici e parenti. Niente pianti o urla ma solo una magica, strana armonia tra la vita e la morte.
Un volontario ci disse che lasciare Varanasi sarebbe stato facile, lei però non ti avrebbe mai abbandonato. Infatti, l’immagine di un fagotto alla deriva sul fiume sarebbe stato difficile da dimenticare. Non era una bambola ma un bimbo appena nato. Ad essi, come alle donne incinte non era concesso il “privilegio” della cremazione: sono puri. Arduo da accettare ma ancor di più da comprendere.
La sera sentimmo le nostre anime leggere come piume che volteggiavano nel cielo della vita, libere da ogni paura, e ci addormentammo felici nell’attesa di un nuovo giorno.3267_1121625610350_1518369671_30301628_472385_n.jpg

13/11/2009

Sarajevo, amore mio

"i Diari di viaggio on line" - I viaggi della Repubblica

"Racconti e Diari di viaggio" - Osservatorio Balcani

Viaggiare i Balcani - Turismo responsabile

"Turisti per caso" (segnalato dal motore di ricerca RedTram)


Nell’immaginario collettivo, Sarajevo non è certamente ricordata per aver dato i natali a personaggi illustri quali Goran Bregović, Emir Kusturica o Vedran Smailović, celebre musicista, il cui volto è tristemente raffigurato mentre suona il violoncello nella Biblioteca nazionale distrutta dai bombardamenti. Ne abbiamo una stampa a casa… Credo non sia nemmeno rammentata come la città in cui nel 1984 si svolsero le Olimpiadi invernali. Il Villaggio Olimpico…… Sarajevo non è nemmeno considerata la Gerusalemme dei Balcani, avamposto musulmano nel cuore dell’Europa.

Forse qualche studente diligente e gli appassionati di storia la ricorderanno come palcoscenico dal quale scaturì la prima guerra mondiale a seguito dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando per mano di un giovane, Gavrilo Princip. Roba antica. .Sarajevo come “S”empre protagonista.

Men che meno può essere considerata una città turistica e, difatti, non lo è. No, Sarajevo per molti rappresenta la guerra nei Balcani, l’assedio più lungo nella storia bellica moderna, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Più di 12.000 vittime, 50.000 feriti, l'85% dei quali furono civili.

Il titolo di questo racconto l’abbiamo mutuato da un libro “Sarajevo, mon amour” che meglio di tutto esprime i nostri sentimenti. Non ce ne voglia l’autore. Dopo aver scoperto questa città, la sua gente, il suo calore è stato amore. Dalla prima volta che l’abbiamo visitata, ce ne siamo innamorati. E’ qualcosa che ti sale su dalle viscere, è una questione epidermica di cui non sai spiegarti le cause. O forse sarebbe meglio dire, non ti interessa saperlo. Certamente Nebojsa, Eldina, Dusan, Alexej, Denis e tante altre persone che abbiamo incontrato hanno contribuito a svelarci le sue meraviglie. Con discrezione e rispetto. Ci torniamo spesso, volentieri. E pensare che la prima volta molti ci dissero “Sarajevo??E cosa c’è da fare o vedere a Sarajevo??”.Ci guardammo basiti stringendoci nelle spalle con un malcelato imbarazzo.

Città tormentata, con le sue contraddizioni e cicatrici, costituisce tuttavia un unicum che va oltre, dove i reciproci influssi fra Est ed Ovest, fra Oriente ed Occidente, creano un mosaico dalle mille sfumature. Basta coglierle. Dalla fine della guerra molte cose sono cambiate; ciò che tuttavia non è mutato sono i segni della follia ancora ben visibili anche nei cuori dei suoi abitanti.

E’una mattina soleggiata. Aeroporto di Butmir, i soli italiani, oltre ai militari s’intende. Prendiamo il primo taxi che ci porta verso il centro, destinazione: Hotel Saraj. Durante il tragitto percorriamo il tristemente noto Viale dei Cecchini, passiamo davanti all’Holiday Inn, unico albergo funzionante durante l’assedio, sede della stampa internazionale, ribattezzato l’uovo all’occhio di bue. Perche? D’inverno, quando la neve è copiosa, avendo l’albergo un colore giallo, sembra il classico…occhio di bue.
Ci fermiamo a Gbravica, quartiere dormitorio alla periferia della città, tra i più martoriati durante l’assedio. La casa di Eldina, la nostra amica. Costeggiamo la Miljacka, il fiume che attraversa la città, passiamo davanti all’Università ed alla Biblioteca sven
IM000321.JPGtrata. Nel frattempo avevamo già notato i segni.

In hotel il personale è gentile, accogliente. Arriviamo in camera e ciò che ci si para davanti agli occhi è uno spettacolo suggestivo. Il sole tramonta in un rossore etereo che ci fa ben sperare; la città è lì, distesa in una valle, con centinaia di luci che cominciano ad illuminarla. Quelle verdi sono dei minareti. Di fronte a noi il monte Igman,dove un tempo si sciava. Anni dopo divenne un luogo non propriamente dedito allo…sport. Adesso è pieno di mine dappertutto. Alla sinistra un cimitero! Una distesa di lapidi bianche come se rappresentassero un’attrattiva della città. Tutto normale.
IM000370.JPGPiù in basso, deliziose casette multicolori sulle sponde del fiume sembrano restituirci ad un’apparente normalità. Il tempo di rilassarci un po’ e siamo nuovamente per strada, la nostra strada, quella del ricordo. Mettiamoci anche della memoria, non guasta.
La Biblioteca nazionale e la Piazza dei Piccioni, cuore della città, sono a poche centinaia di metri in linea d’aria. Percorriamo una stradina e siamo lì, nel cuore di Sarajevo. Alla nostra sinistra, la Fabbrica della birra, una delle migliori d’Europa. Si può sorseggiarne una tranquillamente, nessuno vi metterà fretta!I Bosniaci sono gente molto accogliente.

Rilassarsi davanti ad un caffè turco, dall’odore inebriante, in uno dei tanti bar della Piazza dei Piccioni, cuore pulsante della città vecchia, è davvero unico, sembra riportare indietro nel tempo ad antiche atmosfere con tutte le moschee che la circondano ed un nugolo di basse casette in legno. IM000356.JPG
Poco distante c’è Seraci, negozi di argenteria, antiquariato e botteghe di artigiani intenti a lavorare. I minareti si stagliano all’orizzonte, maestosi ed il richiamo alla preghiera, l’azhan, ha qualcosa di mistico e rilassante insieme. Sosta e visita alla Madrasa, la scuola coranica. Sempre a Seraci c’è la moschea di Bascarsija, dove i fedeli pregano su un terrazzo interno. Stuoli di ragazze col viso coperto che parlano al cellulare, ragazzi in jeans all’ultima moda, preti, imam e rabbini sono le tessere di un puzzle che, come a rispettare un disegno, trovavano il proprio senso come se fossero guidati dalla penna di uno scrittore. Anche questo è Sarajevo. IM000306.JPG

Poi c’è il Morica Han, antico caravanserraglio dove oggi c’è un delizioso caffè e una moltitudine di negozi. Sempre da Seraci è possibile arrivare alla Nuova Sinagoga, stupenda, nonché alla Chiesa ortodossa dall’altra parte della strada. Da Seraci si prosegue per Feradhija, cuore pulsante della città, passando per Piazza Itzebegovic, anche se il vero nome ci pare fosse della liberazione ma poco importa, cambia poco. Il padre della patria,leader della maggioranza musulmana in Bosnia, il “Nonno” come veniva chiamato. Nella piazza, una delle scene più frequenti e singolari è vedere anziani signori giocare a scacchi con vecchi bossoli, residuati bellici. IM000318.JPG

Non solo, c’è la Cattedrale cattolica degna di una visita ed un caffè di fianco dove vale la pena una sosta. Ci si rilassa, si guarda la gente, non si pensa.
Poco prima c’è il luogo della strage per antonomasia. In uno stretto vialetto, civili inermi, in coda per il pane, furono uccisi da una granata.
Proseguendo,si arriva alla Fiamma Eterna, sempre accesa in memoria delle vittime di tutte le guerre.

Siamo su Via Maresciallo Tito (Marsala Tita), in fondo alla quale vi è un a deliziosa moschea dove ci fermiamo a parlare con Farid, l’imam, giovanissimo. Tranquillo, convinto del proprio credo che ci accoglie come fratelli, anche se palesemente occidentali. Lo assecondiamo di buon grado. Piccolo particolare: la moschea, durante l’assedio, fu utilizzata dagli assedianti. I cecchini si appostavano sul minareto per sparare sui civili!

Sulla strada potrete notare le cosiddette “Rose di Sarajevo”. Cosa sono??Buchi, semplici buchi ma procurati dagli obici e ricoperti con vernice rossa a somigliare una rosa!!Di necessità, virtù.
Continuavamo a chiederci come fosse stato possibile che succedesse l’irrimediabile.

Torniamo indietro passando per il Ponte Latino, dove fu ucciso l’Arciduca e ci attardiamo sull’altra sponda del fiume, a Skenderija, dove si può ammirare il vecchio edificio delle poste e rilassarsi nei suoi magnifici giardini ben curati.

L’indomani proseguiamo con un giro ad Ilidza, amena località di “villeggiatra”, acque termali ed un parco naturale da togliere il fiato dove facciamo il bagno con le pecore ad ammirarci perplesse. Sulla strada vediamo la sede del quotidiano locale distrutta. Per anni è stata un simbolo dell’accaduto.
Scorgiamo tram ridotti ad un cumulo di lamiere mentre ci dirigiamo verso il “Tunnel” che durante l’assedio ha rappresentato l’unico collegamento con la città.IM000364.JPG

Dal Tunnel, costruito in realtà in una casa privata, sono passati civili, viveri, medicinali, feriti e perché no, anche soldati ed armi. L’autodifesa, lo spirito di sopravvivenza mentre dal cielo veniva giù di tutto e si tagliavano gli alberi per la legna da ardere. Anche questa è una particolarità: a Sarajevo ci sono pochissimi alberi!! C’è un piccolo museo.
La maggior parte degli abitanti di Sarajevo è passata dal tunnel ma non amano parlarne. Si riaprono cicatrici ancora vive. Niente di particolare ma molto, molto significativo. Riesci a capire, a ricostruire!!

Rientrando, visitiamo ciò che resta del Villaggio Olimpico dopodiché ci rechiamo con un taxi allo stadio Kosevo,una volta deputato al gioco più seguito al mondo, il calcio. Oggi un’immensa distesa di lapidi. 1992, è la data ricorrente.

Ultima tappa il Mausoleo dedicato ad Itzebegovic. In via Mustafe Beseskje è possibile ammirare splendidi palazzi in stile ottomano, un dedalo di viuzze che risalgono la collina, i segni evidenti della guerra. IM000388.JPG

Perché Sarajevo è questo, il presente ma sempre con un occhio vigile al passato. Ed ora alcuni consigli pratici:

Dormire

Hotel Saraj – Nevjestina,5 tel +387(0)33233500/239510  hotelsaraj@hotelsaraj.com – I prezzi sono medi ma vi assicuriamo che ne vale davvero la pena. Pulizia, cortesia e tanta, tanta Sarajevo.

Mangiare

Dveri (vicinissimo alla Piazza dei Piccioni) o il To be or not to be (la particolarità di quest’ultimo è che durante la guerra, il not to be dell’insegna fu cancellato…c’era voglia di essere, esistere, non si ammetteva la negazione) dove potrete gustare la pita, il cevapcici (carne di agnello o vitello macinata cotta alla piastra), il bosanski lonac (stufato a base di cavolo e carne) o il più classico burek ripieno di patate o carne. Al Dveri la specialità è la polenta macedone, un po’ pesante ma assolutamente da non perdere. In ogni caso ci sono tantissimi locali dove potrete bere una birra fresca in mezzo ad una moltitudine di giovani che cercano di ricominciare chiudendo con il passato. Davvero una bella gioventù! IM000353.JPG

Trasporti

Questa è la nota dolente. Per arrivare a Sarajevo o si opta per un volo Maleev Airlines con scalo a Budapest (costo intorno ai 300, 350€) oppure per il più economico traghetto Jadrolinja (www.jadrolinja.com) con partenza da Ancona ogni giorno alle 21.00. Si arriva a Spalato e si utilizzano i collegamenti interni, efficienti ed economici ma è molto più stancante, soprattutto se il tempo a disposizione è poco.

Per gli spostamenti in città, a piedi o in autobus. Se arrivate o ripartite da Sarajevo il Martedì o il Venerdì e troverete militari dappertutto… tranquilli, non è successo nulla né si aspetta un Capo di Stato. Si tratta semplicemente dell’avvicendamento dei militari italiani e del vettovagliamento e sarete tra i pochi turisti presenti. Di conseguenza, le operazioni di ceck in e di imbarco saranno velocissime.

Valuta

L’euro è accettato dappertutto così come le principali carte di credito.

Prima di partire

Libri consigliati

Diario di Zlata, di Zlata Filippovic, BUR
Sarajevo mon amour, di Dovan Divjak, Infinito edizioni
Sappiano di sangue le mie parole, di Babsi Jones, Rizzoli (stupendo…)
Il violoncellista di Sarajevo, di Steven Galloway, Mondadori
Eloi, Eloi, di Allen Custovic, Mondadori
Al di là del caos, di Elvira Mujcic, Infinito edizioni (da non perdere!!)
Racconti di Sarajevo ed Il ponte sulla Drina, di Ivo Andric

Film consigliati

Resolution 819Regia di Giacomo Battiato – Vincitore della 3° Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma 2008.
Diretto da Giacomo Battiato, il film porta sullo schermo la storia del peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della 2° Guerra Mondiale, quello di Srebenica del 1995.
Una vera e propria pulizia etnica, con 8000 morti, 4000 dei quali mai ritrovati, annunciata e non impedita, se non indirettamente appoggiata dallo stesso Onu, osservatore passivo del massacro. Il titolo del film si rifà alla Risoluzione 819 delle Nazioni Unite, che garantiva all’enclave di Srebenica, in Bosnia, la sicurezza e la protezione delle popolazioni musulmane. Nel luglio del 1995 le truppe del Generale Mladic conquistano la zona protetta, compiendo in solo 4 giorni una strage.
Donne, vecchi, bambini, uomini, tutti vengono uccisi e gettati in fosse comuni. Reati che rischiavano di non esser mai scoperti, se non fosse stato per un ufficiale di polizia francese che lascia il distintivo per proporsi come investigatore al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. E’ grazie ai suoi scritti e ai suoi resoconti se questa storia è uscita dal dimenticatoio, fino ad approdare in sala.
Un tema delicato, trattato con coraggio e sapienza da Giacomo Battiato, che realizza un film quasi documentaristico, che cerca di rappresentare il dolore e l’incredulità di fronte alle testimonianze degli assassini, agli interrogatori, alla sconvolgente scoperta delle fosse comune, fino al processo finale. Un racconto storico, politico, un racconto interessato a portare agli occhi del grande pubblico una storia così poco conosciuta o comunque troppo facilmente dimenticata. DA NON PERDERE!

The Hunting Party – I cacciatori – Regia di Richard Shepard – 2007
Presentato fuori concorso alla 64ª Mostra del Cinema di Venezia, ispirato a un fatto di cronaca (tre reporter americani che si misero sulle tracce del criminale di guerra Karadzic nel 2000, cinque anni dopo la fine del conflitto).
Trama - Il reporter televisivo Simon Hunt (Richard Gere) e l'operatore Duck (Terrence Howard) hanno lavorato insieme nelle zone di guerra più calde del mondo. Insieme hanno scansato pallottole, trasmesso articoli importanti e vinto premi Emmy. Ma un giorno terribile, in un villaggio bosniaco, tutto cambia. Durante una trasmissione in diretta su un canale nazionale, Simon ha un crollo. Da quel momento in poi, Duck continua a fare carriera mentre Simon scompare. Dopo cinque anni, Duck torna a Sarajevo per seguire il quinto anniversario della fine della guerra, ad accompagnarlo c'é Benjamin (Jesse Eisenberg), producer alle prime armi; quando Simon gli riappare davanti, come un fantasma del passato, convince Duck di essere a conoscenza del nascondiglio della "Volpe" il criminale di guerra più ricercato di Bosnia. Potrebbe essere lo scoop della vita, così, Simon, Duck e Benjamin si avventurano in una missione oscura e pericolosa che li porterà nel cuore del territorio nemico...

Benvenuti a Sarajevo - Regia di Michael Winterbottom con Stephen Dillane, Woody Harrelson – 1997
Benvenuti a Sarajevo (titolo che fa riferimento ad una sarcastica scritta che si intravede su uno dei muri della città) è uno dei più aspri e crudi film sulla guerra jugoslava
Sarajevo, 1992. E’ scoppiata la guerra civile che porterà alla disgregazione della Yugoslavia e la capitale della Bosnia-Erzegovina è assediata dalle truppe serbe. Un gruppo di giornalisti americani e inglesi gira per la città devastata filmando le scene più tragiche. Fra di loro c’è Henderson, un inviato della televisione britannica, che nel corso di un servizio su un orfanotrofio si prende a cuore la sorte di Emira, una bambina mussulmana di cui si ignora la sorte dei genitori. Quando una volontaria americana porta via dall’orfanotrofio i bambini più piccoli, Henderson fa entrare nel gruppo anche Emira, che porta con sé in Inghilterra inserendola nella propria famiglia. Dopo qualche tempo spunta la madre di Emira che rivendica la figlia ed Henderson torna a Sarajevo per incontrarla.
Il film prende le mosse da una vicenda personale (l’adozione da parte del giornalista Henderson della sventurata Emira) per esprimere una risentita denuncia di quello che considera l’atteggiamento di colpevole disinteresse e abbandono mostrato dall’Occidente e dall’Onu nei confronti del calvario della città di Sarajevo e dello sterminio condotto dai serbo-bosniaci che assediano la città. Quella che pochi anni prima era una normale metropoli europea che ospitava le Olimpiadi invernali (le immagini documentarie che aprono il film) e costituiva un esempio di pacifica convivenza fra etnie diverse si è trasformata in un inferno, dove i cecchini uccidono donne e bambini inermi.
Ed è soprattutto sulla disperata sorte di quest’ultimi che si accentra l’attenzione del corrispondente britannico Henderson (che rimane da subito colpito dalla sconvolta fissità dello sguardo di un bambino vestito da chierichetto che insegue fra le macerie), tanto da indurlo a prendersi cura di un gruppo di orfani e di Emira in particolare.
Ma il momento forse più straziante del film è quello in cui la disgraziata mamma di Emira, sentendo la figlia comunicare con lei in un’altra lingua, comprende di averla ormai persa per sempre e si fa simbolo della tragedia che ha colpito migliaia di famiglie bosniache.

Il segreto di Esma - Grbavica – Regia di Jasmila Žbanić - 2005
Esma vive con sua figlia Sara nella Sarajevo postbellica. Sara non ha mai conosciuto suo padre ed è convinta che sia un eroe di guerra come il padre di Samir, un suo compagno cui è molto legata. Un giorno Sara torna a casa da scuola e chiede alla mamma se può partecipare ad una gita scolastica. Esma inizia a lavorare in un locale notturno per guadagnare i soldi necessari anche se la scuola ha emesso un'ordinanza per cui i figli degli eroi di guerra possono prendervi parte senza pagare. Quando la bimba scopre di non essere stata inclusa nella lista degli orfani comincia ad insistere per conoscere la verità sulla morte del padre...
Senza voler (esplicitamente) parlare di guerra, Jasmila Žbanić racconta pochi momenti di una coppia madre-figlia nella Sarajevo di oggi: basta questo per portare lo spettatore in una realtà che assomiglia anche troppo alla sua quotidianità, ma che ha le sue radici nel conflitto.
Due cose colpiscono maggiormente lo spettatore di “Grbavica”: il dominio femminile dell’universo rappresentato, con gli uomini in ruoli fortemente negativi o semplici partner – occasionali – delle due protagoniste altro film al femminile; quanto ad Esma e Sara, la vera protagonista è la madre, anche se il film ruota maggiormente intorno alla figlia. In questa scelta risiede il principale significato del film, l’atteggiamento e i cambiamenti di Esma sulla base delle azioni di Sara, una sorta di azione e reazione nella quale il fattore dominante è costituito dalla ragazzina e l’oggetto analizzato è l’adulto.
Il titolo è un omaggio a Sarajevo (Grbavica ne è un quartiere), simbolo di una nazione che vuole stringersi attorno a qualcosa ma sa che non deve essere la nazione stessa: ljubavi moja, amore mio, la frase con la quale si chiude il film può sembrare retorica, ma dopo una guerra non si può biasimare chi ha voglia di esprimere i propri sentimenti. In questo rapporto intimo tra regista e città non c’è il trasporto di un Woody Allen, ma l’unica vena di disperazione accennata nel film: è un amore catartico, una necessità per andare avanti, dopo un passato doloroso, aggrappandosi a un ideale.


Nuccio e Eliana

09/11/2009

BERLINO – APPUNTI DI VIAGGIO

Oggi, 9.11.2009 ricorre l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, evento storico senza precedenti che spazza la cortina di ferro e pone fine alla cosiddetta Guerra Fredda in Europa. Berlino 020.jpg

Anche se ancora altri muri dovranno essere abbattuti, come quello di Belfast che divide la zona cattolica da quella protestante e quello costruito recentemente in Israele,ci sembra questa l’occasione di ricordare, della memoria ma anche quello di guardare oltre, al futuro con ottimismo, parlando di una città speciale, dalle mille contraddizioni ma, nonostante ciò, splendida. Città giovane, fucina di idee all’avanguardia, dove ormai le nuove generazioni dell’Est (Ossis) e dell’Ovest (Wessiss) hanno superato le divisioni appartenute ai padri e rappresentano ora un unicum sorprendente, uniti nell’intento di superare vecchi rancori e differenze. Oggi Berlino è una città multietnica, stimolante, bellissima dove ognuno può ritrovare la propria dimensione seppur mai dimenticando ciò che è stato e ciò che non dovrà mai più essere. Se sei un artista, a Berlino (non a Roma…) ti permettono di esporre gratis. Se non è cultura questa…..

 

Innanzitutto qualche consiglio utile per un week end nella città di Wenders, ricordate “Il cielo sopra Berlino”??

Per quanto concerne la sistemazione, consigliamo vivamente la zona di Alexander Platz e dintorni, molto ben collegata al centro ma, soprattutto, vicinissima alla Marx, Enghels Platz.Un pezzo di storia recente. Marx&Engels.JPG

Il primo giorno fate un giro panoramico con l'autobus n.100. Vi farà capire com'è strutturata la città. E’ meglio di un citysightseeing ma molto, molto più economico.  Gli autobus sono a due piani. Parte da ALEXANDER PLATZ ed arriva fino al Giardino Zoologico – Zoologischegarden (dove fu ambientato il celebre film “Christiana F – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”), passando su Unter der Linden, il Reichstag etc.

Noi abbiamo fatto la WELCOME CARD. E’ un biglietto valido 3 giorni che costa(va) 22 euro con il quale puoi prendere tutti gli autobus, metrò e treni regionali ILLIMITATAMENTE. Conviene, considerando che una corsa costa 2,00 euro.

Il primo giorno, abbiamo camminato molto e ci sembrava quasi che fosse stato inutile farla ma poi il secondo ed il terzo, con l'idea di non perdere neanche uno "spicchio" di città (ma soprattutto vedere i punti dove è rimasta ancora una parte ben visibile di muro) l'abbiamo utilizzata molto! Comunque dipende molto da voi e da quel che volete vedere.  C'è anche quella da 2 giorni che costa 16 euro.

Inoltre la WELCOME CARD viene rilasciata con un libretto in cui ci sono tagliandi
che danno diritto a sconti per ristoranti, bar, musei (noi abbiamo avuto il 50% di sconto al museo ebraico e 30% di sconto al Museo del Check point Charlie).

C' è anche una Museum Pass che costa 15 euro. Noi non l'abbiamo presa perché abbiamo voluto vedere solo il Museo del Checkpoint Charlie,il museo ebraico (che tra l'altro ci ha deluso!) ed il Pergamon Museum. Se volete visitare tutti i musei, vicino al Berlinerdom (c'è proprio l'Isola dei Musei!) conviene perché solo il Pergamonmuseum costa 8 euro!Come vi ho detto prima, il Museo del Checkpoint Charlie ed il museo ebraico non sono inclusi in questa promozione ma negli sconti previsti dalla WELCOME CARD. In tutti i locali è possibile fumare.

Detto questo, andiamo oltre e vi illustriamo i nostri “giri”

 

1 giorno

 

Autobus 100 da ALEXANDERPLATZ. Scendiamo all'inizio di UNTER DER LINDEN ed iniziamo il tour: BEBEL PLATZ, dove i nazisti bruciarono i libri.  GENDARMERMARKET - La piazza con le due chiese gemelle (all’epoca erano in restauro!) ritorno ad UntBerlino 009.jpger der Linden, sosta davanti all’Ambasciata Russa per arrivare fino alla Porta di Brandeburgo.

Dalla Porta al Reichstag per salire sulla cupola del Foster (abbiamo fatto una fila di 1 ora al freddo! So anche che c'è gente che ha fatto 3 ore! Se adorate l'architettura avveniristica vale la pena vederla e fare una lunga fila! A noi un'ora è bastata). Sosta al freddo per wurstel con patatine al chiosco all'aperto vicino al Reichstag. 

Dal Reichstag  percorrendo Strasse 17 Juin e costeggiando i Tiergarten (la nostra Villa Borghese!), sosta al Memoriale dei soldati Sovietici. Proseguite  ed arrivate verso l'angelo dorato del "Cielo sopra Berlino"- Siegessaule.

Angelo.JPG

 

Da lì cercate un autobus per Potsdamer Platz (bombardata durante la guerra e ricostruita dai grandi dell' architettura moderna...Renzo Piano & co.)

 

Sosta al Sony Center e al Daimler Chrysler di Renzo Piano. (PS: le soste sono  state velocissime...a noi non interessa l'architettura avveniristica!). Da Potsdamer Platz metro fino a Kreuzberg, il quartiere turco dove si possono ammirare splendidi murales, per poi proseguire alla volta del Museo Giudaico (deludente, a parte l'area dedicata all'Olocausto).E poi  ungo la Friedrichstrasse, angolo Willem II Strasse siamo arrivati alle 19.00 al Checkpoint CharlieBerlino 033.jpg

Nei paraggi, potrete gustare  un ottimo filetto con patate al ristorante ad angolo vicino al Checkpoint - nulla di caratteristico ma buono!

2 Giorno

 

Interamente dedicato al Muro di Berlino cercando di vedere anche quelle zone non turistiche, poco battute, come invece è il Checkpoint Charlie.

Molti non le visitano: infatti c'erano POCHISSIMI TURISTI. E' una scelta personale. La mattina siamo andati all'EAST SIDE GALLERY. Su oltre un chilometro di Muro (che non è stato smantellato) c'è  l'esposizione di graffiti open-air più grande del mondo.

Berlino 043.jpgA noi è piaciuta molto! Per arrivarci prendete il trenino metropolitano. Si può scendere sia a Warschauer Strasse che  Berlin Ostbahnhof. Sceglietene una perchè ci si arriva con entrambe!

 

Tappa successiva: Bernauer Strasse, siete nel cuore della ex Berlino Est, dove c'è il Centro di Documentazione del Muro (molti documenti e foto si trovano anche nel Museo del Checkpoint).Il vialetto delle sentinelle e una parte del muro verso Est documentano la costruzione del confine. Sosta a mangiare wurstel e patate sotto la stazione di Friedrichstrasse e arrivo al Checkpoint.

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Visita della Topografia degli orrori, vicino Willehm Strasse  - all'aperto hanno allestito una mostra documentaria e fotografica sui nazisti nel luogo dove sorgeva l'ex quartiere generale delle SS. Visita del Museo Check Point Charlie.Dal Checkpoint a piedi percorrendo tutta Friederichstrasse siamo arrivati all'incrocio con Unter Der Linden. Abbiamo preso l'autobus 100 e siamo arrivati alla zona dello zoo e quella commerciale di Kufurstdamm...non c'è piaciuta!

Vale la pena solo per vedere al capolinea del 100 la FAMOSA CHIESA BOMBARDATA, simbolo della seconda guerra mondiale. Per la cena abbiamo optato per la classica cantina berlinese a Kreuzberg, quartiere turco, stupendo. Si chiama Grossen Keller, in Grossen Strasse (se non andiamo errati) - Fermata della metro Movenbrucke - si supera il ponte sul fiume e dopo 20 metri c'è la cantina. Abbiamo mangiato uno strudel buonissimo ed i soliti wurstel con patate e crauti! Ma questi erano veramente buoni.

 

3giorno

 

Visita al quartiere ebraico, a nord del centro - la nuova Sinagoga che è stupenda e giro per le strade Orianerburger Strasse e Sophienstrasse. Berlino 103.jpg

Ritorno ad AlexanderPlatz e visita dei dintorni – Marienkirche (sulla torre della televisione siamo saliti la prima sera appena arrivati).Foto del Municipio rosso (Rotes Rathaus) e foto con le statue di Marx ed Engels nella piazza omonima. Visita del quartiere Nikolaiviertel – medievale e da non perdere - e visita della chiesetta Nikolaikirche (camminando abbiamo individuato la cantina dove cenare la sera vicino alla chiesa - non ricordiamo bene il nome ma è l'unica con il menù in italiano esposto fuori. Abbiamo degustato l'EISBEIN,il famoso stinco di maiale, crauti, wurstel e patate).

 

Berlino 139.jpgVisita della cattedrale di Berlino, BERLINER DOM (ingresso scontato con welcome card).PERGAMON MUSEUM, immenso ma dove tre sono le cose imperdibili da ammirare: l’Altare di Pergamo, la Porta del mercato di Mileto e la Porta Ishtar di Babilonia!

 

BUONA PERMANENZA….E VI DIVERTIRETE, NE SIAMO ASSOLUTAMENTE CERTI!!ALLA PROSSIMA, CON ALTRI INTERESSANTI RACCONTI DI VIAGGIO.

 

Nuccio e Eliana