In memoria di Gabriele Moreno Locatelli, volontario, vittima di pace

(sannioweek.it 26 gennaio 2010)

E’ strano come la vita, a volte, ti sorprenda quando meno te lo aspetti, soprattutto quando ti ha reso diffidente con le sue stravaganze.La vita ti stupisce quando ti dimostra che si può dare senza chiedere, urlare senza alzare la voce, dire senza parlare,fare senza ostentare con assoluto trasporto e lealtà. Riuscire a comprendere il senso della vita e del suo valore ma, soprattutto, che l’amore può palesarsi in quelle azioni che esprimono il nostro annullarsi nell’altro,anche con un gesto estremo, è di valore inestimabile. Il rifiuto verso tutte le forme di governo che opprimono i popoli, dall’amore che può svelarsi anche attraverso un sacrificio quale testimonianza che tutto ha un prezzo,soprattutto la libertà, non ha eguali. Senza amore il mondo va in rovina in una deriva inarrestabile,non c’è futuro, i fiori non profumano,l’essere non ha senso.
Gabriele Moreno Locatelli, volontario italiano ucciso il 3 ottobre 1993 dai colpi di un cecchino. Aveva appena 34 anni, faceva parte dell’Organizzazione “Beati i costruttori di pace” ed avrebbe dovuto distribuire posta, aiutare i militari dell’ Onu a consegnare viveri e abiti, portare acqua e assistenza alle persone sole, anziane e ammalate. Questo era Gabriele, ex frate minore francescano, morto a Sarajevo nel tentativo di unire non di dividere, alla ricerca dialogo.

300px-Miljacka.jpgCon altri quattro pacifisti stava attraversando lentamente con una bandiera della pace tra le mani il ponte Vrbanja sul torrente Miljacka, che divide la città, per un’azione simbolica ma di forte impatto, anche mediatico, rivolta alle due parti in conflitto. Sullo stesso ponte che separa i serbi dai musulmani,  qualche mese prima avevano trovato la morte due fidanzati, Bosko e Admira,lui serbo,lei musulmana. Cercavano di fuggire dagli orrori della guerra;trovarono la morte, ammazzati mentre tentavano di abbandonare Sarajevo. Moreno ed i suoi compagni erano disarmati,volevano deporre una corona di fiori sul luogo della prima vittima di quella guerra e quindi offrire del pane ai soldati bosniaci ed a quelli serbi, che si fronteggiavano dalle sponde opposte del ponte.

Entrambe le fazioni erano state avvertite dell’iniziativa anche se un agente, tra i primi a sopraggiungere sul luogo disse che era impossibile e folle pensare di poter attraversare il ponte e restare incolumi. Infatti, in quegli stessi attimi, il fuoco dei cecchini impazzava sulla città ed il crepitio delle armi era ben udibile. Mentre era in ginocchio, il fuoco lo colpì alle spalle. Fu immediatamente trasportato all’ospedale francese della città, operato due volte ma nonostante la giovane tempra, non sopravvisse. In un ultimo sprazzo di lucidità e con il poco fiato che ormai aveva nei polmoni chiese se i suoi compagni stessero bene!!

L’uccisione di Locatelli fu interpretata immediatamente dalla comunità internazionale ,come dettata dalla cinica volontà di riaffermare l’esistenza della linea della morte che divideva in due la città, pur essendo intervenute le opportune garanzie. La sua storia ha ispirato il regista Giancarlo Bocchi per il documentario “Morte di un pacifista” (1995) ed una canzone “Di pane e di Pace”. Il giorno dopo l’assassinio, il quotidiano di Sarajevo Oslobodenje, prudentemente titolò “Incidente a Vrbanja”, mentre i giornali italiani titolarono: “Pacifista italiano ucciso dai cecchini serbi”.Su questo punto non ci sono certezze in quanto alcuni indizi riportano alle milizie bosniaco – mussulmane.imagesCABOW9K3.jpg
Una domanda tuttavia si ripresenta ricorrente:chi e perché ha ucciso Locatelli?? Chi ha ordinato quella spietata esecuzione? Dopo oltre cinque anni da quella tragica domenica,l’ex Ministro della giustizia Diliberto firmò l’autorizzazione a procedere contro ignoti per il delitto politico commesso all’estero contro un cittadino italiano. Quelle domande non hanno mai smesso di ossessionare la madre, la sorella e i familiari di Moreno che vivono a Canzo, vicino a Como. Le stesse che ripetitivamente si pongono ancora oggi i quattro compagni di strada di Locatelli – Pierluigi (Gigi) Ontanetti, Luigi Ceccato, Luca Berti, Padre Angelo Cavagna – e tutto il movimento pacifista, in particolare i “Beati i costruttori di Pace” l’Associazione di Padova guidata da Don Albino Bizzotto.
I cittadini di Sarajevo, con una petizione, hanno ottenuto che gli fosse intitolata una strada;lo onorano come uno dei loro eroi, un martire italiano tra i tanti bosniaci. In Italia invece la sua vicenda è stata liquidata con sufficienza, trattata quasi con superficialità (come il gesto folle di un idealista votato al martirio) oppure con malcelato fastidio.imagesCA24BFTK.jpg

Ci sono state polemiche anche sul modo in cui la stampa italiana ha trattato l’argomento, alcune ricostruzioni dubbie sull’accaduto,rabbia ed indignazione per un giovane uomo che ha immolato la sua vita sull’altare della pace e della fratellanza tra popoli.
In un’intervista,Gigi Ontanetti,tra i protagonisti di quella marcia sul ponte, 42 anni, operaio edile, educatore scout dell’Agesci, non violento e vissuto per più di un anno a Sarajevo durante l’assedio, ebbe modo di dire la propria sulle tante circostanze di quella vicenda.imagesCA8FXY79.jpg
Al dubbio avanzato da molti di non aver preparato bene quell’azione, disse che i ponti servono per collegare e che durante le guerre  si crede troppo e troppo spesso che i semplici cittadini non possano far niente e che tutto  sia nelle mani di politici e strateghi, pur ammettendo che il rischio era calcolato e ne erano ben consapevoli.

Come dicevamo,l’autorizzazione fu richiesta alle parti in conflitto; Ontanetti confidò di aver incontrato tutti i comandanti: quello delle truppe serbe, quello dell’Armija, l’esercito regolare della Bosnia al cui interno militavano formazioni croate, e lo stesso comandante dei croati. Tutti dissero per parte loro che non avrebbero sparato ma che non garantivano che gli altri avrebbero fatto altrettanto.
“Tutti dicevano una mezza verità. Fummo costretti a rinviare l’azione di un giorno perchè scoprimmo che il famigerato comandante Caco”,al secolo Musan Topalovic (molto vicino ad Itzebegovic,ndr), “che aveva alle sue dipendenze un mini esercito dalla fama poco raccomandabile, teneva la testa di ponte a sud, quella più avanzata e vicina alle linee serbe e non rispettava gli ordini del comando dell’Armija” disse poi Ontanetti.

“Parlammo con Caco e gli chiedemmo di assumersi la sua responsabilità, di uomo. Lui lo fece. Ma quando salimmo sul ponte i suoi uomini ci spararono colpendo a morte Moreno. Mentre lo aspettavamo davanti al suo comando, lo vedemmo uscire dalla sede dell’Unprofor a braccetto con un alto ufficiale del contingente egiziano dell’ONU in un clima di grande cordialità”( da “Il Manifesto” del 27 Dicembre 1998, ndr).images.jpg
Su quanto accaduto su quel ponte, Ontanetti disse che nessuno di loro si chinò sul cadavere di Locatelli; i cecchini non aspettavano altro. Il medico che lo operò, intervistato dal Manifesto, dichiarò che i proiettili erano stati sparati da non più di 40 metri. Poi la versione fu corretta: gli spari venivano da più lontano, almeno 300 metri, da dove avrebbero potuto sparare i serbi. Chiesero  loro di firmare una dichiarazione che incolpava i serbi che però si rifiutarono di sottoscrivere.
Ontanetti raccontò anche di aver visto, un giorno,un mezzo blindato delle Nazioni Unite con le insegne della Croce Rossa da cui venivano scaricate casse di kalasnikov nuovi, luccicanti, e granate da mortaio. Le casse venivano trasferite su un altro mezzo sempre dell’ONU. Per quanto concerneva i viveri, si spacciavano biscotti americani del ’63, avanzo del Vietnam, per non parlare del traffico di droga attivatosi notevolmente in quei mesi e dal quale pochi erano esclusi.
La morale, a mio avviso è che, nella disgrazia, ognuno possa serbare i propri ricordi, seppur dolorosi, nella convinzione di essere liberi di fare tutto ciò di cui si è capaci per aiutare la popolazione civile e di rivendicare la possibilità che siano i gesti, le parole e, se del caso le mani, a far tacere le armi e l’aberrazione che ne consegue. Certo, il dolore aumenta quando la giustizia latita, quando un uomo è ancora alla ricerca di risposte e responsabilità per la morte di un caro amico. Ed anche noi non possiamo dimenticare perché a volte, l’indifferenza, è la peggior sventura.

Nuccio Franco

 

In memoria di Gabriele Moreno Locatelli, volontario, vittima di paceultima modifica: 2009-12-17T12:43:00+01:00da brujita1969
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Un pensiero su “In memoria di Gabriele Moreno Locatelli, volontario, vittima di pace

  1. « Vi prego
    gridate
    che qui la gente muore
    di granate
    di snajper
    di malattie
    ma anche di paura,
    di angoscia,
    di disperazione,
    perché non c’è pace, non c’è pane, e l’inverno arriva,
    e nessuno crede che non li abbiamo dimenticati.
    Vi prego, gridate.
    Un bacio a tutti e a ciascuno.
    Gabri »

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